Bentornati!
Buttato sul mio divano stavo cercando di pensare al posto dove avrei portato Francesca a cena. Non volevo che fosse una pizzeria e non cercavo un ristorante troppo ‘tirato’ o romantico. Volevo un posto ricercato ma senza esagerare, dove si potesse mangiare bene e bere qualcosa di diverso dalla Falanghina o dal novello. Era la stagione del novello, che bibita triste.
Mi venivano in mente solo ristoranti milanesi. A Milano si mangia bene. Anche Roma è piena di posti deliziosi dove cenare ma volevo un posto nuovo.
4 invio.
<Ti ha dato buca?> Max era preoccupato.
<Ancora no. Mi serve un bel posto dove andare a cena>
<Che tipo di posto?>
<Un posto carino>
<Quanto vuoi spendere?>
<Quello che serve. Voglio un posto carino, magari un po’ fuori mano. Dai tu sei il massimo esperto di seratine loffie>
<Rosso Mare?>
<Lo conosco, ci sono stato mille volte>
<E quindi?>
<Volevo un posto nuovo?>
<E perché?>
<Non lo so. Non è meglio?>
<Assolutamente no. Devi andare in un posto che conosci. Puoi consigliarle un piatto, chiedere del tavolo migliore, magari il cameriere ti riconosce e ti saluta. Magari ti trattano bene o fingono di farlo che per lei sarà la stessa cosa tanto non vedrà quanto pagherai. Ed è sempre una cosa che fa un certo effetto, fidati>
<Dici?>
<
Quanto era che non portavo a cena fuori una donna? A parte la pizza della domenica prima era tanto, tantissimo tempo. Le mie ultime storie non le portavo neanche a cena fuori. Di solito cucinavo io. Un po’ perché mi piace preparare le cene, un po’ per accelerare il dopo-cena ed il dopo-dopo-cena, la parte più pietosa. Quanto è che non provavo quel sano turbamento che si materializza quando si è seduti uno di fronte all’altro e ci si guarda per gli occhi? Io non sarei stato in grado di dire il colore degli occhi delle ultime cinque persone con le quali ero andato a letto. Arianna forse aveva gli occhi chiari.
E Francesca? Cazzo… Francesca di che colore ha gli occhi? No… non mi posso fare questo!
<Effettivamente è un po’ di tempo>
<Appunto, si vede. Fidati, ‘Rosso Mare’>
<Mi fido>
<E dopo?>
<Dopo? Boh… che ne so… una cosa da bere, una chiacchera…>
<Portala da te>
<Dici?>
<Dico, dico…>
<Così? Subito? Non è un po’ prematuro?>
<Beh, mica devi forzarla. Prova a metterla sullo scherzo, falle una proposta divertente. Sei maestro in queste cose mica te le devo insegnare io. Se lei non vuole salire, ti dirà una cosa carina e non salirà ma sicuramente non se la prenderà. Se lei vuole salire… sale. Se lei vuole salire e tu non glielo proponi ci rimarrebbe male>
Max era sicuro di se, come sempre. Ha sempre le risposte giuste. In parte è vero, soprattutto quando le risposte riguardano quesiti che non lo toccano, come per tutti. Comunque mi aveva convinto, ‘Rosso Mare’ e poi invito da me.
Mentre facevo il numero del ristorante iniziai a pensare.
Cosa voglio da questa serata? Vorrei portarla da me e poi? Fare l’amore? Giocare a carte? Sentire della musica? Un paio di canne e chiacchiere in libertà? Potrei mettere della musica mentre facciamo due chiacchiere fumandoci una canna. Ma noi ci baceremo… Questo pensiero mi disorientò.
Due che si sono già baciati se si ritrovano nella stessa casa, con un po’ di buona musica hanno delle ottime possibilità di baciarsi di nuovo. E se poi abbiamo bevuto una bottiglia a cena probabilmente inizieremo a volerci e poi faremo l’amore. Non devo bere troppo, non devo fumare troppo. Vorrei che fosse una cosa speciale. Quanti uomini avrà avuto? Con quanti avrà veramente goduto?
Il confronto, il temibile nemico delle nostre sedute di sesso mi stava penetrando.
Non avevo mai pensato che una donna fosse venuta a letto con me perché guardandomi le si era scatenato un istinto animalesco primordiale. Nessuna donna era venuta a letto con me perché aveva pensato che io potessi essere uno stallone, non ho il phisique du role. Questo per me era un vantaggio, mi consentiva di stupire. E poi io imparo in fretta ed il sesso con una donna è capire cosa vuole. E cosa tu vuoi da lei. Credevo, è non so se è vero, che le donne si stancano meno dell’abitudine di fare sesso sempre con la stessa persona. Il problema è la prima volta, purtroppo stasera sarà la prima volta.
Stavo dando per scontato che sarei finito a letto con Francesca, le statistiche mi supportavano e la situazione me lo confermava.
Prenotai al ristorante, guardai l’orologio: erano le sette e quaranta. Squillò il telefono. Eccolo…
<Vai forte Paolino> urlò Marco.
<Speriamo, come stai?>
<Io bene, tu come stai? So che stasera vai a buttare un po’ di soldi da ‘Rosso Mare’. Ancora non hai imparato che fino a che non acchiappi una zinna non si paga neanche un tramezzino?>
<Ogni tanto dimentico che tu sei un esperto. Eppure mi sembra che di cazzate ne hai fatte, eh?>
<Infatti ho imparato dai miei errori, cosa che tu ti guardi bene dal fare>
<Si certo. Come il tuo week end a Berlino, no?> Stavamo iniziando a divertirci.
