l'altra campana

Perché dell'amore siamo tutti esperti ma nessuno ne sa nulla!

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Utente: fabiotestaccio
Scrittore volenteroso e divertito costretto a un vero lavoro per potersi permettere di bere ottimo vino.

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martedì, 29 luglio 2008

Capitoli 5 e 6

Gli amici

Il sabato iniziai a cucinare presto. Mi piace molto cucinare, soprattutto quando ho tempo. Mi piace aprire una buona bottiglia, mettere della musica e cucinare. Quando cucino o pulisco la casa ascolto musica italiana, quando mi sveglio la mattina e mi faccio la doccia ascolto musica straniera.

Quel pomeriggio ero proprio contento. Alle sei avevo praticamente finito di cuocere ed iniziai a preparare degli involtini di bresaola con il caprino, olive nere ed un po’ di prezzemolo. Mi dispiaceva che Francesca non avrebbe assaggiato tutte le leccornie che stavo preparando. Comunque, nel dubbio, avevo cucinato in abbondanza… Capita di avere fame all’una di notte.

Quando il vino iniziò a regalarmi quella piacevole sensazione di leggerezza tipica dei bicchieri pomeridiani, mi sdraiai sul divano e mi rollai una sigaretta. Avevo il mondo in mano. Mi sentivo veramente il re.

Avevo detto ai ragazzi di passare verso le sette tanto per stare un paio d’ore tra di noi. Eravamo il classico gruppo di amici “indissolubile” che ha iniziato a frequentarsi da bambini e non ha mai smesso. Consumavamo tutto in gruppo, anche i nostri amori in gruppo. Le ragazze entravano in quanto protagoniste delle nostre relazioni ed uscivano non appena queste relazioni finivano. Questo fenomeno ha i suoi pro ed i suoi contro. Sapevamo di poter contare in ogni momento su di noi, come singoli e come gruppo. Fino a quel momento non avevamo mai litigato a tal punto da pensare che la nostra amicizia potesse finire. Eravamo il punto di riferimento di ogni evento della nostra vita. Ognuno in maniera diversa. Sapevamo cosa avremmo trovato in ogni discussione. Sapevamo dove andare se cercavamo un confronto severo oppure della patetica comprensione. Con Max avevo fatto l’asilo insieme e tutta la nostra vita era legata. Non era facile trovare esperienze che non avevamo condiviso. Michele rappresentava la mia spensieratezza. Era a lui che mi rivolgevo nei momenti di depressione. Era la chiacchera del conforto. Marco era la nostra anima agitata. Sempre pronto a spronarci. Era la nostra iniziativa. “Ragazzi, non dimenticate che abbiamo vent’anni, cazzo!” diceva ormai da dieci anni.

Ultimamente i nostri discorsi si erano fatti più seri. Fino a qualche tempo prima parlavamo prevalentemente di calcio e ci raccontavamo le nostre ultime conquiste. Il nostro gioco preferito era distruggere ogni persona verso la quale manifestavamo un interesse. Qualcuno diceva che lo facevamo per gelosia e penso che, nonostante le nostre continue negazioni, quel qualcuno avesse ragione. Era da un po’ di tempo che avevamo iniziato a parlare di amore. Non tanto perché ci mancasse l’amore, ma perché eravamo un po’ pensierosi sul fatto che, voltandoci indietro, vedevamo un pezzo di vita che cominciava ad essere sostanzioso e guardando avanti era difficile immaginare cambiamenti. Chissà perché quando arrivi a trenta anni pensi sia doveroso fare un bilancio e, se non hai grandi problemi esistenziali tipo il lavoro o un tetto riparatore, immancabilmente analizzi i tuoi sentimenti. Avevamo avuto tutti e quattro le nostre delusioni ed era sempre più difficile farle uscire dai nostri ragionamenti. Non ci arrendevamo all’idea di non riuscire a costruire una magnifica storia d’amore ma iniziavamo a dubitare dell’espressione “prima o poi incontri quella giusta ed allora tutto cambia”. C’è sempre qualcuno che ti regala questa grande, inverosimile, convenzionale verità. E normalmente questo qualcuno ha una naturale predisposizione ad innamorarsi di chiunque si innamori di lui. Ma così non vale! Troppo facile, così!

I nostri dubbi ci avevano fatto diventare molto severi nel giudicare le persone anche se non ci proibivano di mettere tutto il nostro entusiasmo di fronte a nuove possibilità. Infatti pensavo a Francesca come la mia nuova possibilità. Pazzesco no?

