l'altra campana

Perché dell'amore siamo tutti esperti ma nessuno ne sa nulla!

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Utente: fabiotestaccio
Scrittore volenteroso e divertito costretto a un vero lavoro per potersi permettere di bere ottimo vino.

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mercoledì, 10 settembre 2008

Capitoli 17 e 18

Bentornati!

Una variante piantata nello sterno

Buttato sul mio divano stavo cercando di pensare al posto dove avrei portato Francesca a cena. Non volevo che fosse una pizzeria e non cercavo un ristorante troppo ‘tirato’ o romantico. Volevo un posto ricercato ma senza esagerare, dove si potesse mangiare bene e bere qualcosa di diverso dalla Falanghina o dal novello. Era la stagione del novello, che bibita triste.

Mi venivano in mente solo ristoranti milanesi. A Milano si mangia bene. Anche Roma è piena di posti deliziosi dove cenare ma volevo un posto nuovo.

4 invio.

<Ti ha dato buca?> Max era preoccupato.

<Ancora no. Mi serve un bel posto dove andare a cena>

<Che tipo di posto?>

<Un posto carino>

<Quanto vuoi spendere?>

<Quello che serve. Voglio un posto carino, magari un po’ fuori mano. Dai tu sei il massimo esperto di seratine loffie>

<Rosso Mare?>

<Lo conosco, ci sono stato mille volte>

<E quindi?>

<Volevo un posto nuovo?>

<E perché?>

<Non lo so. Non è meglio?>

<Assolutamente no. Devi andare in un posto che conosci. Puoi consigliarle un piatto, chiedere del tavolo migliore, magari il cameriere ti riconosce e ti saluta. Magari ti trattano bene o fingono di farlo che per lei sarà la stessa cosa tanto non vedrà quanto pagherai. Ed è sempre una cosa che fa un certo effetto, fidati>

<Dici?>

<Mamma mia quanto sei fuori allenamento. Quanto è che non porti a cena fuori una donna?>

Quanto era che non portavo a cena fuori una donna? A parte la pizza della domenica prima era tanto, tantissimo tempo. Le mie ultime storie non le portavo neanche a cena fuori. Di solito cucinavo io. Un po’ perché mi piace preparare le cene, un po’ per accelerare il dopo-cena ed il dopo-dopo-cena, la parte più pietosa. Quanto è che non provavo quel sano turbamento che si materializza quando si è seduti uno di fronte all’altro e ci si guarda per gli occhi? Io non sarei stato in grado di dire il colore degli occhi delle ultime cinque persone con le quali ero andato a letto. Arianna forse aveva gli occhi chiari.

E Francesca? Cazzo… Francesca di che colore ha gli occhi? No… non mi posso fare questo!

<Effettivamente è un po’ di tempo>

<Appunto, si vede. Fidati, ‘Rosso Mare’>

<Mi fido>

<E dopo?>

<Dopo? Boh… che ne so… una cosa da bere, una chiacchera…>

<Portala da te>

<Dici?>

<Dico, dico…>

<Così? Subito? Non è un po’ prematuro?>

<Beh, mica devi forzarla. Prova a metterla sullo scherzo, falle una proposta divertente. Sei maestro in queste cose mica te le devo insegnare io. Se lei non vuole salire, ti dirà una cosa carina e non salirà ma sicuramente non se la prenderà. Se lei vuole salire… sale. Se lei vuole salire e tu non glielo proponi ci rimarrebbe male>

Max era sicuro di se, come sempre. Ha sempre le risposte giuste. In parte è vero, soprattutto quando le risposte riguardano quesiti che non lo toccano, come per tutti. Comunque mi aveva convinto, ‘Rosso Mare’ e poi invito da me.

Mentre facevo il numero del ristorante iniziai a pensare.

Cosa voglio da questa serata? Vorrei portarla da me e poi? Fare l’amore? Giocare a carte? Sentire della musica? Un paio di canne e chiacchiere in libertà? Potrei mettere della musica mentre facciamo due chiacchiere fumandoci una canna. Ma noi ci baceremo… Questo pensiero mi disorientò.

Due che si sono già baciati se si ritrovano nella stessa casa, con un po’ di buona musica hanno delle ottime possibilità di baciarsi di nuovo. E se poi abbiamo bevuto una bottiglia a cena probabilmente inizieremo a volerci e poi faremo l’amore. Non devo bere troppo, non devo fumare troppo. Vorrei che fosse una cosa speciale. Quanti uomini avrà avuto? Con quanti avrà veramente goduto?

Il confronto, il temibile nemico delle nostre sedute di sesso mi stava penetrando.

Non avevo mai pensato che una donna fosse venuta a letto con me perché guardandomi le si era scatenato un istinto animalesco primordiale. Nessuna donna era venuta a letto con me perché aveva pensato che io potessi essere uno stallone, non ho il phisique du role. Questo per me era un vantaggio, mi consentiva di stupire. E poi io imparo in fretta ed il sesso con una donna è capire cosa vuole. E cosa tu vuoi da lei. Credevo, è non so se è vero, che le donne si stancano meno dell’abitudine di fare sesso sempre con la stessa persona. Il problema è la prima volta, purtroppo stasera sarà la prima volta.

Stavo dando per scontato che sarei finito a letto con Francesca, le statistiche mi supportavano e la situazione me lo confermava.

Prenotai al ristorante, guardai l’orologio: erano le sette e quaranta. Squillò il telefono. Eccolo…

<Vai forte Paolino> urlò Marco.

<Speriamo, come stai?>

<Io bene, tu come stai? So che stasera vai a buttare un po’ di soldi da ‘Rosso Mare’. Ancora non hai imparato che fino a che non acchiappi una zinna non si paga neanche un tramezzino?>

<Ogni tanto dimentico che tu sei un esperto. Eppure mi sembra che di cazzate ne hai fatte, eh?>

<Infatti ho imparato dai miei errori, cosa che tu ti guardi bene dal fare>

<Si certo. Come il tuo week end a Berlino, no?> Stavamo iniziando a divertirci.

<Che c’entra… hai visto Anne che tipo era? Due tette come quelle tu non sei capace nemmeno di immaginarle. Berlino val bene una messa!>

<Peccato che hai speso un milione per andarti a fare un paio di zaganelle>

<Ricordati che come dice il grande Woody, masturbarsi  vuol dire fare l’amore con chi si stima veramente. E poi lascia perdere, tu stai parlando di amore!>

<Appunto, evito attentamente di parlarne con te>

<L’amore è finito Paolino! Apri gli occhietti, ci è rimasto solo il sesso ancora per un paio di lustri e poi finirà anche quello. Ci rimarrà solo il poker, per fortuna… si perde di meno!>

<Posso provarci? Per l’ultima volta, posso provarci?>

<Fai come vuoi, stavo cercando di farti risparmiare cinquanta sacchi. Ma che ci troverai poi in questa… come si chiama…?>

<Francesca, si chiama Francesca. Come posso spiegarlo a te che ti emozioni solo se vedi la zampetta in alto a sinistra quando in mano hai tre assi?>

<E vuoi mettere l’emozione? Vabbè, volevo solo romperti un po’ i coglioni. Divertiti e quanto meno trombatela. Comunque sto passando da te>

<Come passi da me? Tra un’ora devo uscire>

<Tra venti minuti sono li. Eddai che devo uscire con Max e Michele, chi li regge senza un aperitivo? Ciao> riattaccò senza aspettare il mio assenso borbottando “che palle questo”. Qualsiasi mia risposta sarebbe stata inutile. E poi volevo che passasse anche se sapevo che l’aperitivo sarebbe stato deleterio per la mia serata. Avevo bevuto mezzo bicchiere di vino e decisi che era sufficiente in attesa del pazzo. Andai subito in doccia e Marco suonò mentre mi stavo allacciando le scarpe. Per fortuna che lo feci prima del suo arrivo, dopo avrei avuto dei problemi.

Mi avvicinavo a casa di Francesca e l’aperitivo mi impediva di avere delle emozioni. L’unica cosa che provavo era il senso di inquietudine dovuto al fatto che mi sentivo a disagio per non essere completamente lucido. In questi casi si attivano delle paranoie esagerate. Sembra che il resto del mondo sia in attesa di qualsiasi cosa diciamo o facciamo, solo per giudicarla. Ed il resto del mio mondo era Francesca. Citofonai e ritornai in macchina. Poi riscesi dalla macchina e mi appoggiai al cofano, poi mi staccai dal cofano ed iniziai ad aspettarla sul marciapiede. Arrivò mentre stavo tornando alla macchina, mi girai e me la ritrovai davanti.

<Ciao> mi avvicinai e la baciai. La baciai subito senza pensarci e senza lasciarle il tempo di dirmi “ciao”. E lei mi baciò.

<Ciao…> le ridissi, lei mi sorrise. Ciao ciao ciao ciao ciao ciao ciao ciao.

Salimmo in macchina ed ero in preda all’euforia. Poi mi ricordai che ero leggermente brillo. Giocai d’anticipo. <E’ passato Marco a casa mia ed abbiamo preso un aperitivo. Mi sento un po’ alterato, ero a stomaco vuoto>

<Ed io che pensavo che fossi io ad alterarti> mi fissava.

Cercai una bella risposta ma non mi venne. Restai zitto a guardare la strada. Volevo allungare la mano e posarla sul suo ginocchio ma mi trattenni immaginando che fosse sbagliato e che la mia eccitazione era dovuta all’aperitivo con Marco. Invece la macchina era piena di eccitazione. L’aria mi agitava, ad ogni respiro ingerivo un po’ dell’odore di Francesca e la mia pelle stava diventando isterica. Mi resi conto in quel momento che ero pazzo, completamente pazzo di lei. Ogni tanto mi voltavo versi di lei e sorridevo.

Trovai parcheggio vicino al ristorante. Appena entrati la proprietaria mi tese la mano.

<Bentornato> mi disse. Cercai di capire se Francesca avesse notato il saluto. Poi mi resi conto che non me ne fregava niente se l’aveva notato oppure no. Ci accomodammo al tavolo.

<Non credo mi conosca così bene da salutarmi, secondo me ha sbagliato persona> le spiegai. Max mi avrebbe sputato in faccia.

Ci portarono subito il menù. Le illustrai i piatti e poi feci ordinare a Francesca anche le mie portate in modo da dividere le nostre pietanze, mi piaceva pensare di mangiare insieme.  Un primo in due e due secondi. Scelse dei maccheroni alla norma, un’orata in crosta di patate, petto di tacchino alla mugnaia in salsa di misticanza e un piatto di verdure arrosto.

<Posso farti una domanda personale?> Ero ancora un po’ annebbiato dal vino dell’aperitivo e stavo già mescendo un buon Rosso del Conero. Era venerdì.

<Beh, non so dipende… . Posso non rispondere?>

<Non hai capito, la domanda è personale su di me. Comunque puoi anche non rispondere>

<Effettivamente non capisco… dimmi>

<Io sono fidanzato? Ben inteso non che sia importante, ancora, è solo per capire con chi sto cenando>

<Stai cenando con me, non ti è sufficiente?> Forse non aveva preso bene le mie parole.

<Si, è sufficiente> ammisi.

<Perché darci dei ruoli?>

<Vuoi sapere perché vorrei dare un ruolo? Perché sono anni e anni che recito senza avere un ruolo e senza assegnarlo alla persona con la quale brindo> alzai il mio bicchiere e Francesca mi seguì. <Forse, e dico forse, con te potrebbe venirmi in mente che è leggermente diverso. Io non ti voglio spaventare, non ti sto chiedendo niente e prima stavo scherzando però, Francesca… tu mi piaci. Non riesci neanche ad immaginare quanti anni sono che non dicevo queste parole> mi ero scaldato ma non volevo assolutamente che ci fossero malintesi. Non volevo ritrovarmi a letto con Francesca per poi vedere la sua schiena uscire dal piumino ed addormentarmi prima che lei fosse fuori di casa. Io volevo portarle il caffè a letto, volevo guardarla mentre si svegliava, volevo sentire il rumore dell’acqua della sua doccia, volevo baciarla con il dentifricio in bocca, volevo tirarle un cuscino in testa, volevo provare ad innamorarmi.

<Paolo, io non dico che non possiamo provarci solo che non vorrei parlarne, vorrei che le cose capitino da sole, qualsiasi esse siano>

<Ok, mi sta bene. Quindi non sto cenando con la mia fidanzata. Per me va bene lo stesso. Sono contento di baciarti e di cenare con te, anche se non sei la mia fidanzata. Non mi interessa se sei la mia fidanzata. Certo… cerca di non esserlo di nessun altro>

<Ah ah, ok ci proverò. Anche io sono contenta di essere qui>

<Lo sai che sei bellissima? Finalmente te lo posso dire, dopo averlo pensato così tanto>

<Mi imbarazzi…>

<Non ti imbarazzare. Sai cosa mi piace tanto di te?>

<Non so dimmi…>

<Non lo sai neanche tu? Caspita, speravo che tu mi potessi aiutare>

Si aggiustò i capelli <Forse ti piace tutto> disse con tono vanitoso.

<Beh… non credo. Il tuo naso non è un granché> come al solito riuscivamo a scherzare ed a sorridere con niente.

<Ma come ti permetti?>

<Beh scusami ma io sono abituato a vedere tutte le mattine il mio… non vorrei dire ma il tuo è un po’… secco>

<Ho il naso magro, cosa c’è che non va?>

<E’ un po’ a punta, è grand… icello> sorrisi, <hai un naso stupendo Francesca> cambiai voce e la fissai. <Ed hai degli occhi brillanti, sono… verdi> Francesca ha gli occhi verde scuro. Aveva ragione lei, mi piaceva tutto. <Ed hai dei bellissimi capelli neri>

Arrivarono quattro tartine. Mangiammo con appetito continuando a scherzare ed iniziando a coccolarci con le parole. Il vino era buono e lo finimmo prima di arrivare al dolce, una pera ubriaca sopra un letto di cioccolato caldo con due cucchiaini. Mangiavamo e ci guardavamo. Avevamo smesso di parlare, ci accarezzavamo le mani. Chi ci vedeva poteva assicurare che eravamo innamorati. Ed io avrei confermato.

Usciti dal ristorante Francesca infilò il suo braccio sotto il mio e appoggiò la sua testa alla mia spalla. In questa scomoda posizione arrivammo alla macchina. Io sarei arrivato a piedi a casa. Accesi la macchina e lei ci diede il suo benvenuto suonando la musica di Sting.

<Dove andiamo?> Mi chiese Francesca. La sua voce era calma. Credo che mi stesse osservando, io guardavo la strada. Diventò un uomo inglese a New York e pensai che cantava benissimo.

<Ti piacciono i francobolli?>

<Da morire! Io amo i francobolli!> Francesca è una persona incredibile, con uno spirito speciale.

<Peccato, io colleziono farfalle>

Francesca si allungò verso di me, tiro su la manica del maglione e mi mostrò un segno nero sull’avambraccio.

Mi fermai al semaforo rosso. Mi girai verso di lei <che roba è? Ti sei macchiata?>

<E’ un tatuaggio, una farfalla>

<Devo svelarti un segreto. Io non ho mai collezionato farfalle, però inizierò adesso. Questa farfalla sarà la più bella della mia collezione> si allungò ancora di più e mi baciò una guancia. Ma si poteva essere più felici? Ero in macchina con la donna più meravigliosa dell’universo ed avevo la netta sensazione che lei non volesse essere in nessun altro posto al mondo.

Eravamo in Via Marco Polo, accostai e la baciai. Poi rimasi qualche secondo a guardarla mentre la mia mano cercava il suo caldo dietro al collo. Anche Francesca mi guardava ed aveva la sua solita smorfia. Marco avrebbe giurato che io ero completamente rincoglionito. Ed io avrei confermato. Sting ora cantava “It’s probably me”. Io invece ne ero certo. Innamorato e rincoglionito spesso sono due concetti che si somigliano.

<Devo fare la pipì> disse.

Sotto casa mia, come tutti i venerdì, non c’era posto. Dopo un paio di giri mi fermai sotto il portone.

<Devi mettere la toppa dritta, altrimenti non entra la chiave>

<E tu ti fidi a darmi la chiavi di casa?> Disse afferrandole.

<No, ma sai… la macchina nuova…>

Girai un quarto d’ora e poi parcheggiai sulle strisce.

Citofonai e mi aprì senza rispondere. Aveva lasciato la porta di casa accostata. La trovai che stava osservando la mia libreria.

<Sei un bugiardo, non hai nessun libro di Fisher>

<Non sono un bugiardo e tu hai il naso secco e gli occhi non ti funzionano molto bene> gli mostrai quello che cercava. Continuò a guardare verso la biblioteca.  Mi avvicinai allo stereo e selezionai una compilation di MP3 di vario genere: Eric Clapton, Santana, Lou Reed, Pink Floyd, Battiato, Police, Sade, Lucio Dalla. Ce ne era per tutti i gusti. Tornai da Francesca e l’abbracciai da dietro le spalle. Lei continuava a guardare i libri, ne aveva uno in mano e lo stava sfogliando.

<‘La variante di Lunemburg’? Mi è piaciuto molto, non è un libro sorprendente?>

<Quello è solo un libro, tu sei sorprendente> spero di essere perdonato, io trovo che il libro sia veramente bello ma Francesca lo è di più.

Congiunsi le mie mani sulla sua pancia ed iniziai a tormentarle il collo con le labbra.

Chiuse il libro e gli occhi e si girò. Accompagnai il suo movimento e mi ritrovai una variante piantata nello sterno. Afferrai il libro e lo lasciai cadere per terra. Cercai le sue guance con il mio naso, poi con la bocca, poi con i denti. Baciai i lati della sua bocca, l’incontro delle sue labbra era il posto più morbido che la mia lingua avesse mai sfiorato. Poi tornai a torturare il suo collo. Francesca mi aveva messo le braccia al collo e iniziò ad accarezzarmi la testa. Le nostre bocche si legarono, credo che ci baciammo per dieci o quindici minuti quasi ininterrottamente. Iniziai a spogliarla. Francesca si lasciava toccare e mi aiutava con piccoli gesti a toglierle i vestiti. Il maglione, la maglietta, le sbottonai i pantaloni e li abbassai fino ai piedi. Mi chinai all’altezza delle sue ginocchia e, guardandola negli occhi, trafficai con i suoi stivali fino a levarglieli. Mi staccai per un secondo da lei, giusto il tempo di togliermi il maglione. Francesca slacciò qualche bottone della mia camicia e poi me la sfilò dalla testa. Mi tolsi la cinta e lei continuò con i miei jeans. Le scarpe ed i calzini le avevo già tolte aiutandomi prima con un piede e poi con l’altro. Eravamo quasi nudi, sotto la mia libreria. La bocca di Francesca aveva un sapore inebriante e la sua pelle una fragranza freschissima, stavo diventando matto. Iniziai a martoriare la spallina del suo reggiseno nero con il naso e poi con i denti. Era un momento meraviglioso e volevo che durasse il più a lungo possibile. Volevo godermi ogni nuovo centimetro quadrato che scoprivo. La prima spallina capitolò e coraggiosamente il mio mento andò in avanscoperta di uno dei suoi tesori. Una volta una donna mi chiese perché provavo piacere a baciare il suo seno. Come fare una domanda simile? Come non capire che il seno è la perfezione. E’ bello a vedersi, morbido, profumato, ha la forma ideale per essere accarezzato, leccato, baciato, mordicchiato. Il seno di Francesca non è grande ma è molto ben fatto, proporzionato. Non lo avevo ancora scoperto del tutto, non avevo fretta. Francesca mi accarezzava i capelli ed iniziavo a sentire il suo respiro. Tornai dalle parti del suo viso, volevo bere di nuovo dalla sua bocca. Ma non abbandonai il campo, lasciai un paio di polpastrelli della mano destra a presidiare il territorio sottomesso. Lanciai intanto la mia mano sinistra sulla sua schiena cominciando a sfiorarla con le dita. Era un attacco senza esclusione di colpi. Avevo ormai conquistato quasi tutto le province del nord e devo dire che la resistenza si era rivelata poco combattiva e sembrava che le popolazioni locali gradissero quelle invasioni. Unii le mie mani dietro la sua schiena e con un solo colpo di fortuna, che poteva sembrare esperienza, le slacciai il reggiseno. C’era sempre più Francesca dentro le mie mani. Le presi la testa afferrandola dalla nuca a facendo una energica pressione con le dita spinsi la sua bocca contro la mia. La baciai con molta passione. Lei rispose al mio bacio e sentivo che il suo corpo cercava il mio che non si nascondeva affatto. Avevamo un contatto completo. Le tirai i capelli, prima piano, poi con crescente decisione. Poi tornai a baciarla con delicatezza, mi staccai e ridiscesi verso il suo seno adesso completamente in balia dei miei desideri. Spinsi le mie labbra e la mia lingua ad indagare nei contorni dei suoi capezzoli, Francesca me li offriva ma io volevo ancora godermi la periferia. Quando raccolsi il suo regalo ebbe una scossa. Ero felice, stava bene, lo sentivo. La sentivo. Mi sentivo. Me lo diceva la sua pelle. Poi mi prese la testa tra le mani e con forza la avvicinò al suo volto. Si liberò dalla mia pressione che la spingeva contro la libreria e si girò rovesciando le nostre posizioni. Ora ero io che avrei fatto la vittima. Mi baciò il naso, la fronte, le orecchie, il collo, le spalle e scese sul petto. Sentivo la sua lingua ovunque ed avrei giurato che erano tre o quattro o mille. Cercai di raccogliermi completamente per non perdere un solo secondo di quel tempo. Volevo creare l’attimo eterno. Ed infatti, proprio sotto il Faust di Goethe, riuscii a creare il mio attimo eterno ancora meravigliosamente conservato in un file del mio cervello. Se chiudo gli occhi è ancora qui. Francesca usava ogni arma a sua disposizione, non si risparmiava, eravamo in trance sessuale, capita ed è il momento più bello. Si accovacciò ed iniziò a baciarmi la pancia. Appoggiò le sue mani sui miei boxer e con una lentezza insopportabile iniziò ad abbassarli. Continuando a baciarmi la pancia ed i fianchi sentii un paio di volte il suo mento sfiorarmi. Ero convinto che sarei scoppiato. Poi si rialzò e mi baciò con forza strofinandosi contro la mia erezione. Ero nullo, non esistevo più. Era giorno, notte, estate, inverno, caldo, freddo, … era solo Francesca. Ero avvolto completamente da Francesca. Tutto era Francesca.

Ci unimmo al culmine della nostra estasi. Essere dentro di lei era trascendentale.

E non solo ero dentro di lei, ero dentro di lei e continuavo a baciarla. Ero dentro di lei, continuavo a baciarla e governavo il suo corpo con le mie mani. Ero dentro di lei continuavo a  baciarla, governavo il suo corpo con le mie mani e sentivo le sue mani conquistarmi.

Signore e signori… ahem…e con grande emozione che… vi presentò l’amore!

Non c’entra niente il sesso o la voluttà. Avevo già fatto l’amore con donne bellissime e super vogliose. Niente di tutto questo, niente di comparabile. Del resto stiamo parlando dell’amore. Cazzo l’amore! Ci sarà un motivo se è il più grande dei nostri misteri dopo Dio, o no?

Ci ritrovammo sul divano. La luce soffusa, una coperta al posto dei vestiti e la musica. Francesca era seduta tra le mie gambe e la sua schiena era appoggiata al mio petto. Le accarezzavo i capelli e lei giocava con le dita della mia mano sinistra. Ero curioso.

<Come va?>

<Bene> era silenziosa, non aveva voglia di andarsene ma non aveva voglia di parlare. Io invece si.

<Hai un concetto da esprimere? Uno qualsiasi? Non so, il tempo, il doping, il buco dell’ozono>

<Sto sentendo la musica, è bellissima>

<Mi dici una cosa carina? Una sola, anche stupida> pensò <È così difficile?> La incalzai dopo qualche secondo.

<Non vorrei essere banale. Sto bene, davvero, sono contenta… dai ti prego> cambiò tono di voce <non mi fare domande, non ho voglia di parlare>

<Ok, scusami. Vuoi che continuo ad accarezzarti o preferisci stare da sola?>

<Sai cosa voglio? Io te lo dico vediamo se si può fare... Vorrei stare in silenzio, sul divano di casa tua a sentire ‘Take a walk on the wild side’ e godermi le tue coccole. Tra un po’ credo che vorrei fumarmi un’altra sigaretta>

<Hai ragione. Scusami, sono fastidioso. Una cannetta?>

<Si, bravo! Mi porti anche un bicchiere d’acqua?>

Mi staccai. Quando tornai la trovai completamente sdraiata.

<Ciao> recitò, e si nascose il viso fin sopra il naso con un cuscino. I suoi occhi mi scrutavano ed era la creatura più deliziosa del mondo. Mi avvicinai e le tirai via la coperta.

<Nooo, ho freddo>

<Mi devi dire una cosa carina, ora!>

<Le tue mani sono... non so, sono… meravigliose>

<Ed ora dimmi che sono bellissimo, l’uomo più bello con cui hai fatto l’amore>

<Dai scemo ho freddo…> cercava di riprendere la coperta ma io la coprivo col resto del mio corpo.

<Dillo!>

<Sei l’uomo più bello con cui ho fatto l’amore> I suoi occhi! I suoi occhi mi stavano dominando ed io avrei potuto fare qualsiasi cosa.

<Bene… brava>

Baciai la sua pancia e poi sistemai la coperta su quel capolavoro.

<Grazie, le tue mani sono meravigliose> sussurrò. Era quello che voleva dirmi. Sapevo di non essere l’uomo più bello con cui aveva fatto l’amore ma trovava le mie mani meravigliose. E loro si sentivano terribilmente fortunate.

Le risposi con un sorriso che pensavo si sarebbe materializzato e l’avrebbe colpita. Quel sorriso mi uscì dal cuore e prima di arrivare alla mia bocca si trascinò un po’ di me, come una valanga. Ed io lo donai a Francesca.

Fu la canna più bella della mia vita.

No, non puoi innamorarti!

Alle nove, puntualissimo, Paolo mi citofonò.

<Io esco, ciao>

<Ciao, divertiti!> Speriamo. <Fai tardi?> Speriamo. Mio fratello mi fece una domanda che non si era mai sognato di farmi.

<Non lo so, comunque non ti preoccupare>

Scendendo ero stranamente tranquilla. In ascensore mi specchiai e quello che vidi mi piacque.

Paolo invece sembrava stranamente nervoso.

Mi portò in un posto molto carino. La padrona del locale lo salutò calorosamente ma lui mi confidò che doveva aver sbagliato persona, pensava che l’avesse scambiato per qualcun altro.

<Ma non ero io quella che assomiglia a qualcuno ma non ti ricordi bene chi?> Gli riproposi le parole che mi aveva detto qualche giorno prima a casa di Elena.

<Come?>

<Tu hai detto che assomiglio a qualcuno>

<L’ho detto io? Ora veramente non mi viene in mente … fammi pensare, fatti guardare…>

<Lo sai che noi ci conosciamo da più di un anno?> Sentendomi dire quella frase, capii che ero tranquilla, che governavo la situazione. Non gli avrei mai confidato quel ricordo se non mi fossi sentita forte.

<Come da un anno? E dove ci siamo conosciuti? A me sembra di conoscerti da sempre…> lo disse esagerando il corteggiamento, come al solito. Non pensava che io ci credessi e, ovviamente, non ci credeva neanche lui.

<Prova a ricordare… un anno fa… Federica…>

<Federica? Ne conosco solo una e non la vedo da sei o sette mesi… Federica…>

<Adriano…>

<Adriano? Mi sa che ti confondi… Io non conosco nessun Adriano…>

<Scemo… il cinema Adriano. Ci siamo visti fuori l’Adriano dopo aver visto ‘Il genio ribelle’. Io ero andata al cinema con Federica>

<Ma davvero? Ah si… si ora ricordo> che bugiardo non si ricordava nulla e se non fosse stato il nostro quasi primo incontro non mi avrebbe dato questo soddisfazione.

<Caspita, che memoria che hai> continuò.

<Beh… ad essere onesta mi avevi colpito. Io non troppo invece a quanto pare> si, si… ero proprio a mio agio. Queste ammissioni lo testimoniavano sempre di più.

<A dir la verità tu mi hai colpito quando ho minacciato le tue mutande. Prima mi sono vergognato e poi ti ho notato. O forse il contrario… non ricordo bene>

<E quando hai avuto voglia di baciarmi>

<Come farti credere che l’ho desiderato dal primo momento che ti ho vista?>

Già, come credere una cosa come questa?

<Forse mi hai trovato attraente e quindi... come tutti gli uomini…>

<Tutti gli uomini che incontri ti vogliono baciare?>

<Ma no…, che c’entra?>

<Mi puoi scusare un attimo? Vado a spaccare la faccia a quel tipo seduto a quel tavolo. E’ da quando siamo entrati che non ti ha tolto gli occhi di dosso… ma che faccia tosta… è a cena con quella brava ragazza e vuole baciare te!>

Risi.

Ho notato che spesso le prime chiacchiere di un rapporto sono delle confessioni. Siamo sempre curiose, ma anche gli uomini lo sono, di sapere quali sono state le prime sensazioni, cosa hanno pensato.

<E tu? Quando hai avuto voglia di baciarmi?> mi chiese.

<Vuoi la verità?>

<Se fosse possibile…> era curioso.

<Quando mi hai baciato>

<Guarda che mi hai baciato tu per prima>

<Ma che dici? Io stavo guardando il mimo. Stavo pensando ai fatti miei>

<Devo scusarmi per qualcosa?> Mi chiese.

Gli mandai un bacio.

<Posso farti una domanda?> gli chiesi <Elena che ti ha detto?>

Questo è un altro aspetto molto interessante: i pensieri degli amici. Chissà perché abbiamo queste curiosità?

<Lei è contenta, molto contenta per te. E’ felice che finalmente ti sei trovato un bravo ragazzo>

<Ah si? A me non l’ha raccontata così…>

<E che ti ha detto?> Paolo sapeva già la risposta.

<Beh ovviamente le ho chiesto di te e lei, da buona amica, mi ha raccontato un sacco di cose…>

<Elena di me ti ha detto solo cose positive> affermò.

<Sei così sicuro?>

<Sicuro al cento per cento, non ci provare proprio. Vuoi del vino?> Era sottile Paolo, una qualità che non si trova facilmente negli esemplari maschi della razza umana.

<Si grazie> avvicinai il mio bicchiere. <E’ vero mi ha parlato molto bene di te. Ti vuole bene Elena>

<Lo so> sottile e sicuro.

<Ed i tuoi amici che hanno detto?>

<Più che quello che mi hanno detto ti posso dire con certezza cosa pensano. Michele è contento e fa il tifo, Max è contento ma ancora non ci crede molto, Marco immagina che all’una lo raggiungerò ad una festa e pensa che non sia neanche necessario fare il tifo contro>

<E lo raggiungerai all’una?>

<Se vuoi si> mi fissò. Poi spostò il suo sguardo sul bicchiere che aveva in mano ed osservò il colore del vino.