<Che c’entra… hai visto Anne che tipo era? Due tette come quelle tu non sei capace nemmeno di immaginarle. Berlino val bene una messa!>
<Peccato che hai speso un milione per andarti a fare un paio di zaganelle>
<Ricordati che come dice il grande Woody, masturbarsi vuol dire fare l’amore con chi si stima veramente. E poi lascia perdere, tu stai parlando di amore!>
<Appunto, evito attentamente di parlarne con te>
<L’amore è finito Paolino! Apri gli occhietti, ci è rimasto solo il sesso ancora per un paio di lustri e poi finirà anche quello. Ci rimarrà solo il poker, per fortuna… si perde di meno!>
<Posso provarci? Per l’ultima volta, posso provarci?>
<Fai come vuoi, stavo cercando di farti risparmiare cinquanta sacchi. Ma che ci troverai poi in questa… come si chiama…?>
<Francesca, si chiama Francesca. Come posso spiegarlo a te che ti emozioni solo se vedi la zampetta in alto a sinistra quando in mano hai tre assi?>
<E vuoi mettere l’emozione? Vabbè, volevo solo romperti un po’ i coglioni. Divertiti e quanto meno trombatela. Comunque sto passando da te>
<Come passi da me? Tra un’ora devo uscire>
<Tra venti minuti sono li. Eddai che devo uscire con Max e Michele, chi li regge senza un aperitivo? Ciao> riattaccò senza aspettare il mio assenso borbottando “che palle questo”. Qualsiasi mia risposta sarebbe stata inutile. E poi volevo che passasse anche se sapevo che l’aperitivo sarebbe stato deleterio per la mia serata. Avevo bevuto mezzo bicchiere di vino e decisi che era sufficiente in attesa del pazzo. Andai subito in doccia e Marco suonò mentre mi stavo allacciando le scarpe. Per fortuna che lo feci prima del suo arrivo, dopo avrei avuto dei problemi.
Mi avvicinavo a casa di Francesca e l’aperitivo mi impediva di avere delle emozioni. L’unica cosa che provavo era il senso di inquietudine dovuto al fatto che mi sentivo a disagio per non essere completamente lucido. In questi casi si attivano delle paranoie esagerate. Sembra che il resto del mondo sia in attesa di qualsiasi cosa diciamo o facciamo, solo per giudicarla. Ed il resto del mio mondo era Francesca. Citofonai e ritornai in macchina. Poi riscesi dalla macchina e mi appoggiai al cofano, poi mi staccai dal cofano ed iniziai ad aspettarla sul marciapiede. Arrivò mentre stavo tornando alla macchina, mi girai e me la ritrovai davanti.
<Ciao> mi avvicinai e la baciai. La baciai subito senza pensarci e senza lasciarle il tempo di dirmi “ciao”. E lei mi baciò.
<Ciao…> le ridissi, lei mi sorrise. Ciao ciao ciao ciao ciao ciao ciao ciao.
Salimmo in macchina ed ero in preda all’euforia. Poi mi ricordai che ero leggermente brillo. Giocai d’anticipo. <E’ passato Marco a casa mia ed abbiamo preso un aperitivo. Mi sento un po’ alterato, ero a stomaco vuoto>
<Ed io che pensavo che fossi io ad alterarti> mi fissava.
Cercai una bella risposta ma non mi venne. Restai zitto a guardare la strada. Volevo allungare la mano e posarla sul suo ginocchio ma mi trattenni immaginando che fosse sbagliato e che la mia eccitazione era dovuta all’aperitivo con Marco. Invece la macchina era piena di eccitazione. L’aria mi agitava, ad ogni respiro ingerivo un po’ dell’odore di Francesca e la mia pelle stava diventando isterica. Mi resi conto in quel momento che ero pazzo, completamente pazzo di lei. Ogni tanto mi voltavo versi di lei e sorridevo.
Trovai parcheggio vicino al ristorante. Appena entrati la proprietaria mi tese la mano.
<Bentornato> mi disse. Cercai di capire se Francesca avesse notato il saluto. Poi mi resi conto che non me ne fregava niente se l’aveva notato oppure no. Ci accomodammo al tavolo.
<Non credo mi conosca così bene da salutarmi, secondo me ha sbagliato persona> le spiegai. Max mi avrebbe sputato in faccia.
Ci portarono subito il menù. Le illustrai i piatti e poi feci ordinare a Francesca anche le mie portate in modo da dividere le nostre pietanze, mi piaceva pensare di mangiare insieme. Un primo in due e due secondi. Scelse dei maccheroni alla norma, un’orata in crosta di patate, petto di tacchino alla mugnaia in salsa di misticanza e un piatto di verdure arrosto.
<Posso farti una domanda personale?> Ero ancora un po’ annebbiato dal vino dell’aperitivo e stavo già mescendo un buon Rosso del Conero. Era venerdì.
<Beh, non so dipende… . Posso non rispondere?>
<Non hai capito, la domanda è personale su di me. Comunque puoi anche non rispondere>
<Effettivamente non capisco… dimmi>
<Io sono fidanzato? Ben inteso non che sia importante, ancora, è solo per capire con chi sto cenando>
<Stai cenando con me, non ti è sufficiente?> Forse non aveva preso bene le mie parole.