Mi resi conto, di li a poco, che la persona giusta può essere dietro l’angolo o in fondo alle scale, in un monolocale vicino a piazzale Clodio.

Alle sette e mezzo suonò il citofono.

<Pronto?> risposi.

<Falla!> urlò il gruppetto di trentenni puerili.

Iniziai subito lo show. <Ragazzi, devo farvi un annuncio> usai un tono solenne <mi dispiace dirvi che tra poco non ci vedremo più. Sto per innamorarmi seriamente e questa mia nuova condizione sarà incompatibile con la vostra disdicevole immaturità>

<Bene. Mi passi il vino?> Marco.

<Non sto scherzando. Mi piace, mi piace tanto>

<E chi pensa che stai scherzando? Volevo brindare a questa cazzata> continuò Marco. Per lui non c’era nessun motivo valido per brindare ma erano tutti buoni per bere. Sapeva poi che a casa mia si beve bene.

<Lo vedi che siete immaturi?> volevo provocare.

<No guarda che qui l’immaturo e solo Marco. Io ancora non ho bevuto> era facile far entrare Max nelle discussioni, aveva opinioni su tutto lo scibile umano. Avrei potuto citare una tesi in fisica nucleare sul valore della massa dei neutrini e lui ci avrebbe illuminato con la verità.

<Anzi penso che sia un bel momento. Ci pensate? Il buon Paolo innamorato. Quando l’hai conosciuta questo fenomeno? Stamattina al mercato? E come si chiama?>

<Giovedì sera, da Elena. Si chiama Francesca>

<In effetti ora che ci penso avevo provato a chiamarti verso mezzanotte> continuò Max <stavi quindi con la principessa sul pisello?>

<Non proprio, a quell’ora stavo peccando. Sono un debole>

<Non capisco> intervenne Michele che invece aveva già capito tutto.

<L’altra sera sono passato da Elena che ha appena cambiato casa. A proposito, è molto carina la nuova casa di Elena>

<Ah si? E’ carina? E il bagno su che tinta l’ha fatto?> chiese Marco.

<Sul blu mi pare…> risposi interdetto.

<Interessante. E com’è il salotto? Un po’ etnico?> mi incalzò ancora Marco.

Mi stavano prendendo in giro. In fin dei conti era quello che volevo. Era per quello che eravamo li, per prenderci in giro.

<Che intendi per etnico? Il tuo cervello, per esempio, è etnico?> Finalmente!

<A Paole’… che ne dici di farci capire qualcosa della serata? Ma che ce frega del cesso di Elena. Sarà un cesso come tutti gli altri. Chi è questa Francesca?> Marco era sempre il più diretto.

<Ok, da Elena ho conosciuto Francesca che però verso le undici è andata via…>

<E dove è andata?> A volte Max è più curioso di Elena.

<Non lo so, è andata via>

<A che ora è andata via esattamente?> chiese Marco. Sembrava Ellery Quenn ad un passo dallo sgarbugliamento della matassa.

<Alle undici> affermai.

<E’ andata a scopare con qualcun altro. Pericolo rientrato. Fai una canna> sentenziò.

<Marco tu hai un clitoride al posto del cervello. Vedi sesso ovunque. Magari era stanca> la pensavo come Marco ma tra di noi si deve sempre attaccare. Non si fanno prigionieri, mai. Sempre attaccare.

<Si, stanca. Infatti si è andata a stendere> regalata.

<Che vuol dire che hai peccato?> Michele era sempre molto attento a centrare il punto.

<Sono andato a letto con Arianna> la mia ammissione li colpì.

<E chi è Arianna> lo sguardo dei miei amici.

<Una amica di Elena, fa l’avvocato> mi stavo proprio divertendo.

<Fammi capire tu l’altra sera hai conosciuto Francesca, ti sei anche affaticato ad innamorartene, e poi ti sei scopato Arianna la principessa del foro?>

<In un certo senso… si. Però penso che la tua sia una visione semplicistica della mia serata. Io preferisco dire che ho regalato qualcosa al mio cuore ed al mio corpo. Ma voi non potete capire>

<Mavvaffanculo Paole’. Tu sei malato. Visto che pensi che ho un clitoride in testa e meglio che mi metto un cappello>

<Com’è Arianna, che tra parentesi mi è già molto più simpatica di Francesca?> Ancora Michele.