<Ha un bel colore, non trovi?>

Mi stava intrigando, mi stava conquistando fisicamente. Forse senza volerlo, forse era il suo normale modo di fare, ma io sentivo di esserne attratta. Stavo iniziando a desiderarlo minuto dopo minuto, parola dopo parola, bicchiere dopo bicchiere, boccone dopo boccone. Iniziai a pensare che quella sera avremmo fatto l’amore. Non che prima escludessi questa possibilità ma fino a quel momento non ci avevo mai pensato seriamente, non l’avevo mai desiderato in maniera materiale. Nella mia testa era sempre stata solo un possibilità futura, ora ne vedevo i contorni. Cominciai a pensare all’approccio. Dove l’avremmo fatto? Molto probabilmente a casa sua, sul suo letto. Il letto della sciarpa… che sciocca che ero stata. È buffo notare come giudichiamo stupidi alcuni comportamenti che abbiamo avuto solo pochi giorni prima.

Più mi arrendevo all’idea che avremmo fatto l’amore e meno ero preoccupata del fatto che il vino mi stava facendo girare un po’ la testa. Non che avessi perso il controllo ma mi attirava lo stato di beatitudine e spensieratezza che mi stava abbracciando. A volte noi donne usiamo questo pretesto per giustificarci, a volte ci piace pensare che non ci stiamo comportando nella maniera più conveniente solo perché abbiamo un po’ bevuto. A dir la verità non è quasi mai vero, è spesso un assist che forniamo alla nostra personale assoluzione ed a quella delle nostre amiche. E poi … qual è la maniera più conveniente?

In macchina Paolo mi chiese se volevo andare a casa sua e non feci alcuna obiezione, neanche una parvenza di rifiuto. Sotto casa non si trovava un posto per la macchina ed io dovevo proprio fare la pipì. Per questo motivo, mentre Paolo era in giro a cercare un parcheggio, io mi ritrovai ad aggirarmi da sola nel suo regno. Era strano camminare nella sua vita senza di lui. Mi affacciai alla sua camera da letto e sentivo che non sarebbe stato giusto entrare. Non volevo rubare nulla, non volevo indagare nei suoi cassetti, volevo solo entrare e dare un’occhiata. Infatti entrai ma non accesi la luce e ne uscii subito. Poi andai nel salotto ed iniziai a guardare le foto ed i CD.

Andai in cucina ed aprii il frigo. Li si che mi sentii una profanatrice. Il frigorifero è come la cassetta della posta? Stavo violando la sua privacy? Mi risposi che si, stavo violando la sua privacy. Richiusi il frigorifero ma solo perché non ero interessata. Tornai in salotto. Mi eccitava quella situazione, da sola a casa sua. Mi divertiva pensare che fino a dieci giorni prima quella stanza non esisteva proprio. Non esistevano quelle sedie, quel tavolo, quello stereo. Mi accomodai sul divano e guardai intorno. Io guardavo quella casa e quella casa guardava me. E mi giudicava. Forse era un esame per tutti e due, io cercavo di capire come sarei stata in quella casa e lei cercava di capire se avrebbe potuto sopportarmi.

Continuai a cercare tracce del suo spirito. Era tutto in ordine tranne un cuscino schiacciato su un lato del divano. Lo presi in mano e lo risistemai. Aprii un paio di scatole di legno poste sulla sua libreria e poi iniziai a guardare i suoi libri. In quel momento citofonò ed io smisi i miei panni da Sherlock Holmes. Non ero più così rilassata come ad inizio serata. Cercavo di mostrarmi tranquilla e sicura ma ero agitata. Quella visita solitaria mi aveva disorientato.

Paolo mise della musica poi si avvicinò e mi abbracciò da dietro le spalle. Iniziò a battermi forte il cuore. Quello era il momento. Non saremmo arrivati alla camera da letto. Nella mia testa avevo ancora il ricordo dell’ebbrezza del vino ed a quella sensazione mi aggrappai per cercare di abbandonarmi il più possibile. Non fu facile, ero abituata a fare l’amore e non riuscivo a staccarmi dalle mie immaginazioni. Volevo che diventasse qualcosa di speciale ma in realtà stavo solo per fare del sesso, l’avevo fatto altre mille volte e non sembrava molto diverso. Ero infastidita da me stessa. Forse per questo motivo mi girai subito e lo baciai. Volevo averlo di fronte, volevo guardarlo. Ci baciammo a lungo ed ogni secondo che passavo nella sua bocca contribuì ad avvicinarci.

Poi Paolo iniziò ad accarezzarmi.

Il viso, la schiena, il seno. Chiusi gli occhi e provai a godermi il momento.

<Shhh, zitta…  prova a sentire solo la mia mano, senti solo le mie dita. Accompagnale…>

Io obbedii al suo ordine e mi concentrai sulla sua mano, sulle sue dita. Ne seguivo con la mente il percorso sul mio corpo, riuscivo ad orientarle, riuscivo a trasmetterle i miei desideri. Quelle dita non avrebbero desiderato altro che accarezzarmi, sentivo che se avessero potuto scegliere dove passare la loro vita avrebbero banchettato sulla mia schiena per sempre. Ora eravamo proprio in sintonia. Ci stavamo fondendo. Ora sentivo di desiderarlo dentro di me come non mi era mai capitato prima. Ogni vestito che cadeva era una scorciatoia verso la mia porta. Le sue mani continuavano ad incendiarmi, avevo difficoltà a stare ad occhi aperti perché, nonostante fosse molto fioca, la luce mi dava fastidio. Al tempo stesso gli occhi chiusi esageravano le mie sensazioni. Realizzai che finalmente stavo facendo l’amore. Ero con un uomo che non seguiva le regole del piacere ma seguiva il suo istinto. E riusciva a seguire il mio. Molti uomini fanno l’amore sempre nella stessa maniera. Tecnicamente perfetti, per carità… ma loro dove sono? Ad ogni azione una reazione. Se voglio provare piacere devo fare questa cosa se voglio dare piacere devo fare quest’altra. Non è così, non è così per noi donne e sarebbe bello se capissero che non è così neanche per loro. Non solo ognuno di noi è diverso ma ogni volta che ci cerchiamo e ci troviamo è diverso. Non si spiegherebbe altrimenti come mai riusciamo a godere una volta in dieci minuti e un’altra volta non è sufficiente un’ora. Non è importante quello che si fa ma come e quando. Io non so se Paolo sia un bravo amante in assoluto so solo che mi ha regalato delle emozioni che sono ancora attaccate alla mia pelle. Tutti questi play boy che misurano ogni cosa non hanno compreso che la cosa importante non si può misurare. Non si gode dieci o venti, potrebbe bastare uno o due.

Dopo restammo in piedi, abbracciati per un po’. Senza dire una parola, continuando, come una trottola che si sta fermando, a baciarci e toccarci. Sempre di meno, sempre più piano, sempre di meno, sempre più piano, sempre di meno, sempre più piano…

Lucio Dalla aveva capito il momento. “… lento, lento adesso batte più lento ciao come stai?”. Beh, del resto stiamo parlando di Lucio Dalla.

Paolo mi prese per mano e mi portò sul divano. Quei quattro passi mi ricollegarono con il mondo. Non in maniera definitiva a dir la verità. Avevo ancora la testa libera e stavo bene. Accucciata su Paolo, con della buona musica ed una sua mano da torturare, sentivo di non aver bisogno di nulla. Paolo invece voleva parlare. Ci misi un po’ per convincerlo che non avevo nessun problema. Una bella canna potente mi aiutò in questa impresa. Alcool, sesso e marijuana danno proprio alla testa.

<Senti Francesca, non voglio sapere se siamo fidanzati non me ne frega niente, ma… secondo te… è possibile che io sia innamorato di te?>

<Secondo me? No secondo me no, è impossibile>

<E perché?>

<Perché ci conosciamo da troppo poco tempo>

<Ah… già, hai ragione, la storia del tempo… è importante…> ammise. <Però…> non si arrendeva <E’ vero o no che noi all’inizio vediamo solo il meglio delle persone, soprattutto se ci piacciono fisicamente?>

<Si, credo di si> non capivo.

<Quindi più tempo passeremo insieme e più tempo avrò per conoscere il tuo peggio. Non so qualche difettuccio, qualche piccolo neo lo avrai anche tu?>

<Accidenti, so essere insopportabile>

<Allora secondo questo ragionamento se io ho bisogno di tempo per innamorarmi di te e se nello stesso periodo di tempo conoscerò i tuoi difetti mi innamorerò dei tuoi difetti?> Sembrava pensieroso.

<Beh che c’entra…> che rispondergli? Ma da dove aveva tirato fuori questo ragionamento? <Ti innamorerai anche dei miei difetti>,

<Io aspetto ad innamorarmi così mi innamoro conoscendo i tuoi difetti… mah!… Francesca?>

<Dimmi> ero curiosa di sentire dove sarebbe arrivato. Il suo viso aveva l’espressione di chi sta inventando le idee.

<Ti scoccia se mi innamoro oggi? Vorrei innamorarmi del tuo meglio, magari mi darà un po’ di forza per accettare il tuo peggio. Ti scoccia se mi innamoro adesso?>

<Beh no, non mi scoccia però… non si fa> che cosa potevo dirgli?

<Ah… “non si fa”… ecco la risposta. Ok, allora aspetto. Mi avverti quando posso?>

Che buffi che eravamo. Guardandoci negli occhi avevamo il coraggio di dire qualsiasi cosa. Ci sono delle cose che appartengono alle coppie, né a lui né a lei. Solo alla coppia, ed hanno senso solo in coppia. Certe situazioni non si possono spiegare, le capisce solo chi le vive.

Mentre l’osservavo farneticare, mi intenerivo. Pensavo che era una bella persona.

Era bello stare lì. Per un po’ restammo in silenzio. Nella stessa serata avevo provato mille emozioni diverse: serenità, ebbrezza, agitazione, dubbio, fastidio, estasi, rilassamento, divertimento. Ed ora? Ora cos’era questa coperta addosso? Cos’era questa caldo? Cos’era questo sorriso?

Timidamente, si affacciò nel mio cervello un pensiero del mio cuore.

-Posso entrare?- Mi chiese il pensiero.

-Prego, prego, si accomodi.-

-Senti Francesca ma… tu lo sai che non puoi innamorarti, vero? Lo sai che hai appena finito una storia e quindi io ho bisogno di tempo per ricarburare? Lo hai appena detto tu che serve tempo!-

-Si lo so, ma non si può fare un’eccezione? Hai visto quanto è dolce? Quanto è carino con me? Sembra sincero…-

-Sembra Francesca, sembra. Non ti far fregare…- Allontanai in fretta quel brutto pensiero.

Presi la testa di Paolo tra le mani e la iniziai a scuotere…

<Ma da che pianeta vieni tu? Ma chi sei, che marca di cervello usi?>

Paolo si staccò dalla mia morsa, mi spinse le mani dietro la testa e mi baciò.

<Raggiungiamo Marco?> Mi chiese sorridendo. Poi scatenò di nuovo le sue mani.

Rifare l’amore fu ancora meraviglioso.

postato da: fabiotestaccio alle ore 10:13 | link | commenti (1)
categorie: amore, storia, donne e uomini, sesso, incontri, conquista
martedì, 05 agosto 2008

Capitoli 15 e 16

La Corsica

Quando suonò la sveglia, accesi il telefonino e lo appoggiai sul petto. Richiusi gli occhi sforzandomi di non addormentarmi.

Bip Bip. Eccola qua, buongiorno.

Francesca nuovo messaggio. Leggi ora? Invio.

“Non sai quanto mi piacerebbe. Buon viaggio e raccontami qualcosa ogni tanto. Bacio F.”.

Mi alzai per andare in bagno ed osservai il mio letto vuoto. Forse un giorno le manderò un bacio mentre dorme…

Guardai l’orologio ed iniziai la settimana.

Mi svegliavo all’alba per andare a Milano quasi tutte le settimane. Potevo fare la doccia, andare in aeroporto, fare il check-in, imbarcarmi, arrivare a Linate e salire in motorino, il tutto continuando a dormire. Quella mattina quelle abitudini così comuni erano speciali.

L’aeroporto era già pieno di persone assonnate e dei loro pezzi di sogno non ancora evaporati. Poi, piano piano, i sogni scompaiono e lasciano il posto ai pensieri. Riunioni, accordi, contratti, firme, rifiuti, speranze. In aeroporto alle sei e mezzo del mattino si sente l’odore del lavoro della gente. Tutti con le ventiquattrore sopra un trolley fedele come un cane. Tutti con le camice stirate dentro la valigia: una per ogni giorno. Senza sorprese.

Salii in aereo e iniziai a guardare fuori dal finestrino. Il sole stava iniziando ad allontanare la notte. Mi piace il decollo da Fiumicino, si vede subito il mare e mi viene voglia di andarci. Qualsiasi stagione, anzi, forse più d’inverno che d’estate. Penso ad un bel week end al mare d’inverno. Penso alle serate passate in casa e lo sbattere delle onde in sottofondo. Quella mattina non avevo pensieri diversi ma erano più emozionati. C’era Francesca nei miei occhi chiusi. Era nella mia macchina con gli occhiali neri per ripararsi da un sole ancora debole. Mi osservava in attesa di un po’ del pesce che stavo spinando in un bel ristorantino tranquillo della costa. Ora la sua testa era sulle mie ginocchia mentre fuori, il mare agitato tormentava la riva con una costanza che mi ha sempre fatto paura. Ed affascinato.

Pensavo durante il dormiveglia, appena arrivo le mando un messaggio “Ci svegliamo?”, anzi la chiamo. Saranno le otto quando arrivo, credo che la sveglierei. Se dorme ha il cellulare spento. E se lo ha dimenticato acceso e sveglio tutta la casa? Aspetterò l’ora di pranzo. Le manderò un messaggio. Guardai fuori e c’era ancora il mare. L’isola d’Elba e, lontana ma riconoscibile, la Corsica. Eccomi sullo scooter su una incantevole strada dell’entroterra corso. Un zaino sulle spalle ed un sorriso in viso. Forse lo stesso sorriso che usai per rifiutare lo spuntino che mi stava offrendo l’assistente di volo. L’aereo atterrò in perfetto orario.

Crea nuovo messaggio:

“Mi piace Milano, il suo problema è che tu sei a Roma. Bacio, buona giornata”.

Avevo una giornata complicata, una settimana complicata ma avrei fatto di tutto per sorvolare di nuovo l’isola d’Elba al più tardi giovedì sera. Volevo rivederla prima possibile.

Arrivato in ufficio fui subito catapultato nel quotidiano: riunioni, documenti, revisioni, discussioni.

Francesca si affacciò in un angolo della mia mente solo verso l’ora di pranzo. Poi la sera. Tornando verso casa in motorino la pensai. I miei pensieri vanno veloci in motorino e Milano li accompagna con il giusto ritmo. Mi piace Milano. Mi aveva mandato solo un messaggio la mattina per augurarmi una buona settimana ed ero contento. A casa la chiamo. Mi fermai a fare un po’ di spesa al supermercato della stazione Centrale che è aperto tutta la notte. Un po’ di insalata, dello stracchino e del prosciutto cotto. Non avevo fame ed ero stanco, come tutti i lunedì. Cenai con calma, come se stessi mangiando del cibo prelibato, e poi mi accomodai sul divano. Chiamai Francesca ma mi chiese se potevamo risentirci dopo un paio d’ore, era a cena fuori con un collega.

Che c’è di strano? Mi domandai.

Cominciai a subire un po’ di televisione e poi chiamai i miei. Dopo un paio d’ore la richiamai.

<Buona sera, disturbo?>

<No figurati, sono tornata da dieci minuti. Ho provato a chiamarti ma era occupato. Mi ero messa a leggere>

<Che leggi?>

<Un autore ungherese, Tibor Fisher, lo conosci?>

<Pazzesco, a me piace molto Tibor Fisher. Pensavo di essere l’unico a conoscerlo. Una bella coincidenza, non trovi?>

<Già. Vogliamo dare a questa coincidenza qualche significato particolare?>

<Si, lo voglio. Tu cosa proponi?>

<Dunque… vediamo un po’… affinità letteraria?>

<E’ un buon inizio se penso che le affinità di solito non sono il mio forte>

<E qual è il tuo forte?> Aveva una bella voce. Non avevamo molto da dirci o forse semplicemente eravamo un po’ imbarazzati e stavamo camminando sul filo dell’intimità senza avere il coraggio di oltrepassare la soglia, ben attenti a non sembrare sconvenienti. C’era molta prudenza, quasi temessimo di poter rovinare tutto con un suono.

<Che domanda impegnativa… direi… la pasta con le vongole e le zucchine>

<Beh certo è una cosa che fa curriculum>

<Non avevo capito di esser impegnato in un’intervista di lavoro>

Francesca entrò subito nel mio gioco e la cosa mi divertì molto <mi dica… perché vuole venire a lavorare per noi?>

<Perché sono sicuro che per me sarebbe il posto ideale per esprimere ed esaltare le mie qualità. E perché sono certo che a voi potrebbero fare comodo le mie competenze> risposta standard.

<Qualità e competenze… me le descriva>

<Sono una persona curiosa, attenta, osservo molto e giudico poco. Sono indipendente ma so lavorare in squadra. Per quanto riguarda le mie competenze conosco tutte le tabelline, tutte le capitali d’Europa e buona parte di quelle del resto del mondo. Uso quasi sempre correttamente il congiuntivo e so fare le quattro operazioni, anche le divisioni a due cifre. Ho delle discrete nozioni di storia. Della mia pasta alle vongole le ho già detto…>

<Ma sembra che lei ha solo pregi. Qualche difetto che la caratterizza?>

<Ho un pessimo rovescio, metto il parmigiano sul risotto ai funghi, a volte bevo attaccato alla bottiglia, sono scostante e non sempre capisco le persone perché sono portato a vedere sempre il meglio nella gente. Sono poco geloso, molte persone pensano che sia un difetto. Spero che non lo sia per voi>

<Qualcuno pensa che un po’ di gelosia sia indispensabile in un lavoro come il nostro>

<Magari posso fare dei corsi di aggiornamento. Sono molto predisposto all’apprendimento>

<Sembrerebbe proprio che non possiamo farci sfuggire una risorsa come lei. Credo che potremmo offrirle un periodo di prova>

<Bene, sono contento. Posso chiederle esattamente quale posizione dovrei occupare all’interno della vostra struttura?>

Era un gioco stupido ma era una scusa per parlare un po’ di noi. Tutti e due avevamo approfittato di questa possibilità che si era creata spontaneamente. A volte tra un uomo ed una donna si creano delle dinamiche che solo apparentemente possono sembrare prive di senso ma che in realtà hanno molto significato.

<Stiamo cercando una persona che possa lavorare ad un progetto molto particolare. Diciamo che dobbiamo fare uno studio di fattibilità per un’opportunità che non conosciamo bene. Anzi, la conosciamo molto poco, quasi per niente. Dovrebbe lavorare con una donna, la cosa rappresenta un problema per lei?>

<Credo che le donne siano naturalmente portate per certi progetti anche se, ad essere sincero, non sono molto abituato. Però posso garantirvi fin da adesso il mio massimo impegno. Quando si comincia?>

<Subito, si comincia ieri sera … se lei è d’accordo…>

<Non sarà molto professionale ma vorrei proprio baciarti…> chiusi gli occhi, forse allungai una mano come per accarezzare un ologramma.

<Effettivamente non sarebbe molto professionale approfittare di una collega ma la nostra società è abbastanza informale. Anche io vorrei baciarti>

Era ancora lunedì e già non vedevo l’ora di rivederla. Com’era diversa questa telefonata, forse infantile, rispetto alle telefonate inutili che ogni tanto, sempre di lunedì, ‘dovevo’ fare per sentirmi a posto con la coscienza. Telefonate frettolose fatte di sbadigli a persone delle quali non ricordo quasi il nome. Avrei continuato a parlare con Francesca tutta la notte.

<Quando torni?> mi chiese.

<Spero di tornare giovedì. Venerdì devo vedere una persona ma forse sarà a Roma. Magari riusciamo ad incrociarci nel week end?>

<Beh, se dobbiamo lavorare su questo progetto, non vedo come potremmo farlo senza vederci>

<Già, hai ragione, credo proprio che dovremo frequentarci un bel po’. Quando si parla di lavoro…>

<Ci sentiamo domani?>

<Non vedo come potrei sopravvivere altrimenti> la imitai.

<Esagerato> sorrise.

<Ma si… esageriamo…>

<Non so, piano piano…>

<Ma come si fa ad esagerare piano piano?>

<Ad essere sincera preferisco non esagerare>

<Come vuoi tu. Sicuramente hai ragione. Comunque se vuoi esagerare io ci sono, ok?>

<Ok, non lo dimenticherò. Ti prometto che sarai la seconda persona a saperlo>

<La prima?>

<Beh, la prima sono io, no?>

<Bene, mi piacciono le persone individualiste. Un bacio, Francesca, uno bello>

<Uno bello anche per te. Buonanotte>

Riattaccai con la sua dolcezza nelle orecchie. Ero veramente stanco e non vedevo l’ora di andare a letto e provare a sognarla un po’.

Ed invece il telefono squillò di nuovo.

<Ciao, stavo proprio per chiamarti…>

<Che merdina che sei, non ti credo. E pensare che te l’ho presentata io… mi vuoi raccontare qualcosa?> Elena non era arrabbiata, forse un po’ delusa. Aveva ragione.

<Che devo dirti…? Mi piace. Siamo usciti insieme e ci siamo baciati. Credo che stiamo insieme, anzi, a dir la verità non lo so. Quando è che due persone si mettono insieme?>

<Beh direi che teoricamente il primo bacio potrebbe funzionare come punto di partenza di una storia. Dipende da quello che si dice dopo. Che vi siete detti?>

<Un sacco di stupidaggini. Non saprei… abbiamo scherzato. Forse dovrei chiederglielo?>

<Forse dovresti capirlo da solo, che ne dici?>

<Dico che hai ragione. Secondo me stiamo insieme> sentenziai.

<Speriamo che lei pensi la stessa cosa. Sono contenta per voi. Non è facile…>

<E’ molto difficile. Elena… che tipo è Francesca?>

<In che senso?>

<A te piace?>

<Si, a me piace molto. E’ una bella persona. Finora a dire il vero l’ho sempre vista impegnata in storie senza molte possibilità. Le dicevo sempre che era unica nell’infilarsi nei tunnel senza via d’uscita. Per quello che ho avuto modo di conoscere, erano tutte persone molto diverse da te>

<Che vuoi dire?>

<Voglio dire che secondo me tu sei in grado di apprezzarla. Tu vuoi una donna cui dare molto e da cui vuoi prendere. Ecco lei ha molto da dare. Prova a fidarti un po’ di lei, prova a coinvolgerti>

<Mi sento parecchio coinvolto, Elena>

<Posso farti notare che quello che provi il giorno dopo aver baciato una ragazza non vale molto come verità assoluta?>

<Spero di non cambiare idea per un paio di mesi. Sarebbe già un bel risultato>

<Vivi tutto quello che ti viene e goditi Francesca. Sei fortunato>

<E lei? Lei non è fortunata>

<Amore mio… lei ha fatto tredici. Tutti e due avete fatto tredici. Ora cercate di non perdere la schedina>

 <Sai quanto sono disordinato… E te? Che hai combinato?>

<Tutto normale. Giornata dura>

<E spalle larghe?>

<Dovevamo uscire ma ero stravolta. E poi non sarebbe stato divertente>

<Capisco… >

<La vita è dura amore mio>

<Io la mia la vedo bellissima e Franceschissima>

<Sono contenta di sentirti così rimbambito. Ti bacio>

<Anche io. Elena…?>

<Si?>

<Lo sai che sei la ragazza che preferisco, no?>

<Si, si immagino…> Elena apprezzò molto quel complimento.

<Un bacio, ’notte>

<Ciao amore mio> attaccò.

Mi sentii un po’ in colpa per non averla chiamata ma non le avevo detto quelle parole per scusarmi, lei sapeva bene che erano vere. Mi rollai la sigaretta della rilassatezza e me la gustai affacciato alla finestra nel grigio freddo della notte milanese. Da lontano vedevo la Madonnina dorata ed anche lei mi stava guardando. Mi voleva bene.

A letto mi addormentai quasi istantaneamente.

I giorni passarono lentissimi ed io non riuscii a spostare a Roma il mio appuntamento. Dovevo tornare venerdì. Cazzo, un altro giorno!

Durante la settimana ci sentimmo tutti i giorni. Erano telefonate abbastanza veloci. Finito il gioco dell’intervista non eravamo ancora in grado di comunicare senza parlare di qualcosa di definito. Avevamo ancora bisogno dell’aiuto delle domande tipo “come è andato il lavoro?” oppure “che combini stasera”. Solo durante i saluti azzardavamo qualche parola affettuosa. Io non ero infastidito, non mi piace il telefono. Io volevo rivederla!

Il venerdì presi l’aereo all’ora di pranzo e andai in ufficio a Roma.

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“Sono arrivato a Roma. Sento già il tuo profumo”. Eravamo d’accordo che ci saremmo sentiti verso le sette, Francesca aveva un paio di riunioni nel pomeriggio.

Alle cinque iniziò la classica girandola di telefonate del venerdì.

<Non so… devo sentire Francesca più tardi> era il mio ritornello.

<Alla grande. Ci sentiamo domani. Io credo che esco con Marco e Max, c’è una festa da qualche parte. Organizza Max… boh> Michele.

<Evvai… colpisci!> Max.

<Ambè…> Elena.

<Francesca chi? A quella… vabbè… Ti stacchi per l’una? C’è una festa da qualche parte. Di un’amica di quel cazzaro di Max> no Marco, spero proprio di non staccarmi per l’una. Questa volta spero di non staccarmi.

La chiamai dall’ufficio alle sette. Dopo avermi fatto spaventare ci mettemmo d’accordo per la serata. Sarei passato da lei alle nove.

Tornai a casa ed aprii un bel rosso pugliese. Il vino si mischiò subito con la mia voglia di Francesca. Ero invincibile.

 

Cipolla e salame piccante

Quando suonò la sveglia, i miei occhi erano già aperti da qualche minuto. Non mi ero alzata e mi stavo gustando il calore del mio letto. Non avevo voglia di andare in ufficio eppure sapevo che sarebbe stata una settimana molto lunga. Mi alzai e controllai il telefonino, non segnalava alcun messaggio. Lo portai con me in bagno e poi in cucina. Mentre stavo girando il mio mezzo cucchiaino di zucchero nella tazzina, il telefono finalmente mi avvisò di un nuovo messaggio. Assaporai il caffè con lo sguardo perso tra le piastrelle sopra il lavello. Non avevo un granché da guardare nella mia cucina, era una cucina come mille altre eppure a volte diventava il mio rifugio. Associavo alla cucina dei bei momenti. Non che io ami cucinare però la cucina per me rappresenta il caffè la mattina, il piatto di spaghetti quando ho fame, la tazza di tisana calda nelle notti d’inverno e il bicchiere di acqua fresca nelle notti d’estate. Tutte cose che cambiano l’umore.

Mi lavai e mi vestii in fretta.

A studio mi gettai a capofitto nel lavoro e cercai di portarmi avanti su attività che non prevedevano nessun confronto con gli altri colleghi dello studio. Mi serviva un po’ di tranquillità e la cercavo nella quotidianità. Non serviva molta testa, era sufficiente la pratica. Erano successe tante cose negli ultimi giorni e avevo bisogno di allontanarle. Parlai pochissimo, i ragazzi con cui lavoravo già da qualche anno mi conoscevano bene e non mi chiesero nulla. Immaginavo i loro commenti al caffè, la loro curiosità non mi infastidiva. Spesso era la mia, è il gioco delle parti che si crea quando si mettono delle teste e dei cuori in uno stesso posto.

All’ora di pranzo mi chiamò Elena.

<Buongiorno, come stai?>

<Ti dico subito quello che vuoi sapere, ho baciato Paolo ieri sera> non avevo voglia di parlare neanche con Elena ed il mio tono era abbastanza chiaro.

<Scusami se mi interessa sapere se due dei miei migliori amici stanno iniziando una relazione…> era seccata, aveva ragione.

<Scusa Elena, non volevo essere scontrosa>

<Non preoccuparti. Ci sentiamo dopo?>

<Dai… ti chiamo dopo, ora sono anche un po’ impegnata. Scusami, davvero>

<Posso farti solo una domanda>

<Vai…> una domanda di Elena, anche una sola, poteva essere davvero impegnativa.

<Hai una voce strana… sei infastidita da qualcosa?> Era una domanda impegnativa. Ero infastidita? Pentita? Direi che non erano le parole giuste, i concetti giusti. Ero… stanca. Ecco mi sentivo stanca di rimettere il cuore in movimento. Volevo fermarmi un pochino. E poi Elena non era la persona migliore con la quale chiacchierare di Paolo.

<Non sono pentita, Paolo è… simpaticissimo. Lo sai bene, no? Siamo all’inizio, vedremo. Voglio andare avanti tranquilla>

<Ci sentiamo dopo, chiamami se ti va. Un bacione, Franceschina>

<Ok, Elena, ti chiamo dopo. Un bacio. Elena…?>

<Si?>

<Scusami per prima, sono stata sciocca>

<Prima? Cosa è successo prima?> Rise ed attaccò. Scusami Elena.

Nel pomeriggio Carlo si avvicinò alla mia postazione un po’ timoroso, quasi non volesse disturbarmi. Nell’ambito dell’ufficio, Carlo era la persona che conoscevo meglio e che mi conosceva meglio. Con lui avevo legato fin dall’inizio anche perché avevamo iniziato a lavorare praticamente lo stesso giorno. Era sposato con una ragazza brasiliana bellissima. E’ un buffone Carlo, ed io adoro i buffoni. Aveva uno spirito d’osservazione non comune.

<Che ne dici di questo?> Mi presentò un bozzetto che rappresentava un uomo vestito con un elegante completo grigio, una maschera da sub sulla fronte ed una chitarra a tracollo. Il tipo stava spingendo una cariola. Sotto campeggiava la scritta: “Che ti serve?” e poi il logo della compagnia di Assicurazione che ci aveva commissionato la campagna.

<Ancora con questa cariola, Carlo? Devo farti un file transfer nel cervello per spiegarti che questa cariola non è piaciuta?>

<Lo so> appallottolò il bozzetto e con un gancio lo buttò nel cestino cinque metri più in la facendo volare il foglio accartocciato sopra la testa di Teresa che non si accorse di nulla. <Sono ancora un grande, eh?> disse compiaciuto per quel gesto atletico che provava decina di volte al giorno con risultati molto scarsi e si mise a sedere sulla mia scrivania scansando senza premura tutto il mio disordine. <Volevo solo romperti un po’ le palle, come stai? Perché non sei venuta in ufficio oggi?> Aveva perso tutta la sua circospezione.

Aggrottai le ciglie e lo guardai con aria interrogativa.