<Si, è sufficiente> ammisi.
<Perché darci dei ruoli?>
<Vuoi sapere perché vorrei dare un ruolo? Perché sono anni e anni che recito senza avere un ruolo e senza assegnarlo alla persona con la quale brindo> alzai il mio bicchiere e Francesca mi seguì. <Forse, e dico forse, con te potrebbe venirmi in mente che è leggermente diverso. Io non ti voglio spaventare, non ti sto chiedendo niente e prima stavo scherzando però, Francesca… tu mi piaci. Non riesci neanche ad immaginare quanti anni sono che non dicevo queste parole> mi ero scaldato ma non volevo assolutamente che ci fossero malintesi. Non volevo ritrovarmi a letto con Francesca per poi vedere la sua schiena uscire dal piumino ed addormentarmi prima che lei fosse fuori di casa. Io volevo portarle il caffè a letto, volevo guardarla mentre si svegliava, volevo sentire il rumore dell’acqua della sua doccia, volevo baciarla con il dentifricio in bocca, volevo tirarle un cuscino in testa, volevo provare ad innamorarmi.
<Paolo, io non dico che non possiamo provarci solo che non vorrei parlarne, vorrei che le cose capitino da sole, qualsiasi esse siano>
<Ok, mi sta bene. Quindi non sto cenando con la mia fidanzata. Per me va bene lo stesso. Sono contento di baciarti e di cenare con te, anche se non sei la mia fidanzata. Non mi interessa se sei la mia fidanzata. Certo… cerca di non esserlo di nessun altro>
<Ah ah, ok ci proverò. Anche io sono contenta di essere qui>
<Lo sai che sei bellissima? Finalmente te lo posso dire, dopo averlo pensato così tanto>
<Mi imbarazzi…>
<Non ti imbarazzare. Sai cosa mi piace tanto di te?>
<Non so dimmi…>
<Non lo sai neanche tu? Caspita, speravo che tu mi potessi aiutare>
Si aggiustò i capelli <Forse ti piace tutto> disse con tono vanitoso.
<Beh… non credo. Il tuo naso non è un granché> come al solito riuscivamo a scherzare ed a sorridere con niente.
<Ma come ti permetti?>
<Beh scusami ma io sono abituato a vedere tutte le mattine il mio… non vorrei dire ma il tuo è un po’… secco>
<Ho il naso magro, cosa c’è che non va?>
<E’ un po’ a punta, è grand… icello> sorrisi, <hai un naso stupendo Francesca> cambiai voce e la fissai. <Ed hai degli occhi brillanti, sono… verdi> Francesca ha gli occhi verde scuro. Aveva ragione lei, mi piaceva tutto. <Ed hai dei bellissimi capelli neri>
Arrivarono quattro tartine. Mangiammo con appetito continuando a scherzare ed iniziando a coccolarci con le parole. Il vino era buono e lo finimmo prima di arrivare al dolce, una pera ubriaca sopra un letto di cioccolato caldo con due cucchiaini. Mangiavamo e ci guardavamo. Avevamo smesso di parlare, ci accarezzavamo le mani. Chi ci vedeva poteva assicurare che eravamo innamorati. Ed io avrei confermato.
Usciti dal ristorante Francesca infilò il suo braccio sotto il mio e appoggiò la sua testa alla mia spalla. In questa scomoda posizione arrivammo alla macchina. Io sarei arrivato a piedi a casa. Accesi la macchina e lei ci diede il suo benvenuto suonando la musica di Sting.
<Dove andiamo?> Mi chiese Francesca. La sua voce era calma. Credo che mi stesse osservando, io guardavo la strada. Diventò un uomo inglese a New York e pensai che cantava benissimo.
<Ti piacciono i francobolli?>
<Da morire! Io amo i francobolli!> Francesca è una persona incredibile, con uno spirito speciale.
<Peccato, io colleziono farfalle>
Francesca si allungò verso di me, tiro su la manica del maglione e mi mostrò un segno nero sull’avambraccio.
Mi fermai al semaforo rosso. Mi girai verso di lei <che roba è? Ti sei macchiata?>
<E’ un tatuaggio, una farfalla>
<Devo svelarti un segreto. Io non ho mai collezionato farfalle, però inizierò adesso. Questa farfalla sarà la più bella della mia collezione> si allungò ancora di più e mi baciò una guancia. Ma si poteva essere più felici? Ero in macchina con la donna più meravigliosa dell’universo ed avevo la netta sensazione che lei non volesse essere in nessun altro posto al mondo.
Eravamo in Via Marco Polo, accostai e la baciai. Poi rimasi qualche secondo a guardarla mentre la mia mano cercava il suo caldo dietro al collo. Anche Francesca mi guardava ed aveva la sua solita smorfia. Marco avrebbe giurato che io ero completamente rincoglionito. Ed io avrei confermato. Sting ora cantava “It’s probably me”. Io invece ne ero certo. Innamorato e rincoglionito spesso sono due concetti che si somigliano.
<Devo fare la pipì> disse.
Sotto casa mia, come tutti i venerdì, non c’era posto. Dopo un paio di giri mi fermai sotto il portone.
<Devi mettere la toppa dritta, altrimenti non entra la chiave>
<E tu ti fidi a darmi la chiavi di casa?> Disse afferrandole.
