Quando suonò la sveglia, accesi il telefonino e lo appoggiai sul petto. Richiusi gli occhi sforzandomi di non addormentarmi.
Bip Bip. Eccola qua, buongiorno.
Francesca nuovo messaggio. Leggi ora? Invio.
“Non sai quanto mi piacerebbe. Buon viaggio e raccontami qualcosa ogni tanto. Bacio F.”.
Mi alzai per andare in bagno ed osservai il mio letto vuoto. Forse un giorno le manderò un bacio mentre dorme…
Guardai l’orologio ed iniziai la settimana.
Mi svegliavo all’alba per andare a Milano quasi tutte le settimane. Potevo fare la doccia, andare in aeroporto, fare il check-in, imbarcarmi, arrivare a Linate e salire in motorino, il tutto continuando a dormire. Quella mattina quelle abitudini così comuni erano speciali.
L’aeroporto era già pieno di persone assonnate e dei loro pezzi di sogno non ancora evaporati. Poi, piano piano, i sogni scompaiono e lasciano il posto ai pensieri. Riunioni, accordi, contratti, firme, rifiuti, speranze. In aeroporto alle sei e mezzo del mattino si sente l’odore del lavoro della gente. Tutti con le ventiquattrore sopra un trolley fedele come un cane. Tutti con le camice stirate dentro la valigia: una per ogni giorno. Senza sorprese.
Salii in aereo e iniziai a guardare fuori dal finestrino. Il sole stava iniziando ad allontanare la notte. Mi piace il decollo da Fiumicino, si vede subito il mare e mi viene voglia di andarci. Qualsiasi stagione, anzi, forse più d’inverno che d’estate. Penso ad un bel week end al mare d’inverno. Penso alle serate passate in casa e lo sbattere delle onde in sottofondo. Quella mattina non avevo pensieri diversi ma erano più emozionati. C’era Francesca nei miei occhi chiusi. Era nella mia macchina con gli occhiali neri per ripararsi da un sole ancora debole. Mi osservava in attesa di un po’ del pesce che stavo spinando in un bel ristorantino tranquillo della costa. Ora la sua testa era sulle mie ginocchia mentre fuori, il mare agitato tormentava la riva con una costanza che mi ha sempre fatto paura. Ed affascinato.
Pensavo durante il dormiveglia, appena arrivo le mando un messaggio “Ci svegliamo?”, anzi la chiamo. Saranno le otto quando arrivo, credo che la sveglierei. Se dorme ha il cellulare spento. E se lo ha dimenticato acceso e sveglio tutta la casa? Aspetterò l’ora di pranzo. Le manderò un messaggio. Guardai fuori e c’era ancora il mare. L’isola d’Elba e, lontana ma riconoscibile, la Corsica. Eccomi sullo scooter su una incantevole strada dell’entroterra corso. Un zaino sulle spalle ed un sorriso in viso. Forse lo stesso sorriso che usai per rifiutare lo spuntino che mi stava offrendo l’assistente di volo. L’aereo atterrò in perfetto orario.
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“Mi piace Milano, il suo problema è che tu sei a Roma. Bacio, buona giornata”.
Avevo una giornata complicata, una settimana complicata ma avrei fatto di tutto per sorvolare di nuovo l’isola d’Elba al più tardi giovedì sera. Volevo rivederla prima possibile.
Arrivato in ufficio fui subito catapultato nel quotidiano: riunioni, documenti, revisioni, discussioni.
Francesca si affacciò in un angolo della mia mente solo verso l’ora di pranzo. Poi la sera. Tornando verso casa in motorino la pensai. I miei pensieri vanno veloci in motorino e Milano li accompagna con il giusto ritmo. Mi piace Milano. Mi aveva mandato solo un messaggio la mattina per augurarmi una buona settimana ed ero contento. A casa la chiamo. Mi fermai a fare un po’ di spesa al supermercato della stazione Centrale che è aperto tutta la notte. Un po’ di insalata, dello stracchino e del prosciutto cotto. Non avevo fame ed ero stanco, come tutti i lunedì. Cenai con calma, come se stessi mangiando del cibo prelibato, e poi mi accomodai sul divano. Chiamai Francesca ma mi chiese se potevamo risentirci dopo un paio d’ore, era a cena fuori con un collega.
Che c’è di strano? Mi domandai.
Cominciai a subire un po’ di televisione e poi chiamai i miei. Dopo un paio d’ore la richiamai.
<Buona sera, disturbo?>
<No figurati, sono tornata da dieci minuti. Ho provato a chiamarti ma era occupato. Mi ero messa a leggere>
<Che leggi?>
<Un autore ungherese, Tibor Fisher, lo conosci?>
<Pazzesco, a me piace molto Tibor Fisher. Pensavo di essere l’unico a conoscerlo. Una bella coincidenza, non trovi?>
<Già. Vogliamo dare a questa coincidenza qualche significato particolare?>
<Si, lo voglio. Tu cosa proponi?>
<Dunque… vediamo un po’… affinità letteraria?>
<E’ un buon inizio se penso che le affinità di solito non sono il mio forte>
<E qual è il tuo forte?> Aveva una bella voce. Non avevamo molto da dirci o forse semplicemente eravamo un po’ imbarazzati e stavamo camminando sul filo dell’intimità senza avere il coraggio di oltrepassare la soglia, ben attenti a non sembrare sconvenienti. C’era molta prudenza, quasi temessimo di poter rovinare tutto con un suono.
<Che domanda impegnativa… direi… la pasta con le vongole e le zucchine>
<Beh certo è una cosa che fa curriculum>
<Non avevo capito di esser impegnato in un’intervista di lavoro>
Francesca entrò subito nel mio gioco e la cosa mi divertì molto <mi dica… perché vuole venire a lavorare per noi?>
<Perché sono sicuro che per me sarebbe il posto ideale per esprimere ed esaltare le mie qualità. E perché sono certo che a voi potrebbero fare comodo le mie competenze> risposta standard.
<Qualità e competenze… me le descriva>
<Sono una persona curiosa, attenta, osservo molto e giudico poco. Sono indipendente ma so lavorare in squadra. Per quanto riguarda le mie competenze conosco tutte le tabelline, tutte le capitali d’Europa e buona parte di quelle del resto del mondo. Uso quasi sempre correttamente il congiuntivo e so fare le quattro operazioni, anche le divisioni a due cifre. Ho delle discrete nozioni di storia. Della mia pasta alle vongole le ho già detto…>
<Ma sembra che lei ha solo pregi. Qualche difetto che la caratterizza?>
<Ho un pessimo rovescio, metto il parmigiano sul risotto ai funghi, a volte bevo attaccato alla bottiglia, sono scostante e non sempre capisco le persone perché sono portato a vedere sempre il meglio nella gente. Sono poco geloso, molte persone pensano che sia un difetto. Spero che non lo sia per voi>
<Qualcuno pensa che un po’ di gelosia sia indispensabile in un lavoro come il nostro>
<Magari posso fare dei corsi di aggiornamento. Sono molto predisposto all’apprendimento>
<Sembrerebbe proprio che non possiamo farci sfuggire una risorsa come lei. Credo che potremmo offrirle un periodo di prova>
<Bene, sono contento. Posso chiederle esattamente quale posizione dovrei occupare all’interno della vostra struttura?>
Era un gioco stupido ma era una scusa per parlare un po’ di noi. Tutti e due avevamo approfittato di questa possibilità che si era creata spontaneamente. A volte tra un uomo ed una donna si creano delle dinamiche che solo apparentemente possono sembrare prive di senso ma che in realtà hanno molto significato.
<Stiamo cercando una persona che possa lavorare ad un progetto molto particolare. Diciamo che dobbiamo fare uno studio di fattibilità per un’opportunità che non conosciamo bene. Anzi, la conosciamo molto poco, quasi per niente. Dovrebbe lavorare con una donna, la cosa rappresenta un problema per lei?>
<Credo che le donne siano naturalmente portate per certi progetti anche se, ad essere sincero, non sono molto abituato. Però posso garantirvi fin da adesso il mio massimo impegno. Quando si comincia?>
<Subito, si comincia ieri sera … se lei è d’accordo…>
<Non sarà molto professionale ma vorrei proprio baciarti…> chiusi gli occhi, forse allungai una mano come per accarezzare un ologramma.
<Effettivamente non sarebbe molto professionale approfittare di una collega ma la nostra società è abbastanza informale. Anche io vorrei baciarti>
Era ancora lunedì e già non vedevo l’ora di rivederla. Com’era diversa questa telefonata, forse infantile, rispetto alle telefonate inutili che ogni tanto, sempre di lunedì, ‘dovevo’ fare per sentirmi a posto con la coscienza. Telefonate frettolose fatte di sbadigli a persone delle quali non ricordo quasi il nome. Avrei continuato a parlare con Francesca tutta la notte.
<Quando torni?> mi chiese.
<Spero di tornare giovedì. Venerdì devo vedere una persona ma forse sarà a Roma. Magari riusciamo ad incrociarci nel week end?>
<Beh, se dobbiamo lavorare su questo progetto, non vedo come potremmo farlo senza vederci>
<Già, hai ragione, credo proprio che dovremo frequentarci un bel po’. Quando si parla di lavoro…>
<Ci sentiamo domani?>
<Non vedo come potrei sopravvivere altrimenti> la imitai.
<Esagerato> sorrise.
<Ma si… esageriamo…>
<Non so, piano piano…>
<Ma come si fa ad esagerare piano piano?>
<Ad essere sincera preferisco non esagerare>
<Come vuoi tu. Sicuramente hai ragione. Comunque se vuoi esagerare io ci sono, ok?>
<Ok, non lo dimenticherò. Ti prometto che sarai la seconda persona a saperlo>
<La prima?>
<Beh, la prima sono io, no?>
<Bene, mi piacciono le persone individualiste. Un bacio, Francesca, uno bello>
<Uno bello anche per te. Buonanotte>
Riattaccai con la sua dolcezza nelle orecchie. Ero veramente stanco e non vedevo l’ora di andare a letto e provare a sognarla un po’.