<Si, materialmente sei qui, me ne sono accorto vedendo in giro il maglione che ti abbiamo regalato noi l’anno scorso, ma… tutto il resto dov’è? La parte interna intendo. Dubbi? Perplessità? Parlane con Carlito. Eppoi oggi è il tuo giorno fortunato, Lola è andata a Milano per lavoro. Mi paghi una pizza da ‘Striscio e busso’ e ti regalo una seduta di psicanalisi>

<Solo se mi prometti che non prenderai la pizza con salame piccante, peperoni e cipolla, fa una puzza disgustosa>

<Un giorno anche tu apprezzerai i veri piaceri della vita, mia cara... e quel giorno farai un bel rutto alla cipolla. Andiamo con la mia cariola, ok?>

<Porco!> Per fortuna che c’era Carlo.

<Mi piace quando mi dici così, Chicca> Carlo era l’unica che poteva azzardarsi a chiamarmi Chicca. All’inizio non avrei voluto permetterlo neanche a lui ma era stata una battaglia persa. Lo avevo anche minacciato di assestargli una bella pedata un metro sotto il mento ma non avevo sortito nessun effetto. Lui continuava a chiamarmi Chicca, anche in riunione davanti al Cliente. “Fa capire che siamo una squadra, Chicca”, mi diceva sempre.

Ogni tanto ci capitava di andare a cena noi due da soli. Qualche serata tirata a studio, qualche campionario da far vedere a Milano da parte di Lola, qualche lacrima di troppo da parte mia. Carlo è un buon amico. Avevo pensato qualche volta a come sarebbe stata la mia vita con lui ma mai con troppa convinzione. Carlo era felicissimo con Lola e lei era bella e brillante. Una combinazione odiosa per le altre donne. Una volta mi aveva confidato che se non fossimo così amici sarei una delle poche persone con le quali metterebbe le corna a Lola. Magari non era vero, forse stava solo dicendo una delle sue solite esagerazioni ma quella confessione per me era sufficiente per appagare il mio appetito di donna. Certo se non fosse stato sposato… eravamo a rischio.

<Ciao Emiliano, una funghi e salsiccia per me ed una cipolla e salame piccante per la nostra amica> Carlo annunciò la nostra ordinazione ad alto voce.

Guardai Emiliano e fu sufficiente.

<Dai Francesca, fammi fare due risate. Quale tragedia rappresentiamo oggi?> Carlo avevo sempre questo modo di sdrammatizzare che non avrei accettato da nessun altra persona.

<Quattro giorni fa ho conosciuto un tipo e ieri sera l’ho baciato> andai subito al punto, a che serve girare troppo intorno alle cose? <Nel frattempo sono stata due volte a letto con Riccardo ed abbiamo chiuso. Cioè ho chiuso. Carlo, fidati, definitivamente>

<Per fortuna che non ci siamo visti nel week end, avevi gli ormoni un po’ in subbuglio eh?>

<Dai fermati un secondo, non ho molta voglia di scherzare>

<Ok, scusa. Ti piace questo tipo?>

<E’ molto carino, ha un bel modo di fare. Mi fa ridere. Però proprio ora che finisco la storia con Riccardo… non appena avevo intuito che con Riccardo era agli sgoccioli, ormai qualche settimana fa, avevo pensato che mi avrebbe fatto bene stare un po’ per fatti miei… che ne pensi?> Ecco cos’era, ora mi era chiaro. Dovevo sentire il suono della verità per comprenderla. Volevo vivere un po’ da sola, andare al cinema con le amiche, scherzare con gli amici, andare a qualche festa, dare qualche buca, far sentire il mio odore ma non il mio sapore. Volevo premiarmi, fare un po’ di shopping, andare a letto presto oppure fare tardi sul divano a vedere qualche film antico. Volevo litigare con mio fratello e giocare a carte. Volevo dedicarmi un po’ della mia vita, dedicarla solo a me, senza intrusioni.

<Dunque… siamo alle prese con un tipo carino, che ti fa ridere e che ha un bel modo di fare. Non so… Io l’unica verità che posso dirti è questa: metti la crema protettiva quando prendi il sole altrimenti si rovina la pelle. Tutto il resto è solo la mia esperienza e non è vero in assoluto. E’ giusto o sbagliato. Non ci sono consigli. Comunque, visto che pagherai la pizza, ecco il mio personale, erroneo, punto di vista. Ho conosciuto Lola in un periodo in cui mi stavo divertendo come un pazzo. Donne, amici, viaggi. Lei era bellissima, per carità, ed anche intelligente. Però all’inizio non riuscivamo quasi a comunicare e pensavo sempre che lei fosse sbagliata. Sai… un altro continente vuol dire tanto. Poi realizzai che non era sbagliata ma solo diversa. In ogni caso era una situazione complicata. Io guardavo la mia vita fantastica da una parte ed una persona attraente ma ‘diversa’ dall’altra. Che dirti Franceschina… ho avuto paura di perdere il treno per fermarmi a comprare il giornale e così su quel treno ci sono salito. E sono contento della scelta che ho fatto. Sto andando nella direzione giusta. Io non avevo certezze ma solo dubbi e un po’ di coraggio. Un po’ di coraggio serve sempre. Non lasciare che Riccardo condizioni la tua vita anche quando non c’è più, questa sarebbe la cosa più sbagliata, sarebbe l’atto di debolezza più grande che tu potresti fare> lo ascoltavo attentamente mentre tagliavo la mia Margherita. Ostentava la sicurezza di chi parla osservando le situazioni dall’esterno e non le vive. <Tanto alla fine solo tu sai cosa è quello che stai vivendo. Ci sono alcune sfumature che conosci solo te e quelle piccolezze spesso fanno la differenza. Io posso solo dirti di avere un po’ di coraggio>

<E se inizio una storia e poi mi accorgo che non funziona?>

<Il novantanove per cento delle storie iniziano e non funzionano. Dobbiamo smetterla di vivere la fine come un fallimento. Secondo me è più fallimentare non darci una possibilità. Osservare il nostro possibile futuro e con aria saccente giudicarlo: troppo grande, no… troppo viziato, troppo immaturo, no questo è troppo troppo, quest’altro è troppo poco. Dimmi Francesca… spesso non facciamo così? E poi cosa ci ritroviamo a vivere? Inseguiamo impossibili relazioni con persone che sappiamo benissimo che non meritano la chance che gli stiamo offrendo e scappiamo di fronte a chi non conosciamo, solo perché e troppo qualcosa. Se una storia finisce ti fai una bella risata e ti tieni le cene che ha pagato>

<Bella stronza che sarei!>

<Non che saresti…, bella stronza che sei e che sarai. Ma così funziona. Tu credi ancora che quando due persone si lasciano è possibile comportarsi nella maniera corretta? Tra i due ci sarà sempre una parte più debole che penserà che l’altra parte è uno stronzo, ed una parte più forte che probabilmente si sforzerà di essere ‘corretto’. Ma tanto non ci riuscirà. E sai cosa penso? Penso che ti stai tanto preoccupando di come questa storia potrebbe finire e non ti stai preoccupando di farla cominciare>

Ero perplessa. Carlo aveva ragione ma non riuscivo a sentirmi dentro quel ragionamento. In ogni caso dovevo decidere se iniziare o non iniziare.

Carlo pagò il conto ed uscimmo. Lo salutai in fretta promettendogli i cornetti del mitico baretto sotto casa la mattina successiva.

Appena arrivai a casa chiamai Paolo. Era occupato. Mi richiamò dopo tre minuti.

Non ero in vena di parlare al telefono. Non mi volevo impegnare. Al tempo stesso ero contenta di sentirlo. Se avessi potuto sentirlo senza parlarci sarebbe stato meglio. Invece fu una telefonata divertente ed alla fine era molto più rilassata. Paolo inventò una situazione buffa ed era incredibile la sua capacità di farmi sentire a mio agio. Non aveva mai pressioni, affrontava le cose nella maniera giusta. Del resto potevamo essere anche un po’ imbarazzati, e forse un po’ lo eravamo, però lui parlava tranquillamente, era spiritoso, fantasioso e mi condizionava positivamente. Quella telefonata fu molto utile perché riuscimmo ad avere un buon primo contatto post - bacio che di solito è il più difficile. A volte si dice troppo, a volte troppo poco. Per non cadere in questo equivoco non parlammo molto al telefono durante il resto della settimana. Ogni volta che squillava il telefono speravo che fosse lui, ogni messaggio che ricevevo volevo che fosse un pensiero di Paolo. Poi però non era necessario stare ore al telefono o iniziare una serie infinita di corrispondenza telematica. I nostri propositi erano più che sufficienti.

Non raccontai a nessuno, a parte Carlo ed ovviamente Elena, quello che era successo tra me e Paolo. Prima che diventasse una cosa di tutti volevo tenerla per me, il più a lungo possibile. Paolo era fuori dal mio giro. Esclusa Elena e Federica nessuna delle mie amiche lo conosceva  e di questo era contenta. Potevo crearmelo come volevo senza intromissioni e commenti. Ed infatti lo stavo creando a modo mio. Durante la settimana che passò a Milano non pensai mai a noi due ma solo a lui. Lo immaginavo nel suo ufficio, sul motorino oppure a cena da solo a casa sua. Inventavo l’immagine che mi raccontava e mi era simpatico. Era sempre sorridente nei miei pensieri, sempre positivo. Non l’avevo mai visto in giacca e cravatta. Chissà com’è.

Comunque quella prima telefonata mi aveva rimesso in moto. Ero già disposta a provare. Ci sono persone che hanno difficoltà a stare da sole, altre che hanno difficoltà a stare in coppia, altre che hanno difficoltà ad iniziare una storia, altre che non riescono a portarla avanti, altre ancora che non sanno farla finire (e di solito sono uomini). Io non so iniziare, credo perché ho difficoltà a stare in coppia. Vivo sempre tra ‘color che son sospesi’. Forse per questo mi lancio in storie che non hanno senso, perché ho l’inconscia certezza che il vero viaggio non inizierà mai o quanto meno non continuerà. Come con Riccardo. Lui non c’era mai, forse era questo che mi piaceva.

Carlo mi aveva consigliato di salire sul treno ed io Paolo ero riuscita ad immaginarlo anche con il berretto da capo-stazione. Andiamo dove vuoi ma vai piano…

Venerdì mi arrivò un suo messaggio esageratamente romantico che però ebbi la debolezza di apprezzare molto, mi lusingò. Paolo era esagerato. Paolo è esagerato.

Eravamo d’accordo che mi avrebbe chiamato verso sera. Io avevo molto lavoro da fare in ufficio ma la riunione delle sei slittò al lunedì successivo. Alle sei e mezza ero a casa, con il corpo immerso nella vasca da bagno ed il pacchetto di sigarette ed il telefono sul bordo. Fermi tutti per mezz’ora, ok?

<Buona sera. Disturbo?> Paolo aveva sempre un tono squillante, mai noioso, non sembrava mai triste.

<Sto facendo un bel bagno. Devo dire che un po’ mi disturbi> scherzai.

<Io non ti dico ciò che vorrei, mi schizzeresti. Stai facendo il bagno per cercare di essere più bella per il nostro incontro?>

<Perché usciamo?>

<Si certo che usciamo>

<Ah… è quando lo abbiamo deciso?>

<Non lo abbiamo deciso, l’ho deciso io>

<Ah… capisco… ti interessa sapere se sono d’accordo?>

<No, non molto. Passo da te alle otto e mezza?>

<Ma se avessi un impegno?>

<Ma smettila. Tu non vedi l’ora di rivedermi e, devo ammettere, anche a me non fa proprio schifo>

<Beh io avrei un altro impegno…>

<Nooo? Quindi ora devi telefonare e disdire… che seccatura>

<Ho un altro impegno davvero!> Mi ribellai, non mi concedeva nulla.

<Non è vero>

<Invece è vero>

<Ah…> ecco una bella concessione.

<Facciamo alle nove?>

<Stavo iniziando a crederti… certo alle nove. Salutami la paperella>

Ti sei spaventato eh?

Mi accesi un’altra sigaretta ma l’acqua iniziava a non essere più così calda. Mi osservai un piede. Poi lo utilizzai per togliere il tappo e pigramente rimasi ad osservare le isole che le ginocchia e le gambe creavano nell’acqua della vasca. Finché il mio corpo non ebbe freddo. Il cuore invece aveva caldo.
postato da: fabiotestaccio alle ore 16:07 | link | commenti (6)
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lunedì, 04 agosto 2008

Capitoli 13 e 14

Immagini, parole, musica

Il tempo passò abbastanza in fretta. Mi resi conto, dopo la telefonata con Francesca che era domenica e c’erano le partite. Potevo vedere con calma il primo tempo ma non avrei visto il secondo. Non era una cosa normale per me. Mi piacciono le partite, mi appassionano. Ma per Francesca era un sacrificio assolutamente sopportabile. In più non avrei voluto darle l’impressione di essere un fissato del pallone. Avrei barattato l’uscita con Francesca con una vittoria nella difficile trasferta di quella domenica? No, non avrei rinunciato. E per uno scudetto? Per continuare questo stupido gioco e darmi una risposta mi feci altre domande.  Dovrei rinunciare ad uno scudetto per uscire con Francesca o per iniziare una relazione? Se è per un’uscita oggi allora preferisco lo scudo se è per una relazione… non so… posso rispondermi dopo? Continui a giocare. No, non puoi devi rispondere adesso… Allora rispondo Francesca. Mi tengo la relazione con Francesca.

Ma vi rendete conto che ragionamenti passano tra le orecchie di una persona colpita dall’amore o da qualcosa che sembra assomigliargli?

E per la Coppa Campioni?

Mi misi d’accordo che per la Coppa Campioni avrei rinunciato a Francesca ma mi stavo dicendo una bugia. Me lo dissi solo per non compromettermi. Accesi il mio televisore e mi girai la sigaretta della dolce attesa. Dopo trentacinque minuti vincevamo due a zero ma il primo tempo stava finendo ed io non volevo. Volevo continuare a pensare che sarei uscito con Francesca e che stavamo vincendo. Volevo continuare ad aspettare. Sapevo che una volta iniziati i preparativi per l’uscita avrei perso un po’ di serenità. Finì il primo tempo e mi rificcai in doccia. Era la seconda in meno di tre ore ma un appuntamento deve partire con una doccia. E’ in doccia che si inizia a pensare a come dovrà essere l’approccio, alle cose che si dovranno dire. L’acqua mi ispira.

Un paio di jeans, una maglietta nera a maniche lunghe, un cardigan marrone con la zip davanti ed il colletto tipo camicia, un cappotto grigio usatissimo. Una rapida occhiata allo specchio e via. Andava bene così, più di tanto non si poteva fare. Erano le quattro e quarantacinque. Si può uscire.

Guidai pianissimo. Mi gustavo Roma. Ogni volta che passo sotto l’Aventino alzo lo sguardo e mi gusto la replica del miracolo. La bocca della Verità, via del Teatro Marcello, Piazza Venezia, Corso Vittorio, Sant’Andrea della Valle. Tutto molto lentamente, non più di quaranta chilometri orari. In giro c’era pochissimo traffico. Qua e la qualche sparuto gruppo di turisti felici per la fine della pioggia. Ma che ne sanno loro di quanto è bella Roma sotto la pioggia? Parcheggiai lo scooter vicino a Palazzo Madama.

Catena, casco e guanti sotto il sellino. Mi muovevo con lentezza. Avevo paura ma non avrei mai osato confidarmelo. Arrivai alla fontana. Erano le cinque. Alzai lo sguardo e vidi il Nilo con la benda in testa. Girai la testa e osservai Sant’Agnese. Iniziai a passeggiare intorno alla fontana. Ritrattisti, venditori ambulanti, un tizio tutto coperto d’oro vestito da statua della libertà. Iniziai a liberare il mio spirito.

Che vita hanno? Dove è la loro casa? E dov’è la casa di questa coppia di giapponesi che hanno fatto già ventidue foto? Quando tornano in Giappone? Che vorrà mai dire essere dei giapponesi a Roma, a Piazza Navona? E che vita ha questo ragazzo che corre come un pazzo verso il Bar della Pace? E’ in ritardo? Dove abita? E’ sposato? Chi vive in quella casa con le finestre aperte? Perché le finestre aperte con questo freddo? Fa freddo?

Io mi faccio sempre molte domande. Ho il chiarissimo ricordo di quando, sfrecciando per la tangenziale del Cairo con un pulmino guidato da un delinquente che prima ancora di accompagnarci in albergo aveva lo scopo di terrorizzarci, vidi, affacciata ad una finestra, una signora anziana con il velo in testa. Che faceva? Quanti anni aveva? Da quanti anni viveva in quella casa? Non l’avrei più rivista e non mi sarebbe mancata anche se ogni tanto si riaffaccia nella mia memoria. Da bambino, avrò avuto cinque o sei anni, a Sperlonga buttai un tappo di sughero nel porto e fantasticai che prima o poi sarebbe arrivato in Australia. Non mi sbagliavo a pensare che era dall’altra parte del mondo, ero già fissato per la geografia. Ed ogni tanto, nei venticinque anni successivi ho pensato a quel pezzo di sughero, ancora in viaggio. Avrà doppiato Capo di Buona Speranza? E se avesse fatto il giro dall’altra parte? Speriamo di no… Capo Horn è così pericoloso. Mi ricordo ad Usuhaia, nella Terra del Fuoco in Argentina, il museo della fine del mondo. Esposta nel museo c’è una cartina dell’oceano intorno a Capo Horn, ed in quella cartina ci sono mille bandierine raffiguranti le navi che sono affondate nel tentativo di doppiarlo. Mi aveva molto colpito. Ed il mio tappo? Speriamo che abbia fatto il giro sotto l’Africa. Non sono mai stato in Sud -Adfrica, cioè ho fatto scalo all’aeroporto di Johannesburg ma non sono mai… Eccola. Eccola. Eccola. Ecco Francesca.

Era la fine dei viaggi, la fine dei tappi. Prima o poi avrei ripensato al tappo ma in quel momento avevo da fare. Rinchiusi il mio spirito.

Era arrivata ed io mi stampai in faccia il mio sorriso più ebete.

<Ciao> ero un po’ imbarazzato. Era bellissima.

<Ciao> era un po’ imbarazzata. Era bellissima.

<Hai freddo?>

<Un pochino, in macchina aveva alzato il riscaldamento al massimo. Andiamo?>

<Certo, andiamo>

Passeggiamo verso il Chiostro del Bramante e subito le confessai che io non ero proprio un profondo conoscitore di Basquiat e della sua arte.

<Sempre ammesso che si possa definire arte> mi rispose. Iniziò a parlare ed io iniziai ad ascoltare. Le mie orecchie si ricordarono subito che amavano ascoltarla. Le piccole strade intorno a Piazza Navona ospitavano molti turisti agitati e molti romani indifferenti. Io era agitato ed indifferente. Ascoltavo Francesca e la guardavo, camminando con la testa rivolta verso di lei, urtando ogni tanto qualche altro camminatore distratto come me. Arrivammo al Chiostro e comprai due biglietti.

<Ecco…> disse Francesca porgendomi i soldi del biglietto.

<Ecco cosa?> risposi.

<Per il biglietto>

<Ma scherzi? Lascia perdere>

<Dai… perché? Perché devi pagare tu?>

Non lo sapevo perché dovevo pagare io, non era importante chi pagava. Ma è una cosa apprezzata offrire una mostra, una cena, un caffè? Le ragazze lo gradiscono ancora? Non si riesce a capire.

<Diciamo che è il prezzo per la lezione> sembrò accettare la mediazione. Io stavo bene.

<Ok, allora dopo io pago il caffè>

Notai con piacere il fatto che ci fosse un ‘dopo’.

<Va bene, io pagherò la colazione domani mattina>

Non rispose, non disse nulla. Iniziò a raccontarmi di Basquiat, della sua New York, delle sue fissazioni, della Pop Art, delle ripetizioni del quotidiano.

Non aveva preso bene la mia battuta ed era una cosa normale. Ma che mi ero messo in testa? Ero stato maleducato ed inopportuno. Aveva pensato che io dessi qualcosa per scontato. Tra l’altro non era neanche vero. Avrei preferito un romantico bacio sotto casa sua o davanti la sua macchina ed un paio di messaggini prima di andare a letto piuttosto che passare la notte insieme. Mi irrigidii abbastanza. Ero contrariato ed incavolato con me stesso.

Lei continuava a parlare della sua droga, dei suoi eccessi, di Roy Leichstein, di Keith Haring, di SAMO. Le sue parole mi sciolsero nuovamente e mi tranquillizzai. Una musica così non poteva venire da una persona offesa. C’era solo positività intorno a me. Ricominciai a sentirmi bene. Muoveva le mani mentre parlava. Disegnava i quadri nell’aria. Era elegante e raffinata. Ogni tanto mi guardava per capire se stavo seguendo. Ogni tanto mi chiedeva se mi stavo annoiando. Io non ero affatto annoiato, ero rapito. Ero stregato dalla sua bocca. Era la cosa più seducente che avessi visto negli ultimi mesi. Non avevo nessun dubbio, li dentro l’opera d’arte dal valore inestimabile era lei. L’aria era piena di Francesca ed io avevo completamente perso il controllo su tre dei miei cinque: vista, udito e olfatto. La visita durò circa un’ora.

<Ti sei stufato?>

<No davvero credimi, è stato molto interessante. Ad essere sincero credo che non avrei gradito così tanto se non fossi stata tu a farmi da guida>

<Mi piace la sua espressione. Mi piace la Pop Art. Mi piace perché è istinto ma non immediatezza. Mi piace perché la capisco> mi sorrise, forse per la prima volta. Non so bene se sorrise a me oppure alla Pop Art. In ogni caso quel sorriso lo intercettai e me lo tenni molto stretto. Lo conservo ancora oggi, da qualche parte, dopo tanto tempo.

Uscimmo ed era completamente buio, la temperatura era scesa ancora di qualche grado.

<Andiamo a bere una cosa al caldo?>

<Certo, hai qualche idea?>

<Qui è pieno di posti. Vieni>

Era la classica situazione in cui Julia Roberts in “L’amore che sorpresa” avrebbe preso la mano di qualche bellone americano e l’avrebbe trascinato per le vie del centro. Francesca invece mi fece solo un smorfia di invito. Per me era più che sufficiente.

Entrammo in un bar poco affollato. Mi piaceva quel posto. Era molto caldo e quindi impiegammo i nostri primi due minuti, quelli dell’impaccio e del disagio, a toglierci cappotti e maglioni. Eravamo seduti uno di fronte all’altra. Francesca ruppe il ghiaccio.

<Allora? Ti è piaciuta la mostra? Sono stata una brava professoressa?>

Non so quanto ascoltò la mia ovvia risposta, iniziò a parlare senza soluzione di continuità. Parlò tantissimo, di tutto. Mi raccontò della difficoltà che incontrò quando fu il momento delle scelte: giurisprudenza o corso di pubblicità? Mi descrisse la sua soddisfazione quando realizzò che aveva fatto la scelta giusta, quando si rese conto che la scelta del cuore era anche scelta di cervello. Io credo di aver goduto delle sue parole con la bocca aperta e molta curiosità. Ero interessato a quello che mi stava raccontando. Non sapevo nulla della sua vita e mi piaceva scoprire cos’era Francesca. In quel locale siamo rimasti per circa due ore ed io ho limitato la mia parte a qualche gesto di approvazione, qualche sorriso e un paio di domande. In realtà non c’era bisogno di fare domande, Francesca diceva ciò che volevo sentire. Era bellissima in quella semi-oscurità. Era incantevole con le labbra appoggiate al bicchiere di Nero d’Avola. Erano eleganti le sue mani che svolazzavano sul tavolino per accompagnare con i gesti la sua melodia. Melodia che suonava in completo accordo con il Jazz trasmesso a volume basso nel bar.

Quando uscimmo era ora di cena.

<Ti va di mangiare qualcosa? Io ho un po’ fame>

Non disse si, rispose: <Dove andiamo?> Io ero felice.

Scegliemmo una pizzeria dietro Piazza Farnese. Avevamo un tavolino minuscolo nascosto in un angolo del locale. Per farla accomodare le appoggiai la mano sulla schiena e, nonostante, il cappotto e il maglione, la sentii. Sentii Francesca e la mia mano si paralizzò per due o tre secondi. Eravamo seduti accanto ed avevamo un solo menù che iniziammo a scorrere insieme. Per scegliere una margherita ed una pizza ai funghi non serve il menù. Ed anche se cerchi l’ispirazione e vuoi essere tentato da qualche pizza più ‘esotica’ ti è sufficiente dare una rapida occhiata alla lista. Noi, vicini e felici, passammo in rassegna tutte le pizze, leggemmo tutti gli ingredienti, commentammo ogni sapore. Ridemmo delle proposte dello chef e della Pizza Matta con fichi e salame piccante. Dopo dieci minuti passati sul menù con Francesca ero sazio. Imparai presto che Francesca sa trasmettere il sapore della vita, sa regalare il gusto dei momenti. Dopo l’ordine mi alzai per andare in bagno, avevo bisogno di una pausa.

<Ora raccontami un po’ di te, ti sarai annoiato… Ho sempre parlato io. Io parlo tanto>

<Non mi sono annoiato. Io credo che tu abbia un talento eccezionale. Usi le parole come una matita. Le mie orecchie sono innamorate pazze della tua bocca>

Fece finta di essere imbarazzata, o forse lo era davvero. Mi esortò nuovamente a raccontare di me.

Iniziai a parlare. Avevo voglia di parlare e non me ne ero accorto. Anche io parlai tantissimo. Volevo far uscire quante più informazioni mi fosse possibile. Ero talmente pieno di Francesca in quel momento che dovevo liberare qualche spazio. Le raccontai del mio lavoro, di come ero contento ma non entusiasta. Di come avrei voluto vivere facendo altro, lavorando di meno e godendo di più. Le parlai di come era stato facile vivere allegramente e serenamente con la famiglia fantastica che avevo. Le parlai delle mie immense fortune e delle mie piccolissime trascurabili sfighe. Le raccontai di Livia e di come era stata brava a bloccare la nostra storia prima di ritrovarci a respirare un’aria che avrebbe puzzato di normalità e pigrizia. Le raccontai dei miei amici, senza i quali non potevo vivere e che erano diventati ormai organi vitali della mia esistenza. Le raccontai del mio amore verso la mia casa, dei miei primi minuti nel salotto vuoto e buio, seduto per terra con una birra in mano. Insomma le raccontai tutte le cose che potevano in qualche maniera descrivermi. Lei ascoltava e continuava ad essere di una bellezza disarmante.

Un supplì, una pizza, una birra ed un caffè: la felicità è dentro le cose semplici.

Uscimmo in strada e ci sembrava un po’ meno freddo. Iniziammo a camminare senza fretta e continuammo a chiacchierare. Ora era uno scambio, ora avevamo delle domande e delle risposte. Ci ritrovammo a Piazza Navona e un tipo con una sgabello e uno stereo stava rappresentando il suo spettacolo. Mimava un pianista senza pianoforte mentre dallo stereo uscivano, soavi, le note della pubblicità del Vecchia Romagna. Francesca mi insegnò che stavamo ascoltando Bach. Mio fratello, durante uno dei suoi innumerevoli racconti, un giorno mi parlò di una storia che mi colpì. Era la leggenda che narrava degli Dei adorati dagli Aborigeni australiani e di come, cantando e con la musica, questi Dei creavano le cose. Ecco, in quel momento la musica di Bach stava creando qualcosa di grande.

Le presi la mano continuando a fissare il mimo.

Avevo il cuore in gola, e lì si fermò solo perché in quel momento era talmente grande che si incastrò. Lo sentivo battere all’impazzata. Con il pollice le accarezzai l’indice protetto da un guanto di lana. Fino a quel momento le avevo sfiorato la schiena coperta da cinque centimetri di tessuto e un indice coperto di lana, e riuscivo a stento a contenere i miei impulsi. Cosa sarebbe successo se mai avessi potuto baciarle la schiena? Francesca mi strinse la mano. Non potevo sbagliarmi, stava stringendomi la mano! Bach continuava a creare la nostra magia. Trascinai indietro la mia mano con decisione e la feci girare verso di me. Lasciai che il suo magnetismo facesse voltare la mia bocca verso la sua. Il suo viso quasi mi accecò. Mi guardava negli occhi e feci fatica a reggere il suo fascino. Non sorrideva, mi fissava. Le sorrisi, tentai di farlo. Rispose a quel sorriso con una smorfia. Nessuna persona al mondo può fare una smorfia così. Passai la sua mano sinistra nella mia sinistra e con la destra le toccai i capelli sopra l’orecchio. Poi l’avvicinai a me e chiusi gli occhi cercando la sua bocca. Ero ubriaco. Francesca mi abbracciò forte. Ci baciammo e la mia vita era completa. Mi staccai e la guardai negli occhi. Ora sorrideva. Passammo cinque o sei minuti, in piedi in mezzo alla gente nel cuore di Roma, ad accarezzarci il viso con il naso e con le labbra. Il cuore mi batteva così forte che poteva scoppiarmi. Ero felice come non lo ero mai stato prima. Ero innamorato, non poteva che essere così.

Quando uscimmo dal nostro trance sentimentale scoppiammo a ridere. Decidemmo che era tardi. Non era tardi ma forse nessuno dei due reggeva ancora l’intensità di quelle emozioni. L’accompagnai alla macchina e fu una passeggiata smielata, mano nella mano, sguardi sorridenti, baci appassionati.

<Domani vado a Milano> le accarezzavo ancora i capelli sopra l’orecchio.

<Quando torni?>

<Giovedì, credo… spero. E se ti chiamo? Che ne dici è una buona idea?>

<Uhm… fammi pensare… mah si… penso che si possa fare… certo mica tutti i giorni però>

<Si… ora ti chiamo tutti i giorni… ho altro da fare cara mia…>

<Già, mica vorrai far ingelosire le tue ragazze milanesi>

<Appunto, quelle sono milanesi… sono pericolose…>

Eravamo ben al di sotto delle nostre potenzialità intellettive ed eravamo felici. Che l’intelligenza sia un ostacolo alla felicità?

Ci salutammo con un bel bacio. Appena accese il motore della macchina mi incamminai verso la moto. Ero da solo ed ero contento di festeggiare con me stesso tutti quei baci con Francesca.

Tornando verso la moto chiamai Max.

<Eccolo, che gran culo... Rigore inesistente>

<Quanto è finita?>

<Due a zero. Non l’hai vista? Ahi ahi ahi… Dove sei?>

<Corso Vittorio. Che fai?>

<Che mi devi dire Paolino?> sospirò.

<Perché? Pensi che io ti debba dire qualcosa?>

<Si. Penso proprio che tu mi debba dire qualcosa, ma non c’è bisogno, l’ho già capito. Te la sei scopata?>

<Vedi… hai dei limiti, non riesci a capire l’amore, l’amore quello vero>

<Si, eh? Tu invece sei maestro dell’amore vero>

<Da stasera sono un super esperto. Non sai quanto mi piace, Max>

<Lo sento, sono contento per te> cambiò tono, era contento per me <lei che pensa?>

<Non so, non la conosco. E’ bellissima>

<E bravo Paolino. Dille subito di tirare fuori amiche, cugine, parenti, sorelle>

<E’ bellissima>

<Ho capito… ti sei rincoglionito>

<Completamente. Ti saluto che la voglio pensare un po’. E’ bellissima, bellissima!>

<Ciao coglionazzo. Alla grande>

<Ciao Max>

In moto, tornando verso casa, resi omaggio al grande Satchmo. Pensavo veramente che il mondo fosse meraviglioso.