<No, ma sai… la macchina nuova…>
Girai un quarto d’ora e poi parcheggiai sulle strisce.
Citofonai e mi aprì senza rispondere. Aveva lasciato la porta di casa accostata. La trovai che stava osservando la mia libreria.
<Sei un bugiardo, non hai nessun libro di Fisher>
<Non sono un bugiardo e tu hai il naso secco e gli occhi non ti funzionano molto bene> gli mostrai quello che cercava. Continuò a guardare verso la biblioteca. Mi avvicinai allo stereo e selezionai una compilation di MP3 di vario genere: Eric Clapton, Santana, Lou Reed, Pink Floyd, Battiato, Police, Sade, Lucio Dalla. Ce ne era per tutti i gusti. Tornai da Francesca e l’abbracciai da dietro le spalle. Lei continuava a guardare i libri, ne aveva uno in mano e lo stava sfogliando.
<‘La variante di Lunemburg’? Mi è piaciuto molto, non è un libro sorprendente?>
<Quello è solo un libro, tu sei sorprendente> spero di essere perdonato, io trovo che il libro sia veramente bello ma Francesca lo è di più.
Congiunsi le mie mani sulla sua pancia ed iniziai a tormentarle il collo con le labbra.
Chiuse il libro e gli occhi e si girò. Accompagnai il suo movimento e mi ritrovai una variante piantata nello sterno. Afferrai il libro e lo lasciai cadere per terra. Cercai le sue guance con il mio naso, poi con la bocca, poi con i denti. Baciai i lati della sua bocca, l’incontro delle sue labbra era il posto più morbido che la mia lingua avesse mai sfiorato. Poi tornai a torturare il suo collo. Francesca mi aveva messo le braccia al collo e iniziò ad accarezzarmi la testa. Le nostre bocche si legarono, credo che ci baciammo per dieci o quindici minuti quasi ininterrottamente. Iniziai a spogliarla. Francesca si lasciava toccare e mi aiutava con piccoli gesti a toglierle i vestiti. Il maglione, la maglietta, le sbottonai i pantaloni e li abbassai fino ai piedi. Mi chinai all’altezza delle sue ginocchia e, guardandola negli occhi, trafficai con i suoi stivali fino a levarglieli. Mi staccai per un secondo da lei, giusto il tempo di togliermi il maglione. Francesca slacciò qualche bottone della mia camicia e poi me la sfilò dalla testa. Mi tolsi la cinta e lei continuò con i miei jeans. Le scarpe ed i calzini le avevo già tolte aiutandomi prima con un piede e poi con l’altro. Eravamo quasi nudi, sotto la mia libreria. La bocca di Francesca aveva un sapore inebriante e la sua pelle una fragranza freschissima, stavo diventando matto. Iniziai a martoriare la spallina del suo reggiseno nero con il naso e poi con i denti. Era un momento meraviglioso e volevo che durasse il più a lungo possibile. Volevo godermi ogni nuovo centimetro quadrato che scoprivo. La prima spallina capitolò e coraggiosamente il mio mento andò in avanscoperta di uno dei suoi tesori. Una volta una donna mi chiese perché provavo piacere a baciare il suo seno. Come fare una domanda simile? Come non capire che il seno è la perfezione. E’ bello a vedersi, morbido, profumato, ha la forma ideale per essere accarezzato, leccato, baciato, mordicchiato. Il seno di Francesca non è grande ma è molto ben fatto, proporzionato. Non lo avevo ancora scoperto del tutto, non avevo fretta. Francesca mi accarezzava i capelli ed iniziavo a sentire il suo respiro. Tornai dalle parti del suo viso, volevo bere di nuovo dalla sua bocca. Ma non abbandonai il campo, lasciai un paio di polpastrelli della mano destra a presidiare il territorio sottomesso. Lanciai intanto la mia mano sinistra sulla sua schiena cominciando a sfiorarla con le dita. Era un attacco senza esclusione di colpi. Avevo ormai conquistato quasi tutto le province del nord e devo dire che la resistenza si era rivelata poco combattiva e sembrava che le popolazioni locali gradissero quelle invasioni. Unii le mie mani dietro la sua schiena e con un solo colpo di fortuna, che poteva sembrare esperienza, le slacciai il reggiseno. C’era sempre più Francesca dentro le mie mani. Le presi la testa afferrandola dalla nuca a facendo una energica pressione con le dita spinsi la sua bocca contro la mia. La baciai con molta passione. Lei rispose al mio bacio e sentivo che il suo corpo cercava il mio che non si nascondeva affatto. Avevamo un contatto completo. Le tirai i capelli, prima piano, poi con crescente decisione. Poi tornai a baciarla con delicatezza, mi staccai e ridiscesi verso il suo seno adesso completamente in balia dei miei desideri. Spinsi le mie labbra e la mia lingua ad indagare nei contorni dei suoi capezzoli, Francesca me li offriva ma io volevo ancora godermi la periferia. Quando raccolsi il suo regalo ebbe una scossa. Ero felice, stava bene, lo sentivo. La sentivo. Mi sentivo. Me lo diceva la sua pelle. Poi mi prese la testa tra le mani e con forza la avvicinò al suo volto. Si liberò dalla mia pressione che la spingeva contro la libreria e si girò rovesciando le nostre posizioni. Ora ero io che avrei fatto la vittima. Mi baciò il naso, la fronte, le orecchie, il collo, le spalle e scese sul petto. Sentivo la sua lingua ovunque ed avrei giurato che erano tre o quattro o mille. Cercai di raccogliermi completamente per non perdere un solo secondo di quel tempo. Volevo creare l’attimo eterno. Ed infatti, proprio sotto il Faust di Goethe, riuscii a creare il mio attimo eterno ancora meravigliosamente conservato in un file del mio cervello. Se chiudo gli occhi è ancora qui. Francesca usava ogni arma a sua disposizione, non si risparmiava, eravamo in trance sessuale, capita ed è il momento più bello. Si accovacciò ed iniziò a baciarmi la pancia. Appoggiò le sue mani sui miei boxer e con una lentezza insopportabile iniziò ad abbassarli. Continuando a baciarmi la pancia ed i fianchi sentii un paio di volte il suo mento sfiorarmi. Ero convinto che sarei scoppiato. Poi si rialzò e mi baciò con forza strofinandosi contro la mia erezione. Ero nullo, non esistevo più. Era giorno, notte, estate, inverno, caldo, freddo, … era solo Francesca. Ero avvolto completamente da Francesca. Tutto era Francesca.