Ed invece il telefono squillò di nuovo.
<Ciao, stavo proprio per chiamarti…>
<Che merdina che sei, non ti credo. E pensare che te l’ho presentata io… mi vuoi raccontare qualcosa?> Elena non era arrabbiata, forse un po’ delusa. Aveva ragione.
<Che devo dirti…? Mi piace. Siamo usciti insieme e ci siamo baciati. Credo che stiamo insieme, anzi, a dir la verità non lo so. Quando è che due persone si mettono insieme?>
<Beh direi che teoricamente il primo bacio potrebbe funzionare come punto di partenza di una storia. Dipende da quello che si dice dopo. Che vi siete detti?>
<Un sacco di stupidaggini. Non saprei… abbiamo scherzato. Forse dovrei chiederglielo?>
<Forse dovresti capirlo da solo, che ne dici?>
<Dico che hai ragione. Secondo me stiamo insieme> sentenziai.
<Speriamo che lei pensi la stessa cosa. Sono contenta per voi. Non è facile…>
<E’ molto difficile. Elena… che tipo è Francesca?>
<In che senso?>
<A te piace?>
<Si, a me piace molto. E’ una bella persona. Finora a dire il vero l’ho sempre vista impegnata in storie senza molte possibilità. Le dicevo sempre che era unica nell’infilarsi nei tunnel senza via d’uscita. Per quello che ho avuto modo di conoscere, erano tutte persone molto diverse da te>
<Che vuoi dire?>
<Voglio dire che secondo me tu sei in grado di apprezzarla. Tu vuoi una donna cui dare molto e da cui vuoi prendere. Ecco lei ha molto da dare. Prova a fidarti un po’ di lei, prova a coinvolgerti>
<Mi sento parecchio coinvolto, Elena>
<Posso farti notare che quello che provi il giorno dopo aver baciato una ragazza non vale molto come verità assoluta?>
<Spero di non cambiare idea per un paio di mesi. Sarebbe già un bel risultato>
<Vivi tutto quello che ti viene e goditi Francesca. Sei fortunato>
<E lei? Lei non è fortunata>
<Amore mio… lei ha fatto tredici. Tutti e due avete fatto tredici. Ora cercate di non perdere la schedina>
<Sai quanto sono disordinato… E te? Che hai combinato?>
<Tutto normale. Giornata dura>
<E spalle larghe?>
<Dovevamo uscire ma ero stravolta. E poi non sarebbe stato divertente>
<Capisco… >
<La vita è dura amore mio>
<Io la mia la vedo bellissima e Franceschissima>
<Sono contenta di sentirti così rimbambito. Ti bacio>
<Anche io. Elena…?>
<Si?>
<Lo sai che sei la ragazza che preferisco, no?>
<Si, si immagino…> Elena apprezzò molto quel complimento.
<Un bacio, ’notte>
<Ciao amore mio> attaccò.
Mi sentii un po’ in colpa per non averla chiamata ma non le avevo detto quelle parole per scusarmi, lei sapeva bene che erano vere. Mi rollai la sigaretta della rilassatezza e me la gustai affacciato alla finestra nel grigio freddo della notte milanese. Da lontano vedevo la Madonnina dorata ed anche lei mi stava guardando. Mi voleva bene.
A letto mi addormentai quasi istantaneamente.
I giorni passarono lentissimi ed io non riuscii a spostare a Roma il mio appuntamento. Dovevo tornare venerdì. Cazzo, un altro giorno!
Durante la settimana ci sentimmo tutti i giorni. Erano telefonate abbastanza veloci. Finito il gioco dell’intervista non eravamo ancora in grado di comunicare senza parlare di qualcosa di definito. Avevamo ancora bisogno dell’aiuto delle domande tipo “come è andato il lavoro?” oppure “che combini stasera”. Solo durante i saluti azzardavamo qualche parola affettuosa. Io non ero infastidito, non mi piace il telefono. Io volevo rivederla!
Il venerdì presi l’aereo all’ora di pranzo e andai in ufficio a Roma.
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“Sono arrivato a Roma. Sento già il tuo profumo”. Eravamo d’accordo che ci saremmo sentiti verso le sette, Francesca aveva un paio di riunioni nel pomeriggio.
Alle cinque iniziò la classica girandola di telefonate del venerdì.
<Non so… devo sentire Francesca più tardi> era il mio ritornello.
<Alla grande. Ci sentiamo domani. Io credo che esco con Marco e Max, c’è una festa da qualche parte. Organizza Max… boh> Michele.
<Evvai… colpisci!> Max.
<Ambè…> Elena.
<Francesca chi? A quella… vabbè… Ti stacchi per l’una? C’è una festa da qualche parte. Di un’amica di quel cazzaro di Max> no Marco, spero proprio di non staccarmi per l’una. Questa volta spero di non staccarmi.
La chiamai dall’ufficio alle sette. Dopo avermi fatto spaventare ci mettemmo d’accordo per la serata. Sarei passato da lei alle nove.
Tornai a casa ed aprii un bel rosso pugliese. Il vino si mischiò subito con la mia voglia di Francesca. Ero invincibile.
Quando suonò la sveglia, i miei occhi erano già aperti da qualche minuto. Non mi ero alzata e mi stavo gustando il calore del mio letto. Non avevo voglia di andare in ufficio eppure sapevo che sarebbe stata una settimana molto lunga. Mi alzai e controllai il telefonino, non segnalava alcun messaggio. Lo portai con me in bagno e poi in cucina. Mentre stavo girando il mio mezzo cucchiaino di zucchero nella tazzina, il telefono finalmente mi avvisò di un nuovo messaggio. Assaporai il caffè con lo sguardo perso tra le piastrelle sopra il lavello. Non avevo un granché da guardare nella mia cucina, era una cucina come mille altre eppure a volte diventava il mio rifugio. Associavo alla cucina dei bei momenti. Non che io ami cucinare però la cucina per me rappresenta il caffè la mattina, il piatto di spaghetti quando ho fame, la tazza di tisana calda nelle notti d’inverno e il bicchiere di acqua fresca nelle notti d’estate. Tutte cose che cambiano l’umore.
Mi lavai e mi vestii in fretta.
A studio mi gettai a capofitto nel lavoro e cercai di portarmi avanti su attività che non prevedevano nessun confronto con gli altri colleghi dello studio. Mi serviva un po’ di tranquillità e la cercavo nella quotidianità. Non serviva molta testa, era sufficiente la pratica. Erano successe tante cose negli ultimi giorni e avevo bisogno di allontanarle. Parlai pochissimo, i ragazzi con cui lavoravo già da qualche anno mi conoscevano bene e non mi chiesero nulla. Immaginavo i loro commenti al caffè, la loro curiosità non mi infastidiva. Spesso era la mia, è il gioco delle parti che si crea quando si mettono delle teste e dei cuori in uno stesso posto.
All’ora di pranzo mi chiamò Elena.
<Buongiorno, come stai?>
<Ti dico subito quello che vuoi sapere, ho baciato Paolo ieri sera> non avevo voglia di parlare neanche con Elena ed il mio tono era abbastanza chiaro.
<Scusami se mi interessa sapere se due dei miei migliori amici stanno iniziando una relazione…> era seccata, aveva ragione.
<Scusa Elena, non volevo essere scontrosa>
<Non preoccuparti. Ci sentiamo dopo?>
<Dai… ti chiamo dopo, ora sono anche un po’ impegnata. Scusami, davvero>
<Posso farti solo una domanda>
<Vai…> una domanda di Elena, anche una sola, poteva essere davvero impegnativa.
<Hai una voce strana… sei infastidita da qualcosa?> Era una domanda impegnativa. Ero infastidita? Pentita? Direi che non erano le parole giuste, i concetti giusti. Ero… stanca. Ecco mi sentivo stanca di rimettere il cuore in movimento. Volevo fermarmi un pochino. E poi Elena non era la persona migliore con la quale chiacchierare di Paolo.
<Non sono pentita, Paolo è… simpaticissimo. Lo sai bene, no? Siamo all’inizio, vedremo. Voglio andare avanti tranquilla>
<Ci sentiamo dopo, chiamami se ti va. Un bacione, Franceschina>
<Ok, Elena, ti chiamo dopo. Un bacio. Elena…?>
<Si?>
<Scusami per prima, sono stata sciocca>
<Prima? Cosa è successo prima?> Rise ed attaccò. Scusami Elena.
Nel pomeriggio Carlo si avvicinò alla mia postazione un po’ timoroso, quasi non volesse disturbarmi. Nell’ambito dell’ufficio, Carlo era la persona che conoscevo meglio e che mi conosceva meglio. Con lui avevo legato fin dall’inizio anche perché avevamo iniziato a lavorare praticamente lo stesso giorno. Era sposato con una ragazza brasiliana bellissima. E’ un buffone Carlo, ed io adoro i buffoni. Aveva uno spirito d’osservazione non comune.
<Che ne dici di questo?> Mi presentò un bozzetto che rappresentava un uomo vestito con un elegante completo grigio, una maschera da sub sulla fronte ed una chitarra a tracollo. Il tipo stava spingendo una cariola. Sotto campeggiava la scritta: “Che ti serve?” e poi il logo della compagnia di Assicurazione che ci aveva commissionato la campagna.
<Ancora con questa cariola, Carlo? Devo farti un file transfer nel cervello per spiegarti che questa cariola non è piaciuta?>
<Lo so> appallottolò il bozzetto e con un gancio lo buttò nel cestino cinque metri più in la facendo volare il foglio accartocciato sopra la testa di Teresa che non si accorse di nulla. <Sono ancora un grande, eh?> disse compiaciuto per quel gesto atletico che provava decina di volte al giorno con risultati molto scarsi e si mise a sedere sulla mia scrivania scansando senza premura tutto il mio disordine. <Volevo solo romperti un po’ le palle, come stai? Perché non sei venuta in ufficio oggi?> Aveva perso tutta la sua circospezione.