<Carina, simpatica, ironica, spiritosa, due tette bellissime. Per essere la prima volta non è stato proprio niente male>

<E Francesca?> Sempre Max.

<Sai come funziona con le persone che ti piacciono. Non puoi mai sapere bene come sono. Ti piacciono e basta> Il primo concetto serio della serata. Penso davvero che se una persona ti piace non riesci a definirla facilmente, ti serve tempo. E’ molto più semplice invece capire le persone che ci lasciano un po’ distaccati. Causa ed effetto creano un legame immediato. Le persone che ci piacciono ci sfuggono.

<Forse stasera viene qui> era un azzardo, l’avevo detto troppo presto, li stavo aiutando troppo. Avevo sbagliato.

<Evvai> urlò Marco. <Me lo voglio proprio gustare ‘sto capolavoro!>

<Ragazzi, mina su Francesca> era poco onorevole ma dovevo usare la mina. Mettere le mine era un gioco che usavamo tra di noi per far uscire la persona ‘minata’ dagli obiettivi degli altri, per far in modo che nessuno ostacolasse il tentativo di conquista. Si usava la mina per non pestarci i piedi a vicenda oppure perché c’era una persona che ti piaceva veramente. A me Francesca piaceva veramente.

<Sei un cagone, hai paura che Max ci si faccia un giro> assist di Marco.

<Guarda che lo farei per lei, se le vuoi bene… dalle questa gioia> goal di Max.

Stavo perdendo su tutti i fronti. Mi stavo divertendo. Noi siamo dei veri Decoubertiani, tra di noi l’importante è davvero partecipare.

<E lasciatelo perdere, non si parla così di un ragazzo che ama. Bravo Paolino, io ti capisco. Senti viene anche Perry Mason? Spero che almeno lascerai la presa su l’avvocato, oppure stai minando tutta Roma?>

<Ah ah ah. Lei non viene ma ve la farò conoscere, è forte Arianna. E comunque tranquilli, nessuna mina su Arianna> Inconsciamente avevo deciso di difendere Arianna omettendo il particolare che lei era fidanzata.

<Il popolo ringrazia la magnaminità di Paolo il grande, granduca del Monte di Venere> Marco mimò anche l’inchino.

<Non c’è bisogno che vi dica di evitare di mettermi in imbarazzo, vero?>

<Bravo non c’è bisogno che ce lo dici, sappiamo bene come ci dobbiamo comportare. “Guarda Francesca che un pisello così mica lo trovi al supermercato nel banco dei surgelati”. Che ne dici? Troppo romantico?>

Quella di Max voleva essere una minaccia ma sapevo bene che al momento opportuno li avrei avuti al mio fianco.

Continuarono a prendermi in giro per un po’. L’argomento Arianna non era molto gettonato perché il mio presunto innamoramento era ben più interessante. Gli uomini trovano sempre un lato divertente nell’innamoramento, un lato su cui è lecito scherzare. Le donne lo rispettano di più, credo.

Erano ormai le nove e mezzo. Il primo segreto per far andare bene una cena è l’orario dell’invito. Alle persone si deve sempre dire di venire tra le nove e le nove e mezzo. Ognuno di noi è sempre portato ad interpretare i messaggi secondo il nostro migliore punto di vista, quello più comodo. In questo caso l’ orario più comodo è le nove e mezza. Più tempo per il pomeriggio, più tempo per prepararsi e rilassarsi. Arriveranno tutti poco dopo le nove mezza, è scientifico. Solo un invitato, di solito una ragazza oppure Max, arriverà alle dieci e un quarto. E quella persona va aspettata assolutamente. La gente a quell’ora ha fame e come entra in casa tua si fionda in cucina ad alzare tutti i coperchi delle pentole e delle padelle ficcandoci il naso dentro e dando segni di grande approvazione. Ecco il grande vantaggio che si deve sfruttare: orario, fame, attesa, profumi, cibo già pronto ma non ancora disponibile. Li hai già conquistati, hanno già voglia delle cose che hanno visto. Siamo nell’epoca dell’immagine. Ci siamo già da un po’ ed è un regno che non presenta ancora crepe. Attenti però a non tirare troppo la corda. Un invito per le dieci, dieci ed un quarto potrebbe legittimare pericolosi spuntini prima di cena.

Puntualmente alle dieci e diciassette arrivò Isa, l’ultima.