Ci unimmo al culmine della nostra estasi. Essere dentro di lei era trascendentale.
E non solo ero dentro di lei, ero dentro di lei e continuavo a baciarla. Ero dentro di lei, continuavo a baciarla e governavo il suo corpo con le mie mani. Ero dentro di lei continuavo a baciarla, governavo il suo corpo con le mie mani e sentivo le sue mani conquistarmi.
Signore e signori… ahem…e con grande emozione che… vi presentò l’amore!
Non c’entra niente il sesso o la voluttà. Avevo già fatto l’amore con donne bellissime e super vogliose. Niente di tutto questo, niente di comparabile. Del resto stiamo parlando dell’amore. Cazzo l’amore! Ci sarà un motivo se è il più grande dei nostri misteri dopo Dio, o no?
Ci ritrovammo sul divano. La luce soffusa, una coperta al posto dei vestiti e la musica. Francesca era seduta tra le mie gambe e la sua schiena era appoggiata al mio petto. Le accarezzavo i capelli e lei giocava con le dita della mia mano sinistra. Ero curioso.
<Come va?>
<Bene> era silenziosa, non aveva voglia di andarsene ma non aveva voglia di parlare. Io invece si.
<Hai un concetto da esprimere? Uno qualsiasi? Non so, il tempo, il doping, il buco dell’ozono>
<Sto sentendo la musica, è bellissima>
<Mi dici una cosa carina? Una sola, anche stupida> pensò <È così difficile?> La incalzai dopo qualche secondo.
<Non vorrei essere banale. Sto bene, davvero, sono contenta… dai ti prego> cambiò tono di voce <non mi fare domande, non ho voglia di parlare>
<Ok, scusami. Vuoi che continuo ad accarezzarti o preferisci stare da sola?>
<Sai cosa voglio? Io te lo dico vediamo se si può fare... Vorrei stare in silenzio, sul divano di casa tua a sentire ‘Take a walk on the wild side’ e godermi le tue coccole. Tra un po’ credo che vorrei fumarmi un’altra sigaretta>
<Hai ragione. Scusami, sono fastidioso. Una cannetta?>
<Si, bravo! Mi porti anche un bicchiere d’acqua?>
Mi staccai. Quando tornai la trovai completamente sdraiata.
<Ciao> recitò, e si nascose il viso fin sopra il naso con un cuscino. I suoi occhi mi scrutavano ed era la creatura più deliziosa del mondo. Mi avvicinai e le tirai via la coperta.
<Nooo, ho freddo>
<Mi devi dire una cosa carina, ora!>
<Le tue mani sono... non so, sono… meravigliose>
<Ed ora dimmi che sono bellissimo, l’uomo più bello con cui hai fatto l’amore>
<Dai scemo ho freddo…> cercava di riprendere la coperta ma io la coprivo col resto del mio corpo.
<Dillo!>
<Sei l’uomo più bello con cui ho fatto l’amore> I suoi occhi! I suoi occhi mi stavano dominando ed io avrei potuto fare qualsiasi cosa.
<Bene… brava>
Baciai la sua pancia e poi sistemai la coperta su quel capolavoro.
<Grazie, le tue mani sono meravigliose> sussurrò. Era quello che voleva dirmi. Sapevo di non essere l’uomo più bello con cui aveva fatto l’amore ma trovava le mie mani meravigliose. E loro si sentivano terribilmente fortunate.
Le risposi con un sorriso che pensavo si sarebbe materializzato e l’avrebbe colpita. Quel sorriso mi uscì dal cuore e prima di arrivare alla mia bocca si trascinò un po’ di me, come una valanga. Ed io lo donai a Francesca.
Fu la canna più bella della mia vita.
Alle nove, puntualissimo, Paolo mi citofonò.
<Io esco, ciao>
<Ciao, divertiti!> Speriamo. <Fai tardi?> Speriamo. Mio fratello mi fece una domanda che non si era mai sognato di farmi.
<Non lo so, comunque non ti preoccupare>
Scendendo ero stranamente tranquilla. In ascensore mi specchiai e quello che vidi mi piacque.
Paolo invece sembrava stranamente nervoso.