Aggrottai le ciglie e lo guardai con aria interrogativa.
<Si, materialmente sei qui, me ne sono accorto vedendo in giro il maglione che ti abbiamo regalato noi l’anno scorso, ma… tutto il resto dov’è? La parte interna intendo. Dubbi? Perplessità? Parlane con Carlito. Eppoi oggi è il tuo giorno fortunato, Lola è andata a Milano per lavoro. Mi paghi una pizza da ‘Striscio e busso’ e ti regalo una seduta di psicanalisi>
<Solo se mi prometti che non prenderai la pizza con salame piccante, peperoni e cipolla, fa una puzza disgustosa>
<Un giorno anche tu apprezzerai i veri piaceri della vita, mia cara... e quel giorno farai un bel rutto alla cipolla. Andiamo con la mia cariola, ok?>
<Porco!> Per fortuna che c’era Carlo.
<Mi piace quando mi dici così, Chicca> Carlo era l’unica che poteva azzardarsi a chiamarmi Chicca. All’inizio non avrei voluto permetterlo neanche a lui ma era stata una battaglia persa. Lo avevo anche minacciato di assestargli una bella pedata un metro sotto il mento ma non avevo sortito nessun effetto. Lui continuava a chiamarmi Chicca, anche in riunione davanti al Cliente. “Fa capire che siamo una squadra, Chicca”, mi diceva sempre.
Ogni tanto ci capitava di andare a cena noi due da soli. Qualche serata tirata a studio, qualche campionario da far vedere a Milano da parte di Lola, qualche lacrima di troppo da parte mia. Carlo è un buon amico. Avevo pensato qualche volta a come sarebbe stata la mia vita con lui ma mai con troppa convinzione. Carlo era felicissimo con Lola e lei era bella e brillante. Una combinazione odiosa per le altre donne. Una volta mi aveva confidato che se non fossimo così amici sarei una delle poche persone con le quali metterebbe le corna a Lola. Magari non era vero, forse stava solo dicendo una delle sue solite esagerazioni ma quella confessione per me era sufficiente per appagare il mio appetito di donna. Certo se non fosse stato sposato… eravamo a rischio.
<Ciao Emiliano, una funghi e salsiccia per me ed una cipolla e salame piccante per la nostra amica> Carlo annunciò la nostra ordinazione ad alto voce.
Guardai Emiliano e fu sufficiente.
<Dai Francesca, fammi fare due risate. Quale tragedia rappresentiamo oggi?> Carlo avevo sempre questo modo di sdrammatizzare che non avrei accettato da nessun altra persona.
<Quattro giorni fa ho conosciuto un tipo e ieri sera l’ho baciato> andai subito al punto, a che serve girare troppo intorno alle cose? <Nel frattempo sono stata due volte a letto con Riccardo ed abbiamo chiuso. Cioè ho chiuso. Carlo, fidati, definitivamente>
<Per fortuna che non ci siamo visti nel week end, avevi gli ormoni un po’ in subbuglio eh?>
<Dai fermati un secondo, non ho molta voglia di scherzare>
<Ok, scusa. Ti piace questo tipo?>
<E’ molto carino, ha un bel modo di fare. Mi fa ridere. Però proprio ora che finisco la storia con Riccardo… non appena avevo intuito che con Riccardo era agli sgoccioli, ormai qualche settimana fa, avevo pensato che mi avrebbe fatto bene stare un po’ per fatti miei… che ne pensi?> Ecco cos’era, ora mi era chiaro. Dovevo sentire il suono della verità per comprenderla. Volevo vivere un po’ da sola, andare al cinema con le amiche, scherzare con gli amici, andare a qualche festa, dare qualche buca, far sentire il mio odore ma non il mio sapore. Volevo premiarmi, fare un po’ di shopping, andare a letto presto oppure fare tardi sul divano a vedere qualche film antico. Volevo litigare con mio fratello e giocare a carte. Volevo dedicarmi un po’ della mia vita, dedicarla solo a me, senza intrusioni.
<Dunque… siamo alle prese con un tipo carino, che ti fa ridere e che ha un bel modo di fare. Non so… Io l’unica verità che posso dirti è questa: metti la crema protettiva quando prendi il sole altrimenti si rovina la pelle. Tutto il resto è solo la mia esperienza e non è vero in assoluto. E’ giusto o sbagliato. Non ci sono consigli. Comunque, visto che pagherai la pizza, ecco il mio personale, erroneo, punto di vista. Ho conosciuto Lola in un periodo in cui mi stavo divertendo come un pazzo. Donne, amici, viaggi. Lei era bellissima, per carità, ed anche intelligente. Però all’inizio non riuscivamo quasi a comunicare e pensavo sempre che lei fosse sbagliata. Sai… un altro continente vuol dire tanto. Poi realizzai che non era sbagliata ma solo diversa. In ogni caso era una situazione complicata. Io guardavo la mia vita fantastica da una parte ed una persona attraente ma ‘diversa’ dall’altra. Che dirti Franceschina… ho avuto paura di perdere il treno per fermarmi a comprare il giornale e così su quel treno ci sono salito. E sono contento della scelta che ho fatto. Sto andando nella direzione giusta. Io non avevo certezze ma solo dubbi e un po’ di coraggio. Un po’ di coraggio serve sempre. Non lasciare che Riccardo condizioni la tua vita anche quando non c’è più, questa sarebbe la cosa più sbagliata, sarebbe l’atto di debolezza più grande che tu potresti fare> lo ascoltavo attentamente mentre tagliavo la mia Margherita. Ostentava la sicurezza di chi parla osservando le situazioni dall’esterno e non le vive. <Tanto alla fine solo tu sai cosa è quello che stai vivendo. Ci sono alcune sfumature che conosci solo te e quelle piccolezze spesso fanno la differenza. Io posso solo dirti di avere un po’ di coraggio>
<E se inizio una storia e poi mi accorgo che non funziona?>
<Il novantanove per cento delle storie iniziano e non funzionano. Dobbiamo smetterla di vivere la fine come un fallimento. Secondo me è più fallimentare non darci una possibilità. Osservare il nostro possibile futuro e con aria saccente giudicarlo: troppo grande, no… troppo viziato, troppo immaturo, no questo è troppo troppo, quest’altro è troppo poco. Dimmi Francesca… spesso non facciamo così? E poi cosa ci ritroviamo a vivere? Inseguiamo impossibili relazioni con persone che sappiamo benissimo che non meritano la chance che gli stiamo offrendo e scappiamo di fronte a chi non conosciamo, solo perché e troppo qualcosa. Se una storia finisce ti fai una bella risata e ti tieni le cene che ha pagato>
<Bella stronza che sarei!>
<Non che saresti…, bella stronza che sei e che sarai. Ma così funziona. Tu credi ancora che quando due persone si lasciano è possibile comportarsi nella maniera corretta? Tra i due ci sarà sempre una parte più debole che penserà che l’altra parte è uno stronzo, ed una parte più forte che probabilmente si sforzerà di essere ‘corretto’. Ma tanto non ci riuscirà. E sai cosa penso? Penso che ti stai tanto preoccupando di come questa storia potrebbe finire e non ti stai preoccupando di farla cominciare>
Ero perplessa. Carlo aveva ragione ma non riuscivo a sentirmi dentro quel ragionamento. In ogni caso dovevo decidere se iniziare o non iniziare.
Carlo pagò il conto ed uscimmo. Lo salutai in fretta promettendogli i cornetti del mitico baretto sotto casa la mattina successiva.
Appena arrivai a casa chiamai Paolo. Era occupato. Mi richiamò dopo tre minuti.
Non ero in vena di parlare al telefono. Non mi volevo impegnare. Al tempo stesso ero contenta di sentirlo. Se avessi potuto sentirlo senza parlarci sarebbe stato meglio. Invece fu una telefonata divertente ed alla fine era molto più rilassata. Paolo inventò una situazione buffa ed era incredibile la sua capacità di farmi sentire a mio agio. Non aveva mai pressioni, affrontava le cose nella maniera giusta. Del resto potevamo essere anche un po’ imbarazzati, e forse un po’ lo eravamo, però lui parlava tranquillamente, era spiritoso, fantasioso e mi condizionava positivamente. Quella telefonata fu molto utile perché riuscimmo ad avere un buon primo contatto post - bacio che di solito è il più difficile. A volte si dice troppo, a volte troppo poco. Per non cadere in questo equivoco non parlammo molto al telefono durante il resto della settimana. Ogni volta che squillava il telefono speravo che fosse lui, ogni messaggio che ricevevo volevo che fosse un pensiero di Paolo. Poi però non era necessario stare ore al telefono o iniziare una serie infinita di corrispondenza telematica. I nostri propositi erano più che sufficienti.
Non raccontai a nessuno, a parte Carlo ed ovviamente Elena, quello che era successo tra me e Paolo. Prima che diventasse una cosa di tutti volevo tenerla per me, il più a lungo possibile. Paolo era fuori dal mio giro. Esclusa Elena e Federica nessuna delle mie amiche lo conosceva e di questo era contenta. Potevo crearmelo come volevo senza intromissioni e commenti. Ed infatti lo stavo creando a modo mio. Durante la settimana che passò a Milano non pensai mai a noi due ma solo a lui. Lo immaginavo nel suo ufficio, sul motorino oppure a cena da solo a casa sua. Inventavo l’immagine che mi raccontava e mi era simpatico. Era sempre sorridente nei miei pensieri, sempre positivo. Non l’avevo mai visto in giacca e cravatta. Chissà com’è.