Crea nuovo messaggio.

“Alla fondazione Mazzotta a Milano c’è una mostra su Roy Lichestein. Mi fai da guida domani?>

Mi spogliai e mi ficcai a letto, dovevo alzarmi prestissimo la mattina successiva. Spensi il cellulare, volevo svegliarmi e leggere il messaggio di Francesca. Sapevo che mi avrebbe risposto. Ci addormentammo in fretta, io ed il mio sorriso.

 

Immagini, parole, musica

Avevo solo tre ore davanti a me. Non che dovessi fare nulla ma mi sembrava poco tempo. Mi accessi un’altra sigaretta e rimasi ad ascoltare il silenzio della casa. La spensi dopo tre tiri ed andai nella mia camera. Mi sdraiai sul letto ed allungai la mano verso il comodino per prendere il libro che stavo leggendo: Tibor Fisher, ‘Sotto il culo della rana’. Un bel libro.

Lessi un paio di pagine o meglio, provai a leggere un paio di pagine, era veramente impossibile. A Tibor devi dedicare tempo ed un po’ di attenzione, non puoi leggerlo nei tempi morti. Chiusi il libro tenendo il segno con l’indice sinistro e l’appoggiai sulla pancia. Fissavo il soffitto. Avevo così tanti pensieri che nessuno prevaleva sugli altri, non riuscivo a concentrarmi su nulla.

<Siamo noi> urlò mio fratello.

Ero contenta, potevo parlare con qualcuno. Non volevo stare da sola. Scattai dal letto ed andai in salotto.

<Ciao Ragazzi, dove siete stati?>

<Un giretto in centro, … un tramezzino>

<Programmi per la serata?> Volevo sapere più che altro i programmi di Manuel.

<Pensavamo di andare a mangiare da ‘Baffo’. Vieni con noi?>

<No, grazie. Ho da fare. Domani sera magari>

<Che devi fare?>

<Esco tra un po’, vado a vedere una mostra. Non vi ho coinvolto perché immaginavo che non vi avrebbe interessato>

<Non è che non ci interessa… è che siamo un po’ stanchi>

Un secondo dopo erano davanti alle partite urlando come pazzi, altro che stanchi. E Paolo? Stava guardando le partite?

<A che ora finiscono?>

<Cosa?>

<Le partite>

<Tra poco. Vuoi vedere qualcos’altro?> Il terrore nella voce di mio fratello.

<No, no tranquillo> sorrisi <solo curiosità>

<Alle cinque, più o meno>

Era l’ora del nostro appuntamento e quindi dedussi che Paolo non era un malato del pallone e la cosa mi fece piacere. Io non sono infastidita se gli uomini guardano le partite. Anzi, anche se non mi appassiono minimamente, posso capire che radunarsi per guardare una partita possa essere divertente. Ogni tanto! Ritengo invece molto deprimente far dipendere una giornata o addirittura un week end da una insulsa pattuglia di ragazzini dalle gambe storte. Ma so che questa battaglia non avrà mai un vincitore.

In ogni caso Paolo sembrava sano. Pensai quindi che non era pazzo per il calcio… di conseguenza non stava facendo un sacrificio ad uscire con me. Ogni medaglia ha sempre il suo rovescio. Che pensieri stupidi.

Crea nuovo messaggio.

“Magari vuoi vedere le partite. Se vuoi ci possiamo vedere dopo”. Lo rilessi stando ben attenta a non inviarlo. Non ero convinta.

 “Magari vuoi vedere le partite? Ci possiamo vedere un’altra volta. Fammi sapere”.

Rilessi il messaggio e mi resi subito conto che era davvero indisponente, presuntuoso, quasi maleducato. Sapevo complicarmi la vita come nessun’altra persona al mondo. Cancellai tutto e controllai tra i messaggi inviati se per caso, incautamente, non avessi spedito quell’ottuso miscuglio di parole. Sembrava di no.

Ero annoiata, non sapevo come ingannare il tempo. Gironzolai per la casa e mi ritrovai in cucina. Aprii il frigo ma non trovai nessuna ispirazione. Mangiai un paio di biscotti. Tornai in camera e mi sdraiai sul letto, misi un po’ di musica e stranamente mi addormentai. Mi svegliai alle quattro ed un quarto. Era tardi? Forse un po’ ma mi alzai con calma. Iniziai a prepararmi. Ancora il nemico, l’armadio. Ripensai alla scena patetica della sera prima ripromettendomi di non cadere nel ridicolo. Scelsi un abbigliamento collaudato senza pensieri e senza giudizi. Scelsi con cura la biancheria intima e mi soffermai davanti alla specchio osservandomi in reggiseno e mutandine. Dove vuoi scappare stasera?

<Io esco. Ci vediamo stasera>

<Sicura che non vuoi unirti per cena>

<Non lo so, forse vi chiamo... Manuel…?>

<Eh?>

<Non ti vedi con la mia amica?>

<Boh>

<Vabbè… ciao>

Come boh? Mah… forse hanno ragione loro…

Dalla macchina chiamai Elena.

<Ciao, come va?>

<Tutto bene, tu?> Elena aveva un tono squillante. Non sembrava potesse essere colpita dal “Boh” di mio cugino.

<Tutto ok. Sto andando a vedere la mostra di Basquiat>

<Ci sentiamo dopo?> domandò.

<Sto andando con Paolo>

<Ehi bene, sono contenta> era contenta davvero.

<Anche io, credo>

<Ma si… vedrai che passerai una bella giornata. E’…>

<E’ simpatico Paolo, lo so. Me lo hai detto molte volte>

<Si, appunto, è simpatico>

<Ci sentiamo dopo?> recitai.

<Spero di no. Ciao>

<Che vuoi dire>

<Che pizza che sei, ciao> attaccò senza aspettare il mio saluto. Ero sollevata del fatto che non stava pensando a Manuel. Ci mancava solo che mi sentissi in colpa per una mia amica.

Guidavo e mi avvicinavo all’appuntamento senza entusiasmo. Ero contenta di uscire con Paolo ma non era il momento più adatto. A volte si dice che puoi incontrare una bella persona e non riconoscerla perché non sei pronta ad incontrare, non sei pronta ad aprirti. Un po’ temevo questa possibilità. Riccardo era ancora un ricordo fresco, sebbene già un ricordo.

Parcheggiai sul lungotevere e passeggiai un po’. Mi fermai a bere un caffè ed a comprare le sigarette. Ero leggermente in ritardo ma non allungai il passo. Camminavo guardandomi intorno e vedevo tanta gente indaffarata, tanta gente che sapeva dove andare e cosa fare. Invidiavo tanta sicurezza.

Riconobbi Paolo da lontano. Camminavo verso di lui e lo fissavo, forse perché lui non stava guardando nella mia direzione. Era calmo e tranquillo, come al solito. Aveva un bel cappotto grigio rialzato sul collo.

<Ciao> disse, mi sorrise.

<Ciao>

<Hai freddo?>

Risposi di si ma non avevo freddo. Non avevo niente, non pensavo niente. Ero lì e basta.

<Andiamo?> Volevo accelerare le parti difficili.

Mi pagò il biglietto per l’ingresso. Non sapevo se fare il gesto di restituire i soldi oppure no. Sembrerà strano ma per noi ragazze sono momenti complicati. Cosa pensano i ragazzi delle ragazze che vogliono restituire i soldi? E delle ragazze che non fanno nemmeno il gesto?

La mostra era ben fatta, molte descrizioni interessanti e molti spunti che non conoscevo. Provai a raccontargli qualcosa sul personaggio. Parlavo e non sapevo se lo stavo annoiando oppure no. Non capivo se era veramente interessato o solo gentile.

<Se ti annoio dimmelo. Magari vuoi guardare e basta>

<No, ti prego continua. Mi piace molto ascoltare le tue spiegazioni>

Mi venne in mente come mi aveva ammonito Manuel…”…ma facciamo il caso che io non sia tuo cugino. Che io sia interessato a te. Mi vuoi far eccitare un pochino prima? Vuoi usare un po’ del tuo fascino da femmina per incuriosirmi”.

Paolo non era mio cugino. Paolo mi piaceva. Era un ragazzo che mi piaceva ed al quale stavo facendo una mia personale lezione di comunicazione. Mi chiesi se era incuriosito dal mio ‘fascino da femmina’. Continuai a ricordare: “… a noi basta immaginare il seno dentro un maglione un po’ aderente o un ginocchio velato da una calza per aprire i cancelli della fantasia”. Non si poteva certo dire che gli avessi dato modo di aprire i cancelli della sua fantasia. Non mi ero neanche sbottonata il cappotto. Continuai a parlare e Paolo continuava ad ascoltarmi.

Appena uscimmo gli chiesi per l’ennesima volta: <ti sei stufato?>

<No davvero credimi, è stato molto interessante. Ad essere sincero credo che non avrei gradito così tanto se non fossi stata tu a farmi da guida>

Sembrava sincero. Mi propose di andare a bere una cosa. Era sincero. Decisi io il locale e mi incamminai iniziando a pensare finalmente che potesse essere un bella serata.

<Allora Francesca… che fa Francesca nella vita. Come vive? Che pensa?>

<Domanda difficile, provo…>

Parlai serenamente. Non sono solita raccontarmi così nei dettagli ma con lui non ebbi nessun ostacolo. Non ero abituata e fu molto piacevole. Era incuriosito dalla mia vita. Ad un certo punto mi chiesi se ero contenta di avere finalmente due orecchie che mi ascoltavano oppure se ero contenta che quelle orecchie fossero di Paolo. Mi rimproverai per questo pensiero e continuai a rovesciargli addosso frammenti della mia vita. Gli raccontai della scuola, delle mie amiche, del corso di pubblicità.

Avevo smesso di pensare a cosa era giusto e cosa no, a cosa avrebbe voluto sentire o cosa lo avrebbe disturbato. Io parlavo. Lui c’era. Mi faceva domande, mi seguiva.

Aveva scelto un buon vino rosso. Nel locale c’erano le note senza regole di pezzi Jazz. Una musica senza regole era la giusta colonna sonora per una chiacchierata fuori dalla norma.

Uscimmo e per un momento fui disorientata. Che succede ora?  Mi propose di andare a cena e fu come una carezza quando ne hai bisogno. Volevo continuare a stare con lui quella sera.

Andammo in una pizzeria lì vicino, il nostro tavolo era piccolissimo, nascosto in un angolo. Era romanticissimo. Mi fece accomodare alla mia sedia e mi appoggiò la mano sulla schiena. Ancora adesso non riesco a spiegarmi come fu possibile che io sentii il calore della sua mano. Passammo dieci minuti a scegliere le pizze. Io prendo sempre la Margherita ma mi divertivo a far finta di essere ingolosita da tutte le proposte del menù. Salsiccia… figuriamoci. Paolo mi propose di prenderle tutte. Come era bello vivere quelle sensazioni dopo tanto tempo. Divertirsi con nulla, ridere per ogni cosa, gustarsi tutti quei sorrisi che erano dedicati a me. Paolo sorrideva con tutto il viso, apriva i suoi occhi, allargava gli zigomi e la labbra e mi passava un po’ del suo entusiasmo.

Ero pronta per la prova più difficile. Farlo parlare. Per gli uomini le cose sono belle o brutte, calde o fredde, nere o bianche. Non parlano, non scambiano. Spesso si parlano addosso e non si preoccupano di intuire se è chiaro ciò che hanno detto. Non trasmettono.

<Ora raccontami un po’ di te, ti sarai annoiato… Ho sempre parlato io. Io parlo tanto>

<Non mi sono annoiato. Io credo che tu hai un talento eccezionale. Usi le parole come una matita. Le mie orecchie sono innamorate pazze della tua bocca>

Era un complimento, anzi era un complimento originale, vero. Fui lusingata.

<Dai, davvero… Che fa Paolo nella vita. Come vive? Che pensa?>

Paolo iniziò a trasmettere. Certo, si vedeva che non era abituato a farlo però capii che aveva voglia di farmi accomodare nel suo mondo. Mi guardava negli occhi e spesso non reggevo il suo sguardo. Mi parlò molto della sua famiglia. Era un valore per lui, si capiva dal suo tono prima ancora che dalle parole. Poi i suoi amici, pazzo per i suoi amici. Poi dei suoi viaggi, amava viaggiare ed effettivamente aveva girato molto. Mi raccontò del Messico, dell’ Isola di Pasqua, del Tibet, della Patagonia. Descriveva i suoi compagni di viaggio e le sue piccole avventure. Riuscivo ad immaginarlo.

<… insomma io credo che se racconto la mia vita, la maggior parte delle persone mi potrebbe invidiare. Io ho fatto finora una vita fantastica. Hai davanti a te una delle persone più fortunate del mondo> disse queste parole con molta convinzione.

Questa frase mi colpì parecchio. Io forse potevo dire altrettanto ma non l’avrei mai detto, e neanche pensato. Quanta gente conosco che potrebbe dire di essere fortunata e non lo dice mai? Mi piacque quel messaggio.

Mi era anche venuta fame, mangiai con appetito. Quando andavo a cena con Riccardo non mangiavo quasi mai, avevo sempre lo stomaco chiuso. Mi disturbò quel pensiero. Vai via…

Uscimmo dalla pizzeria e passeggiammo per il centro. Avevo un po’ freddo e Paolo mi chiese se volevo il suo cappotto. Volevo il suo cappotto soprattutto perché era suo ma gli risposi che stavo bene.

Ci ritrovammo a Piazza Navona e mi resi conto che eravamo vicini, non solo in senso fisico, più che altro direi in senso chimico. Sapevo di averlo accanto e non era una percezione che avevo provato spesso.

Ci fermammo a vedere lo spettacolo di un mimo alle prese con un invisibile pianoforte. Un registratore suonava una sinfonia di Bach.

<Mi piace Bach> sussurrai e stavo quasi per ripeterlo convinta che non avrebbe potuto sentire quel mormorio.

<Anche a me. Ma non lo sapevo fino a stasera> eravamo vicini.

H2O… CaCO3… NaCl…

Mi prese la mano. Iniziò a sfiorarmi. Eravamo vicini e ci ritrovammo da soli. Ero diventata solo istinto. Ero diventata felicità. In quel momento compresi che volevo sentirlo, ma non ci fu bisogno di fargli capire nulla. Lui sapeva cosa volevo. I miei capelli gli accarezzarono la mano e chiusi gli occhi sicura che le sue labbra mi avrebbero cercato. Ci baciammo. Ci abbracciammo forte ed iniziò a baciarmi con tutto il corpo. Le nostre ginocchia, le nostre pance, le nostre spalle, le nostre mani, le nostre gambe. Tutte le parti del nostro corpo si stavano baciando con la stessa intensità delle nostre bocche. Non avevo mai baciato un uomo con tutta me stessa. Non dimenticherò mai quei baci. Ci guardammo e quello che vidi era il viso più splendente del mondo. Con una risata c’incamminammo verso la mia macchina. Finalmente, dopo tanto tempo, non ero ossessionata dai miei pensieri. Il mio cuore stava iniziando a vivere ed ad urlare e loro, i pensieri, erano nascosti, annichiliti.

C’era un delizioso sapore di pioggia asciugata. Roma ci regalava angoli meravigliosi e solitari. Sembrava che la strada si illuminasse al nostro passaggio, sotto i nostri baci. Roma era una complice eccezionale, vicoli nascosti solo per noi.

<Mi iscriverò a storia dell’arte e farò un tesi su Basquiat> dichiarò.

<E che scriverai?>

<Tutte le cose che mi hai insegnato e poi un intero capitolo sulla sua capacità di far felici le persone. Non è giusto che lo sappia solo io. Lo devono sapere tutti>

<E come fai a far felici le persone?>

<Beh ancora non l’ho scritta la tesi. Sto ancora studiando> mi baciò.

<Insomma si può dire che stai facendo i compiti>

<Esatto. Non me li ricordavo così piacevoli>

<Lo sai che sei un po’ stupidino> sorrisi.

<Dici? Effettivamente mi sento un po’ stupido. Magari ora che l’hai scoperto non vorrai più essere la mia professoressa>

<Se è per aiutare un giovane di belle speranze a prendere una laurea…>

Continuammo a dire scemenze. E pensare che io odio le scemenze, le trovo sceme.

Arrivammo alla mia macchina e mi disse che il giorno dopo sarebbe partito. Andava bene così. Era iniziato qualcosa, lo sapevo. Ci salutammo in fretta, andava bene così.

Tornai a casa e andai subito a letto. Appena spensi la luce del mio comodino un trillo del telefonino mi avvisò che Paolo mi aveva mandato un messaggio. Sapevo che era lui, eravamo ancora vicini.

Leggi ora? Invio.

“Alla fondazione Mazzotta a Milano c’è una mostra su Roy Lichestein. Mi fai da guida domani?>

Rispondi al messaggio.

“Non ci credo che non hai una guida milanese…”.

Vuoi inviare il messaggio? Annulla.

Cancellai quelle parole e scrissi altro, Paolo meritava delle parole nuove, parole di un’altra Francesca.

Spensi di nuovo la luce e abbracciai il cuscino. Eravamo vicini.

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venerdì, 01 agosto 2008

Capitoli 11 e 12

Lo studente

Avevo ancora nelle orecchie le sue parole.

<Ehm… no, è strano…. Posso richiamarti? Questo è il tuo numero?>

Cosa è strano? Cosa c’è di strano in una telefonata?

Iniziai ad analizzare il suo tono di voce. Mi era sembrata imbarazzata. Pensai che l’avevo disturbata mentre stava facendo l’amore, pensai che fosse una possibilità. Mi domandai se mi avrebbe richiamato. Mi girai una sigaretta, molto strano per essere l’ora di pranzo, io non fumo mai prima di sera. Era la sigaretta dell’ansia. Fumai la sigaretta tirando grandi boccate e controllando sistematicamente la copertura del mio telefonino. Posai il telefonino sul tavolo ed iniziai a sfogliare un Meridiani. Poi incollai il mio naso contro la portafinestra del mio terrazzo e guardai la pioggia penetrare dentro la terra del mio gelsomino. Era una bella scena. Ero sicuro che il mio gelsomino stava apprezzando quell’intrusione. Poi mi girai ed osservai la mia libreria. Non mancai di pensare al solito buon proposito di risistemarla secondo qualche ordine particolare. Presi ‘Il Gattopardo’ e cercai il pezzo sulla visita dell’emissario piemontese Chevalley a Fabrizio Salina. Amo quelle parole scritte. Suonò il telefono.

Max Casa.

<Ciao Max. Come stai?>

<Bene credo. Te lo confermo appena mi sveglio. Che fai?> Max mi aveva chiamato appena sveglio. Come da abitudine della domenica mattina, si era svegliato ed aveva allungato il suo braccio fino al comodino.

<Niente, sto a casa. Ti richiamo io?>

<Non ti preoccupare, è uguale, tanto paga l’azienda> bofonchiò Max.

<Aspetto una telefonata, ti richiamo io> attaccai senza ascoltare la sua risposta. Richiamai Max a casa.

<Da chi aspetti la telefonata?>

<Da Francesca>

<E che ne sai che deve chiamarti? Hai sentito Branko e le stelle?>

<Ed io che pensavo che appena sveglio non avessi le forze per essere un deficiente… L’ho chiamata, deve richiamarmi>

<Allora sei un pezzo avanti…> continuò e disse qualcos’altro ma squillò il mio telefonino. Guardai il display, riconobbi il numero di Francesca che non avevo ancora memorizzato. Guardai il telefono per un paio di squilli.

<Scusa ti devo richiamare, ciao> gli riattaccai ancora un volta il telefono in faccia.

Vai Paolino!!!

<Pronto?>  usai un tono da: “Toh… il telefono… Ma chi sarà mai?”.

<Ciao, sono Francesca. Ti disturbo?> Come potresti disturbarmi? Aspettavo la tua telefonata già nell’altra vita, quando ero un dromedario.

<No, no figurati. Sono a casa a non fare nulla. Come stai?> Perché nulla? Sembra che sprechi il tuo tempo.

<Bene, tutto ok. Grazie per ieri sera, siamo stati bene> perché allora non vieni a vivere qui?

<Un vero piacere. Spero di riavervi presto miei ospiti> ma come parli? Ma chi sei il Re di Spagna? Ricominci con il tuo imbarazzo? Ricordati che questo è il momento. Ricordati che, come diceva qualcuno, la vita è fatta di cinque o sei giorni indimenticabili. Gli altri fanno solo volume.

<Lo spero anche io> non era una conversazione brillante.

<Che programmi hai per oggi? Non so per pranzo, nel pomeriggio. Visto che non posso invitarti a cena…> azzardo, succederà qualcosa.

<Beh per pranzo direi che sei un po’ in ritardo, sono quasi le due. Per il pomeriggio non ho programmi. Perché? Non vorrai mica invitarmi da qualche parte?> scherzò.

<Non posso fare una cena tutte le volte che voglio vederti. Un cinemino?> Un cinema… che tristezza!

<Io volevo da qualche settimana andare a vedere la mostra di Basquiat al chiosco del Bramante. Pensi di reggere? Magari dopo ci beviamo una cosa> una mostra? Può iniziare una storia ad una mostra? Oddio… chi è Basquiat? Ah si. mi pare che …

<Basquiat… il tipo che se la faceva con Andy Wharol? Forse è meglio se beviamo prima di andare alla mostra…> Il tipo che se la faceva con Andy Warhol… ma che vuol dire?

<Ah ah ah, si è proprio lui. Sei un critico d’arte con uno stile molto personale…>

<Ho sempre uno stile personale. A che ora ci vediamo? Ti passo a prendere?> Ma perché cerchi queste frasi ad effetto? Stai andando bene… continua con il tuo low profile…

<Non c’è bisogno, vengo io. Facciamo alle cinque a Piazza Navona? Fontana dei Fiumi?> Perché non vuole che la vado a prendere? Vuole avere la macchina per scappare oppure ha un appuntamento per cena?

<E’ perfetto a dopo, ciao>

<A dopo, ciao>

<Ah Francesca… mi farai da professoressa di storia dell’Arte?>

<Solo se tu farai l’alunno disciplinato> aveva un tono super eccitante.

<Credo che mi venga meglio l’alunno indisciplinato…>

<Allora dovrò fare la professoressa severa>

<Non vedo l’ora, ciao>

<Ciao>

Erano le due: tre ore dopo mi sarei visto con Francesca. Sarebbero state tre ore bellissime. Mi girai un'altra sigaretta e tornai ad osservare fuori dal mio terrazzo. Aveva smesso di piovere e un timidissimo raggio di sole stava arrampicandosi sul gelsomino. Lui sembrava gradire anche questa intrusione. Un raggio di sole stava salendo.

 

La professoressa

Volevo la situazione ideale. Aspettai che mio fratello si trascinasse fuori casa mio cugino. Presi le sigarette ed un posacenere e mi accomodai nel mio divano preferito. Allungai i piedi sul tavolino e mi accesi una sigaretta. Presi il telefono e lo guardai. Poi guardai fuori dalla finestra. La pioggia era finita. Le cime degli alberi che vedevo dalla mia finestra catturarono la mia attenzione, il vento le faceva ondeggiare con violenza. Poi, con lo stesso stato d’animo di quando il professore chiama il tuo nome per gli esami orali di un esame che non hai studiato al cento per cento, cercai in rubrica il numero di Paolo. Non vedi l’ora di buttarti alle spalle l’incombenza ma hai una paura fottuta.

Forza!

Uno squillo, due, tre, quattro. Speravo quasi che non rispondesse.

<Pronto?> Aveva un tono quasi meravigliato. Non fare il fesso, io so che tu sai.

<Ciao, sono Francesca. Ti disturbo?> È domenica, che starà facendo?

<No, no figurati. Sono a casa a non fare nulla. Come stai?> Stava dormendo? Ha la voce da sonno.

<Bene, tutto ok. Grazie per ieri sera, siamo stati bene> non faccio altro che ringraziarlo…

<Un vero piacere. Spero di riavervi presto miei ospiti> lo sto annoiando. Del resto è lui che mi ha chiamato. Che vuoi da me Paolo?

<Lo spero anche io> non era una conversazione brillante.

<Che programmi hai per oggi? Non so per pranzo, nel pomeriggio. Visto che non posso invitarti a cena…> sono libera, liberissima. Vieni a rapirmi?

<Beh per pranzo direi che sei un po’ in ritardo, sono quasi le due. Per il pomeriggio non ho programmi. Perché? Non vorrai mica invitarmi da qualche parte?> Ecco, brava, fai la femmina. Gli uomini amano le femmine. Sei brava quando vuoi.

< Non posso fare una cena tutte le volte che voglio vederti. Un cinemino?> Un cinema? Perché no!

<Io volevo da qualche settimana andare a vedere la mostra di Basquiat al chiosco del Bramante> così lo spaventi. Magari non sa neanche chi è Basquiat. Ma è normale che non lo sappia, chi lo conosce? Vuoi apparire un’intellettuale, stai facendo la fica. Il cinema era perfetto, cazzo. <Pensi di reggere? Magari dopo ci beviamo una cosa> rimediamo…

<Basquiat… il tipo che se la faceva con Andy Wharol? Forse è meglio se beviamo prima di andare alla mostra…> uhm… lo conosce, magari un po’ approssimativamente ma lo conosce. che tipo che è… E se mi dicesse qualcosa del suo lavoro? Cosa saprei rispondere io?

<Ah ah ah, si è proprio lui. Sei un critico d’arte con uno stile molto personale…>

<Ho sempre uno stile personale. A che ora ci vediamo? Ti passo a prendere?> Del resto è sempre un uomo. Che posso pretendere? Non voglio che mi passi a prendere. Io posso girare da sola.

<Non c’è bisogno, vengo io. Facciamo alle cinque a Piazza Navona? Fontana dei Fiumi?> E’ quella in mezzo, vero? Si, quella nel centro della piazza.

<E’ perfetto a dopo, ciao> hai fretta? Che devi fare?

<A dopo, ciao> ma ho voglia di vederlo? Oddio… non lo so più!

<Ah Francesca… mi farai da professoressa di storia dell’Arte?> Sorrisi.

<Solo se tu farai l’alunno disciplinato> ancora un sorriso.

< Credo che mi venga meglio l’alunno indisciplinato…> continuai a sorridere.

<Allora dovrò fare la professoressa severa> si, avevo voglia di vederlo.

<Non vedo l’ora, ciao> anche io.

<Ciao>

Una telefonata che mi era piaciuta. Asciutta, essenziale, diretta. Mi confermai una volta di più che Paolo era simpatico. Pensai che magari mi stavo sbagliando e non mi piaceva però avrei passato una bella serata. Mi accesi un’altra sigaretta. Me la ero meritata. Sbuffai il fumo del mio primo tiro verso la finestra. Ora il vento si era un po’ calmato. Ed anche io.

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giovedì, 31 luglio 2008

Capitoli 9-10

Pronto, Francesca?

Mi svegliai e ritrovai nella mia mente lo stesso viso con cui mi ero addormentato. Ed era sempre più bello.

Era presto per essere domenica, non più tardi delle nove. Pioveva. Mi piace la pioggia delle domeniche d’inverno. Non era in programma nessun Gran Premio altrimenti avrei potuto chiamare Arianna. Sebbene mi stesse molto simpatica Arianna io volevo chiamare Francesca.

Stare a casa mentre fuori piove è bello. Sapevo già cosa avrei fatto: avrei chiamato Elena e le avrei chiesto il numero di Francesca. Del resto “troverai il modo” voleva dire proprio questo. Come avrei potuto fare altrimenti? Mi sentivo ottimista. Ero contento che Elena aveva intuito che mi piaceva Francesca e me ne aveva parlato, questo mi facilitava molto. Sarei stato molto in difficoltà a chiamare Elena senza nessun appiglio e di punto in bianco chiederle di Francesca. Per noi uomini è sempre complicato accettare e raccontare che ti piace una ragazza. E’ una cosa che ci portiamo dietro da quando siamo piccoli. Da quando la nostra ‘banda’ gioca a pallone oppure a fare la guerra e le bambine noiose e ‘femminucce’ ci spiano di nascosto perché sono invaghite di qualcuno. Da quando ci vergogniamo come pazzi ad ammettere che una di quelle bambine a noi, un po’ piace. Le bambine non hanno una banda di solito, i loro piani diabolici vengono condivisi in due, massimo in tre. Ed in un momento, molto prima di noi, capiscono che relazionarsi con l’altro sesso potrebbe anche essere divertente. Quello è il momento in cui noi iniziamo a perdere. Da quel momento in poi siamo più deboli, in balia delle volontà di qualcun'altra. Io infatti ero in balia di qualcun'altra. Anzi, le altre erano due.

La prima era ovviamente Francesca che mi aveva sottratto ogni pensiero e che mi saltellava in testa continuamente. Non appena mi rilassavo un attimo… oplà! Eccola di nuovo riaffacciarsi. Ci pensavo sul serio, mi piaceva sul serio. Ero sorpreso di avere un interesse così forte. Non mi succedeva da un po’. Minimo da quando avevo definitivamente sbattuto fuori dalla mia testa e dal mio cuore Livia e questo era successo circa tre anni prima, cioè circa due anni dopo esserci lasciati. Anzi, due anni dopo che lei mi aveva lasciato. Inutile dire “di comune accordo”, c’è sempre uno che decide ed uno che subisce. Magari sarebbe successo lo stesso ma l’iniziativa è sempre della persona più forte o meno innamorata, fate voi tanto più o meno è lo stesso identico concetto.

Io non dico che Livia avesse fatto male, a dir la verità non lo pensavo neanche quando mi aveva lasciato. Semplicemente lei aveva capito tutto molto prima di me. Io non l’avrei lasciata. Io credevo che in qualche maniera si poteva ancora andare avanti, e mi sbagliavo. La pigrizia non si abbina molto bene con l’amore, forse con una relazione ma non con l’amore.

Ci ho messo più di due anni a capire che mi sbagliavo. Sono stati due anni molto brutti, un periodo in cui avevo un forte senso di debolezza e in cui il mio ego era pressoché inesistente. Il mio periodo stupido. Comunque da allora non ero disponibile a nessun tipo di intromissione nel mio cuore. Ero preoccupato del fatto che il cuore mi battesse di più la domenica del derby che non durante una cena galante. Ad essere sincero, la cosa ancora più preoccupante era che non ero preoccupato. Mi sembrava tutto normale. Si, ogni tanto mi capitava di prestare qualche accappatoio, ma fondamentalmente la mia vita da solo mi piaceva tantissimo. Francesca, senza nessuno scambio particolare, la stava stravolgendo.

E’ questo l’incontro che ‘prima o poi arriva’? Trent’anni è tardi per innamorarsi?