La cena fu tranquilla e veloce, il cibo era oggettivamente buono, parlammo di nulla.

<Prima il dolce o prima la frutta?> Si chiede sempre ma tutti sanno la risposta giusta.

<Io so che si serve prima il dolce e poi la frutta che pulisce la bocca> Michele ci regalò il quarto segreto di Fatima.

<Non lo sai solo tu, lo sanno tutti> a Marco non sembrò vero di poter fare quel goal a porta vuota.

Non avevo fatto nessun dolce. Ci avevo pensato ma io non sono bravo a fare i dolci quindi avevo chiesto ai ragazzi di comprare le paste.

<Volevo fare il tiramisù ma purtroppo non ho avuto tempo>, si scusò Isa.

<Meglio così, io odio il tiramisù> scherzai seriamente. Avevo il tono fermo e deciso di chi si sta schierando.

<Ma scherzi? Il mio è buonissimo> si difese Isa.

<Non discuto, sarà anche buonissimo ma lo detesto come concetto di dolce. E’ un’accozzaglia di sapori che non richiede alcuna abilità. Caffè, cioccolato, savoiardi, zabaione. E’ difficile come fare un panino con la nutella, e più o meno il risultato non cambia molto. E’ un dolce troppo paraculo>

<Sempre il solito assolutista> Elena scese in campo a sostegno dell’amica.

<Certo, serve un po’ di assolutismo. Ragazzi dobbiamo avere il coraggio di schierarci, il coraggio delle nostre idee. Il coraggio di attaccare il tiramisù in pubblico> l’aria era carica di stupidaggini.

Undici e quaranta: il citofono. Persi in un secondo tutta la mia sicurezza. Rispose Michele.

<Francesca> annunciò con un ghigno divertito.

Iniziai a sparecchiare: avevo una cosa da fare ed avrei saputo dove mettere le mani e lo sguardo. Mi sentivo uno scemo. Era bello sentirsi scemi.

Suonò alla porta dopo un tempo indefinito.

<Ciao Paolo, lui è Manuel> non la ricordavo così attraente.

<Ciao è un piacere. Entrate>

Manuel era proprio un bel tipo, non c’è che dire. Speriamo che sia stupido, speriamo che inizi a raccontare di quanto è splendido il Messico e di come si è divertito al villaggio Valtur di Cancun.

<Che bella casa, complimenti> esordì Manuel.

<Grazie, appoggiate i giacconi in camera da letto. Vi accompagno>

<Anche grande, stai messo veramente bene>

<Grazie> biascicai.

<Hai la musica in tutta la casa, anche in camera da letto. Figata!>

<Si, ho messo le casse ovunque, anche in bagno> e no! Così non vale. Stai facendo il gentile. Così sei scorretto.

<L’hai arredata tu> …e smettila!

<Si, io> posarono le loro cose in camera da letto.

<Scusa forse non sono molto educata, sono appena entrata ma… posso andare in bagno?>

<Beh sarebbe meno educato se tu facessi la pipì nel salotto. Ecco, questo è il bagno> le aprii la porta.

Non disse niente.

Tornai in salotto con Manuel che non la smetteva di notare ogni piccolo particolare della casa. Sembrava che fosse al MOMA di New York.

<Chi vuole un caffè?> chiesi mentre portavo in cucina gli ultimi piatti.

Stavo trafficando in cucina con la macchinetta del caffè ed entrò Elena. Iniziò a mettere i piatti nella lavastoviglie. Era il momento di una confidenza.

<Carino Manuel, non trovi?> cercava il consenso.

<Mah… faccia un po’ vista…>

<Secondo me è proprio carino. Mi è sempre piaciuto> le è sempre piaciuto??? Ad Elena??? Come pensavo di vincere la guerra se non facevo prima la conta dei miei alleati? Sun Tzu sarebbe molto deluso dal mio modo di condurre le battaglie.

<Ma non ha una storia con Francesca?> Feci questa domanda sicuro di aumentare le mie certezze.

<Ma figurati, è il cugino. Senti ma… a proposito di Francesca?>

<E’ simpatica Francesca, mi piace. Ma anche lui non è niente male. Forse un po’ giovane…> non potevo difendere un’altra risposta.

<E’ una ragazza complicata e molto esigente>

Entrò Marco ed interruppe la nostra conversazione privata. A guardarlo poteva sembrare che mi avesse lanciato uno sguardo di intesa come dire: “Niente male, ora capisco tutto”. Io che lo conosco invece sapevo che era ubriaco e fumato.