Comunque quella prima telefonata mi aveva rimesso in moto. Ero già disposta a provare. Ci sono persone che hanno difficoltà a stare da sole, altre che hanno difficoltà a stare in coppia, altre che hanno difficoltà ad iniziare una storia, altre che non riescono a portarla avanti, altre ancora che non sanno farla finire (e di solito sono uomini). Io non so iniziare, credo perché ho difficoltà a stare in coppia. Vivo sempre tra ‘color che son sospesi’. Forse per questo mi lancio in storie che non hanno senso, perché ho l’inconscia certezza che il vero viaggio non inizierà mai o quanto meno non continuerà. Come con Riccardo. Lui non c’era mai, forse era questo che mi piaceva.
Carlo mi aveva consigliato di salire sul treno ed io Paolo ero riuscita ad immaginarlo anche con il berretto da capo-stazione. Andiamo dove vuoi ma vai piano…
Venerdì mi arrivò un suo messaggio esageratamente romantico che però ebbi la debolezza di apprezzare molto, mi lusingò. Paolo era esagerato. Paolo è esagerato.
Eravamo d’accordo che mi avrebbe chiamato verso sera. Io avevo molto lavoro da fare in ufficio ma la riunione delle sei slittò al lunedì successivo. Alle sei e mezza ero a casa, con il corpo immerso nella vasca da bagno ed il pacchetto di sigarette ed il telefono sul bordo. Fermi tutti per mezz’ora, ok?
<Buona sera. Disturbo?> Paolo aveva sempre un tono squillante, mai noioso, non sembrava mai triste.
<Sto facendo un bel bagno. Devo dire che un po’ mi disturbi> scherzai.
<Io non ti dico ciò che vorrei, mi schizzeresti. Stai facendo il bagno per cercare di essere più bella per il nostro incontro?>
<Perché usciamo?>
<Si certo che usciamo>
<Ah… è quando lo abbiamo deciso?>
<Non lo abbiamo deciso, l’ho deciso io>
<Ah… capisco… ti interessa sapere se sono d’accordo?>
<No, non molto. Passo da te alle otto e mezza?>
<Ma se avessi un impegno?>
<Ma smettila. Tu non vedi l’ora di rivedermi e, devo ammettere, anche a me non fa proprio schifo>
<Beh io avrei un altro impegno…>
<Nooo? Quindi ora devi telefonare e disdire… che seccatura>
<Ho un altro impegno davvero!> Mi ribellai, non mi concedeva nulla.
<Non è vero>
<Invece è vero>
<Ah…> ecco una bella concessione.
<Facciamo alle nove?>
<Stavo iniziando a crederti… certo alle nove. Salutami la paperella>
Ti sei spaventato eh?
Mi accesi un’altra sigaretta ma l’acqua iniziava a non essere più così calda. Mi osservai un piede. Poi lo utilizzai per togliere il tappo e pigramente rimasi ad osservare le isole che le ginocchia e le gambe creavano nell’acqua della vasca. Finché il mio corpo non ebbe freddo. Il cuore invece aveva caldo.Il tempo passò abbastanza in fretta. Mi resi conto, dopo la telefonata con Francesca che era domenica e c’erano le partite. Potevo vedere con calma il primo tempo ma non avrei visto il secondo. Non era una cosa normale per me. Mi piacciono le partite, mi appassionano. Ma per Francesca era un sacrificio assolutamente sopportabile. In più non avrei voluto darle l’impressione di essere un fissato del pallone. Avrei barattato l’uscita con Francesca con una vittoria nella difficile trasferta di quella domenica? No, non avrei rinunciato. E per uno scudetto? Per continuare questo stupido gioco e darmi una risposta mi feci altre domande. Dovrei rinunciare ad uno scudetto per uscire con Francesca o per iniziare una relazione? Se è per un’uscita oggi allora preferisco lo scudo se è per una relazione… non so… posso rispondermi dopo? Continui a giocare. No, non puoi devi rispondere adesso… Allora rispondo Francesca. Mi tengo la relazione con Francesca.
Ma vi rendete conto che ragionamenti passano tra le orecchie di una persona colpita dall’amore o da qualcosa che sembra assomigliargli?
E per la Coppa Campioni?
Mi misi d’accordo che per la Coppa Campioni avrei rinunciato a Francesca ma mi stavo dicendo una bugia. Me lo dissi solo per non compromettermi. Accesi il mio televisore e mi girai la sigaretta della dolce attesa. Dopo trentacinque minuti vincevamo due a zero ma il primo tempo stava finendo ed io non volevo. Volevo continuare a pensare che sarei uscito con Francesca e che stavamo vincendo. Volevo continuare ad aspettare. Sapevo che una volta iniziati i preparativi per l’uscita avrei perso un po’ di serenità. Finì il primo tempo e mi rificcai in doccia. Era la seconda in meno di tre ore ma un appuntamento deve partire con una doccia. E’ in doccia che si inizia a pensare a come dovrà essere l’approccio, alle cose che si dovranno dire. L’acqua mi ispira.
Un paio di jeans, una maglietta nera a maniche lunghe, un cardigan marrone con la zip davanti ed il colletto tipo camicia, un cappotto grigio usatissimo. Una rapida occhiata allo specchio e via. Andava bene così, più di tanto non si poteva fare. Erano le quattro e quarantacinque. Si può uscire.
Guidai pianissimo. Mi gustavo Roma. Ogni volta che passo sotto l’Aventino alzo lo sguardo e mi gusto la replica del miracolo. La bocca della Verità, via del Teatro Marcello, Piazza Venezia, Corso Vittorio, Sant’Andrea della Valle. Tutto molto lentamente, non più di quaranta chilometri orari. In giro c’era pochissimo traffico. Qua e la qualche sparuto gruppo di turisti felici per la fine della pioggia. Ma che ne sanno loro di quanto è bella Roma sotto la pioggia? Parcheggiai lo scooter vicino a Palazzo Madama.
Catena, casco e guanti sotto il sellino. Mi muovevo con lentezza. Avevo paura ma non avrei mai osato confidarmelo. Arrivai alla fontana. Erano le cinque. Alzai lo sguardo e vidi il Nilo con la benda in testa. Girai la testa e osservai Sant’Agnese. Iniziai a passeggiare intorno alla fontana. Ritrattisti, venditori ambulanti, un tizio tutto coperto d’oro vestito da statua della libertà. Iniziai a liberare il mio spirito.
Che vita hanno? Dove è la loro casa? E dov’è la casa di questa coppia di giapponesi che hanno fatto già ventidue foto? Quando tornano in Giappone? Che vorrà mai dire essere dei giapponesi a Roma, a Piazza Navona? E che vita ha questo ragazzo che corre come un pazzo verso il Bar della Pace? E’ in ritardo? Dove abita? E’ sposato? Chi vive in quella casa con le finestre aperte? Perché le finestre aperte con questo freddo? Fa freddo?
Io mi faccio sempre molte domande. Ho il chiarissimo ricordo di quando, sfrecciando per la tangenziale del Cairo con un pulmino guidato da un delinquente che prima ancora di accompagnarci in albergo aveva lo scopo di terrorizzarci, vidi, affacciata ad una finestra, una signora anziana con il velo in testa. Che faceva? Quanti anni aveva? Da quanti anni viveva in quella casa? Non l’avrei più rivista e non mi sarebbe mancata anche se ogni tanto si riaffaccia nella mia memoria. Da bambino, avrò avuto cinque o sei anni, a Sperlonga buttai un tappo di sughero nel porto e fantasticai che prima o poi sarebbe arrivato in Australia. Non mi sbagliavo a pensare che era dall’altra parte del mondo, ero già fissato per la geografia. Ed ogni tanto, nei venticinque anni successivi ho pensato a quel pezzo di sughero, ancora in viaggio. Avrà doppiato Capo di Buona Speranza? E se avesse fatto il giro dall’altra parte? Speriamo di no… Capo Horn è così pericoloso. Mi ricordo ad Usuhaia, nella Terra del Fuoco in Argentina, il museo della fine del mondo. Esposta nel museo c’è una cartina dell’oceano intorno a Capo Horn, ed in quella cartina ci sono mille bandierine raffiguranti le navi che sono affondate nel tentativo di doppiarlo. Mi aveva molto colpito. Ed il mio tappo? Speriamo che abbia fatto il giro sotto l’Africa. Non sono mai stato in Sud -Adfrica, cioè ho fatto scalo all’aeroporto di Johannesburg ma non sono mai… Eccola. Eccola. Eccola. Ecco Francesca.
Era la fine dei viaggi, la fine dei tappi. Prima o poi avrei ripensato al tappo ma in quel momento avevo da fare. Rinchiusi il mio spirito.
Era arrivata ed io mi stampai in faccia il mio sorriso più ebete.
<Ciao> ero un po’ imbarazzato. Era bellissima.
<Ciao> era un po’ imbarazzata. Era bellissima.
<Hai freddo?>
<Un pochino, in macchina aveva alzato il riscaldamento al massimo. Andiamo?>
<Certo, andiamo>
Passeggiamo verso il Chiostro del Bramante e subito le confessai che io non ero proprio un profondo conoscitore di Basquiat e della sua arte.
<Sempre ammesso che si possa definire arte> mi rispose. Iniziò a parlare ed io iniziai ad ascoltare. Le mie orecchie si ricordarono subito che amavano ascoltarla. Le piccole strade intorno a Piazza Navona ospitavano molti turisti agitati e molti romani indifferenti. Io era agitato ed indifferente. Ascoltavo Francesca e la guardavo, camminando con la testa rivolta verso di lei, urtando ogni tanto qualche altro camminatore distratto come me. Arrivammo al Chiostro e comprai due biglietti.
<Ecco…> disse Francesca porgendomi i soldi del biglietto.
<Ecco cosa?> risposi.