Mi portò in un posto molto carino. La padrona del locale lo salutò calorosamente ma lui mi confidò che doveva aver sbagliato persona, pensava che l’avesse scambiato per qualcun altro.
<Ma non ero io quella che assomiglia a qualcuno ma non ti ricordi bene chi?> Gli riproposi le parole che mi aveva detto qualche giorno prima a casa di Elena.
<Come?>
<Tu hai detto che assomiglio a qualcuno>
<L’ho detto io? Ora veramente non mi viene in mente … fammi pensare, fatti guardare…>
<Lo sai che noi ci conosciamo da più di un anno?> Sentendomi dire quella frase, capii che ero tranquilla, che governavo la situazione. Non gli avrei mai confidato quel ricordo se non mi fossi sentita forte.
<Come da un anno? E dove ci siamo conosciuti? A me sembra di conoscerti da sempre…> lo disse esagerando il corteggiamento, come al solito. Non pensava che io ci credessi e, ovviamente, non ci credeva neanche lui.
<Prova a ricordare… un anno fa… Federica…>
<Federica? Ne conosco solo una e non la vedo da sei o sette mesi… Federica…>
<Adriano…>
<Adriano? Mi sa che ti confondi… Io non conosco nessun Adriano…>
<Scemo… il cinema Adriano. Ci siamo visti fuori l’Adriano dopo aver visto ‘Il genio ribelle’. Io ero andata al cinema con Federica>
<Ma davvero? Ah si… si ora ricordo> che bugiardo non si ricordava nulla e se non fosse stato il nostro quasi primo incontro non mi avrebbe dato questo soddisfazione.
<Caspita, che memoria che hai> continuò.
<Beh… ad essere onesta mi avevi colpito. Io non troppo invece a quanto pare> si, si… ero proprio a mio agio. Queste ammissioni lo testimoniavano sempre di più.
<A dir la verità tu mi hai colpito quando ho minacciato le tue mutande. Prima mi sono vergognato e poi ti ho notato. O forse il contrario… non ricordo bene>
<E quando hai avuto voglia di baciarmi>
<Come farti credere che l’ho desiderato dal primo momento che ti ho vista?>
Già, come credere una cosa come questa?
<Forse mi hai trovato attraente e quindi... come tutti gli uomini…>
<Tutti gli uomini che incontri ti vogliono baciare?>
<Ma no…, che c’entra?>
<Mi puoi scusare un attimo? Vado a spaccare la faccia a quel tipo seduto a quel tavolo. E’ da quando siamo entrati che non ti ha tolto gli occhi di dosso… ma che faccia tosta… è a cena con quella brava ragazza e vuole baciare te!>
Risi.
Ho notato che spesso le prime chiacchiere di un rapporto sono delle confessioni. Siamo sempre curiose, ma anche gli uomini lo sono, di sapere quali sono state le prime sensazioni, cosa hanno pensato.
<E tu? Quando hai avuto voglia di baciarmi?> mi chiese.
<Vuoi la verità?>
<Se fosse possibile…> era curioso.
<Quando mi hai baciato>
<Guarda che mi hai baciato tu per prima>
<Ma che dici? Io stavo guardando il mimo. Stavo pensando ai fatti miei>
<Devo scusarmi per qualcosa?> Mi chiese.
Gli mandai un bacio.
<Posso farti una domanda?> gli chiesi <Elena che ti ha detto?>
Questo è un altro aspetto molto interessante: i pensieri degli amici. Chissà perché abbiamo queste curiosità?
<Lei è contenta, molto contenta per te. E’ felice che finalmente ti sei trovato un bravo ragazzo>
<Ah si? A me non l’ha raccontata così…>
<E che ti ha detto?> Paolo sapeva già la risposta.
<Beh ovviamente le ho chiesto di te e lei, da buona amica, mi ha raccontato un sacco di cose…>
<Elena di me ti ha detto solo cose positive> affermò.
<Sei così sicuro?>
<Sicuro al cento per cento, non ci provare proprio. Vuoi del vino?> Era sottile Paolo, una qualità che non si trova facilmente negli esemplari maschi della razza umana.
<Si grazie> avvicinai il mio bicchiere. <E’ vero mi ha parlato molto bene di te. Ti vuole bene Elena>
<Lo so> sottile e sicuro.
<Ed i tuoi amici che hanno detto?>
<Più che quello che mi hanno detto ti posso dire con certezza cosa pensano. Michele è contento e fa il tifo, Max è contento ma ancora non ci crede molto, Marco immagina che all’una lo raggiungerò ad una festa e pensa che non sia neanche necessario fare il tifo contro>
<E lo raggiungerai all’una?>
<Se vuoi si> mi fissò. Poi spostò il suo sguardo sul bicchiere che aveva in mano ed osservò il colore del vino.
<Ha un bel colore, non trovi?>
Mi stava intrigando, mi stava conquistando fisicamente. Forse senza volerlo, forse era il suo normale modo di fare, ma io sentivo di esserne attratta. Stavo iniziando a desiderarlo minuto dopo minuto, parola dopo parola, bicchiere dopo bicchiere, boccone dopo boccone. Iniziai a pensare che quella sera avremmo fatto l’amore. Non che prima escludessi questa possibilità ma fino a quel momento non ci avevo mai pensato seriamente, non l’avevo mai desiderato in maniera materiale. Nella mia testa era sempre stata solo un possibilità futura, ora ne vedevo i contorni. Cominciai a pensare all’approccio. Dove l’avremmo fatto? Molto probabilmente a casa sua, sul suo letto. Il letto della sciarpa… che sciocca che ero stata. È buffo notare come giudichiamo stupidi alcuni comportamenti che abbiamo avuto solo pochi giorni prima.