Innamorarsi? Ma che mi stava saltando in mente?

La seconda era Elena. Per fortuna avevamo avuto quel breve scambio di battute in cucina che legittimava la mia telefonata altrimenti per me sarebbe stato impossibile.

Erano quasi le dieci quando mi alzai. Nel letto mi ero deliziato con un po’ di pensieri sparsi su come sarebbe stato bello il mio pomeriggio se avessi potuto passarlo con Francesca. Ovunque… mare, lago, città, cinema, teatro. Io volevo stare con lei ed è talmente entusiasmante fare le cose per la prima volta con chi ti piace. E’ eccitante avere insieme sensazioni nuove, emozioni simili, commentare un film, assaggiare un vino, vedere un posto per la prima volta. Io non ho mai fatto un viaggio da solo e, anche se sono tentato e credo che prima o poi mi capiterà, so già che mi mancheranno gli occhi dei miei compagni di avventure. Quegli occhi che mi fanno vedere le cose che non vedo, mi fanno assaporare i profumi che non assaporo e sentire i suoni e le musiche che non sento. Iniziai a sistemare la casa mentre l’odore del caffè mi aveva raggiunto nel salotto e Ornella Vanoni cantava “Ho sbagliato tante volte ormai, che lo so giààààà, che anche oggi quasi certamente io sto sbagliando su di teeeeee…”. A me piace sbagliare, è il sale della vita, è divertente. Non vedevo l’ora che arrivasse un’ora decente per sbagliare e chiamare Elena. Non vedevo l’ora di sbagliare e chiamare Francesca. Speravo che anche lei fosse una ‘sbagliatrice’.

Poi fu il turno di Mina. I bicchieri nel sacco, le bottiglie vicino alla pattumiera in una busta separata per la raccolta differenziata, un panno umido sul cristallo del tavolino per togliere la cenere, una spugna ruvida per togliere la chiazza rotonda lasciata dalla tazzine di caffè. “… sei grande grande grande, le mie pene non me le ricordo piùùùù…”. Accompagnai Mina cantando dentro il manico della scopa. Che bello che era il mondo nella speranza che succedesse qualcosa, nell’attesa che arrivasse il “dì di festa”. Il mio sabato del villaggio finì verso le undici, dopo una bella doccia. “… I hope you don’t mind, I hope you don’t mind, if I put this in wooooord, how wonderful life is now you’re in the woooooorld”. Quasi mi affogai ad urlare le parole di Elton John contro il telefono della doccia.

Mi asciugai e mi controllai davanti allo specchio. Ero abituato a quella vista, come apparivo non era un problema per me. Dopo aver conquistato donne oggettivamente molto più belle di quanto non lo sia io, ero arrivato alla conclusione che andavo bene così. Se sei in serata puoi conquistare chiunque, se non sei in forma mentale puoi essere scaricato anche da una prostituta alla quale hai offerto il doppio della sua tariffa normale. Le donne non sopportano la noia, per lo meno le donne che piacciono a me.

Mi misi la mia tuta da battaglia, quella che mi accompagna da sette anni e guai a chi me la tocca, e presi il telefono.

7 invio.

<Pronto?> Feci uno sforzo per associare a quel suono biascicato la voce di Elena.

<Prontissimo, dove sei? In una caverna?>

<Ma che ore sono?> domandò l’uomo di Neanderthal.

<Le undici e mezza circa> risposi sbigottito.

<Stavo ancora dormendo> sentii una voce esprimersi in tono interrogativo, non avevo capito cosa avesse detto ma… era un uomo. Era sicuramente un uomo.

<Ti ho disturbato, amore mio?>

<No, no…. scusami, ora mi sveglio e ti dico qualcosa di intelligente> Elena stava cercando di reagire.

<Non è sufficiente svegliarti, dovresti fare un paio di trapianti. Dove sei?>

<Fuori…>

<Mi stai facendo sperare che tu ti sia comportata malissimo. Dimmelo, dimmelo che ti vergogni di te stessa. Dammi questa soddisfazione>

<Ti chiamo dopo, ok?>

<Dimmi solo si o no>

<Si, certo. Perfetto>

<Grande! Sono orgoglioso di te. E come è andata? Mangiare bene, bere male>

<Dai, magari pranziamo insieme, ok? Ho una fame pazzesca, mi sembra di non mangiare da un secolo. Andiamo dallo zozzone vicino casa mia?>

<Addirittura dallo zozzone? Richiamami, ok?>

<Ok ciao. Spaghetti, maccheroni, arrosto di vitello>

<No un’ultima cosa… è lui? È spalle larghe?>

<Si certo>

<Ciao amore mio>

Elena era troppo forte. Riusciva a vivere esattamente come voleva, o quanto meno questa era l’impressione che mi dava. Magari a volte viveva in maniera discutibile ma proprio perché se ne poteva discutere non si poteva dire che fosse sbagliata in assoluto.

Elena mi richiamò dopo circa mezz’ora.

<Mangiato bene?> esordii.

<Benone. Una scorpacciata>

<Ma non è che la mia migliore amica è un grandissimo troione?>

<Punti di vista mio caro. Un discorso vecchio come la costola di Adamo. Se ad una cena conosci una straficona e te la porti a letto, hai qualcosa di cui vergognarti?>

<Non fare a me questi discorsi, schiaccia il cinque>

<Gradirei che non si sapesse in giro> mi ammonì Elena.

<Sei matta? Io non racconto le cose mie figurati se racconto le cose degli altri. Parliamo di me?>

<Ok, dimmi> cambiò tono.

<Dai sono timido, già sai tutto. Voglio il numero, voglio chiamarla>

<Non so che utilizzo vuoi fare di questa informazione ma c’è una cosa che voglio dirti>

<Dimmi Elena> che brutta sensazione. Stava per dirmi una cosa orribile su Francesca ed io non ero preparato a nulla. Quando ti aspetti che qualcuno ti dica delle cose brutte sulla persona che ti piace ed hai tempo di pensarci un po’ su, di solito capisci sempre di che si tratta, hai tempo per metabolizzare. Ma quando il tempo che ti separa dalle brutte notizie è solo quello che intercorre tra un “Dimmi Elena” e l’inizio della frase successiva, non riesci neanche a passare in rassegna tutte le possibilità. Eppure in quella frazione di secondo ti arriva il classico groppo in gola. Che non è un modo di dire, è una sensazione fisica. E’ proprio un blocco nella gola. E come quando dici che ti girano le palle, effettivamente ti fa un male boia perché le palle si spostano realmente. Oppure quando dici che ti cachi sotto dalla paura, se hai tanta paura può capitarti di non reggere. In quel momento mi venne un groppo in gola perché la malinconia che voleva a tutti i costi entrarmi dentro il cuore si scontrò subito con la gioia che ne stava uscendo e che mi aveva portato a cantare dentro il manico di una scopa.

<Ho capito che ti piace Francesca, non serve John Nash per capirlo. Neanche lei stanotte ha dormito a casa, vengo da li>

<Pazienza. Elena che ci posso fare? Non è un dramma, mica stiamo insieme> stavo mentendo, era, nei contorni del sentimento, un dramma. Il viso che mi sforzavo di ricordare prima di addormentarmi, aveva dormito con un uomo per la seconda volta in tre giorni. Un po’ troppo anche per un libertino come me, mi sentivo tradito.

<Ora io non so dove abbia dormito. Io ero a casa sua stamattina e lei non c’era. Magari si è svegliata presto ed è uscita. Però di domenica mattina… con la pioggia… fai tu>

<Mi sembra tutto chiaro Elena>

<Se è andata dove penso io è solo una cazzata di una sera, una debolezza. Anche noi donne siamo deboli ogni tanto, sai?>

<Vabbè, lasciamo perdere. Mangiamo insieme?>

<Basta mangiare> disse con tono malizioso.

<Che scema> Io e Elena non abbiamo mai fatto sesso insieme, non ci siamo mai baciati. Non abbiamo mai sospettato di poterlo fare. La nostra relazione è nata come un’amicizia e questa è una cosa strana tra un uomo ed una donna. Io credo nell’amicizia tra uomini e donne però secondo me sono rapporti che maturano nel tempo, all’inizio l’uomo di solito è spinto da un’attrazione fisica e sessuale. Poi magari questa forza si perde strada facendo e lascia il posto all’affetto. Ecco tra me ed Elena non credo ci sia mai stata nessuna pulsione sessuale. Sono contento di questo anche perché trovo che lei sia molto carina quindi non è una mancanza ‘epidermica’. E’ proprio che io e lei siamo nati amici. E’ strano ma a volte capita.

<A parte gli scherzi vado da mamma a pranzo. Non la vedo da un mesetto>

<Vergogna! Corri dalla mamma. Ci sentiamo dopo, ciao>

<Come ciao? Non vuoi il numero di Francesca?>

<No. Lasciamo perdere…>

<Come vuoi tu. Ti chiamo dopo, ciao piccolo Paolo>

<Ciao amore mio, un bacio> ero triste.

Alzai lo sguardo. Ero proprio nel centro del mio salotto. Lo stesso palcoscenico che mi aveva visto canterino e così pieno di vita solo un’ora prima, ora mi ospitava malinconicamente.

Bip Bip. Elena Nuovo Messaggio. Leggi ora? Invio.

“Non sarà mica il tono di voce del guerriero che conosco, vero? 330 -210090.”

Cazzo… di certo lei qui da sola non ci viene. Che mi mandi a cacare…!

Composi il numero senza nulla nel cervello. Riuscivo però a sentire i battiti del mio cuore. Sei squilli.

<Francesca?>

<Si, chi è?>

<Ciao, sono Paolo, ti disturbo?>

La stavo disturbando?

Ha un bel numero

Mi svegliò il rumore della pioggia. Mi sembrò subito strano perché la mia stanza è interna e non abito all’ultimo piano. Riccardo invece abita all’ultimo piano ed ha un lucernaio nel salotto proprio sotto il cielo. Ero rimasta da Riccardo. Ma come avevo potuto fare una cosa così stupida? Dovevo essere crollata dal sonno. Mi girai e lo guardai. Era veramente assurdo. Fino a tre mesi prima, un tempo infinitamente piccolo per gli affari di cuore, sarei rimasta li, appoggiata su un fianco a guardarlo dormire con un’espressione sognante ed ora ero infastidita. Infastidita con me stessa, infastidita da quel letto e dal mio mal di testa. Sembrava tardi. Riccardo aveva un viso rilassato. La sera prima avevamo fatto sesso. Io avevo fatto sesso con lui per la prima volta. E lui aveva gradito. Allora? Chi è l’animale? Lui che dice a modo suo di amarmi e scopa invece di fare l’amore o io che ci scopo ma non l’amo? I punti di vista maschili e femminili sono molto diversi a tal riguardo. In un secondo realizzai che quella sarebbe stata l’ultima volta in quella casa, in quella camera, in quel letto. Lui e tutte le sue stronzate. Lui che non c’era mai stato quando mi sarebbe bastato un sorriso ed ora era spiazzato perché la sua creatura, il suo Frankestein se ne stava andando. Ed io infatti non vedevo l’ora di andarmene. Per prima cosa volevo ficcarmi in doccia e poi scappare. Volevo insaponarmi e far scivolare dell’acqua sul mio corpo. Avrei voluto farlo senza svegliarlo. Come una gatta scivolai giù dal suo letto. Nuda e scalza mi affrettai verso il bagno. Chiusi la porta accompagnando la maniglia per fare meno rumore possibile e girai la chiave. Aprii il mobiletto del bagno e scelsi un asciugamano bianco. Entrai in doccia. Nonostante la mia fretta feci una doccia lunga. L’acqua intorno mi proteggeva da ogni attacco esterno. Mi sentivo come al riparo in una fortezza, sotto e dentro quell’acqua.

Chiusi il getto, nuda nel bagno di Riccardo, presi l’asciugamano e chiusi gli occhi. Non avevo più l’acqua a difendermi e volevo scappare al più presto, ero e mi sentivo nuda.

Mentre mi stavo asciugando sentii un suono molto familiare: la nona sinfonia di Beethoven. Il suo inno alla gioia, che paradosso! Era lo squillo del mio telefonino. Cazzo, cazzo, cazzo. Mi scaraventai in camera da letto e segui il suono per identificarlo.

<Buongiorno bambina> lo spiacevole rumore di Riccardo.

<Ciao> il mio saluto, il mio modo di dirgli “non mi rivolgere la parola che non ti sopporto”.

Non riconobbi il numero.

<Francesca?> Era una voce di un uomo.

<Si, chi è?> non vorrei sbagliarmi ma…

<Ciao, sono Paolo, ti disturbo?>

<Ehm… no, è strano…. Posso richiamarti? Questo è il tuo numero?>

<Si, è il mio numero. A dopo ciao>

<Ok scusa ciao>

<Cosa è strano?> ancora quel rumore che non meritava risposta <Cosa è strano, Francesca?> continuò.

Per farlo smettere dovevo dire qualcosa. Ormai non potevo più semplicemente vestirmi ed andarmene. <Cosa ‘cosa è strano’? Che vuoi dire?> cercai di essere banale.

<Hai detto al telefono che è strano. Cosa è strano?>

<Non ti capisco Riccardo…> dove sono le mie calze, cazzo?

<Questo posso dirlo anche io. Neanche io ti capisco più Francesca>

La mia smania di uscire da quella casa stava montando ma anche la mia furia contro di lui e le sue parole insignificanti. Avevamo parlato decine di volte e lui ora pretendeva risposte nuove a domande vecchie. Ma io non ne avevo, le mie novità non lo vedevano protagonista.

<Sei sicuro di avermi mai capito Riccardo? Di esserti mai sforzato di capirmi? Oppure in ogni momento hai sempre pensato solo a cosa farmi fare nella tua vita? Oggi l’amante, domani la cuoca, poi l’amica, poi la sorella, poi una spalla su cui piangere. Sempre rivolto a te, a te, a te. A ciò che ti serviva in ogni momento. Hai mai pensato a cosa potesse servire a me qualche volta? Guarda Riccardo… lasciamo perdere> mi stavo vestendo in fretta, odiavo i miei stivali così complicati da infilare.

<No che non lasciamo perdere. Tu non capisci che ho passato un momento delicato sul lavoro. Ho perso un grande progetto e questo influisce nella mia vita. Come puoi non comprendere una cosa così elementare?> Alzò il tono della voce, era in difficoltà. Sapeva che stavo uscendo di scena definitivamente, che era vicina la fine. Gli animali hanno questo sesto senso.

<Mi dispiace per il tuo progetto, mi dispiace per il tuo lavoro e mi dispiace per la tua vita. Ma io a volte ho mendicato un tuo sorriso e tu non hai avuto la capacità di capire un desiderio così piccolo. A volte mi sarebbe bastato che tu mi chiedessi quanto zucchero volevo nel caffè. C’è solo il tuo progetto nella tua vita, Riccardo. Solo il tuo lavoro nella tua vita, solo la tua vita nella tua vita> parlavo mentre mi muovevo a scatti nella sua camera. Stavo cercando i miei pezzi. Il telefono, l’anello, la borsa, il cervello, la rabbia, pezzi remoti di affetto. Non volevo dimenticare nulla in quella casa.

Lui era a letto ed i miei movimenti lo obbligavano a girare la testa come se stesse seguendo una partita di tennis. Una partita di tennis che vedeva il suo tennista preferito prendere una sonora lezione da uno sconosciuto.

<E ieri notte?> Ultimo, disperato, patetico, molesto tentativo destinato a fallire.

<Ieri notte cosa?> Non volevo sentire la frase che ero sicuro avrebbe detto.

<Ieri notte abbiamo fatto l’amore, ci siamo cercati> mamma mia come mi fai incazzare Riccardo!

<Mettiamola così. Se preferisci pensare che io sia cambiata stanotte mentre dormivo, se questo pensiero ti è di qualche conforto, pensalo pure. Se vuoi il mio ultimo consiglio ti suggerirei di guardarti un po’ indietro e, se ci riesci, di guardare cosa è stata la nostra relazione. Già chiamarla ‘nostra’ mi sembra buffo. Ti consiglierei di pensare a tutte le volte che non mi hai chiesto ‘Come è andata al lavoro?’ quando venivo a trovarti la sera oppure a tutte le volte in cui mi hai fatto un complimento. Uno qualsiasi Riccardo, un complimento qualsiasi. Eppure lo sai che non sono vanitosa, che non ci tengo. Però mi avrebbe fatto bene per una volta capire che ti stavi rivolgendo a me. Un complimento Riccardo, un solo merdosissimo complimento del cazzo. Uno solo!> Avevo alzato il tono della voce ed ero molto pentita di averlo fatto <uno solo> ripetei sussurrando <scusa lo sfogo... voglio andarmene>

Uscii senza sentire il suo rumore. Scesi a piedi i sei piani di scale. Non avevo nessuna intenzione di aspettare l’ascensore al suo pianerottolo, di rimanere ancora nel suo spazio. Al quinto piano ripensai a quanto piansi nella sua cucina il giorno in cui litigai a morte con mia mamma e la mortificai con delle cattiverie immeritate mentre lui peggiorava come uomo incollandosi nel cervello brandelli di televisione. Al quarto piano realizzai che Riccardo si era sorpreso per il mio comportamento, come era possibile che non avesse avuto il minimo dubbio che mi stessi stancando di essere un nulla nella sua esistenza? Al terzo piano iniziai a sentirmi meglio e respirai, avevo la sensazione che stavo dimenticando qualcosa di bello. Al secondo il mio viso si distese e avrei giurato che quella smorfia disegnata dalla bocca e dalle guance potesse sbocciare in un sorriso. Appena fuori dal suo palazzo ne fui convinta: era un sorriso e Paolo lo aveva ispirato. Paolo mi aveva chiamato.

Beh posso chiamarlo da casa, pensai immediatamente. Presi il telefonino in mano e cercai tra le ultime chiamate ricevute, così… solo per guardare il suo numero di telefono. Era un bel numero. Sorrisi alla mia stupidaggine.

Tornata a casa andai subito in cucina per farmi un caffè. Volevo godermi un altro po’ l’attesa prima di richiamarlo. Aveva una buon feeling con me stessa.

In cucina incontrai, sotto una montagna di capelli arruffati e spettinati, quello che restava di Manuel.

<Ehi Playboy, che è successo? Nottataccia, eh?>

<Simpatiche le tue amiche. Ne hai altre da presentarmi?> Spostò solo il sopracciglio e abbandonò lo sguardo dalla sua tazzona di latte per osservarmi. <Tu piuttosto… sei uscita presto stamattina…> continuò.

<Che fai? Mi controlli?>

<Figurati…> finì il suo latte, si alzò, mise la sua tazza nel lavello e, pieno di orgoglio per aver contribuito al menage casalingo, si diresse verso il bagno.

<Ah…> si fermò sulla porta. <il tipo di ieri è pazzo di te. Te ne sei accorta, no?>

<Quale tipo?>

<Come quale tipo. Quello di ieri sera, il padrone di casa>

<Ma che dici?>

<Io spero per te che tu te ne sia accorta se no sei combinata proprio male. E’ cotto al tegamino. Che ci troverà in te poi…> scherzò e schizzò verso il bagno.

Iniziai a riflettere. Effettivamente la sera prima avevamo chiacchierato e lui mi aveva invitato a cena. In più stamattina mi aveva anche chiamata ed ora stava aspettando la mia telefonata.

Che aspetti un altro pochino, dissi tra le labbra.

Però pensare che è pazzo di me.... Certo mio cugino sembrava saperla più lunga di me su come ragionano gli uomini.

Chiamai Elena, volevo sentire qualcosa ma non sapevo bene che cosa.

<Ti volevo ringraziare per esserti presa cura di mio cugino. Spero che la cosa non ti abbia seccato più di tanto>

<Se non ci aiutiamo tra amiche, Franceschina>

<Già, come è andata?>

<Bene…> si fermò.

<Bene come? Quando? Quanto? Raccontami qualcosa…> credevo di essere curiosa.

<Sono un po’ in imbarazzo. Del resto si tratta di tuo cugino… come posso raccontarti come è andata?> era sinceramente imbarazzata.

Forse aveva ragione. Io non volevo sapere i particolari, affari loro. Ora che Elena mi aveva fatto pensare, ero imbarazzata anche io. Cambiai immediatamente argomento.

<Mi ha chiamato Paolo stamattina. Non sai che scena, ero da Riccardo>

<Oddio, immagino lui come ci sia rimasto male> Elena si incuriosì subito.

<Si, si è innervosito. Ma ho attaccato subito. Lo dovrei richiamare> silenzio. <Gli hai dato tu il mio numero, vero?>

<Si, ho fatto male?> si difese Elena.

<Beh no… è simpatico Paolo>

<Si, è simpatico. Come lo trovi? Carino?>

<Beh si. E’ gentile, ospitale>

<Franceschina… Anche mio zio Gianni è gentile ed ospitale… Vuoi che do il tuo numero di telefono anche a Zio Gianni?>

<Dai scema… è carino>

<E perché non ci pensi?>

<A cosa dovrei pensare?>

<Se ti piace veramente, a come stareste insieme, ad avere una relazione normale: un uomo e una donna che stanno insieme perché si piacciono. Pensa… la rivincita della normalità>

<Io non credo che lui sia così interessato…> dissi questa frase con il chiaro intento di sentirmi dire il contrario: “Ma no Francesca, ma cosa dici? Ma guarda che tu gli piaci molto. Me lo ha detto lui…”. Ecco cosa volevo sentir dire. Ecco perché l’avevo chiamata.

<Io non lo so quanto è interessato. Ti ha chiamato, no? Uno più uno fa ancora due? Richiamalo e scoprilo>

<Lo chiamerò. Tu che fai?>

<Sono arrivata da mia mamma. Mangio qui. Stasera casetta e video-cassetta>

<Magari ci sentiamo dopo. Ciao>

<Francesca…>

<Dimmi>

<Non voglio fare la tua sorella maggiore, fai quello che ti pare. Però Paolo è un mio amico ed io gli voglio bene. Se non ti interessa cerca di essere chiara dall’inizio>

<Va bene… certo…>

<Ciao>

Mi domandai perché mi aveva specificato quelle cose. Evidentemente anche lei, come mio cugino, pensava che io piacessi a Paolo. Effettivamente quella sembrava la cosa più probabile visto che mi aveva chiamato ma, come spesso accade, quando sembrerebbe che piacciamo a qualcuno immaginiamo sempre che potrebbe non essere vero, mentre quando ci piace qualcuno che non ricambia interpretiamo ogni suo gesto come un interesse nei nostri confronti. La mente delle donne è strana, è proprio strana. I maschi sono più semplici. Sono più elementari. Uno più uno faceva due.

mercoledì, 30 luglio 2008

Capitoli 7 e 8

Da spettatore ad attore

La serata era piacevole per tutti i miei ospiti, si stavano divertendo. Io invece avevo l’ansia di dover essere brillante e di controllare continuamente i risultati guardando di sottecchi Francesca. Era sempre più complicato osservarla senza farsi notare. Avevo la netta sensazione che tutti mi stessero guardando. Tutti meno Francesca ovviamente. Lei sembrava completamente a suo agio e mi aveva rivolto la parola solo per dirmi “grazie” quando le avevo versato del vino. Mi aveva ringraziato diverse volte. Francesca apprezzava il vino rosso, non avevo dubbi. Iniziai ad essere sempre meno presente nella discussione. Quella che doveva essere la mia serata da protagonista per il momento mi vedeva spettatore. Se ci fosse stato un altro obiettivo avrei fatto lo scemo del villaggio, ballato sul tavolino e raccontato mille aneddoti. Invece ero lì dubbioso su tutto. Ogni cosa mi sembrava inappropriata. Lei era entrata in grande confidenza con tutti soprattutto con Marco, come prevedibile. I suoi tentativi di metterla a disagio si erano arenati contro lo spirito battagliero di Francesca. Sembrava governare completamente la situazione. Io mi limitavo ad ascoltarla. Visto che ormai era diventata l’ombelico della serata non dovevo più stirarmi il collo per regalarmi il suo viso. E’ normale guardare chi sta parlando no? Lei parlava, parlava tantissimo. Era incantevole! Ero veramente rapito. Devo dire che è stato amore a primo udito. Difficilmente avevo sentito qualcuno parlare con tanta disinvoltura. I suoi racconti erano delle piece teatrali. Recitava. Le sue parole non andavano ascoltate ma viste.

Parlavano di tutto e quindi, come capita sempre se in uno stesso ambiente ci sono dei ragazzi e delle ragazze, parlavano di relazioni. Tra un po’ sarebbe toccato al sesso. In viaggio si parla di cacca. In ufficio si parla delle vacanze.

Marco era il più accanito.

<…ragazzi, dite quello che volete. Se non ci si sposa più la colpa è delle donne. Il resto è indifendibile> Marco non si poteva più frenare. Tremavo. <Volete lavorare, fare carriera, guadagnare l’indipendenza. Fanciulle… tutto questo è incompatibile con la famiglia>

<Tu dici? Facciamo questo piccolo esercizio. E’ solo un gioco ovviamente> mi aspettavo una replica di Francesca <Ecco per te: ‘Isa la casalinga’> disse strizzando l’occhio alla nuova amica. <E’ una brava ragazza, ventisette anni, è bravissima ai fornelli ed è proverbiale il suo pollo alla cacciatora. Sa dove comprare le uova fresche, stira, lava, asciuga e la sera ascolta con amore i tuoi avventurosi racconti sulla giornata in ufficio e di come sei riuscito a far funzionare una fotocopiatrice inceppata. Il suo eroe. La cena è servita in dieci minuti dal tuo arrivo in casa. Non è male fisicamente però un po’ si trascura ed ha il sedere non proprio “allenato”. Ambizioni? Un figlio maschio ed una figlia femmina. Ed ora ecco per te: ‘Elena la manager’. E’ definibile come una stronzetta. Non sa stirare, ha fatto un corso di cucina giapponese ma per lo più mangia carote e finocchi. Lavora in una Banca d’Affari, e la sua pausa pranzo la passa a sudare in palestra. Ha il fisico tosto e tirato. Nella sua libreria non mancano libri di autoanalisi ed il cult ‘l’Intelligenza emotiva’. La sera torna a casa spesso dopo di te ma non le mancano mai le energie per passarti a prendere sulla sua BMW Cabrio ed andare all’inaugurazione di una mostra di un “fantastico pittore post -atomico ucraino, divino!”. Tu, dimmi la verità, chi ti sposi?>

<La casalinga, non c’è dubbio>

<Ok, ti voglio credere, e sto facendo uno sforzo. E quanto tempo passa prima che la tradisci con Elena la manager?>

<Dai Marco, ha ragione. Tutti gli uomini ormai preferirebbero la manager> Michele.

<Prima non c’erano le Elene ed a noi andavano benissimo le Ise> Il contributo di Max

<Eppoi hai disegnato la manager come un caso limite> la replica di Marco.

<E’ qui che ti sbagli> intervenne Elena, quella vera, quella che vuole una famiglia ma non rinuncia alla sua indipendenza. <Non è un caso estremo più di quanto non lo sia la casalinga. Anzi ci sono molte più manager che casalinghe>

<Ma non si può avere una via di mezzo?> chiese speranzoso Max. Il vino era diventato il protagonista. Parole in libertà che condivano idee poco chiare.

Tutti erano ormai coinvolti. Io onestamente non riuscivo ad appassionarmi. In situazioni normali avrei illuminato la scena dispensando la mia saggezza ma, devo ammettere, non era una situazione normale. Aprii un’altra bottiglia e la cosa fu molto apprezzata.

La mia solita gentilezza, il suo solito grazie.

<… prendi Paolo, con la sua vita del cavolo. Ma dove la mette una manager? Lui sta sempre fuori, lei pensa alla carriera… ma quando si vedono? In sala riunioni durante uno steering committee? Ma che storia hanno?> Marco non voleva arrendersi.

<Io non so Paolo dove possa mettere una manager. Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato il cambiamento del nostro ruolo, io sto dicendo che voi vi lamentate ma poi cercate una donna rampante. Le casalinghe sono rimaste solo nei vostri sogni erotici, a patto che siano sporche di farina e sposate con qualcun altro> mi guardò, forse per la prima volta mi guardò. Senza trasmettere niente, mi guardò e basta. Come se volesse capire qualcosa.

<Ma tu cosa vuoi? Che uomo cerchi?> Marco mi guardò.

Ora si che si parla di cose interessanti. Lasciamo perdere per stasera i discorsi sui grandi cambiamenti sociali. Parliamo di Francesca, cosa vuole?

<Domanda interessante> Manuel esternò anche il mio pensiero.

<Io sto cercando un uomo, punto e basta! Un uomo che sia uomo; fidatevi… ce ne sono pochi>

<Brava Francesca> la incoraggiò Elena. <Ormai vi basta uscire dalla casa paterna e vi sentite addosso tutte le responsabilità del mondo. Per due spaghetti che avete imparato a cucinare vi sentite tanti Tarzan metropolitani. Così continuate a fare i bambini convinti di essere cresciuti>

<Ma noi siamo cresciuti, hai visto Paolino che cenetta ti ha tirato fuori? Senza l’aiuto di mamma?> I maschietti erano un po’ in difficoltà e cercavano di buttarla sullo scherzo.

<Se è per questo posso garantire che cucina molto meglio di me> Isa raccolse subito l’invito alla goliardia. Quando hai un po’ bevuto i discorsi troppo seri ti mettono in difficoltà.

<Io questo non posso dirlo, però mi sembra che non vi siete fatti mancare niente, eh?> Intervenne Manuel guardando i cadaveri sul tavolo.

<E’ un peccato che non siete venuti a cena> cinguettò Elena. <Dove avete mangiato?>

<A casa, davanti alla TV> rispose Manuel accorgendosi della mia amica.

<Io volevo andare a cena fuori ma poi si è messo a vedere la partita> Francesca parlò a bassa voce, quasi per scusarsi. Che eleganza!

<Possiamo andare domani sera a mangiare fuori. Quanto ti fermi a Roma?> Il vino aveva regalato a Elena un coraggio inaspettato.

<Riparto mercoledì. Martedì ho un concorso alla Consob>

<Allora domani è perfetto>

<Si certo, perfetto>

Alla grande Elena. Aveva fatto in un secondo quello che io avrei voluto fare da tutta la sera. Invece ero ancora li, accomodato in platea davanti ad uno spettacolo che avrei voluto diverso.

Mi venne in soccorso la vorace golosità di Marco.

<Paolino, i dolcetti milanesi? Quei cioccolatini con cui ogni tanto ci delizi? E tirali fuori, oggi è un grande giorno!> Ma perché è così scemo?

Li offrii a tutti.

Ancora una gentilezza, ancora un grazie. Mi riaccomodai in poltrona per lo spettacolo, fila B, posto 34.

<Buoni, li prendi a Milano?> Una musica con del fastidioso rumore intorno.

<Ehm… si, c’è una pasticceria vicino l’ufficio dove lavoro nella quale investo molta parte del mio stipendio> la mia testa fu attratta verso il centro dell’universo.