<Per il biglietto>
<Ma scherzi? Lascia perdere>
<Dai… perché? Perché devi pagare tu?>
Non lo sapevo perché dovevo pagare io, non era importante chi pagava. Ma è una cosa apprezzata offrire una mostra, una cena, un caffè? Le ragazze lo gradiscono ancora? Non si riesce a capire.
<Diciamo che è il prezzo per la lezione> sembrò accettare la mediazione. Io stavo bene.
<Ok, allora dopo io pago il caffè>
Notai con piacere il fatto che ci fosse un ‘dopo’.
<Va bene, io pagherò la colazione domani mattina>
Non rispose, non disse nulla. Iniziò a raccontarmi di Basquiat, della sua New York, delle sue fissazioni, della Pop Art, delle ripetizioni del quotidiano.
Non aveva preso bene la mia battuta ed era una cosa normale. Ma che mi ero messo in testa? Ero stato maleducato ed inopportuno. Aveva pensato che io dessi qualcosa per scontato. Tra l’altro non era neanche vero. Avrei preferito un romantico bacio sotto casa sua o davanti la sua macchina ed un paio di messaggini prima di andare a letto piuttosto che passare la notte insieme. Mi irrigidii abbastanza. Ero contrariato ed incavolato con me stesso.
Lei continuava a parlare della sua droga, dei suoi eccessi, di Roy Leichstein, di Keith Haring, di SAMO. Le sue parole mi sciolsero nuovamente e mi tranquillizzai. Una musica così non poteva venire da una persona offesa. C’era solo positività intorno a me. Ricominciai a sentirmi bene. Muoveva le mani mentre parlava. Disegnava i quadri nell’aria. Era elegante e raffinata. Ogni tanto mi guardava per capire se stavo seguendo. Ogni tanto mi chiedeva se mi stavo annoiando. Io non ero affatto annoiato, ero rapito. Ero stregato dalla sua bocca. Era la cosa più seducente che avessi visto negli ultimi mesi. Non avevo nessun dubbio, li dentro l’opera d’arte dal valore inestimabile era lei. L’aria era piena di Francesca ed io avevo completamente perso il controllo su tre dei miei cinque: vista, udito e olfatto. La visita durò circa un’ora.
<Ti sei stufato?>
<No davvero credimi, è stato molto interessante. Ad essere sincero credo che non avrei gradito così tanto se non fossi stata tu a farmi da guida>
<Mi piace la sua espressione. Mi piace la Pop Art. Mi piace perché è istinto ma non immediatezza. Mi piace perché la capisco> mi sorrise, forse per la prima volta. Non so bene se sorrise a me oppure alla Pop Art. In ogni caso quel sorriso lo intercettai e me lo tenni molto stretto. Lo conservo ancora oggi, da qualche parte, dopo tanto tempo.
Uscimmo ed era completamente buio, la temperatura era scesa ancora di qualche grado.
<Andiamo a bere una cosa al caldo?>
<Certo, hai qualche idea?>
<Qui è pieno di posti. Vieni>
Era la classica situazione in cui Julia Roberts in “L’amore che sorpresa” avrebbe preso la mano di qualche bellone americano e l’avrebbe trascinato per le vie del centro. Francesca invece mi fece solo un smorfia di invito. Per me era più che sufficiente.
Entrammo in un bar poco affollato. Mi piaceva quel posto. Era molto caldo e quindi impiegammo i nostri primi due minuti, quelli dell’impaccio e del disagio, a toglierci cappotti e maglioni. Eravamo seduti uno di fronte all’altra. Francesca ruppe il ghiaccio.
<Allora? Ti è piaciuta la mostra? Sono stata una brava professoressa?>
Non so quanto ascoltò la mia ovvia risposta, iniziò a parlare senza soluzione di continuità. Parlò tantissimo, di tutto. Mi raccontò della difficoltà che incontrò quando fu il momento delle scelte: giurisprudenza o corso di pubblicità? Mi descrisse la sua soddisfazione quando realizzò che aveva fatto la scelta giusta, quando si rese conto che la scelta del cuore era anche scelta di cervello. Io credo di aver goduto delle sue parole con la bocca aperta e molta curiosità. Ero interessato a quello che mi stava raccontando. Non sapevo nulla della sua vita e mi piaceva scoprire cos’era Francesca. In quel locale siamo rimasti per circa due ore ed io ho limitato la mia parte a qualche gesto di approvazione, qualche sorriso e un paio di domande. In realtà non c’era bisogno di fare domande, Francesca diceva ciò che volevo sentire. Era bellissima in quella semi-oscurità. Era incantevole con le labbra appoggiate al bicchiere di Nero d’Avola. Erano eleganti le sue mani che svolazzavano sul tavolino per accompagnare con i gesti la sua melodia. Melodia che suonava in completo accordo con il Jazz trasmesso a volume basso nel bar.
Quando uscimmo era ora di cena.
<Ti va di mangiare qualcosa? Io ho un po’ fame>
Non disse si, rispose: <Dove andiamo?> Io ero felice.
Scegliemmo una pizzeria dietro Piazza Farnese. Avevamo un tavolino minuscolo nascosto in un angolo del locale. Per farla accomodare le appoggiai la mano sulla schiena e, nonostante, il cappotto e il maglione, la sentii. Sentii Francesca e la mia mano si paralizzò per due o tre secondi. Eravamo seduti accanto ed avevamo un solo menù che iniziammo a scorrere insieme. Per scegliere una margherita ed una pizza ai funghi non serve il menù. Ed anche se cerchi l’ispirazione e vuoi essere tentato da qualche pizza più ‘esotica’ ti è sufficiente dare una rapida occhiata alla lista. Noi, vicini e felici, passammo in rassegna tutte le pizze, leggemmo tutti gli ingredienti, commentammo ogni sapore. Ridemmo delle proposte dello chef e della Pizza Matta con fichi e salame piccante. Dopo dieci minuti passati sul menù con Francesca ero sazio. Imparai presto che Francesca sa trasmettere il sapore della vita, sa regalare il gusto dei momenti. Dopo l’ordine mi alzai per andare in bagno, avevo bisogno di una pausa.
<Ora raccontami un po’ di te, ti sarai annoiato… Ho sempre parlato io. Io parlo tanto>
<Non mi sono annoiato. Io credo che tu abbia un talento eccezionale. Usi le parole come una matita. Le mie orecchie sono innamorate pazze della tua bocca>
Fece finta di essere imbarazzata, o forse lo era davvero. Mi esortò nuovamente a raccontare di me.
Iniziai a parlare. Avevo voglia di parlare e non me ne ero accorto. Anche io parlai tantissimo. Volevo far uscire quante più informazioni mi fosse possibile. Ero talmente pieno di Francesca in quel momento che dovevo liberare qualche spazio. Le raccontai del mio lavoro, di come ero contento ma non entusiasta. Di come avrei voluto vivere facendo altro, lavorando di meno e godendo di più. Le parlai di come era stato facile vivere allegramente e serenamente con la famiglia fantastica che avevo. Le parlai delle mie immense fortune e delle mie piccolissime trascurabili sfighe. Le raccontai di Livia e di come era stata brava a bloccare la nostra storia prima di ritrovarci a respirare un’aria che avrebbe puzzato di normalità e pigrizia. Le raccontai dei miei amici, senza i quali non potevo vivere e che erano diventati ormai organi vitali della mia esistenza. Le raccontai del mio amore verso la mia casa, dei miei primi minuti nel salotto vuoto e buio, seduto per terra con una birra in mano. Insomma le raccontai tutte le cose che potevano in qualche maniera descrivermi. Lei ascoltava e continuava ad essere di una bellezza d
Un supplì, una pizza, una birra ed un caffè: la felicità è dentro le cose semplici.
Uscimmo in strada e ci sembrava un po’ meno freddo. Iniziammo a camminare senza fretta e continuammo a chiacchierare. Ora era uno scambio, ora avevamo delle domande e delle risposte. Ci ritrovammo a Piazza Navona e un tipo con una sgabello e uno stereo stava rappresentando il suo spettacolo. Mimava un pianista senza pianoforte mentre dallo stereo uscivano, soavi, le note della pubblicità del Vecchia Romagna. Francesca mi insegnò che stavamo ascoltando Bach. Mio fratello, durante uno dei suoi innumerevoli racconti, un giorno mi parlò di una storia che mi colpì. Era la leggenda che narrava degli Dei adorati dagli Aborigeni australiani e di come, cantando e con la musica, questi Dei creavano le cose. Ecco, in quel momento la musica di Bach stava creando qualcosa di grande.
Le presi la mano continuando a fissare il mimo.
Avevo il cuore in gola, e lì si fermò solo perché in quel momento era talmente grande che si incastrò. Lo sentivo battere all’impazzata. Con il pollice le accarezzai l’indice protetto da un guanto di lana. Fino a quel momento le avevo sfiorato la schiena coperta da cinque centimetri di tessuto e un indice coperto di lana, e riuscivo a stento a contenere i miei impulsi. Cosa sarebbe successo se mai avessi potuto baciarle la schiena? Francesca mi strinse la mano. Non potevo sbagliarmi, stava stringendomi la mano! Bach continuava a creare la nostra magia. Trascinai indietro la mia mano con decisione e la feci girare verso di me. Lasciai che il suo magnetismo facesse voltare la mia bocca verso la sua. Il suo viso quasi mi accecò. Mi guardava negli occhi e feci fatica a reggere il suo fascino. Non sorrideva, mi fissava. Le sorrisi, tentai di farlo. Rispose a quel sorriso con una smorfia. Nessuna persona al mondo può fare una smorfia così. Passai la sua mano sinistra nella mia sinistra e con la destra le toccai i capelli sopra l’orecchio. Poi l’avvicinai a me e chiusi gli occhi cercando la sua bocca. Ero ubriaco. Francesca mi abbracciò forte. Ci baciammo e la mia vita era completa. Mi staccai e la guardai negli occhi. Ora sorrideva. Passammo cinque o sei minuti, in piedi in mezzo alla gente nel cuore di Roma, ad accarezzarci il viso con il naso e con le labbra. Il cuore mi batteva così forte che poteva scoppiarmi. Ero felice come non lo ero mai stato prima. Ero innamorato, non poteva che essere così.