Più mi arrendevo all’idea che avremmo fatto l’amore e meno ero preoccupata del fatto che il vino mi stava facendo girare un po’ la testa. Non che avessi perso il controllo ma mi attirava lo stato di beatitudine e spensieratezza che mi stava abbracciando. A volte noi donne usiamo questo pretesto per giustificarci, a volte ci piace pensare che non ci stiamo comportando nella maniera più conveniente solo perché abbiamo un po’ bevuto. A dir la verità non è quasi mai vero, è spesso un assist che forniamo alla nostra personale assoluzione ed a quella delle nostre amiche. E poi … qual è la maniera più conveniente?
In macchina Paolo mi chiese se volevo andare a casa sua e non feci alcuna obiezione, neanche una parvenza di rifiuto. Sotto casa non si trovava un posto per la macchina ed io dovevo proprio fare la pipì. Per questo motivo, mentre Paolo era in giro a cercare un parcheggio, io mi ritrovai ad aggirarmi da sola nel suo regno. Era strano camminare nella sua vita senza di lui. Mi affacciai alla sua camera da letto e sentivo che non sarebbe stato giusto entrare. Non volevo rubare nulla, non volevo indagare nei suoi cassetti, volevo solo entrare e dare un’occhiata. Infatti entrai ma non accesi la luce e ne uscii subito. Poi andai nel salotto ed iniziai a guardare le foto ed i CD.
Andai in cucina ed aprii il frigo. Li si che mi sentii una profanatrice. Il frigorifero è come la cassetta della posta? Stavo violando la sua privacy? Mi risposi che si, stavo violando la sua privacy. Richiusi il frigorifero ma solo perché non ero interessata. Tornai in salotto. Mi eccitava quella situazione, da sola a casa sua. Mi divertiva pensare che fino a dieci giorni prima quella stanza non esisteva proprio. Non esistevano quelle sedie, quel tavolo, quello stereo. Mi accomodai sul divano e guardai intorno. Io guardavo quella casa e quella casa guardava me. E mi giudicava. Forse era un esame per tutti e due, io cercavo di capire come sarei stata in quella casa e lei cercava di capire se avrebbe potuto sopportarmi.
Continuai a cercare tracce del suo spirito. Era tutto in ordine tranne un cuscino schiacciato su un lato del divano. Lo presi in mano e lo risistemai. Aprii un paio di scatole di legno poste sulla sua libreria e poi iniziai a guardare i suoi libri. In quel momento citofonò ed io smisi i miei panni da Sherlock Holmes. Non ero più così rilassata come ad inizio serata. Cercavo di mostrarmi tranquilla e sicura ma ero agitata. Quella visita solitaria mi aveva disorientato.
Paolo mise della musica poi si avvicinò e mi abbracciò da dietro le spalle. Iniziò a battermi forte il cuore. Quello era il momento. Non saremmo arrivati alla camera da letto. Nella mia testa avevo ancora il ricordo dell’ebbrezza del vino ed a quella sensazione mi aggrappai per cercare di abbandonarmi il più possibile. Non fu facile, ero abituata a fare l’amore e non riuscivo a staccarmi dalle mie immaginazioni. Volevo che diventasse qualcosa di speciale ma in realtà stavo solo per fare del sesso, l’avevo fatto altre mille volte e non sembrava molto diverso. Ero infastidita da me stessa. Forse per questo motivo mi girai subito e lo baciai. Volevo averlo di fronte, volevo guardarlo. Ci baciammo a lungo ed ogni secondo che passavo nella sua bocca contribuì ad avvicinarci.
Poi Paolo iniziò ad accarezzarmi.
Il viso, la schiena, il seno. Chiusi gli occhi e provai a godermi il momento.
<Shhh, zitta… prova a sentire solo la mia mano, senti solo le mie dita. Accompagnale…>
Io obbedii al suo ordine e mi concentrai sulla sua mano, sulle sue dita. Ne seguivo con la mente il percorso sul mio corpo, riuscivo ad orientarle, riuscivo a trasmetterle i miei desideri. Quelle dita non avrebbero desiderato altro che accarezzarmi, sentivo che se avessero potuto scegliere dove passare la loro vita avrebbero banchettato sulla mia schiena per sempre. Ora eravamo proprio in sintonia. Ci stavamo fondendo. Ora sentivo di desiderarlo dentro di me come non mi era mai capitato prima. Ogni vestito che cadeva era una scorciatoia verso la mia porta. Le sue mani continuavano ad incendiarmi, avevo difficoltà a stare ad occhi aperti perché, nonostante fosse molto fioca, la luce mi dava fastidio. Al tempo stesso gli occhi chiusi esageravano le mie sensazioni. Realizzai che finalmente stavo facendo l’amore. Ero con un uomo che non seguiva le regole del piacere ma seguiva il suo istinto. E riusciva a seguire il mio. Molti uomini fanno l’amore sempre nella stessa maniera. Tecnicamente perfetti, per carità… ma loro dove sono? Ad ogni azione una reazione. Se voglio provare piacere devo fare questa cosa se voglio dare piacere devo fare quest’altra. Non è così, non è così per noi donne e sarebbe bello se capissero che non è così neanche per loro. Non solo ognuno di noi è diverso ma ogni volta che ci cerchiamo e ci troviamo è diverso. Non si spiegherebbe altrimenti come mai riusciamo a godere una volta in dieci minuti e un’altra volta non è sufficiente un’ora. Non è importante quello che si fa ma come e quando. Io non so se Paolo sia un bravo amante in assoluto so solo che mi ha regalato delle emozioni che sono ancora attaccate alla mia pelle. Tutti questi play boy che misurano ogni cosa non hanno compreso che la cosa importante non si può misurare. Non si gode dieci o venti, potrebbe bastare uno o due.