<Sono molto buoni>

<Grazie> ah Paolo….! Ma che razza di risposta è ‘Grazie’? Mica li hai fatti tu. Ma vuoi dire qualcosa di interessante. Minchia che scemo che sei. Ora…, devi affondare il colpo ora!

<Se mi dici quando è il tuo compleanno te ne regalo una scatola> che cazzata… meglio che niente. O forse meglio niente?

<Il diciassette Novembre> rispose.

<Peccato, passato da poco. Dovrai aspettare un bel po’ per i cioccolatini> ancora questo fastidioso rumore intorno a me. Quanta gente. Andate via.

<Meglio così, in ogni caso ti avrei chiesto di non regalarmeli, mi sarei finita la scatola in una serata!>

<Ma figurati…, non mi sembra che tu abbia problemi di linea> ma una conversazione un po’ più brillante?

<Beh bisogna sempre stare un po’ attenti, no?>

<Quindi non posso invitarti a cena fuori?> Era fatta, avevo osato. Ero andato nel terreno da dove non si torna indietro. Passò un secondo, forse due prima della sua risposta. Sembrò un secolo, il tempo era dilatato. Nel frattempo il resto dei presenti continuavano a vivere il loro mondo, diverso dal nostro, credo. Sicuramente diverso dal mio. Secondo me Einstein ha vissuto una situazione come quella che sto raccontando quando ha elaborato la teoria della relatività assoluta. Io non sono un esperto ed ancora una volta non riuscirò a renderla comprensibile ma, in maniera molto elementare, quello che ho capito è che la teoria si basa sul concetto che due sistemi non solidali sono regolati da regole diverse e quindi anche lo scambio è molto complicato. Il tempo, lo spazio, le forze, è tutto diverso. Per me era proprio così. Il sistema mio e di Francesca era completamente distinto dal sistema degli altri. Altra velocità, altra gravitazione. Il tempo scorreva più lentamente, l’energia prodotta decisamente maggiore. Quindi loro, gli altri, non c’erano. Erano solo delle onde fastidiose. La massa di Francesca mi attraeva completamente e mi allontanavo da tutti gli altri. Eravamo una galassia ed io ero così felice di essere il pianeta di una stella così bella. I miei pensieri la stavano corteggiando. Speravo che lei lo sentisse…

<Magari una sera organizziamo con Elena>

Speranza vana. Non aveva sentito i miei pensieri o forse li aveva sentiti ed aveva buttato la palla in calcio d’angolo. E che cavolo… anche dal calcio d’angolo si può segnare un gol.

<Si certo, magari una sera organizziamo con Elena, intanto ti sto invitando a cena, senza Elena. Se non vuoi venire devi dire “No Paolo, non voglio venire a cena con te”> la palla è nuovamente nel suo campo. Ora mi sentivo quasi più tranquillo. “In campo abbiamo dato il massimo. Sono contento della mia prestazione ed anche il Mister ci ha fatto i complimenti negli spogliatoi “.

<Non voglio dirti no e non voglio dirti si. Mi sembra che tu corri un po’ troppo>

“Ehi capitano, qualcuno sta entrando nel nostro campo gravitazionale, potrebbe esserci una collisione. Ci stanno attaccando, ci stanno attaccando!”.

<Paolino, un altro bel caffè?> Max l’invasore.

<Max, sono 5 anni che vieni in questa casa. Vuoi il permesso oppure le istruzioni?>

<Nervosetto, eh?>

<Scusami. Chi vuole un caffè?>

Solita gentilezza ma senza il solito grazie.

<Una grappa secca per me. E il conto> Michele aveva voglia di scherzare. Quando andai in cucina realizzai che anche io avevo voglia di scherzare. Ero da solo per qualche secondo e poteva gustarmi le battute che avevo scambiato con Francesca. Quattro frasi al massimo, meno di cento parole. Per me quello fu il nostro primo incontro.

Mentre chiudevo la macchinetta del caffè arrivò.

<Vai forte ragazzo!>

<Beh anche tu non vai male mi sembra. Già gli hai fatto sentire il profumo? Elena, è un pupo>

<Macché pupo e pupo. Ma hai visto che spalle?>

Ma Elena non era li per parlare delle spalle di uno sconosciuto ma per parlare del cuore di una persona che conosceva molto bene.

<Perché ho la sensazione che tu sia felice?> mi chiese Elena.

<Beh, è una bella serata, no?>

<Vuoi giocare con me?> Mi chiese con tono di sfida.

<Mhmmm, che gioco vuoi fare maialina?> Avevo voglia di scherzare con Elena come facciamo spesso. Mi distendeva. Con lei ero me stesso, quasi come con i miei amici. Un po’ di relax prima di scendere nuovamente in campo. Non ero andato negli spogliatoi in vantaggio ma dopo aver subito per buona parte della gara ora stavo imponendo il mio gioco a centrocampo.

<Un mio amico della palestra mi ha chiesto se gli presento Francesca. Ti dispiace> brava Elena, mi hai fregato. Brava davvero.

<Lo sai. Mi conosci> non potevo e non volevo rischiare.

<E allora perché non me lo dici? Siamo amici anche per questo sai?>

Forse aveva ragione. Anzi no, non aveva ragione. Io non parlo molto del mio intimo se si deve parlare seriamente. Finché si scherza va tutto bene ma quando si parla seriamente come voleva parlare Elena la situazione mi imbarazza, devo avere tempo. Non posso parlare dei miei sentimenti in tre minuti, in piedi in cucina mentre faccio il caffè.

<Sai anche perché non te lo dico. Mi conosci>

<Comunque, anche se sei una merdina secca, sarei contenta per voi. Si vede che ti piace> uscì dalla cucina, poi si riaffacciò dalla porta e disse: <E secondo me tu piaci a lei. Ciao ciao>

Era finito l’intervallo, dovevo tornare a giocare.

Mi sedetti ancora vicino a Francesca, quel posto che i miei compagni di squadra avevano lasciato ovviamente libero. Aspettai che ricominciò una conversazione qualsiasi. Aspettai di ristabilire un ordine cosmico tra i due universi. Michele e Max sono maestri in questo. Sanno allontanare le persone. Elena stava continuando e misurare la larghezza delle spalle di Manuel. Grande Elena.

Forza, ricominciamo a testa bassa, facciamo nostra la partita.

<Che musica vuoi ascoltare?>

<Che cosa hai?>

<Tutto. Tutti i generi di musica. Magari mi manca “Il Flauto Magico” suonato dalla Bayreuth Philormonic ma credo di poter esaudire i tuoi desideri>

<Io ho molti desideri…> interpretai in maniera maliziosa queste parole ma non ebbi il coraggio di affondare il colpo.

<Ed io tanta generosità. Iniziamo dalla musica che vuoi sentire?>

<Sting>

<E Sting sia. Primo desiderio esaudito>

Scelsi un po’ di brani di Sting in MP3. Anche a me piace Sting.

<Che fai nella vita, Francesca?> Mi stavo proprio rilassando.

<Lavoro in un’agenzia di pubblicità>

<Ti piace? Intendo dire è il lavoro per il quale puoi dire: ‘Non avrei potuto fare altro nella vita’?>

<Bella domanda, non so. Lo faccio da quando ho vent’anni e mi soddisfa. Guadagno facendo un lavoro che mi piace. Ho del tempo libero a disposizione. Mi sento molto fortunata. Tu?>

<Lavoro per una società di consulenza>

<Questo lo so. Puoi dire ‘Non avrei potuto fare altro nella vita’?>

Sapeva che lavoro facevo. Io non glielo avevo detto. Si era informata? Non feci in tempo a completare questi pensieri che subimmo un altro attacco. Un altro attacco dall’universo parallelo.

<Francesca, che intenzioni abbiamo?> L’attacco stavolta era stato portato da Manuel. Guardai Elena con sguardo supplicante ma fu inutile.

<Sigaretta e andiamo? Sei stanco?>

<Sigaretta e andiamo. Ok>

Mi rimanevano tra i sei ed i sette minuti. Dovevo sbrigarmi altrimenti non me la sarei mai perdonata. Francesca si alzò per prendere le sigarette e si fermò a parlare con Isa, dall’altra parte della stanza. Cercai di disegnarmi una faccia normale ma non credo che ottenni risultati soddisfacenti. Conversai svogliatamente con Michele e Max poi il suono terribile della frase: “Noi andiamo”.

<Scendo con voi> dissero Elena e Isa quasi all’unisono. Andarono a prendere i cappotti ed io osservavo la mio Waterloo quasi pietrificato. Francesca salutò tutti con un bacio. Io mi avvicinai alla porta e l’aprii. Manuel mi diede una vigorosa stretta di mano ed uscì subito seguito da Isa ed Elena. Aiutai Francesca a mettere il cappotto.

<Spero di rivederti presto> ma che saluto è? Mica stai salutando la zia! Com’era lontano il Paolo sicuro che l’aveva invitata a cena.

<Ciao, grazie> le chiusi rapidamente la porta in faccia. Non volevo girarmi di fronte ai miei severissimi giurati.

<A Richard Gere… l’hai proprio conquistata eh? Ma che gli fai alle donne Paolino?> Max non aspettò un secondo.

<Una disfatta> Il mio esordio.

<Niente, niente? Neanche un appuntamento per un cinemino>

<Una disfatta> ripetei sconsolato.

<Secondo me ti sei comportato bene. Carino, educato…> guardai Michele ringraziandolo.

<Si, si, fai conto che già c’è cascata… ma lasciala perdere quella stronza… non mi piace, quei tipi come quella là... che è una che ha l’aria da educanda che vuole che appare una brava ragazza. Poi appena trovo uno bello fuori dal giro vedi come ci va al cinema e dopo-cinema. Io le conosco le ragazze di quel tipo, tutte uguali quel tipo di stronze> I ragionamenti di Marco non erano più da prendere in nessuna considerazione, le parole che li descrivevano del tutto sconnesse. Suonò il citofono. Era Francesca. Dopo cinquantatre minuti suonò la porta. O forse dopo 12 secondi? Non saprei.

<Ho lasciato la sciarpa sul tuo letto> mi scansai dall’uscio senza dire una parola. Mi passò accanto strusciandomi, molecole del suo profumo mi inondarono. I ragazzi la fissarono e lei se ne accorse. Camminò a testa bassa e scomparve dietro il corridoio per andare in camera da letto.

Ero ancora appoggiato alla porta quando tornò. Le aprii la porta.

<Speravo di rivederti ma non potevo sperare che sarebbe stato così presto> le dissi. Si voltò e sorrise mentre stava già scendendo la prima rampa di scale.

<Francesca…> la chiamai. Mi guardò esortandomi a parlare.

<Vorrei proprio rivederti, davvero> non so che tono usai. Forse di supplica, forse un invito.

<Troverai il modo. Mi aspettano, ciao> oh si che lo troverò il modo, ci puoi giurare.

Mi sentivo un po’ meno sconfitto. Sospirai e chiusi la porta.

<Invece secondo me è carina> disse Michele <Marco, il tuo problema e che ficchi le ragazze sempre dentro lo stesso stereotipo. Hai mai avuto il sospetto che una ragazza che non te l’ha data non sia una stronza?> Sapeva quello che volevo sentir dire.

Purtroppo però non gli stavo prestando molta attenzione. Potevano parlare per ore, bene o male non aveva importanza. Non avrei mai cambiato idea su quello che pensavo di Francesca. Vivevo ormai la classica situazione in cui per cambiare opinione devi subire qualcosa di sgradevole. Non sono sufficienti le parole. Ancora una volta, non mi sarei fidato delle parole. A me Francesca piaceva, piaceva tantissimo. Era nella mia testa come non c’era mai stata nessun’altra. Ed avevo una voglia incredibile di ospitarla anche nel mio cuore.

<Francesca ha il lucchetto giusto per la tua catena!> Max aveva rappresentato una delle nostre paure. Stava esorcizzando un pericolo. Mi conosceva perfettamente ed aveva intuito le mie vibrazioni.

I ragazzi continuarono a parlare. Dopo una mezz’ora li cacciai di casa. Volevo rivedere mentalmente il film della serata, interpretarlo. Avevo vissuto una serata di picchi e valli. Andai a letto su un picco con ancora il profumo di Francesca a darmi la buona notte.

Buona notte anche a te, Francesca.

 

 

La sciarpa dimenticata

Gli amici di Paolo erano simpatici. Credo che stessero cercando di mettermi a mio agio, ognuno a suo modo. Marco, era il più estroverso ed aveva molta voglia di scherzare. Io stavo allo scherzo ma ero sempre molto attenta a non esagerare. Il mio carattere non mi consente di essere molto aperta. La situazione però era piacevole, se non ci fosse stato Paolo mi sarei anche divertita. Paolo lo vedevo un pò come un giudice. Osservava la serata con una calma olimpica e sembrava manovrarci a suo piacimento. Del resto giocava in casa, aveva un gran vantaggio. Parlammo di molte cose, in libertà.

Certo che sono tutti simili i ragionamenti dei maschietti! Stessi percorsi mentali. Stessi labirinti le cui strade sono i loro pensieri tutti uguali. Ripetono le stesse cose senza nessun approfondimento. Trovo che siano di una superficialità disarmante. Ci accusano di essere complicate e si vantano di ragionare in maniera semplice, elementare. Io trovo che invece sono semplici ed elementari ma senza ragionare. E in quel periodo lo pensavo ancora più che adesso. Non avevo nessuna stima del genere maschile. Sentivo di avere un gran bisogno di egoismo. Riccardo mi aveva davvero prosciugata ed aveva creato una corazza intorno al mio cuore che poteva essere scalfita ma non perforata, ora vedevo intorno a me solo nemici. Anche Paolo. Eppure Paolo era qualcosa di diverso. Certo anche lui aveva i tipici atteggiamenti da super uomo, anche lui era sicuro e spavaldo. Però aveva, nei suoi occhi marroni, uno sguardo tenero. Uno sguardo che peraltro non si degnava mai di posare su di me. Ed io mi guardavo bene dal posare il mio su di lui. Non volevo assolutamente che si accorgesse del mio nascente interesse verso di lui.

Paolo aveva una bella casa, arredata in maniera essenziale, come piace a me. La sua stanza da letto, che avevo visto di sfuggita mentre posavo il cappotto, aveva solo un grande letto ed un mobile con uno specchio. Poche caratteristiche: una carta del mondo, una madonnina di ceramica appesa accanto alla finestra ed una candela mezza consumata su un comodino di legno e metallo. Il salotto aveva una bella luce calda, concentrata. Alle pareti qualche quadro, nell’insieme non erano armoniosi, anzi avrei detto che sulle pareti c’era un po’ di confusione. Forse la notavo solo io perché la confusione era ben presente anche nella mia testa. Non riuscivo ad esprimere me stessa come avrei voluto. Già… come avrei voluto? Abbiamo sempre il desiderio di apparire migliori. Io nel mio intimo mi piaccio. Penso di essere una bella persona eppure quando ho un interesse perdo tutta la mia sicurezza. Avevo paura di apparire sbagliata. Anche quella sera, parlando, mi sentivo o troppo severa o troppo accondiscendente. A volte normale, mediocre, ordinaria.

Per mettere le mani da qualche parte bevevo al di la della mia media. Fumai anche un po’ di marijuana. Si dice che la marijuana renda più disinibiti. Non ne sono così convinta. Secondo me accentua le nostre sensazioni. Se siamo sicure diventiamo ancora più sicure, se siamo barcollanti il nostro equilibrio diventa ancora più instabile.

Io ero barcollante con Paolo e sicura con tutti gli altri. In realtà parlavo con tutti tranne che con lui stando però ben attenta ad intuire se ascoltava le mie parole, se le condivideva oppure le contestava.

Mi sorprendevo a fare dei pensieri stravaganti. Come ci starei in questa casa? Cosa cambierei? Cosa cambierei?

Avevo pensato a cosa avrei cambiato. Forse ho la fissa di voler cambiare in continuazione qualcosa o qualcuno. Sono presuntuosa.

Paolo mi versò del vino ed avrei voluto ringraziarlo con il mio sorriso più bello. Credo invece che il mio grazie avesse un tono baritonale. Non alzai neanche lo sguardo.

Ero un po’ seccata con me stessa. Le mie due anime stavano litigando proprio li, davanti a tutti, a casa di un ragazzo che conoscevo poco e già mi piaceva molto, almeno questo era ciò che credevo. La mia anima romantica stava aspettando che il mio cavaliere mi venisse a rapire su un bianco destriero, o per lo meno che mi degnasse di una sillaba. La mia anima anti-conformista mi esortava a prenderlo per un braccio, spingerlo in cucina e baciarlo con passione. Avevo voglia di eccitarmi.

Ormai era una guerra senza esclusione di colpi tra le due contendenti. Gong, Schivato, uno-due al corpo, finta a destra e gancio sinistro. L’anima romantica era al tappetto ed io affondai il colpo.

<Buoni, li prendi a Milano?>

Mi rispose subito, con prontezza. In un secondo abbiamo iniziato a parlare. Anche lui mi sembrava avesse voglia di parlare. Mi propose gentilmente di regalarmi dei cioccolatini buonissimi che stavamo mangiando.

<Beh bisogna sempre stare un po’ attenti, no?> Risposi. Ma che sto dicendo? Sembro una di quelle pazze che vivono di insalate e mele. Manca solo che gli chiedo se mi vuole tutta ciccia e brufoli.

Aveva una bella voce.

Ad un certo punto mi invitò a cena fuori! Non sapevo cosa fare, cosa dire, come respirare, dove guardare, come, dove e cosa vivere. Ero in imbarazzo totale. Avrei voluto consultare un manuale per capirci qualcosa. Io volevo andarci a cena fuori con Paolo, cavoli se volevo andarci ma non potevo mica dire si. Se avessi detto di si poteva immaginare che volevo andare a cena con lui. Ero alquanto confusa.

<Magari una sera organizziamo con Elena> ma cosa dici? Che c’entra Elena? Ma che mi serve l’amichetta con cui andare in bagno. Mamma mia quanto sei stupida Franceschina mia.

<Si certo, magari una sera organizziamo con Elena, intanto ti sto invitando a cena, senza Elena. Se non vuoi venire devi dire ‘No Paolo, non voglio venire a cena con te’> ovvio, ha ragione. La mia risposta vale come un no. Come si esce da questa situazione? Aiuto, qualcuno mi aiuti.

<Non voglio dirti no e non voglio dirti si. Mi sembra che tu corra un po’ troppo> “Mi sembra che tu corri un po’ troppo”… neanche Lucia Mondella userebbe un’espressione così antica e  banale. La fiera dei modi di dire. “Eh si, mio caro, non si sa più cosa mettere in valigia, non ci sono più le mezze stagioni”.

Per mia fortuna fummo interrotti. Qualcuno chiese qualcosa a Paolo che si alzò ed andò a fare il caffè. Com’era accaduto tutto così in fretta? In pochi secondi era passato dall’addormentarsi sul divano ad un invito a cena. Ero un po’ frastornata e Paolo si sedette ancora vicino a me. Era gentile, aveva uno scopo. All’improvviso capii che lui voleva solo portarmi a letto. Non che la cosa mi sconvolgesse. Per mia fortuna il mondo è pieno di uomini che vogliono portarmi a letto però Paolo mi piaceva, aveva un bel modo di guardarmi, un bel modo di parlare. Forse aveva anche una bella testa. Avrei voluto un interesse più lungo di mezz’ora di coabitazione corporale. Aveva un modo di corteggiarmi originale, simpatico. Aggressivo ma non inopportuno. Odio le persone inopportune. La sua sicurezza mi rendeva ancora più timida. Mi divertiva parlarci. Dio che confusione che avevo in testa.

Io di solito sapevo gestire quelle situazioni a mio piacimento. Mi capitava di essere corteggiata. Ad essere onesta mi capitava quasi ad ogni festa. Ed ogni volta sapevo cosa dovevo fare. Mi piaceva? Si andava avanti, lo si faceva agitare, gli davi una speranza per poi toglierla dopo cinque minuti. Poi una chiacchiera con un’amica, una risata con un amico ed il gioco era fatto. Ti avrebbe chiesto il numero di telefono entro tre minuti. Non ti piaceva? Qualche risposta annoiata, una frase di circostanza per allontanarti e farti soccorrere da un amica e un ‘ciao ciao’ con la mano andando via. Li, a casa di Paolo, in quel salotto con i quadri disordinati non sapevo proprio cosa fare. Mio cugino mi aveva chiesto di andar via ed io, come per allungare un sogno, gli chiesi l’ultima sigaretta. Era un sogno che mi faceva paura, tanto che decisi di scappare. In realtà non credo che lo decisi, scappai e basta. Andai a parlare con Isa, anzi andai davanti ad Isa a prestargli due orecchie del tutto disinteressate.

Non credo che Paolo se ne accorse. Morto un papa se ne fa un altro, se non ero io ad accomodarmi nel suo letto nei prossimi giorni sarebbe stata qualcun’altra. Non era particolarmente bello ma aveva la convinzione che poteva portarsi a letto qualsiasi ragazza. Approfittai di un momento di buco sonoro per dare la sensazione di volermene andare. Mi seguirono Isa, Elena e ovviamente mio cugino. Ma io non me ne volevo andare. Volevo cambiare situazione, volevo cambiare scena, volevo vivere una cosa diversa ma non certo andare via.

Mi ritrovai nella camera di Paolo ad infilarmi il cappotto. Elena e Manuel stavano organizzando improbabili birre in un locale dietro casa di Paolo. Ma lui non era stanco? Vidi la mia sciarpa sul letto, in un secondo il mio cervello scrisse una sceneggiatura di una commedia romantica. Tutto comincia con lei che dimentica la sciarpa a casa sua. Lui la vede e si addormenta con la sciarpa di lei tra le mani. Il giorno lui la chiama e la sciarpa galeotta permette ai due di rivedersi e di innamorarsi. Chiaramente un bel lieto fine preceduto da un piccolo equivoco che per poco non stava per rovinare tutto. Classico schema della commedia americana.

<Spero di rivederti presto> che faccia tosta che ha. E’ carino.

<Ciao, grazie> quante volte hai detto grazie stasera? Troppe!

Giù in strada faceva freddo.

<Ma tu non avevi una sciarpa?> Chiese Manuel. L’unica occasione da quando esiste la razza umana in cui un uomo nota un particolare: una sciarpa.

<Dici? Non mi ricordo> finsi.

<Avevi una sciarpa marrone> eravamo di fronte ad un evento talmente raro che uno statistico non lo avrebbe preso neanche in considerazione scartandolo come coda.

<Ah già> odiai mio cugino.

Citofonare e risalire a casa di Paolo era l’ultima cosa che avrei voluto fare. Mi stava aspettando sulla porta, mi guardava con intensità. Per entrare lo sfiorai. Ero imbarazzata. Farfugliai qualcosa e scappai in camera da letto.

Cercai di essere più veloce possibile. Mi infilai tra lui e la porta di casa ed uscii.

<Francesca…> mi chiamò. Lo guardai sperando di sentire delle belle parole.

<Vorrei proprio rivederti, davvero> erano belle. Erano delle belle parole. Io ero contenta.

<Troverai il modo. Mi aspettano, ciao> si così, finalmente una risposta degna di me. Veloce, ficcante. Così si fa!

Scesi con una corsetta allegra i cinque piani fino giù in strada. Fuori Elena e Manuel si stavano baciando appoggiati ad una macchina. Oddio che situazione buffa. Mi veniva da ridere.

<Elena…> parlai ad alta voce.

<… c’è mio cugino di Firenze che è venuto a trovarmi. Manuel, ricordi? Io sono un po’ impegnata. Ti dispiacerebbe portarlo un po’ in giro? Sai è un bel tenebroso, potresti fare qualcosa di rivoluzionario…> strizzai l’occhio ad Elena.

<Proprio un bel barbudos…>

<Ma che state dicendo?> Era divertito il cuginetto ma che poteva capire? Come poteva entrare nei nostri ingranaggi?

<Non preoccuparti tu. Sali sulla mia ‘Granma’. Andiamo a riprenderci l’isola>

<Ma che cazzo dite?> Rise mio cugino.

<Qualsiasi cosa ci viene in testa. E tu vai tranquilla, è in ottime mani> Elena! Troppo grande, Elena!

<Lo so> le strizzai l’occhio ed andai tranquilla.

Andai tranquilla perché Paolo voleva rivedermi, davvero. Aveva proprio detto davvero. E’ un avverbio rafforzativo. Non pensavo che avrei mai apprezzato così tanto un rafforzativo. Lui avrebbe fatto qualcosa. Squillò il telefono proprio quando mi stavo gustando lo sguardo di Paolo che mi diceva che voleva proprio rivedermi. Davvero.

‘Riccardo Cell’. Leggere il suo nome sul display non modificò il mio stato d’animo.

<Sei a Capalbio?> chiesi per allontanarlo.

<No, sono rimasto a Roma>

<Come mai?> chiesi senza nessun interesse.

<Dove sei?>

<Da amici>

<Che fai?>

<Sto tornando a casa>

<Anche io. Vogliamo tornare nella stessa casa?>

<Sono un po’ stanca. Magari ci sentiamo in settimana, che ne dici?> non ero stanca.

<Sei cambiata Francesca, cos’hai?>

<Sono cambiata, l’hai detto tu>

<Non riesco a farti cambiare idea?>

<Direi di no. Ti chiamo io, ok?>

<Sei arrabbiata con me?>

Perché gli uomini pensano che se non vai a letto con loro è perché sei arrabbiata con loro? Ma che razza di presunzione è? Non sospettano che magari non abbiamo voglia? Che magari per una sera loro possano non essere una gioia ed un godimento così indispensabile per noi?

<Lo sono stata Riccardo, ora non lo sono più>

Arrivai alla macchina un po’ stralunata. Negli ultimi dieci minuti Paolo mi aveva detto che mi voleva proprio rivedere davvero, la mia migliore amica si stava baciando con il mio cuginetto ed io avevo dato buca a Riccardo senza finzioni, senza pensare che fosse la tattica giusta. Gli avevo semplicemente dato buca come avevo dato buca decine di altre volte in vita mia. Pensai che erano successe effettivamente troppe cose. Mentre guidavo pensavo che la vita è proprio bizzarra. Una sorpresa ogni cinque minuti. Valeva proprio la pena di vivere al massimo.

Parcheggiai e citofonai.

Fu una sorpresa anche per Riccardo.

martedì, 29 luglio 2008

Capitoli 5 e 6

Gli amici

Il sabato iniziai a cucinare presto. Mi piace molto cucinare, soprattutto quando ho tempo. Mi piace aprire una buona bottiglia, mettere della musica e cucinare. Quando cucino o pulisco la casa ascolto musica italiana, quando mi sveglio la mattina e mi faccio la doccia ascolto musica straniera.

Quel pomeriggio ero proprio contento. Alle sei avevo praticamente finito di cuocere ed iniziai a preparare degli involtini di bresaola con il caprino, olive nere ed un po’ di prezzemolo. Mi dispiaceva che Francesca non avrebbe assaggiato tutte le leccornie che stavo preparando. Comunque, nel dubbio, avevo cucinato in abbondanza… Capita di avere fame all’una di notte.

Quando il vino iniziò a regalarmi quella piacevole sensazione di leggerezza tipica dei bicchieri pomeridiani, mi sdraiai sul divano e mi rollai una sigaretta. Avevo il mondo in mano. Mi sentivo veramente il re.

Avevo detto ai ragazzi di passare verso le sette tanto per stare un paio d’ore tra di noi. Eravamo il classico gruppo di amici “indissolubile” che ha iniziato a frequentarsi da bambini e non ha mai smesso. Consumavamo tutto in gruppo, anche i nostri amori in gruppo. Le ragazze entravano in quanto protagoniste delle nostre relazioni ed uscivano non appena queste relazioni finivano. Questo fenomeno ha i suoi pro ed i suoi contro. Sapevamo di poter contare in ogni momento su di noi, come singoli e come gruppo. Fino a quel momento non avevamo mai litigato a tal punto da pensare che la nostra amicizia potesse finire. Eravamo il punto di riferimento di ogni evento della nostra vita. Ognuno in maniera diversa. Sapevamo cosa avremmo trovato in ogni discussione. Sapevamo dove andare se cercavamo un confronto severo oppure della patetica comprensione. Con Max avevo fatto l’asilo insieme e tutta la nostra vita era legata. Non era facile trovare esperienze che non avevamo condiviso. Michele rappresentava la mia spensieratezza. Era a lui che mi rivolgevo nei momenti di depressione. Era la chiacchera del conforto. Marco era la nostra anima agitata. Sempre pronto a spronarci. Era la nostra iniziativa. “Ragazzi, non dimenticate che abbiamo vent’anni, cazzo!” diceva ormai da dieci anni.

Ultimamente i nostri discorsi si erano fatti più seri. Fino a qualche tempo prima parlavamo prevalentemente di calcio e ci raccontavamo le nostre ultime conquiste. Il nostro gioco preferito era distruggere ogni persona verso la quale manifestavamo un interesse. Qualcuno diceva che lo facevamo per gelosia e penso che, nonostante le nostre continue negazioni, quel qualcuno avesse ragione. Era da un po’ di tempo che avevamo iniziato a parlare di amore. Non tanto perché ci mancasse l’amore, ma perché eravamo un po’ pensierosi sul fatto che, voltandoci indietro, vedevamo un pezzo di vita che cominciava ad essere sostanzioso e guardando avanti era difficile immaginare cambiamenti. Chissà perché quando arrivi a trenta anni pensi sia doveroso fare un bilancio e, se non hai grandi problemi esistenziali tipo il lavoro o un tetto riparatore, immancabilmente analizzi i tuoi sentimenti. Avevamo avuto tutti e quattro le nostre delusioni ed era sempre più difficile farle uscire dai nostri ragionamenti. Non ci arrendevamo all’idea di non riuscire a costruire una magnifica storia d’amore ma iniziavamo a dubitare dell’espressione “prima o poi incontri quella giusta ed allora tutto cambia”. C’è sempre qualcuno che ti regala questa grande, inverosimile, convenzionale verità. E normalmente questo qualcuno ha una naturale predisposizione ad innamorarsi di chiunque si innamori di lui. Ma così non vale! Troppo facile, così!

I nostri dubbi ci avevano fatto diventare molto severi nel giudicare le persone anche se non ci proibivano di mettere tutto il nostro entusiasmo di fronte a nuove possibilità. Infatti pensavo a Francesca come la mia nuova possibilità. Pazzesco no?

Mi resi conto, di li a poco, che la persona giusta può essere dietro l’angolo o in fondo alle scale, in un monolocale vicino a piazzale Clodio.

Alle sette e mezzo suonò il citofono.

<Pronto?> risposi.

<Falla!> urlò il gruppetto di trentenni puerili.

Iniziai subito lo show. <Ragazzi, devo farvi un annuncio> usai un tono solenne <mi dispiace dirvi che tra poco non ci vedremo più. Sto per innamorarmi seriamente e questa mia nuova condizione sarà incompatibile con la vostra disdicevole immaturità>

<Bene. Mi passi il vino?> Marco.