Quando uscimmo dal nostro trance sentimentale scoppiammo a ridere. Decidemmo che era tardi. Non era tardi ma forse nessuno dei due reggeva ancora l’intensità di quelle emozioni. L’accompagnai alla macchina e fu una passeggiata smielata, mano nella mano, sguardi sorridenti, baci appassionati.
<Domani vado a Milano> le accarezzavo ancora i capelli sopra l’orecchio.
<Quando torni?>
<Giovedì, credo… spero. E se ti chiamo? Che ne dici è una buona idea?>
<Uhm… fammi pensare… mah si… penso che si possa fare… certo mica tutti i giorni però>
<Si… ora ti chiamo tutti i giorni… ho altro da fare cara mia…>
<Già, mica vorrai far ingelosire le tue ragazze milanesi>
<Appunto, quelle sono milanesi… sono pericolose…>
Eravamo ben al di sotto delle nostre potenzialità intellettive ed eravamo felici. Che l’intelligenza sia un ostacolo alla felicità?
Ci salutammo con un bel bacio. Appena accese il motore della macchina mi incamminai verso la moto. Ero da solo ed ero contento di festeggiare con me stesso tutti quei baci con Francesca.
Tornando verso la moto chiamai Max.
<Eccolo, che gran culo... Rigore inesistente>
<Quanto è finita?>
<Due a zero. Non l’hai vista? Ahi ahi ahi… Dove sei?>
<Corso Vittorio. Che fai?>
<Che mi devi dire Paolino?> sospirò.
<Perché? Pensi che io ti debba dire qualcosa?>
<Si. Penso proprio che tu mi debba dire qualcosa, ma non c’è bisogno, l’ho già capito. Te la sei scopata?>
<Vedi… hai dei limiti, non riesci a capire l’amore, l’amore quello vero>
<Si, eh? Tu invece sei maestro dell’amore vero>
<Da stasera sono un super esperto. Non sai quanto mi piace, Max>
<Lo sento, sono contento per te> cambiò tono, era contento per me <lei che pensa?>
<Non so, non la conosco. E’ bellissima>
<E bravo Paolino. Dille subito di tirare fuori amiche, cugine, parenti, sorelle>
<E’ bellissima>
<Ho capito… ti sei rincoglionito>
<Completamente. Ti saluto che la voglio pensare un po’. E’ bellissima, bellissima!>
<Ciao coglionazzo. Alla grande>
<Ciao Max>
In moto, tornando verso casa, resi omaggio al grande Satchmo. Pensavo veramente che il mondo fosse meraviglioso.
Crea nuovo messaggio.
“Alla fondazione Mazzotta a Milano c’è una mostra su Roy Lichestein. Mi fai da guida domani?>
Mi spogliai e mi ficcai a letto, dovevo alzarmi prestissimo la mattina successiva. Spensi il cellulare, volevo svegliarmi e leggere il messaggio di Francesca. Sapevo che mi avrebbe risposto. Ci addormentammo in fretta, io ed il mio sorriso.
Avevo solo tre ore davanti a me. Non che dovessi fare nulla ma mi sembrava poco tempo. Mi accessi un’altra sigaretta e rimasi ad ascoltare il silenzio della casa. La spensi dopo tre tiri ed andai nella mia camera. Mi sdraiai sul letto ed allungai la mano verso il comodino per prendere il libro che stavo leggendo: Tibor Fisher, ‘Sotto il culo della rana’. Un bel libro.
Lessi un paio di pagine o meglio, provai a leggere un paio di pagine, era veramente impossibile. A Tibor devi dedicare tempo ed un po’ di attenzione, non puoi leggerlo nei tempi morti. Chiusi il libro tenendo il segno con l’indice sinistro e l’appoggiai sulla pancia. Fissavo il soffitto. Avevo così tanti pensieri che nessuno prevaleva sugli altri, non riuscivo a concentrarmi su nulla.
<Siamo noi> urlò mio fratello.
Ero contenta, potevo parlare con qualcuno. Non volevo stare da sola. Scattai dal letto ed andai in salotto.
<Ciao Ragazzi, dove siete stati?>
<Un giretto in centro, … un tramezzino>
<Programmi per la serata?> Volevo sapere più che altro i programmi di Manuel.
<Pensavamo di andare a mangiare da ‘Baffo’. Vieni con noi?>
<No, grazie. Ho da fare. Domani sera magari>
<Che devi fare?>
<Esco tra un po’, vado a vedere una mostra. Non vi ho coinvolto perché immaginavo che non vi avrebbe interessato>
<Non è che non ci interessa… è che siamo un po’ stanchi>
Un secondo dopo erano davanti alle partite urlando come pazzi, altro che stanchi. E Paolo? Stava guardando le partite?
<A che ora finiscono?>
<Cosa?>
<Le partite>
<Tra poco. Vuoi vedere qualcos’altro?> Il terrore nella voce di mio fratello.
<No, no tranquillo> sorrisi <solo curiosità>
<Alle cinque, più o meno>
Era l’ora del nostro appuntamento e quindi dedussi che Paolo non era un malato del pallone e la cosa mi fece piacere. Io non sono infastidita se gli uomini guardano le partite. Anzi, anche se non mi appassiono minimamente, posso capire che radunarsi per guardare una partita possa essere divertente. Ogni tanto! Ritengo invece molto deprimente far dipendere una giornata o addirittura un week end da una insulsa pattuglia di ragazzini dalle gambe storte. Ma so che questa battaglia non avrà mai un vincitore.
In ogni caso Paolo sembrava sano. Pensai quindi che non era pazzo per il calcio… di conseguenza non stava facendo un sacrificio ad uscire con me. Ogni medaglia ha sempre il suo rovescio. Che pensieri stupidi.
Crea nuovo messaggio.
“Magari vuoi vedere le partite. Se vuoi ci possiamo vedere dopo”. Lo rilessi stando ben attenta a non inviarlo. Non ero convinta.
“Magari vuoi vedere le partite? Ci possiamo vedere un’altra volta. Fammi sapere”.
Rilessi il messaggio e mi resi subito conto che era davvero indisponente, presuntuoso, quasi maleducato. Sapevo complicarmi la vita come nessun’altra persona al mondo. Cancellai tutto e controllai tra i messaggi inviati se per caso, incautamente, non avessi spedito quell’ottuso miscuglio di parole. Sembrava di no.
Ero annoiata, non sapevo come ingannare il tempo. Gironzolai per la casa e mi ritrovai in cucina. Aprii il frigo ma non trovai nessuna ispirazione. Mangiai un paio di biscotti. Tornai in camera e mi sdraiai sul letto, misi un po’ di musica e stranamente mi addormentai. Mi svegliai alle quattro ed un quarto. Era tardi? Forse un po’ ma mi alzai con calma. Iniziai a prepararmi. Ancora il nemico, l’armadio. Ripensai alla scena patetica della sera prima ripromettendomi di non cadere nel ridicolo. Scelsi un abbigliamento collaudato senza pensieri e senza giudizi. Scelsi con cura la biancheria intima e mi soffermai davanti alla specchio osservandomi in reggiseno e mutandine. Dove vuoi scappare stasera?
<Io esco. Ci vediamo stasera>
<Sicura che non vuoi unirti per cena>
<Non lo so, forse vi chiamo... Manuel…?>
<Eh?>
<Non ti vedi con la mia amica?>
<Boh>
<Vabbè… ciao>
Come boh? Mah… forse hanno ragione loro…
Dalla macchina chiamai Elena.
<Ciao, come va?>
<Tutto bene, tu?> Elena aveva un tono squillante. Non sembrava potesse essere colpita dal “Boh” di mio cugino.
<Tutto ok. Sto andando a vedere la mostra di Basquiat>
<Ci sentiamo dopo?> domandò.
<Sto andando con Paolo>
<Ehi bene, sono contenta> era contenta davvero.
<Anche io, credo>
<Ma si… vedrai che passerai una bella giornata. E’…>
<E’ simpatico Paolo, lo so. Me lo hai detto molte volte>
<Si, appunto, è simpatico>
<Ci sentiamo dopo?> recitai.
<Spero di no. Ciao>
<Che vuoi dire>
<Che pizza che sei, ciao> attaccò senza aspettare il mio saluto. Ero sollevata del fatto che non stava pensando a Manuel. Ci mancava solo che mi sentissi in colpa per una mia amica.
Guidavo e mi avvicinavo all’appuntamento senza entusiasmo. Ero contenta di uscire con Paolo ma non era il momento più adatto. A volte si dice che puoi incontrare una bella persona e non riconoscerla perché non sei pronta ad incontrare, non sei pronta ad aprirti. Un po’ temevo questa possibilità. Riccardo era ancora un ricordo fresco, sebbene già un ricordo.
Parcheggiai sul lungotevere e passeggiai un po’. Mi fermai a bere un caffè ed a comprare le sigarette. Ero leggermente in ritardo ma non allungai il passo. Camminavo guardandomi intorno e vedevo tanta gente indaffarata, tanta gente che sapeva dove andare e cosa fare. Invidiavo tanta sicurezza.
Riconobbi Paolo da lontano. Camminavo verso di lui e lo fissavo, forse perché lui non stava guardando nella mia direzione. Era calmo e tranquillo, come al solito. Aveva un bel cappotto grigio rialzato sul collo.
<Ciao> disse, mi sorrise.
<Ciao>
<Hai freddo?>
Risposi di si ma non avevo freddo. Non avevo niente, non pensavo niente. Ero lì e basta.
<Andiamo?> Volevo accelerare le parti difficili.