Dopo restammo in piedi, abbracciati per un po’. Senza dire una parola, continuando, come una trottola che si sta fermando, a baciarci e toccarci. Sempre di meno, sempre più piano, sempre di meno, sempre più piano, sempre di meno, sempre più piano…
Lucio Dalla aveva capito il momento. “… lento, lento adesso batte più lento ciao come stai?”. Beh, del resto stiamo parlando di Lucio Dalla.
Paolo mi prese per mano e mi portò sul divano. Quei quattro passi mi ricollegarono con il mondo. Non in maniera definitiva a dir la verità. Avevo ancora la testa libera e stavo bene. Accucciata su Paolo, con della buona musica ed una sua mano da torturare, sentivo di non aver bisogno di nulla. Paolo invece voleva parlare. Ci misi un po’ per convincerlo che non avevo nessun problema. Una bella canna potente mi aiutò in questa impresa. Alcool, sesso e marijuana danno proprio alla testa.
<Senti Francesca, non voglio sapere se siamo fidanzati non me ne frega niente, ma… secondo te… è possibile che io sia innamorato di te?>
<Secondo me? No secondo me no, è impossibile>
<E perché?>
<Perché ci conosciamo da troppo poco tempo>
<Ah… già, hai ragione, la storia del tempo… è importante…> ammise. <Però…> non si arrendeva <E’ vero o no che noi all’inizio vediamo solo il meglio delle persone, soprattutto se ci piacciono fisicamente?>
<Si, credo di si> non capivo.
<Quindi più tempo passeremo insieme e più tempo avrò per conoscere il tuo peggio. Non so qualche difettuccio, qualche piccolo neo lo avrai anche tu?>
<Accidenti, so essere insopportabile>
<Allora secondo questo ragionamento se io ho bisogno di tempo per innamorarmi di te e se nello stesso periodo di tempo conoscerò i tuoi difetti mi innamorerò dei tuoi difetti?> Sembrava pensieroso.
<Beh che c’entra…> che rispondergli? Ma da dove aveva tirato fuori questo ragionamento? <Ti innamorerai anche dei miei difetti>,
<Io aspetto ad innamorarmi così mi innamoro conoscendo i tuoi difetti… mah!… Francesca?>
<Dimmi> ero curiosa di sentire dove sarebbe arrivato. Il suo viso aveva l’espressione di chi sta inventando le idee.
<Ti scoccia se mi innamoro oggi? Vorrei innamorarmi del tuo meglio, magari mi darà un po’ di forza per accettare il tuo peggio. Ti scoccia se mi innamoro adesso?>
<Beh no, non mi scoccia però… non si fa> che cosa potevo dirgli?
<Ah… “non si fa”… ecco la risposta. Ok, allora aspetto. Mi avverti quando posso?>
Che buffi che eravamo. Guardandoci negli occhi avevamo il coraggio di dire qualsiasi cosa. Ci sono delle cose che appartengono alle coppie, né a lui né a lei. Solo alla coppia, ed hanno senso solo in coppia. Certe situazioni non si possono spiegare, le capisce solo chi le vive.
Mentre l’osservavo farneticare, mi intenerivo. Pensavo che era una bella persona.
Era bello stare lì. Per un po’ restammo in silenzio. Nella stessa serata avevo provato mille emozioni diverse: serenità, ebbrezza, agitazione, dubbio, fastidio, estasi, rilassamento, divertimento. Ed ora? Ora cos’era questa coperta addosso? Cos’era questa caldo? Cos’era questo sorriso?
Timidamente, si affacciò nel mio cervello un pensiero del mio cuore.
-Posso entrare?- Mi chiese il pensiero.
-Prego, prego, si accomodi.-
-Senti Francesca ma… tu lo sai che non puoi innamorarti, vero? Lo sai che hai appena finito una storia e quindi io ho bisogno di tempo per ricarburare? Lo hai appena detto tu che serve tempo!-
-Si lo so, ma non si può fare un’eccezione? Hai visto quanto è dolce? Quanto è carino con me? Sembra sincero…-
-Sembra Francesca, sembra. Non ti far fregare…- Allontanai in fretta quel brutto pensiero.
Presi la testa di Paolo tra le mani e la iniziai a scuotere…
<Ma da che pianeta vieni tu? Ma chi sei, che marca di cervello usi?>
Paolo si staccò dalla mia morsa, mi spinse le mani dietro la testa e mi baciò.
<Raggiungiamo Marco?> Mi chiese sorridendo. Poi scatenò di nuovo le sue mani.
Rifare l’amore fu ancora meraviglioso.