<Non sto scherzando. Mi piace, mi piace tanto>

<E chi pensa che stai scherzando? Volevo brindare a questa cazzata> continuò Marco. Per lui non c’era nessun motivo valido per brindare ma erano tutti buoni per bere. Sapeva poi che a casa mia si beve bene.

<Lo vedi che siete immaturi?> volevo provocare.

<No guarda che qui l’immaturo e solo Marco. Io ancora non ho bevuto> era facile far entrare Max nelle discussioni, aveva opinioni su tutto lo scibile umano. Avrei potuto citare una tesi in fisica nucleare sul valore della massa dei neutrini e lui ci avrebbe illuminato con la verità.

<Anzi penso che sia un bel momento. Ci pensate? Il buon Paolo innamorato. Quando l’hai conosciuta questo fenomeno? Stamattina al mercato? E come si chiama?>

<Giovedì sera, da Elena. Si chiama Francesca>

<In effetti ora che ci penso avevo provato a chiamarti verso mezzanotte> continuò Max <stavi quindi con la principessa sul pisello?>

<Non proprio, a quell’ora stavo peccando. Sono un debole>

<Non capisco> intervenne Michele che invece aveva già capito tutto.

<L’altra sera sono passato da Elena che ha appena cambiato casa. A proposito, è molto carina la nuova casa di Elena>

<Ah si? E’ carina? E il bagno su che tinta l’ha fatto?> chiese Marco.

<Sul blu mi pare…> risposi interdetto.

<Interessante. E com’è il salotto? Un po’ etnico?> mi incalzò ancora Marco.

Mi stavano prendendo in giro. In fin dei conti era quello che volevo. Era per quello che eravamo li, per prenderci in giro.

<Che intendi per etnico? Il tuo cervello, per esempio, è etnico?> Finalmente!

<A Paole’… che ne dici di farci capire qualcosa della serata? Ma che ce frega del cesso di Elena. Sarà un cesso come tutti gli altri. Chi è questa Francesca?> Marco era sempre il più diretto.

<Ok, da Elena ho conosciuto Francesca che però verso le undici è andata via…>

<E dove è andata?> A volte Max è più curioso di Elena.

<Non lo so, è andata via>

<A che ora è andata via esattamente?> chiese Marco. Sembrava Ellery Quenn ad un passo dallo sgarbugliamento della matassa.

<Alle undici> affermai.

<E’ andata a scopare con qualcun altro. Pericolo rientrato. Fai una canna> sentenziò.

<Marco tu hai un clitoride al posto del cervello. Vedi sesso ovunque. Magari era stanca> la pensavo come Marco ma tra di noi si deve sempre attaccare. Non si fanno prigionieri, mai. Sempre attaccare.

<Si, stanca. Infatti si è andata a stendere> regalata.

<Che vuol dire che hai peccato?> Michele era sempre molto attento a centrare il punto.

<Sono andato a letto con Arianna> la mia ammissione li colpì.

<E chi è Arianna> lo sguardo dei miei amici.

<Una amica di Elena, fa l’avvocato> mi stavo proprio divertendo.

<Fammi capire tu l’altra sera hai conosciuto Francesca, ti sei anche affaticato ad innamorartene, e poi ti sei scopato Arianna la principessa del foro?>

<In un certo senso… si. Però penso che la tua sia una visione semplicistica della mia serata. Io preferisco dire che ho regalato qualcosa al mio cuore ed al mio corpo. Ma voi non potete capire>

<Mavvaffanculo Paole’. Tu sei malato. Visto che pensi che ho un clitoride in testa e meglio che mi metto un cappello>

<Com’è Arianna, che tra parentesi mi è già molto più simpatica di Francesca?> Ancora Michele.

<Carina, simpatica, ironica, spiritosa, due tette bellissime. Per essere la prima volta non è stato proprio niente male>

<E Francesca?> Sempre Max.

<Sai come funziona con le persone che ti piacciono. Non puoi mai sapere bene come sono. Ti piacciono e basta> Il primo concetto serio della serata. Penso davvero che se una persona ti piace non riesci a definirla facilmente, ti serve tempo. E’ molto più semplice invece capire le persone che ci lasciano un po’ distaccati. Causa ed effetto creano un legame immediato. Le persone che ci piacciono ci sfuggono.

<Forse stasera viene qui> era un azzardo, l’avevo detto troppo presto, li stavo aiutando troppo. Avevo sbagliato.

<Evvai> urlò Marco. <Me lo voglio proprio gustare ‘sto capolavoro!>

<Ragazzi, mina su Francesca> era poco onorevole ma dovevo usare la mina. Mettere le mine era un gioco che usavamo tra di noi per far uscire la persona ‘minata’ dagli obiettivi degli altri, per far in modo che nessuno ostacolasse il tentativo di conquista. Si usava la mina per non pestarci i piedi a vicenda oppure perché c’era una persona che ti piaceva veramente. A me Francesca piaceva veramente.

<Sei un cagone, hai paura che Max ci si faccia un giro> assist di Marco.

<Guarda che lo farei per lei, se le vuoi bene… dalle questa gioia> goal di Max.

Stavo perdendo su tutti i fronti. Mi stavo divertendo. Noi siamo dei veri Decoubertiani, tra di noi l’importante è davvero partecipare.

<E lasciatelo perdere, non si parla così di un ragazzo che ama. Bravo Paolino, io ti capisco. Senti viene anche Perry Mason? Spero che almeno lascerai la presa su l’avvocato, oppure stai minando tutta Roma?>

<Ah ah ah. Lei non viene ma ve la farò conoscere, è forte Arianna. E comunque tranquilli, nessuna mina su Arianna> Inconsciamente avevo deciso di difendere Arianna omettendo il particolare che lei era fidanzata.

<Il popolo ringrazia la magnaminità di Paolo il grande, granduca del Monte di Venere> Marco mimò anche l’inchino.

<Non c’è bisogno che vi dica di evitare di mettermi in imbarazzo, vero?>

<Bravo non c’è bisogno che ce lo dici, sappiamo bene come ci dobbiamo comportare. “Guarda Francesca che un pisello così mica lo trovi al supermercato nel banco dei surgelati”. Che ne dici? Troppo romantico?>

Quella di Max voleva essere una minaccia ma sapevo bene che al momento opportuno li avrei avuti al mio fianco.

Continuarono a prendermi in giro per un po’. L’argomento Arianna non era molto gettonato perché il mio presunto innamoramento era ben più interessante. Gli uomini trovano sempre un lato divertente nell’innamoramento, un lato su cui è lecito scherzare. Le donne lo rispettano di più, credo.

Erano ormai le nove e mezzo. Il primo segreto per far andare bene una cena è l’orario dell’invito. Alle persone si deve sempre dire di venire tra le nove e le nove e mezzo. Ognuno di noi è sempre portato ad interpretare i messaggi secondo il nostro migliore punto di vista, quello più comodo. In questo caso l’ orario più comodo è le nove e mezza. Più tempo per il pomeriggio, più tempo per prepararsi e rilassarsi. Arriveranno tutti poco dopo le nove mezza, è scientifico. Solo un invitato, di solito una ragazza oppure Max, arriverà alle dieci e un quarto. E quella persona va aspettata assolutamente. La gente a quell’ora ha fame e come entra in casa tua si fionda in cucina ad alzare tutti i coperchi delle pentole e delle padelle ficcandoci il naso dentro e dando segni di grande approvazione. Ecco il grande vantaggio che si deve sfruttare: orario, fame, attesa, profumi, cibo già pronto ma non ancora disponibile. Li hai già conquistati, hanno già voglia delle cose che hanno visto. Siamo nell’epoca dell’immagine. Ci siamo già da un po’ ed è un regno che non presenta ancora crepe. Attenti però a non tirare troppo la corda. Un invito per le dieci, dieci ed un quarto potrebbe legittimare pericolosi spuntini prima di cena.

Puntualmente alle dieci e diciassette arrivò Isa, l’ultima.

La cena fu tranquilla e veloce, il cibo era oggettivamente buono, parlammo di nulla.

<Prima il dolce o prima la frutta?> Si chiede sempre ma tutti sanno la risposta giusta.

<Io so che si serve prima il dolce e poi la frutta che pulisce la bocca> Michele ci regalò il quarto segreto di Fatima.

<Non lo sai solo tu, lo sanno tutti> a Marco non sembrò vero di poter fare quel goal a porta vuota.

Non avevo fatto nessun dolce. Ci avevo pensato ma io non sono bravo a fare i dolci quindi avevo chiesto ai ragazzi di comprare le paste.

<Volevo fare il tiramisù ma purtroppo non ho avuto tempo>, si scusò Isa.

<Meglio così, io odio il tiramisù> scherzai seriamente. Avevo il tono fermo e deciso di chi si sta schierando.

<Ma scherzi? Il mio è buonissimo> si difese Isa.

<Non discuto, sarà anche buonissimo ma lo detesto come concetto di dolce. E’ un’accozzaglia di sapori che non richiede alcuna abilità. Caffè, cioccolato, savoiardi, zabaione. E’ difficile come fare un panino con la nutella, e più o meno il risultato non cambia molto. E’ un dolce troppo paraculo>

<Sempre il solito assolutista> Elena scese in campo a sostegno dell’amica.

<Certo, serve un po’ di assolutismo. Ragazzi dobbiamo avere il coraggio di schierarci, il coraggio delle nostre idee. Il coraggio di attaccare il tiramisù in pubblico> l’aria era carica di stupidaggini.

Undici e quaranta: il citofono. Persi in un secondo tutta la mia sicurezza. Rispose Michele.

<Francesca> annunciò con un ghigno divertito.

Iniziai a sparecchiare: avevo una cosa da fare ed avrei saputo dove mettere le mani e lo sguardo. Mi sentivo uno scemo. Era bello sentirsi scemi.

Suonò alla porta dopo un tempo indefinito.

<Ciao Paolo, lui è Manuel> non la ricordavo così attraente.

<Ciao è un piacere. Entrate>

Manuel era proprio un bel tipo, non c’è che dire. Speriamo che sia stupido, speriamo che inizi a raccontare di quanto è splendido il Messico e di come si è divertito al villaggio Valtur di Cancun.

<Che bella casa, complimenti> esordì Manuel.

<Grazie, appoggiate i giacconi in camera da letto. Vi accompagno>

<Anche grande, stai messo veramente bene>

<Grazie> biascicai.

<Hai la musica in tutta la casa, anche in camera da letto. Figata!>

<Si, ho messo le casse ovunque, anche in bagno> e no! Così non vale. Stai facendo il gentile. Così sei scorretto.

<L’hai arredata tu> …e smettila!

<Si, io> posarono le loro cose in camera da letto.

<Scusa forse non sono molto educata, sono appena entrata ma… posso andare in bagno?>

<Beh sarebbe meno educato se tu facessi la pipì nel salotto. Ecco, questo è il bagno> le aprii la porta.

Non disse niente.

Tornai in salotto con Manuel che non la smetteva di notare ogni piccolo particolare della casa. Sembrava che fosse al MOMA di New York.

<Chi vuole un caffè?> chiesi mentre portavo in cucina gli ultimi piatti.

Stavo trafficando in cucina con la macchinetta del caffè ed entrò Elena. Iniziò a mettere i piatti nella lavastoviglie. Era il momento di una confidenza.

<Carino Manuel, non trovi?> cercava il consenso.

<Mah… faccia un po’ vista…>

<Secondo me è proprio carino. Mi è sempre piaciuto> le è sempre piaciuto??? Ad Elena??? Come pensavo di vincere la guerra se non facevo prima la conta dei miei alleati? Sun Tzu sarebbe molto deluso dal mio modo di condurre le battaglie.

<Ma non ha una storia con Francesca?> Feci questa domanda sicuro di aumentare le mie certezze.

<Ma figurati, è il cugino. Senti ma… a proposito di Francesca?>

<E’ simpatica Francesca, mi piace. Ma anche lui non è niente male. Forse un po’ giovane…> non potevo difendere un’altra risposta.

<E’ una ragazza complicata e molto esigente>

Entrò Marco ed interruppe la nostra conversazione privata. A guardarlo poteva sembrare che mi avesse lanciato uno sguardo di intesa come dire: “Niente male, ora capisco tutto”. Io che lo conosco invece sapevo che era ubriaco e fumato.

Tornammo in salotto. Arrivò subito anche Francesca con un pacchetto in mano.

<Ho portato un dolce> no, ti prego no.

<E’ fatto in casa, un tiramisù> ecco fatto. Abbattuto da un tiramisù!

<E’ buffo, Paolo ha appena finito di dire che ama follemente il tiramisù> la vendetta di Isa.

<Sono contenta. Ad essere onesta a me non piace. Questo l’ha fatto mia zia, sua mamma. Dicono che sia molto buono>

Io amo questa donna. Io amo questa donna!

 

Il Tiramisù di Zia

Sabato mattina andai a vedere la Cappella Sistina con Manuel. Non c’ero più tornata da quando avevano finito il restauro: ci trascinai mio cugino. Quando ho qualche visita da fuori Roma ne approfitto sempre per fare la turista. Spesso non insieme ai miei ospiti ma al posto dei miei ospiti nel senso che loro preferirebbero un paio di birre a campo de fiori.

Avevo la testa leggera. Non avevo voglia di farci entrare dei pensieri. Ero pigra.

Suonò il telefonino. Era Riccardo. Mi sorpresi a valutare l’ipotesi di non rispondergli.

<Ciao, come stai?> dissi senza molto entusiasmo.

<Bene. Tu?>

<Anche io. Sono per strada, ci sentiamo dopo?>

<Volevo solo sapere di Capalbio?>

<Capalbio cosa?>

<Beh, se ci andiamo>

<Questo week end non posso. Ho una cena stasera. Ti chiamo io dopo, ok?>

<Ok, ‘ao>

Non ci stavo pensando ma avevo una cena da Paolo. Anzi un dopo-cena. Per cena avrei mangiato un pizza con mio cugino: mi piacciono i dopo-cena. Di solito preferisco andare in un ambiente che ha già un’anima piuttosto che contribuire a crearla. Mi piace adattarmi alle situazioni, posso decidere di entrarci se mi intrigano oppure starne fuori se mi annoiano e limitarmi a guardare.

Camminammo un po’ per Roma. Era freddo ma c’èra un bel sole. Il lungotevere mozzava il fiato, il sole si immergeva sensualmente nel fiume. Ci fermammo su un ponte ad osservare San Pietro. Regalai un mio personale omaggio ed un applauso a chiunque avesse contribuito a formare tanta bellezza.

Mio cugino era più piccolo di me di quattro anni, aveva l’età di mio fratello. Forse per questo motivo l’avevo sempre visto come piccolo in realtà aveva già quasi venticinque anni. Era un’oretta che chiacchieravamo piacevolmente. Mi stavo gustando i punti di vista di un giovincello.

<… perché vedi cuginetta, tu appari come quella che non sei. Per apprezzarti bisogna guardare in profondità. Per carità, questo è un aspetto positivo, però a volte le persone non sono disposte a sforzarsi. Noi uomini a volte siamo pigri>

Ma che ne sa lui di donne e di uomini.

<Vogliamo avere la certezza che alla fine, in un modo o nell’altro troveremo qualcosa che ci soddisfa. Sia ben chiaro, non sto parlando di sesso. Sto parlando di idee, di sensazioni, di pelle. Se il tuo ‘bello’ è nascosto, ti potrebbe capitare di passare vicino all’uomo della tua vita e lui non ti riconosce, magari solo perché ha avuto una giornata di lavoro difficile o perché gli hanno rigato la macchina. Devi dare qualche abbocco in più>

Uffa, mi sa che ha ragione.

<Provo a spiegarmi meglio con un esempio> continuò, <… che Michelangelo si sentisse prevalentemente uno scultore e che ha dipinto la cappella Sistina ed il giudizio universale solo perché glielo hanno chiesto i papi, è molto interessante, davvero. Sono contento che tu mi abbia illuminato con questi particolari. Ma facciamo il caso che io non sia tuo cugino, mettiamo il caso che io sia interessato a te. Mi vuoi far eccitare un pochino prima? Vuoi usare un po’ del tuo fascino da femmina per incuriosirmi. Ancora una volta non sto parlando di sesso. Sto parlando della biologia dell’uomo e di quella della donna. Prima di tutto devi farmi sentire l’odore della tua femminilità, una spalla, un ginocchio, una battuta provocante, un tono sexy. Io ho paura che tu a Michelangelo non ci arrivi proprio. Quanto tempo è che non metti una gonna? Hai le gambe brutte?>

<No assolutamente, io non ho le gambe brutte!> Ero disorientata.

<Appunto. Prima vedere cammello, cuginetta. Lo sai che a noi uomini basta pochissimo per eccitarci. Sono reazioni chimiche involontarie. A noi basta immaginare il seno dentro un maglione un po’ aderente o un ginocchio velato da una calza per aprire i cancelli della fantasia. Voi pensate che siamo dei porci, ma non è così. Noi siamo vittime di queste reazioni, a volte addirittura fastidiose. E’ un’arma che dovete imparare ad usare. Le donne che sanno manipolare queste reazioni sono delle donne potenti. E molte donne lo sanno fare. Tu, scusami se te lo dico, non hai proprio capito da che parte si comincia> spense la sigaretta con la scarpa. <Andiamo a Campo de’ Fiori a farci una birra?> Propose.

<Si volentieri> mi serviva proprio una birra.

Era affezionata al concetto che io sono così e voglio una persona che mi apprezzi per quello che sono, ma iniziavo a pensare che ho delle belle gambe e che non le faccio mai vedere, neanche immaginare.

Ho anche un bel sedere? Si che ho un bel sedere! Anche solo essermelo chiesto accentuò il mio disappunto.

Il mio seno è piccolo ma è bello. Ed io piaccio. Sono una bella ragazza. Gli uomini fanno la fila per me!

Ero sempre stata convinta di conquistare gli uomini per la mia bella testa. Dovevo arrendermi all’idea che qualcuno delle persone con le quali ero stata a letto non avesse capito un cazzo di quello che avevo detto ma era stato tutta la sera a guardarmi il culo.

<Tu pensi che io sia carina?> Ormai si parlava di tutto, come non ci era mai successo in vita nostra.

<Uhm… fatti vedere. Si, sei carina. Forse un po’ troppo secca ma questo non è un problema, a molti uomini piacciono le ragazze secche>

<Non te l’ho chiesto per sapere se piaccio agli uomini, te l’ho chiesto per me>

<Che cazzata!> Rise.

Cambiai discorso. Molto carina ma un po’ secca era un buon risultato, non volevo rovinarlo con ulteriori indagini.

Bevemmo una birra a Campo de Fiori. La temperatura era scesa un altro po’ ma c’era tanta gente in piazza che chiacchierava e beveva. Mio cugino era felice di essere li, nel cuore pulsante della Roma che organizza, si da appuntamenti, crea le serate, decide cosa fare.

Era un po’ che non venivo a Campo ed infatti non incontrai nessuno che conoscevo. Fino a qualche tempo prima Campo era un appuntamento fisso. Potevo andarci in una serata qualunque e salutare la metà delle persone presenti. Quel giorno mi sentivo un po’ estranea ed era un altro bel modo per bere una birra a Campo de Fiori. Da estranea puoi alzare lo sguardo e godere dei vecchi palazzi fatiscenti che incorniciano la piazza. Che penserà uno di Dallas alzando lo sguardo a Campo de Fiori?

<Che facciamo stasera?> Mi chiese mio cugino.

<Pensavo di mangiare una pizza e poi andare a casa di un amico a bere una cosa>

<Non mi divertirò un po’ troppo?> disse <dai scherzo, va benissimo. Qualche amichetta da presentare?>

<Non so chi troviamo, il padrone di casa lo conosco pochissimo>

<E perché andiamo li?>

Già, perché ci andiamo. Vediamo che ne pensa.

<Perché sono curiosa di conoscerlo. Potrebbe piacermi>

<Allora non si può mancare. Sono proprio curioso di vederti all’opera. Potresti esordire con il tuo saggio sull’influenza di Raffaello ritrattista nell’arte di Picasso>

Mi faceva ridere. <Scemo, non mi vedrai all’opera> stavo per dire che mi aspettavo di vedere all’opera Paolo . Mi fermai.

<Beh, quanto meno scodinzola un po’>

Tornammo a casa ed entrai subito in doccia. Ero infreddolita. Feci una doccia lunga, calda e rilassante. Che bel momento la doccia. Mentre mi insaponavo mi osservai. Conoscevo perfettamente il mio corpo ed ero sempre stata critica nei suoi confronti. Non avevo però mai pensato cosa poteva piacere di più di me.

Non sono secca, ho le gambe affusolate. Mi girai per analizzare il mio sedere, quello che vedevo con il collo ritorto sembrava più che accettabile. Non ho mai avuto grandi problemi con il mio sedere. Ci avevo convissuto perfettamente per ventinove anni ma la domanda era: “piaceva agli altri il mio sedere?”.

Mi asciugai soddisfatta dei miei approfondimenti.

Con l’asciugamano nei capelli e l’accappatoio, andai in salotto a fumarmi una sigaretta. C’erano mio fratello e mio cugino che giocavano alla play-station. Pensai che a volte non è male essere uomo.

Li osservai. Si divertivano a fingere di correre su macchine decappottabili per le strade di Palm Beach con una bionda finta seduta accanto ed una bionda vera sul tavolino.

Non avrebbero voluto altro in quel momento. Non parlavano, non dicevano nulla eppure erano in piena sintonia. La comunicazione silenziosa è una prerogativa maschile.

<Vuoi mangiare un piatto di pasta a casa?> Chiesi a mio cugino.

<Come vuoi tu, per me è uguale> mi rispose senza alzare lo sguardo dal viale con le palme che stava percorrendo a duecentoventi chilometri orari.

<C’è del sugo in cucina. Io purtroppo devo andare a quella cena di laurea. Mi sarei unito volentieri> disse mio fratello sorpassandolo.

Mi andava una bella pizza ma stavano giocando. Potevo rovinare un piacere così semplice?

Noi donne immaginiamo troppo spesso di essere delle rompiscatole. Questo è quello che, ad arte, ci hanno insegnato gli uomini. Quando noi entriamo nei loro divertimenti, noi siamo delle rompiscatole. Non sono loro che sono dei bambini fino a quaranta anni?

<Faccio un piatto di pasta> mi arresi. La risposta fu un grugnito affermativo. Ormai erano quasi a La Jolla beach; il Messico era a due passi. Se solo non avessi saputo che era impossibile avrei pensato che si stavano abbronzando!

Andai in cucina e misi l’acqua della pasta, poi tornai in camera mia ed aprii l’armadio.

Il nero era il colore di gran lunga dominante. Avevo circa quindici paia di pantaloni. Il reparto delle gonne non era molto fornito: una molto lunga nera, una molto lunga marrone, una minigonna nera liscia con la chiusura centrale, una nera lunga fino al ginocchio ed una di velluto marrone scurissimo. Buttai sul letto la gonna lunga fino al ginocchio ed un paio di pantaloni neri. Li osservai. Aprii il cassetto delle magliette. Scelsi due maglioncini a collo alto, uno bianco ed uno nero. Identici. Buttai sul letto anche quelli. Con i pezzi che avevo sul letto erano possibili solo quattro combinazioni. Gonna con maglioncino bianco, gonna con maglioncino nero, pantalone con maglioncino bianco, pantalone con maglioncino nero. Tutte accettabili, nessuna pienamente soddisfacente. Mi girai verso l’armadio ancora aperto in cerca di ulteriori ispirazioni ed allora mi accorsi di loro: i jeans. Mi si apriva un altro mondo. Perplessa mi infilai la tuta ed andai in cucina.

Mangiai controvoglia, volevo una pizza. Voleva una pizza margherita. Volevo una bella pizza Margherita con doppia mozzarella ed un paio di foglie di basilico.

Andai in salotto e trovai i due bambini infossati nel divano con i piatti di spaghetti sulle ginocchia. Erano passati ad un altro passatempo educativo, il sesso degli uomini: la partita.

<Tra mezz’ora vorrei uscire> dissi a mio cugino.

<Ok, è già iniziato il secondo tempo>

Non potei fare a meno di notare che le partite di calcio sono sempre al secondo tempo. Non mi era mai capitato che un uomo mi rispondesse che la partita era appena iniziata. E pensano di essere furbi. Sono così patetici a volte.

<Ho fatto il caffè, chi lo vuole?>

<Grazie Francy, grazie mille. Dov’è? Vado io> mio fratello in tutta la sua finzione.

<E’ qui> iniziavo a seccarmi <secondo te faccio il caffè e poi lo lascio in cucina? Quando zucchero vuoi?>

<Grazie, molto gentile, un cucchiaino. Grazie Francy>

<Ma la smetti di ringraziarmi? Ho solo fatto uno stupido caffè>

Tutti uguali. Quando sei gentile non fanno altro che ringraziarti. E’ perché si sentono in colpa. Perché non alzano un dito, mangiano davanti alla tv e mi fanno sorbire la partita.

Mi accomodai in poltrona e sorseggiai il mio caffè. Mi accesi una sigaretta cercando di capire la partita. Volevo provare ad interessarmi. L’avevo fatto altre volte sempre con risultati molto scarsi. <Chi gioca?> chiesi.

<Ancona e Parma> risposero in coro. Erano ancora in difficoltà per il caffè e speravano che mi interessassi al loro intrattenimento.

<Il Parma è bianco e l’Ancona è rosso. Stanno uno a uno. E’ una bella partita>

Ancona e Parma. Pazzesco. Mio fratello non sapeva neanche dove fosse Ancona.

Ad un certo punto passarono per tre volte il replay di un fuorigioco passivo. Mi arresi e tornai in camera da letto dando venti minuti di tempo a mio cugino.

I vestiti sul letto mi guardavano come a dire: “Dove scappi? E’ il momento delle scelte”.

Mi provai i pantaloni e poi la gonna. Poi ancora i pantaloni ed infine i jeans. I jeans mi stavano proprio bene. Jeans e stivali. Ottimo. Provai le maglie che avevo sul letto. Poi altre due. Il responso dello specchio era terribile, mai una bocciatura piena ma neanche una promozione a pieni voti. L’indecisione era diventata materiale. Avevo vestiti sparsi su tutto il letto. Anche l’accostamento jeans-stivali non lo trovavo più così convincente. Oh… ma che sono diventata pazza?

Mi rimisi i jeans, gli stivali e la prima maglia che avevo provato. <Perfetto!> Dissi ad alta voce.

<Andiamo?> mio cugino mi stava chiamando.

<Pronta, via>

<Lo stivale, eh? Bene, bene> disse mio cugino squadrandomi mentre aspettavamo l’ascensore. Lo guardai spazientita.

<Ho dimenticato le sigarette> sbuffai.

Tornai in camera da letto, presi le sigarette, mi tolsi i jeans, misi la gonna al ginocchio ed uscii.

<Molto meglio. Hai una rotula molto provocante>

<Forse hai un po’ frainteso. Non ho mai detto di essere interessata a nessuno> ero infastidita. Infastidita e quasi preoccupata. Mi sentivo come una quindicenne. Riccardo mi aveva tolto molte convinzioni. Quel suo modo di comportarsi, mai un complimento, mai una gratificazione. Mi faceva sentire come se dovessi essere onorata a stare con lui, come se dovessi ritenermi fortunata. Sei un bastardo, Riccardo. Bel casino hai combinato. Ora non riesco neanche ad andare a casa di un tipo che ho visto due volte in tutta la mia vita solo perché forse un po’ mi piace. Ma chi l’ha detto che mi piace poi? Magari è un cretino totale.

Non ero rilassata e questo mi dava tremendamente fastidio.

<Che hai in quel pacchetto?>

<Il tiramisù che hai portato tu. Quello di zia>

<Il tiramisù di zia? Tu ti presenti a casa di uno che ti piace e gli porti il tiramisù di zia?>

<Beh? A parte che in questo caso per te è il tiramisù di mamma e poi che male c’è?> Questa non sarebbe passata.

<Ma dai cuginetta… prendi una torta, delle paste, del gelato. Porta del vino. La brava nipotina alla quale la zietta prepara i dolcetti buoni buoni. Ma chi sei? Cappuccetto Rosso?>

<Oh bimbo… la smetti di parlare come se fossi l’unico al mondo a capirci qualcosa? Ma da dove esce tutta questa presunzione? Mica è cacca, è un dolce buonissimo>

<Ma se a te neanche piace?>

<Questo è un altro discorso. La gente pensa che sia un dolce buonissimo>

<Ok, ok, non ti arrabbiare. Era un consiglio> “La gente pensa che sia un dolce buonissimo” mi imitò cantilenando.

Non ci sarebbe stato nessun motivo al mondo che mi avrebbe proibito di portare quel cazzo di tiramisù da Paolo. Ma che scherziamo? Ora devo stare attenta anche a che tipo di dolce porto?

<Ecco è qui, cerchiamo un parcheggio> dissi.

<Com’è questo quartiere?>

<In che senso?>

<E’ un quartiere da ricchi?>

<Ma che ne so io. Ma che domande fai?> Non lo sopportavo.

<Volevo aiutarti> parlava con l’aria serafica tipica dei tranquilli. Io odio i tranquilli quando sono incazzata!

<Fai una cosa, goditi la serata, se ti va. Se no prendi la macchina e torna indietro. Io prenderò un taxi>

<Oh, sei un po’ troppo nervosa, sai?> Fanculo!

Lo sapevo e questo mi faceva molto incazzare.

Parcheggiammo abbastanza lontano e andando a piedi verso casa di Paolo non ci rivolgemmo neanche una parola. Lui si guardava intorno, secondo me voleva capire se era un quartiere da ricchi. Io stavo cercando di tranquillizzarmi. Suonai il citofono e mi rispose Paolo, credo. Quinto piano.

In ascensore provai a specchiarmi senza farlo capire a quell’antipatico di mio cugino. Ero veramente imbarazzata quando suonai il campanello. Veramente imbarazzata. Aprì Paolo. Non pensai nulla, proprio nulla. Con lo sguardo cercai subito Elena. Volevo vedere una faccia amica. La salutai con gli occhi. Paolo ci fece andare nella sua camera da letto per posare i cappotti ed in quel momento mi resi conto che avevo una busta di plastica con un tiramisù. Forse mio cugino aveva ragione, forse una gonna sexi non si sposa bene con una busta di plastica da supermercato.

Ma perché non ho comprato delle paste, quelle con le confezioni di cartone colorato così carino?

Gli chiesi di andare in bagno, volevo raccogliere un po’ di energia.

Ora tu vai di là con questo cazzo di tiramisù e ti fai la tua bella serata tranquilla tranquilla. Ridi, ti diverti, ti bevi un buon bicchiere di vino, magari anche tre o quattro e poi te ne torni a casa felice come una bambina. Ti rendi conto che sei agitata per uno che se incontri a via Frattina il ventitré dicembre neanche lo riconosci?

Mi piacque questo pensiero. Mi diede forza. Non c’era logica nella mia agitazione e mi ero spiegata il motivo.

Tornai in salotto e presentai il tiramisù. Mi ricordo che dissi che a me non piaceva molto quel dolce. Con la coda dell’occhio individuai Paolo. Stava sorridendo, quasi ridendo. Rideva di me e del Tiramisù di zia.