Mi pagò il biglietto per l’ingresso. Non sapevo se fare il gesto di restituire i soldi oppure no. Sembrerà strano ma per noi ragazze sono momenti complicati. Cosa pensano i ragazzi delle ragazze che vogliono restituire i soldi? E delle ragazze che non fanno nemmeno il gesto?
La mostra era ben fatta, molte descrizioni interessanti e molti spunti che non conoscevo. Provai a raccontargli qualcosa sul personaggio. Parlavo e non sapevo se lo stavo annoiando oppure no. Non capivo se era veramente interessato o solo gentile.
<Se ti annoio dimmelo. Magari vuoi guardare e basta>
<No, ti prego continua. Mi piace molto ascoltare le tue spiegazioni>
Mi venne in mente come mi aveva ammonito Manuel…”…ma facciamo il caso che io non sia tuo cugino. Che io sia interessato a te. Mi vuoi far eccitare un pochino prima? Vuoi usare un po’ del tuo fascino da femmina per incuriosirmi”.
Paolo non era mio cugino. Paolo mi piaceva. Era un ragazzo che mi piaceva ed al quale stavo facendo una mia personale lezione di comunicazione. Mi chiesi se era incuriosito dal mio ‘fascino da femmina’. Continuai a ricordare: “… a noi basta immaginare il seno dentro un maglione un po’ aderente o un ginocchio velato da una calza per aprire i cancelli della fantasia”. Non si poteva certo dire che gli avessi dato modo di aprire i cancelli della sua fantasia. Non mi ero neanche sbottonata il cappotto. Continuai a parlare e Paolo continuava ad ascoltarmi.
Appena uscimmo gli chiesi per l’ennesima volta: <ti sei stufato?>
<No davvero credimi, è stato molto interessante. Ad essere sincero credo che non avrei gradito così tanto se non fossi stata tu a farmi da guida>
Sembrava sincero. Mi propose di andare a bere una cosa. Era sincero. Decisi io il locale e mi incamminai iniziando a pensare finalmente che potesse essere un bella serata.
<Allora Francesca… che fa Francesca nella vita. Come vive? Che pensa?>
<Domanda difficile, provo…>
Parlai serenamente. Non sono solita raccontarmi così nei dettagli ma con lui non ebbi nessun ostacolo. Non ero abituata e fu molto piacevole. Era incuriosito dalla mia vita. Ad un certo punto mi chiesi se ero contenta di avere finalmente due orecchie che mi ascoltavano oppure se ero contenta che quelle orecchie fossero di Paolo. Mi rimproverai per questo pensiero e continuai a rovesciargli addosso frammenti della mia vita. Gli raccontai della scuola, delle mie amiche, del corso di pubblicità.
Avevo smesso di pensare a cosa era giusto e cosa no, a cosa avrebbe voluto sentire o cosa lo avrebbe disturbato. Io parlavo. Lui c’era. Mi faceva domande, mi seguiva.
Aveva scelto un buon vino rosso. Nel locale c’erano le note senza regole di pezzi Jazz. Una musica senza regole era la giusta colonna sonora per una chiacchierata fuori dalla norma.
Uscimmo e per un momento fui disorientata. Che succede ora? Mi propose di andare a cena e fu come una carezza quando ne hai bisogno. Volevo continuare a stare con lui quella sera.
Andammo in una pizzeria lì vicino, il nostro tavolo era piccolissimo, nascosto in un angolo. Era romanticissimo. Mi fece accomodare alla mia sedia e mi appoggiò la mano sulla schiena. Ancora adesso non riesco a spiegarmi come fu possibile che io sentii il calore della sua mano. Passammo dieci minuti a scegliere le pizze. Io prendo sempre la Margherita ma mi divertivo a far finta di essere ingolosita da tutte le proposte del menù. Salsiccia… figuriamoci. Paolo mi propose di prenderle tutte. Come era bello vivere quelle sensazioni dopo tanto tempo. Divertirsi con nulla, ridere per ogni cosa, gustarsi tutti quei sorrisi che erano dedicati a me. Paolo sorrideva con tutto il viso, apriva i suoi occhi, allargava gli zigomi e la labbra e mi passava un po’ del suo entusiasmo.
Ero pronta per la prova più difficile. Farlo parlare. Per gli uomini le cose sono belle o brutte, calde o fredde, nere o bianche. Non parlano, non scambiano. Spesso si parlano addosso e non si preoccupano di intuire se è chiaro ciò che hanno detto. Non trasmettono.
<Ora raccontami un po’ di te, ti sarai annoiato… Ho sempre parlato io. Io parlo tanto>
<Non mi sono annoiato. Io credo che tu hai un talento eccezionale. Usi le parole come una matita. Le mie orecchie sono innamorate pazze della tua bocca>
Era un complimento, anzi era un complimento originale, vero. Fui lusingata.
<Dai, davvero… Che fa Paolo nella vita. Come vive? Che pensa?>
Paolo iniziò a trasmettere. Certo, si vedeva che non era abituato a farlo però capii che aveva voglia di farmi accomodare nel suo mondo. Mi guardava negli occhi e spesso non reggevo il suo sguardo. Mi parlò molto della sua famiglia. Era un valore per lui, si capiva dal suo tono prima ancora che dalle parole. Poi i suoi amici, pazzo per i suoi amici. Poi dei suoi viaggi, amava viaggiare ed effettivamente aveva girato molto. Mi raccontò del Messico, dell’ Isola di Pasqua, del Tibet, della Patagonia. Descriveva i suoi compagni di viaggio e le sue piccole avventure. Riuscivo ad immaginarlo.
<… insomma io credo che se racconto la mia vita, la maggior parte delle persone mi potrebbe invidiare. Io ho fatto finora una vita fantastica. Hai davanti a te una delle persone più fortunate del mondo> disse queste parole con molta convinzione.
Questa frase mi colpì parecchio. Io forse potevo dire altrettanto ma non l’avrei mai detto, e neanche pensato. Quanta gente conosco che potrebbe dire di essere fortunata e non lo dice mai? Mi piacque quel messaggio.
Mi era anche venuta fame, mangiai con appetito. Quando andavo a cena con Riccardo non mangiavo quasi mai, avevo sempre lo stomaco chiuso. Mi disturbò quel pensiero. Vai via…
Uscimmo dalla pizzeria e passeggiammo per il centro. Avevo un po’ freddo e Paolo mi chiese se volevo il suo cappotto. Volevo il suo cappotto soprattutto perché era suo ma gli risposi che stavo bene.
Ci ritrovammo a Piazza Navona e mi resi conto che eravamo vicini, non solo in senso fisico, più che altro direi in senso chimico. Sapevo di averlo accanto e non era una percezione che avevo provato spesso.
Ci fermammo a vedere lo spettacolo di un mimo alle prese con un invisibile pianoforte. Un registratore suonava una sinfonia di Bach.
<Mi piace Bach> sussurrai e stavo quasi per ripeterlo convinta che non avrebbe potuto sentire quel mormorio.
<Anche a me. Ma non lo sapevo fino a stasera> eravamo vicini.
H2O… CaCO3… NaCl…
Mi prese la mano. Iniziò a sfiorarmi. Eravamo vicini e ci ritrovammo da soli. Ero diventata solo istinto. Ero diventata felicità. In quel momento compresi che volevo sentirlo, ma non ci fu bisogno di fargli capire nulla. Lui sapeva cosa volevo. I miei capelli gli accarezzarono la mano e chiusi gli occhi sicura che le sue labbra mi avrebbero cercato. Ci baciammo. Ci abbracciammo forte ed iniziò a baciarmi con tutto il corpo. Le nostre ginocchia, le nostre pance, le nostre spalle, le nostre mani, le nostre gambe. Tutte le parti del nostro corpo si stavano baciando con la stessa intensità delle nostre bocche. Non avevo mai baciato un uomo con tutta me stessa. Non dimenticherò mai quei baci. Ci guardammo e quello che vidi era il viso più splendente del mondo. Con una r
C’era un delizioso sapore di pioggia asciugata. Roma ci regalava angoli meravigliosi e solitari. Sembrava che la strada si illuminasse al nostro passaggio, sotto i nostri baci. Roma era una complice eccezionale, vicoli nascosti solo per noi.
<Mi iscriverò a storia dell’arte e farò un tesi su Basquiat> dichiarò.
<E che scriverai?>
<Tutte le cose che mi hai insegnato e poi un intero capitolo sulla sua capacità di far felici le persone. Non è giusto che lo sappia solo io. Lo devono sapere tutti>
<E come fai a far felici le persone?>
<Beh ancora non l’ho scritta la tesi. Sto ancora studiando> mi baciò.
<Insomma si può dire che stai facendo i compiti>
<Esatto. Non me li ricordavo così piacevoli>
<Lo sai che sei un po’ stupidino> sorrisi.
<Dici? Effettivamente mi sento un po’ stupido. Magari ora che l’hai scoperto non vorrai più essere la mia professoressa>
<Se è per aiutare un giovane di belle speranze a prendere una laurea…>
Continuammo a dire scemenze. E pensare che io odio le scemenze, le trovo sceme.
Arrivammo alla mia macchina e mi disse che il giorno dopo sarebbe partito. Andava bene così. Era iniziato qualcosa, lo sapevo. Ci salutammo in fretta, andava bene così.
Tornai a casa e andai subito a letto. Appena spensi la luce del mio comodino un trillo del telefonino mi avvisò che Paolo mi aveva mandato un messaggio. Sapevo che era lui, eravamo ancora vicini.
Leggi ora? Invio.
“Alla fondazione Mazzotta a Milano c’è una mostra su Roy Lichestein. Mi fai da guida domani?>
Rispondi al messaggio.
“Non ci credo che non hai una guida milanese…”.
Vuoi inviare il messaggio? Annulla.
Cancellai quelle parole e scrissi altro, Paolo meritava delle parole nuove, parole di un’altra Francesca.
Spensi di nuovo la luce e abbracciai il cuscino. Eravamo vicini.
Avevo ancora nelle orecchie le sue parole.
<Ehm… no, è strano…. Posso richiamarti? Questo è il tuo numero?>
Cosa è strano? Cosa c’è di strano in una telefonata?
Iniziai ad analizzare il suo tono di voce. Mi era sembrata imbarazzata. Pensai che l’avevo disturbata mentre stava facendo l’amore, pensai che fosse una possibilità. Mi domandai se mi avrebbe richiamato. Mi girai una sigaretta, molto strano per essere l’ora di pranzo, io non fumo mai prima di sera. Era la sigaretta dell’ansia. Fumai la sigaretta tirando grandi boccate e controllando sistematicamente la copertura del mio telefonino. Posai il telefonino sul tavolo ed iniziai a sfogliare un Meridiani. Poi incollai il mio naso contro la portafinestra del mio terrazzo e guardai la pioggia penetrare dentro la terra del mio gelsomino. Era una bella scena. Ero sicuro che il mio gelsomino stava apprezzando quell’intrusione. Poi mi girai ed osservai la mia libreria. Non mancai di pensare al solito buon proposito di risistemarla secondo qualche ordine particolare. Presi ‘Il Gattopardo’ e cercai il pezzo sulla visita dell’emissario piemontese Chevalley a Fabrizio Salina. Amo quelle parole scritte. Suonò il telefono.
Max Casa.
<Ciao Max. Come stai?>
<Bene credo. Te lo confermo appena mi sveglio. Che fai?> Max mi aveva chiamato appena sveglio. Come da abitudine della domenica mattina, si era svegliato ed aveva allungato il suo braccio fino al comodino.
<Niente, sto a casa. Ti richiamo io?>
<Non ti preoccupare, è uguale, tanto paga l’azienda> bofonchiò Max.
<Aspetto una telefonata, ti richiamo io> attaccai senza ascoltare la sua risposta. Richiamai Max a casa.
<Da chi aspetti la telefonata?>
<Da Francesca>
<E che ne sai che deve chiamarti? Hai sentito Branko e le stelle?>
<Ed io che pensavo che appena sveglio non avessi le forze per essere un deficiente… L’ho chiamata, deve richiamarmi>
<Allora sei un pezzo avanti…> continuò e disse qualcos’altro ma squillò il mio telefonino. Guardai il display, riconobbi il numero di Francesca che non avevo ancora memorizzato. Guardai il telefono per un paio di squilli.
<Scusa ti devo richiamare, ciao> gli riattaccai ancora un volta il telefono in faccia.
Vai Paolino!!!
<Pronto?> usai un tono da: “Toh… il telefono… Ma chi sarà mai?”.
<Ciao, sono Francesca. Ti disturbo?> Come potresti disturbarmi? Aspettavo la tua telefonata già nell’altra vita, quando ero un dromedario.
<No, no figurati. Sono a casa a non fare nulla. Come stai?> Perché nulla? Sembra che sprechi il tuo tempo.
<Bene, tutto ok. Grazie per ieri sera, siamo stati bene> perché allora non vieni a vivere qui?
<Un vero piacere. Spero di riavervi presto miei ospiti> ma come parli? Ma chi sei il Re di Spagna? Ricominci con il tuo imbarazzo? Ricordati che questo è il momento. Ricordati che, come diceva qualcuno, la vita è fatta di cinque o sei giorni indimenticabili. Gli altri fanno solo volume.
<Lo spero anche io> non era una conversazione brillante.
<Che programmi hai per oggi? Non so per pranzo, nel pomeriggio. Visto che non posso invitarti a cena…> azzardo, succederà qualcosa.
<Beh per pranzo direi che sei un po’ in ritardo, sono quasi le due. Per il pomeriggio non ho programmi. Perché? Non vorrai mica invitarmi da qualche parte?> scherzò.
<Non posso fare una cena tutte le volte che voglio vederti. Un cinemino?> Un cinema… che tristezza!
<Io volevo da qualche settimana andare a vedere la mostra di Basquiat al chiosco del Bramante. Pensi di reggere? Magari dopo ci beviamo una cosa> una mostra? Può iniziare una storia ad una mostra? Oddio… chi è Basquiat? Ah si. mi pare che …
<Basquiat… il tipo che se la faceva con Andy Wharol? Forse è meglio se beviamo prima di andare alla mostra…> Il tipo che se la faceva con Andy Warhol… ma che vuol dire?
<Ah ah ah, si è proprio lui. Sei un critico d’arte con uno stile molto personale…>
<Ho sempre uno stile personale. A che ora ci vediamo? Ti passo a prendere?> Ma perché cerchi queste frasi ad effetto? Stai andando bene… continua con il tuo low profile…
<Non c’è bisogno, vengo io. Facciamo alle cinque a Piazza Navona? Fontana dei Fiumi?> Perché non vuole che la vado a prendere? Vuole avere la macchina per scappare oppure ha un appuntamento per cena?
<E’ perfetto a dopo, ciao>
<A dopo, ciao>
<Ah Francesca… mi farai da professoressa di storia dell’Arte?>
<Solo se tu farai l’alunno disciplinato> aveva un tono super eccitante.
<Credo che mi venga meglio l’alunno indisciplinato…>
<Allora dovrò fare la professoressa severa>
<Non vedo l’ora, ciao>
<Ciao>
Erano le due: tre ore dopo mi sarei visto con Francesca. Sarebbero state tre ore bellissime. Mi girai un'altra sigaretta e tornai ad osservare fuori dal mio terrazzo. Aveva smesso di piovere e un timidissimo raggio di sole stava arrampicandosi sul gelsomino. Lui sembrava gradire anche questa intrusione. Un raggio di sole stava salendo.
Volevo la situazione ideale. Aspettai che mio fratello si trascinasse fuori casa mio cugino. Presi le sigarette ed un posacenere e mi accomodai nel mio divano preferito. Allungai i piedi sul tavolino e mi accesi una sigaretta. Presi il telefono e lo guardai. Poi guardai fuori dalla finestra. La pioggia era finita. Le cime degli alberi che vedevo dalla mia finestra catturarono la mia attenzione, il vento le faceva ondeggiare con violenza. Poi, con lo stesso stato d’animo di quando il professore chiama il tuo nome per gli esami orali di un esame che non hai studiato al cento per cento, cercai in rubrica il numero di Paolo. Non vedi l’ora di buttarti alle spalle l’incombenza ma hai una paura fottuta.
Forza!
Uno squillo, due, tre, quattro. Speravo quasi che non rispondesse.
<Pronto?> Aveva un tono quasi meravigliato. Non fare il fesso, io so che tu sai.
<Ciao, sono Francesca. Ti disturbo?> È domenica, che starà facendo?
<No, no figurati. Sono a casa a non fare nulla. Come stai?> Stava dormendo? Ha la voce da sonno.
<Bene, tutto ok. Grazie per ieri sera, siamo stati bene> non faccio altro che ringraziarlo…
<Un vero piacere. Spero di riavervi presto miei ospiti> lo sto annoiando. Del resto è lui che mi ha chiamato. Che vuoi da me Paolo?
<Lo spero anche io> non era una conversazione brillante.
<Che programmi hai per oggi? Non so per pranzo, nel pomeriggio. Visto che non posso invitarti a cena…> sono libera, liberissima. Vieni a rapirmi?
<Beh per pranzo direi che sei un po’ in ritardo, sono quasi le due. Per il pomeriggio non ho programmi. Perché? Non vorrai mica invitarmi da qualche parte?> Ecco, brava, fai la femmina. Gli uomini amano le femmine. Sei brava quando vuoi.
< Non posso fare una cena tutte le volte che voglio vederti. Un cinemino?> Un cinema? Perché no!
<Io volevo da qualche settimana andare a vedere la mostra di Basquiat al chiosco del Bramante> così lo spaventi. Magari non sa neanche chi è Basquiat. Ma è normale che non lo sappia, chi lo conosce? Vuoi apparire un’intellettuale, stai facendo la fica. Il cinema era perfetto, cazzo. <Pensi di reggere? Magari dopo ci beviamo una cosa> rimediamo…
<Basquiat… il tipo che se la faceva con Andy Wharol? Forse è meglio se beviamo prima di andare alla mostra…> uhm… lo conosce, magari un po’ approssimativamente ma lo conosce. che tipo che è… E se mi dicesse qualcosa del suo lavoro? Cosa saprei rispondere io?
<Ah ah ah, si è proprio lui. Sei un critico d’arte con uno stile molto personale…>
<Ho sempre uno stile personale. A che ora ci vediamo? Ti passo a prendere?> Del resto è sempre un uomo. Che posso pretendere? Non voglio che mi passi a prendere. Io posso girare da sola.
<Non c’è bisogno, vengo io. Facciamo alle cinque a Piazza Navona? Fontana dei Fiumi?> E’ quella in mezzo, vero? Si, quella nel centro della piazza.
<E’ perfetto a dopo, ciao> hai fretta? Che devi fare?
<A dopo, ciao> ma ho voglia di vederlo? Oddio… non lo so più!
<Ah Francesca… mi farai da professoressa di storia dell’Arte?> Sorrisi.
<Solo se tu farai l’alunno disciplinato> ancora un sorriso.
< Credo che mi venga meglio l’alunno indisciplinato…> continuai a sorridere.
<Allora dovrò fare la professoressa severa> si, avevo voglia di vederlo.
<Non vedo l’ora, ciao> anche io.
<Ciao>
Una telefonata che mi era piaciuta. Asciutta, essenziale, diretta. Mi confermai una volta di più che Paolo era simpatico. Pensai che magari mi stavo sbagliando e non mi piaceva però avrei passato una bella serata. Mi accesi un’altra sigaretta. Me la ero meritata. Sbuffai il fumo del mio primo tiro verso la finestra. Ora il vento si era un po’ calmato. Ed anche io.