Che figura!
giovedì, 17 luglio 2008

Capitoli 3 e 4

...

Come rivederla?

Mi svegliai con la testa sotto il cuscino quasi a trattenere il mal di testa.

Minchia che pezza ieri sera, devo aver bevuto parecchio. Non ricordo tutto con lucidità. Dunque ragioniamo un po’… uhm… sono nudo. Wow, sembra un buon segno. Non ho il coraggio di girarmi. Ok, diamo un’occhiata. Uhm, bei capelli. Si, si ora ricordo tutto. Arianna. Sarebbe bello avere ancora dei dubbi, vorrebbe dire che ogni giorno mi porto a letto una ragazza diversa. Oddio… io vorrei andare a letto tutti i giorni con una ragazza diversa? Che domande strane ti fai di prima mattina… Che ore sono? Quando mi deciderò a mettere un orologio luminoso in camera da letto? Perché non ho mai comprato la sveglia che proietta l’ora sul soffitto? Perché costa uno sproposito, ecco perché. E’ una cosa immorale. E’ morale invece stare tutto nudo a letto con una ragazza con la quale hai passato più tempo a fare l’amore che a parlare?

Pensavo confusamente utilizzando solo una piccola parte dei miei neuroni, quelli più mattinieri.

I latini dicevano che la moralità è “l’agere secundum recta rationem”. Mi è sempre piaciuta questa frase perché ha una traduzione facile. Non mi aiuta però quasi mai a capire la moralità. Beh non so se Arianna avesse apprezzato la mia “recta rationem”, mi sembrava più concentrata su altre rettitudini. Sembrava, ad una prima indagine poco approfondita, che ne io ne lei fossimo molto morali. Pazienza. Il rapporto qualità/prezzo tra il piccolo rimorso che provavo ed il piacere della nottata era molto favorevole.

Andrò a prepararmi un caffè. La sveglio? Aveva un appuntamento mi pare. Si, un appuntamento alle undici, deve andare in tribunale. Uhm… un avvocato. Nella mia personale statistica gli avvocati sono bravi a fare l’amore. Vediamo che ore sono. La sveglio all’ultimo momento così non ci sarà molto tempo per parlare. Non mi piacciono i discorsi dei risvegli. Pensieri già sentiti. Lei mi dirà che non le era mai capitato ed io farò finta di crederci. Poi io balbetterò qualcosa circa il momento delicato della mia vita. “Vedi Arianna è un periodo nel quale è meglio se sto da solo, ti darei solo problemi”. E lei farà finta di crederci. Sarebbe solo il rumore di parole che contrastano con i nostri comportamenti. Sappiamo bene come stanno le cose non abbiamo bisogno di raccontarci bugie con le parole.

Mi alzai. Erano circa le nove.

A che ora siamo andati a letto? A che ora ci siamo addormentati? Quanto è durato?

Noi deboli maschietti pensiamo sempre a queste cose. Quanto è durato? La nostra equazione infallibile ci assicura che più tempo passiamo dentro ad una donna più lei gode. Ci preoccupiamo poco di controllare se è vero. “Sono d’accordo con il Mister. Abbiamo fatto una buona gara. Credo proprio che il pubblico si sia divertito”. Se poi il pubblico si è divertito veramente non lo sappiamo.

I più scrupolosi lo chiedono? “Come è andata?”. Mah.

I più ‘maschi’ lo suppongono “Si capisce quando una donna sta godendo.” Mah…

Mi preparai il caffè sbadigliando.

Io non lo chiedo e non mi illudo di saperlo. Se ricasca nel mio letto mi ha risposto. I comportamenti sono la verità, non le parole. E’ così facile parlare. Basta avere un cervello ed una bocca. Per i comportamenti serve la volontà, ben più complicato.

I pensieri erano diventati stranamente lucidi. I neuroni stavano facendo un grandissimo lavoro.

Proprio un bel team. Pensò il mio consulente preferito.

La mia dispensa era stranamente disabitata. Niente pane, niente biscotti, niente marmellata, niente latte. Un caffè era una colazione un po’ misera. Pensai che Arianna era una persona che meritava di più. Pensai proprio così oppure immaginai che si era meritata qualcosa di più per quella notte? Chi è che meritava di più, Arianna o la scopata che mi aveva regalato? Era un brutto pensiero subito scacciato dalla considerazione che era stato piacevole anche rollarmi una sigaretta dopo e chiacchierare un pò. Per fortuna. Uscii in tuta e piumino per andare a comprare due cornetti e un po’ di latte. Comprai anche una rosa.

Una rosa? Ma che le porto una rosa? Che penserà?

Che mai avrebbe dovuto pensare? Era un gesto carino, caldo. Non dovremmo essere preoccupati di fare gesti caldi. Non dovremmo essere preoccupati di sembrare gentili. C’è bisogno di più gentilezza. E con ciò sentii che anche quel giorno avevo contribuito a migliorare il mondo.

Sarà durato più o meno di mezz’ora?

Preparai la colazione in salotto e scelsi una bella canzone di Roberto Ciotti per il suo risveglio. La musica si diffuse nella casa e contribuì a riscaldarla molto più del tiepido sole che entrava dalle finestre.

Tornai in camera da letto. C’era un buon profumo di immoralità. Lei aveva un buon profumo e lo avevo riconosciuto.

<Buongiorno Laura> sussurrai.

<Mmhmm… mhmmmm…. buongiorno Filippo> sorrisi.

<Come va? Dormito bene?>

<Ehi… che ore sono?> Agitazione.

<…si, anche io sono stato benissimo…> sospiro.

<No intendevo… dai scemo… devo andare in tribunale stamattina>

<Alle undici, lo so. Grazie a questo scemo potrai continuare a fare l’avvocato e non sarai costretta a rilassare i militari in libera uscita per sopravvivere, non sono ancora le dieci>

<Grazie> lo disse dentro ad un bel sorriso. Ogni tanto mi capita di ripensare a quel sorriso. Ed ogni volta rispondo con un sorriso. Vorrei tanto che il mio sorriso le arrivasse in qualche modo. Credo che questi sorrisi siano una bella definizione della parola affetto. Non ho avuto tanti altri sorrisi così belli in vita mia.

<Posso farmi un caffè> mi chiese sedendosi sul letto.

<No, però se vuoi ne puoi bere un po’ di quello che ho fatto io>

<Ma tu non stacchi mai?> Stavolta il sorriso era diverso.

<Hai fame?> Presto mi chiederai di ‘riattacarmi’. Non aggiunsi nulla. Ero in attesa.

<Siiii, pipì però>

<I piccoli piaceri della vita, la pipì la mattina>

<Quali sono gli altri?> Urlò dal bagno?

 Ecco ci siamo. Ora comincia. Devo reggere un’ora. Quanto ci vuole ad andare in tribunale? A che ora deve uscire? C’è traffico il venerdì? Si c’è traffico.

Il suo bel sorriso era un lontano ricordo.

<Un altro è avere il motorino quando c’è il traffico del lungotevere di mattina> sperai.

Ero pronto per il gran discorso.

<Il Gran Premio la domenica pomeriggio quando piove> disse raggiungendomi in salotto.

<Si certo, anche a me a volte è capitato… No, mi arrendo che vuol dire?>

<Un piacere della vita. Piove e quindi non ti senti in colpa di sprecare un pomeriggio di domenica a casa ed allora ti addormenti sul divano prima del pit stop>

In quel momento pensai che una rosa era pochino. Ci voleva un mazzo di fantastici tulipani. I tulipani sono i miei fiori preferiti.

<Sei simpatica. Non lo dico spesso alle donne>

<Non ti preoccupare, ne conosco tanti di cretini. Ti va se chiariamo subito un punto?>

Ecco fatto…

<Certo. Dimmi…> ero pronto per le parole finte.

<Ieri sera sei stato bravo ed in tre minuti mi hai fatto venire voglia di venire a casa tua. In tutti i sensi. E’ stato eccitante e molto divertente. Obiettivo raggiunto per entrambi. Forse però il mio ragazzo non mi capirebbe completamente. Non è importante e sono sicura che non c’è bisogno che io ti spieghi altro> annusò la rosa.

<Ti do un accappatoio>

<Non dici niente?>

<Si. Ho detto “Ti do un accappatoio”. Ho immaginato che anche se non vuoi parlare, cosa che comprendo, ti vorrai asciugare. Sono un obiettivo perspicace io>

<Anche tu sei simpatico> ancora il suo sorriso. Quello bello.

<Non lo avevamo già detto ieri sera?>

<No ieri sera ho detto: “si, si, cazzo… si si siiii, non ti fermare mai, maiiii’” ma le due cose non sono collegate>

<Per fortuna che sei già fidanzata. Sarebbe stata un rapporto faticosissimo>

<Oh no, per niente. Ti saresti stufato subito> si alzò ed andò verso il bagno.

Aveva ragione ma lo aveva pensato prima lei.

Si fece una doccia veloce ed in dieci minuti era fuori di casa. Ci salutammo con un bacio sulle guance. Il bacio che tutti e due volevamo. Poche ore prima mi aveva ospitato. Mah..

Appena uscì mi confermai che era proprio simpatica. E lo pensai anche quando andai in bagno a fare la doccia e notai tutto il mio dentifricio sopra lo specchio del bagno a formare le parole “Per fortuna non ho un’iguana”.

Erano le dieci e mezzo quando entrai in doccia. Per essere stata una ‘prima volta’ era andata alla grande. Avevamo avuto lo stesso ritmo. Avrei detto che avevamo avuto gli stessi desideri, le stesse voglie, le stesse fantasie allo stesso momento. Mi piace fare l’amore quando so come interpretare i miei sensi.

Avevo la giornata a disposizione. Dovevo rileggere un documento, mandare un paio di email e fare qualche telefonata. Il consulente è un lavoro che ti impegna per diciotto ore il martedì e solo due ore il mercoledì. Dicono anche che sia l’unico mestiere che ti fa cenare una sera con le merendine della macchinetta e la sera dopo nel migliore ristorante della città. Mi è capitato più spesso l’ipotesi A.

Riaccesi il telefono. Due messaggi.

Mio fratello: “Pranziamo insieme da mamma e papà?”. Opzioni, rispondi. “Ok. All’una e mezza”. Invio.

Elena: “Arianna o Francesca?”.

Anche Francesca aveva fatto l’amore con qualcuno quella notte. Ero molto infastidito.

Chissà quanto tempo è durato.

Il profumo dell’immoralità stava svanendo velocemente ed avrei voluto sostituirlo con quello di Francesca. Come sono fatto male!

Senza sapere bene il motivo composi il numero di Elena.

<Ciao, sono Paolo>

<Ciao Paolo, sono un po’ incasinata, dimmi>

Realizzai che non avevo nulla da dirle, volevo ascoltare piuttosto. Volevo che lei mi dicesse che l’aveva chiamata Francesca e che le aveva chiesto il mio numero. Volevo il miracolo. Effettivamente di miracolo si trattava. Sentivo di avere le stesse probabilità che avrei avuto al matrimonio di Cana, se, visto il ritardo dell’ospite d’onore, mi avessero dato dell’acqua dicendo “Vino finito... grazie”.

Ma a volte i miracoli di verificano.

<Niente di importante, ci sentiamo dopo> dissi cercando velocemente un qualsiasi argomento che potesse darmi una possibilità per parlare di Francesca.

<Ok, ti chiamo all’ora di pranzo> troncò Elena.

<Ok, a dopo> ero rassegnato.

<Anzi dopo pranzo perché vado a mangiare un boccone con Francesca> si, si, si!

<Ah… dove andate?>

<Come sei curioso. Ti piace Francesca eh?>

<Ma no che dici, è solo che a pranzo sono in giro magari ci potevamo incrociare da qualche parte> provai un diversivo.

<Purtroppo è un pranzo di femminucce. Credo mi voglia raccontare di ieri sera. Hai visto che è andata via presto, no? Mi sa che era un incontro galante>

<Ah, è fidanzata?> Dimmi di no, dimmi di no.

<Beh fidanzata no. Si vede con un tipo ma lui sembra non decidersi. Ma poi che ti frega? Devo attaccare ora. Ho molto da fare. Ti chiamo nel pomeriggio>

<Ok, a dopo> ero un po’ meno rassegnato.

I miracoli a volte si verificano ma mai quando io sono nei paraggi. Mi sa che uso un bagnoschiuma miracolo-repellente.

Come fa un creatura pensante a non essere interessato a Francesca?

Provai a dimenticarmi di Francesca e accesi il computer. Finii in fretta le cose che dovevo fare. Volevo tenermi il pomeriggio libero giusto nel caso il destino mi avesse riservato una passeggiata sull’acqua o una moltiplicazione di pani e pesci.

A pranzo andai dai miei. Ero contento, non li vedo spesso. Il meraviglioso risultato genetico che molti chiamano Paolo è tutto merito loro. Pensare a due genitori migliori è impossibile e non lo dico perché sono il figlio ma perché loro sono mamma e papà.

Appena arrivato misi il telefonino nell’unico posto della casa che mi assicurava la presenza della linea.

Mi chiesero del lavoro, di Milano, della nuova casa.

Il lavoro andava benino, a Milano vivo bene e nella nuova casa ci sto benissimo. La portiera mi stira anche le camicie. Mi accorsi che non avevo molta voglia di parlare. Volevo stare là con loro ma preferivo ascoltare.

<Voi come va? La Namibia allora? Com’è? Raccontatemi tutto> fin troppo facile.

Arrivò mio fratello. Un altro spettatore dello show.

<…la Skeleton coast è veramente selvaggia. Non c’è assolutamente nulla per centinaia di chilometri…>

Mamma aveva fatto il risotto. Un buon risotto al radicchio.

<… nel Damaraland abbiamo dormito in un fantastico lodge proprio in mezzo al deserto…>

<Mamma, come si fa il risotto al radicchio? Cioè immagino di saperlo ma come cuoci il radicchio? Soffritto con guanciale ed una cipolla?> L’idea. L’idea si stava materializzando.

<… ora sappiamo riconoscere le orme degli elefanti… ehm… si esatto. Io la cipolla non ce la metto ma se ti piace…>

<In Namibia abbiamo mangiato lo struzzo!>

Sono andato via da casa dei miei molto prima di aver finito di mangiare. Ho anche preso il caffè con loro ma in realtà ero già uscito.

Li salutai con la solita promessa di andarli a trovare più spesso.

Richiamai Elena ma stavolta avevo le idee molto più chiare.

<Disturbo?>

<No figurati, abbiamo quasi finito. Dove sei?>

<Sto tornando verso casa. Che fai?>

<Non ricordi, sono a pranzo con Francesca>

<Ah già, è vero> non ero credibile.

<Domani sera faccio una cena> continuai <non volevo dirlo a venti persone perché mi andava di cucinare qualcosa di buono. Ti va di venire?>

<Non ho programmi. Volentieri. Che ti serve?>

Mi serve che porti Francesca.

Dissi: <Nulla. Se ti scappa una bottiglia di vino. Ci vediamo alle nove, nove e mezzo. Se vuoi dirlo anche a Francesca visto che è la con te…> ma che invito è?

<Se TU vuoi dirlo anche a Francesca, te la passo>

La vita è piene di sorprese. Io non mi resi conto che stavo per vivere uno dei momenti più significativi della mia vita, che stavo per stabilire un contatto con Francesca. Il primo. Senza intermediari. Senza altre orecchie. Senza un’atmosfera che ne offuschi il messaggio. I piccoli momenti che costruiscono la nostra vita. Una stupida telefonata, un minuto di conversazione in tutto. In un attimo o di qua o di la. Ovviamente non pensai a tutte queste cose aspettando la voce di Francesca. <Pronto?>

<Ciao Francesca, sono Paolo>

<Paolo chi?>

<Ehm… Paolo, ci siamo conosciuti ieri sera da Elena> ero confusissimo. “Paolo chi” proprio non me l’aspettavo.

<Ma dai, sto scherzando>

<Ah stai scherzando…> non si scherza con i sentimenti. <So che stai mangiando, non ti voglio disturbare. Domani sera faccio una cena, perché non passi?> Gentile, distaccato, …ottimo.

<Veramente avrei un mezzo impegno. Posso farti sapere?>

Se mi avesse risposto così Marco l’avrei mandato a cagare e gli avrei detto che dovevo fare la spesa e cucinare e che mi doveva rispondere subito.

<Si certo figurati. E’ una cosa informale. Se ti va…>

<Ok, magari poi sento Elena>

<Perfetto! Ciao>

<Ciao>

Perfetto un corno. L’avrei rivista o no? Non sapevo che cena organizzare. Con Francesca sarebbe stata una cena tranquilla, cinque o sei persone, massimo sette. Un buon menù magari un po’ particolare, delle buone bottiglie. Un po’ di chiacchiere, musica ambient. Un dvd affittato, non si sa mai. Senza Francesca si riapre l’agendina. Dieci quindici persone, spaghettata, solo due bottiglie di vino buono, birra, la musica che capita e qualche vecchio obiettivo ancora praticabile.

Non sapevo cosa fare.

Aveva un mezzo impegno… Ma che caspita sono questi mezzi impegni? Al giorno d’oggi abbiamo tutti mezzi impegni. E’ la nostra risposta preferita. Il mezzo impegno è la voglia di non prendere nessun impegno perché non si sa mai…. E’ la possibilità di scegliere. Di aspettare qualcosa di meglio senza sentirsi maleducati. In realtà siamo maleducati. Odio i mezzi impegni ma li uso anche io. Quella volta ero vittima del temutissimo ‘mezzo impegno’.

Decisi che avrei rischiato e che avrei tenuto l’agendina nel cassetto. Avrei fatto una buona cena per poche persone. Chi? Rapida carrellata mentale. Esclusi tutte le coppie. Io, Marco, Elena, Francesca spero, Max e Isa. No, saremmo stati tre e tre. Convinco anche Michele, il gruppo al gran completo. Ultimamente Michele aveva sempre qualcosa da fare ma era il momento di lavorare in team. Sette mi sembra un buon numero. Andai a fare la spesa fiducioso.

Il menù cambiava ad ogni curva del carrello del supermercato. L’iniziale risotto al radicchio fu scansato da mille altre proposte. In rapida successione avevo immaginato il risotto al radicchio appunto, una cena messicana con tacos e guacamole, pasta corta con vongole zucchine e gamberoni, pasta lunga al sugo di carne, bocconcini di pollo al curry ed insalata, arrosto al forno con patate. Optai per gli involtini in bianco con prosciutto e formaggio, piselli, purea di patate e qualche antipastino. Comprai del vino rosso siciliano, una bottiglia di spumante siciliano e del passito di Pantelleria.

Crea nuovo messaggio:

“Domani sera cena da me. Non coinvolgere nessuno e bussa coi piedi”. Invia, cerca in rubrica, M -A -R, Marco. Ok.

Bip Bip. Marco nuovo messaggio. Leggi ora? Invio.

“Che vuol dire bussa coi piedi?”.

Rispondi al messaggio.

“Che hai le mani impegnate da due bottiglie di vino. BUONO! Non fare il pitorfo come al solito e ti presenti col Tavernello!!”. Invia.

Bip Bip.

Elena nuovo messaggio. Leggi ora? Invio.

“Io confermo. Francesca passa dopo cena. E’ un problema se viene con una persona?”.

Rispondi al messaggio.

“Certo che no”. Invia.

Certo che si. Anzi, certo che dipende.

Con chi viene?E soprattutto… se viene dopo cena… che dolce preparo?

Grandi interrogativi nella mia mente.

 

Un invito inaspettato

Cercai di fare più piano possibile per non svegliarlo. Mi muovevo a casa di Riccardo come se fossi a casa mia. Era un ambiente che mi era molto familiare. Molti mobili erano li perché li avevo spostati io. Molti quadri erano appesi perché glieli avevo fatti comprare io. Anche il copriletto sul quale ero seduta veniva dal magico mondo delle mie idee. Riccardo aveva una bellissima casa ma sembrava non interessarsene. Gli andava bene qualsiasi mia proposta. In realtà capii che non era un privilegio riservato a me ed al mio gusto ma a qualsiasi persona con un paio di tette che avesse passato più di mezz’ora nella sua camera da letto. La sua casa era stata arredata dalle sue amanti. Mi stavo allacciando gli anfibi quando si svegliò.

<Vai via?>

<No, mi piace dormire con i piedi caldi…>

<Una volta potresti anche fermarti>

<Ancora? Ne abbiamo parlato mille volte. Daremmo un valore troppo diverso alla cosa>

<Che valore vuoi che abbia dormire insieme>

<E’ esattamente quello che volevo dire. Per me ha un valore e per te un altro, molto prossimo allo zero. Sai… ci sono altre cose oltre il caffè a letto la mattina>

<Devo parlarti, Francesca>

<Addirittura. Alle 3 di notte? E dopo la sigaretta post coito? Deve essere molto importante, sono tutta orecchi. Dimmi>

<Beh, mi stai mettendo in difficoltà con questo sarcasmo. E’ un po’ che ci penso. So che non sono stato sempre impeccabile però credo di aver capito che la mia vita con te è migliore. Non voglio dire che sarebbe più comoda. Così sembra che ti sto parlando per convenienza invece non è così. Io forse ti amo e forse ti amo già da un po’ ma non lo sapevo…>

Povero Riccardo. Quarantaquattro anni e solo macerie nel suo cuore, incapace anche di fare una dichiarazione d’amore. Una vita passata a mettere tacche sul cinturone e a far credere ad ogni tacca di essere speciale. E magari un po’ ci credeva anche. Collezionava pezzi di persone che univa pazientemente al suo personale puzzle sentimentale. Quel giorno capii che non sarebbe arrivato da nessuna parte.

<… forse se ci provassimo magari potremmo capire che siamo fatti l’una per l’altro. Sai questa casa è grande…>

Solo qualche mese fa sarei stata appesa alle sue labbra, ben attenta a non perdere una virgola della sua rappresentazione. Ora lo osservavo mentre dava tutto se stesso per convincersi che mi stava dicendo la verità. Concentrato sulle parole, l’aria seria. Non aveva il minimo dubbio che di li a poco gli sarei saltato al collo piangendo dalla gioia.

<… magari domani potremmo partire per Capalbio per festeggiare. Che ne dici?>

Mi sembrava un attore dopo la “tirata” della candela nel Re Lear, aspettava l’applauso. Le mie lacrime appunto.

Nulla di tutto questo. Lo spettacolo fu una delusione per critica e pubblico.

<Posso farti una domanda>

<Si… certo> tono indeciso. Ehi vecchio leone, che succede? Non sai che domanda sto per farti, vero? E’ la prima volta che non sono prevedibile?

<Ti piace ancora scoparmi?>

<Si, … si direi di si. Non te ne sei accorta stasera?> Tenti il colpo di coda, vecchio leone?

<Stasera, a dir la verità, non è un buon esempio. Comunque ti credo, ti piace ancora. Speriamo che ricapiti allora, no? Mi dispiace non credo che la tua sia una buona idea. Qualche tempo fa forse…, ora non ti credo più. E quando ho smesso di crederti ho smesso di sentirmi innamorata>

<Francesca tu non capisci…>

<Oh no tesoro mio, io capisco benissimo. Ed evita di dire che sei cambiato. Non perdere la tua originalità>

<Non sono cambiato, sono …diverso…> l’aveva detto. Il re era nudo.

<Io spero che tu non sia diverso dal Riccardo che mi piace. Magari a Capalbio possiamo andarci lo stesso. Ora scappo, ho voglia di tornare a casa mia> avrei potuto baciarlo in fronte ma sono una persona cui non piace stravincere.

Non avevo mai capito cosa fosse un mix di sensazioni fino a quella sera. Ero felice perché Riccardo mi aveva fatto stare molto male in passato ed era stata una buona rivincita. Ero sconcertata perché non avrei mai pensato di vederlo così in difficoltà. Ero dispiaciuta perché per lui sarebbe stato un colpo grande da assorbire.

Riaccesi il telefonino.

Bip Bip. Elena Nuovo Messaggio.

“Dove sei andata brutta zoccola?”.

Rispondi al messaggio.

“Prova ad indovinare. Pranziamo insieme domani?”.

Arrivai sotto casa e non c’era parcheggio. Per una volta ero quasi contenta. Decisi di fare un piccolo giretto con la macchina. Potevo continuare a lasciare libera la mia mente mentre guidavo nel nulla di Roma accendendo una sigaretta dopo l’altra. Ero avvolta da un alone di benessere inspiegabile e volevo godermelo ancora un po’. Roma per questo è un’amica eccezionale, proprio l’amica che serve quando vuoi pensare un po’. Ti da le sensazioni giuste. Idee rotanti ed indefinite nella testa. Mi stavo drogando di Roma. Buonanotte Paolo.

La mattina dopo mi svegliai tardissimo, avevo preso un giorno dal lavoro. Ogni tanto lo faccio anche se non ho nessun altro impegno particolare. Prendo un giorno di ferie per me e basta, senza anagrafe, senza banca, senza posta, senza rinnovi del passaporto. La casa era vuota. Mio fratello e mio cugino erano usciti.

Avevo fame. La sera prima del resto, nonostante la bordata che avevo voluto tirare a Riccardo, ci eravamo difesi discretamente. Mi è piaciuto? Squillò il telefono. Era Elena che mi confermava il pranzo insieme.

Mentre guidavo per andare all’appuntamento ripensavo alla serata del giorno prima. Alla caduta degli eroi ed alla nascita di nuove leggende. Riccardo e Paolo. Paolo aveva contribuito a darmi la forza per essere così decisa? Sentivo che era un pensiero stupido. Per quanto ne sapevo io mentre io stavo a letto con Riccardo, Paolo poteva stare tranquillamente a letto con Arianna.

Volevo rivederlo.

Elena mi stava aspettando sotto il suo ufficio. Camminando con il telefonino in una mano e la sigaretta nell’altra. Se avessi dovuto dipingere Elena l’avrei disegnata così. Una scena che la rappresentava completamente. La osservavo mentre le camminavo incontro. Mi fece un sorriso. Sentivo di volerle bene.

<Eccola qua la zoccolona. Che hai combinato ieri?> Curiosa Elena. Curiosa come una scimmia.

<Vuoi parlare di sesso o di trionfi?>

<Ahi ahi ahi, se dividiamo le due cose non si mette molto bene. Sarà un pranzo noioso>

<Ok, parliamo di sesso> dissi sfogliando il menù e guardando di sottecchi il cameriere più attento alle mie rivelazioni che alle ordinazioni.

<Ora si ragiona. Riccardo?> Si lanciò Elena.

<Caspita se indovini al primo tentativo le mie quotazioni sono proprio in ribasso. Per me un’insalata con la mozzarella di bufala. Che prendi?>

<Io… ma si anche io. Non sono mica qui per la mozzarella. Mi racconti o devo immaginare?>

Mentre sentivo Elena così curiosa e complice mi domandai perché giocavamo ancora a fare le ventenni che si raccontano le loro prime esperienze. Ancora ci piaceva sentirci due ragazzacce. Elena la conoscevo da cinque anni ed avevamo creato un ottimo feeling. Era la mia partner di gioco ideale. Simpatica, intelligente. Ascoltava ed all’occasione mi sgridava. Soprattutto mi voleva bene. C’era stato un tempo della mia vita in cui davo per scontato che le persone mi volessero bene. Non era così. Per questo mi ero attaccata ad Elena. Lei c’era quando serviva e anche quando non serviva. Molte persone hanno la sindrome da crocerossina e quindi non vedono l’ora di asciugare qualche lacrima. Poi però sono noiosissime. Si realizzano solo nella tragedia. Le Eschilane. Elena non è così. Elena sa starmi accanto. Sa piangere e ridere. Lei è una Shakespiriana.

<Sei e mezzo> dichiarai.

<Sei e mezzo? E come dire che si è divertito solo lui!>

<Non ti ho raccontato il meglio…> sapevo come far abboccare Elena.

<Cioè?> Speranzosa.

<Mi ha proposto di andare a vivere con lui. Credo>

<Perché solo da te mi aspetto una frase così sconclusionata? Che vuol dire “credo”?>

Risi. <Vuol dire che non l’ascoltavo molto attentamente. Non era un discorso rivolto a me. Mi sembrava così… così… come al solito>

<Inaffidabile?> provò Elena.

<Beh si…, di Riccardo non mi fido ma non è questo il punto. Mi sembrava poco convinto. Stava parlando a se stesso e non si capiva>

<Che gli hai risposto?>

<Elena… non devo ricordarti che si è portato a letto due mie amiche?>

<Mi sembra evidente che non sei un granché a sceglierti gli uomini ed ancora peggio a sceglierti le amiche. Escluse le splendide ed inappuntabili presenti>

<Già…>

<Il tuo problema è che hai ancora il mito del bel tenebroso. Pensi ancora che sia rivoluzionario ficcarti sotto le coperte di uno che ha lo sguardo magnetico. Poi? Che risultati? Sei e mezzo…>

<Smettila. Odio sentirti parlare quando hai ragione>

<O ci fanno godere, ma veramente godere, oppure riesumiamo il vecchio mito dell’amore>

<L’amore, già… ricordi quando ancora ne parlavamo?>

<Se poi ti innamori di uno da otto… sei a cavallo>

<Boom!> Eravamo sceme e divertite.

<Brindisi al cavallo!>

Sbattemmo i bicchieri pieni di acqua naturale e suonò il cellulare di Elena.

<Mi passi il cellulare? E’ dentro la mia borsa> Elena allungò il suo braccio scuotendo la mano in segno di impazienza. Come se aspettasse una telefonata importante.

Le passai il telefono e con la coda dell’occhio vidi il nome di Paolo sul display. E’ una telefonata importante?

Confesso che ero li anche perché speravo in una cosa come questa. In alcuni momenti ti avvicini più possibile alla porta dei tuoi desideri senza bussare. Gli giri un po’ intorno sperando di poter entrare in qualche maniera. Mi sentivo bene.

< Se TU vuoi dirlo anche a Francesca, te la passo>

Mi aveva invitato a casa sua per cena.

Ma perché non gli ho detto subito si? Forse mi ha invitato perché Elena gli ha detto che c’ero anche io. Mi ha invitato solo per gentilezza.

<Paolo per esempio…> disturbò Elena.

<Paolo cosa?> uscii dai miei pensieri.

<Lascia perdere>

<Dai dimmi, che vuoi dire?> Ero curiosa. Non avrei mai avuto il coraggio di chiederle nulla riguardo a Paolo ma visto che ne stava parlando lei…

<Niente, non è importante, non ti piacerebbe mai> sentenza. Non è buffa la gente quando parla con estrema sicurezza di una cosa che non conosce?

<Domani sera andrò a cena con mio cugino. Magari passo dopo> dissi ad un’attenta Elena.

<Ti perdi qualcosa, Paolo cucina molto bene>

Ci salutammo mentre io stavo già pensando a cosa avrei portato da Paolo. Un dolce, forse. A volte sono così indecisa che divento ridicola. Che dolce?

 

postato da: fabiotestaccio alle ore 09:54 | link | commenti
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