Tornammo in salotto. Arrivò subito anche Francesca con un pacchetto in mano.

<Ho portato un dolce> no, ti prego no.

<E’ fatto in casa, un tiramisù> ecco fatto. Abbattuto da un tiramisù!

<E’ buffo, Paolo ha appena finito di dire che ama follemente il tiramisù> la vendetta di Isa.

<Sono contenta. Ad essere onesta a me non piace. Questo l’ha fatto mia zia, sua mamma. Dicono che sia molto buono>

Io amo questa donna. Io amo questa donna!

 

Il Tiramisù di Zia

Sabato mattina andai a vedere la Cappella Sistina con Manuel. Non c’ero più tornata da quando avevano finito il restauro: ci trascinai mio cugino. Quando ho qualche visita da fuori Roma ne approfitto sempre per fare la turista. Spesso non insieme ai miei ospiti ma al posto dei miei ospiti nel senso che loro preferirebbero un paio di birre a campo de fiori.

Avevo la testa leggera. Non avevo voglia di farci entrare dei pensieri. Ero pigra.

Suonò il telefonino. Era Riccardo. Mi sorpresi a valutare l’ipotesi di non rispondergli.

<Ciao, come stai?> dissi senza molto entusiasmo.

<Bene. Tu?>

<Anche io. Sono per strada, ci sentiamo dopo?>

<Volevo solo sapere di Capalbio?>

<Capalbio cosa?>

<Beh, se ci andiamo>

<Questo week end non posso. Ho una cena stasera. Ti chiamo io dopo, ok?>

<Ok, ‘ao>

Non ci stavo pensando ma avevo una cena da Paolo. Anzi un dopo-cena. Per cena avrei mangiato un pizza con mio cugino: mi piacciono i dopo-cena. Di solito preferisco andare in un ambiente che ha già un’anima piuttosto che contribuire a crearla. Mi piace adattarmi alle situazioni, posso decidere di entrarci se mi intrigano oppure starne fuori se mi annoiano e limitarmi a guardare.

Camminammo un po’ per Roma. Era freddo ma c’èra un bel sole. Il lungotevere mozzava il fiato, il sole si immergeva sensualmente nel fiume. Ci fermammo su un ponte ad osservare San Pietro. Regalai un mio personale omaggio ed un applauso a chiunque avesse contribuito a formare tanta bellezza.

Mio cugino era più piccolo di me di quattro anni, aveva l’età di mio fratello. Forse per questo motivo l’avevo sempre visto come piccolo in realtà aveva già quasi venticinque anni. Era un’oretta che chiacchieravamo piacevolmente. Mi stavo gustando i punti di vista di un giovincello.

<… perché vedi cuginetta, tu appari come quella che non sei. Per apprezzarti bisogna guardare in profondità. Per carità, questo è un aspetto positivo, però a volte le persone non sono disposte a sforzarsi. Noi uomini a volte siamo pigri>

Ma che ne sa lui di donne e di uomini.

<Vogliamo avere la certezza che alla fine, in un modo o nell’altro troveremo qualcosa che ci soddisfa. Sia ben chiaro, non sto parlando di sesso. Sto parlando di idee, di sensazioni, di pelle. Se il tuo ‘bello’ è nascosto, ti potrebbe capitare di passare vicino all’uomo della tua vita e lui non ti riconosce, magari solo perché ha avuto una giornata di lavoro difficile o perché gli hanno rigato la macchina. Devi dare qualche abbocco in più>

Uffa, mi sa che ha ragione.

<Provo a spiegarmi meglio con un esempio> continuò, <… che Michelangelo si sentisse prevalentemente uno scultore e che ha dipinto la cappella Sistina ed il giudizio universale solo perché glielo hanno chiesto i papi, è molto interessante, davvero. Sono contento che tu mi abbia illuminato con questi particolari. Ma facciamo il caso che io non sia tuo cugino, mettiamo il caso che io sia interessato a te. Mi vuoi far eccitare un pochino prima? Vuoi usare un po’ del tuo fascino da femmina per incuriosirmi. Ancora una volta non sto parlando di sesso. Sto parlando della biologia dell’uomo e di quella della donna. Prima di tutto devi farmi sentire l’odore della tua femminilità, una spalla, un ginocchio, una battuta provocante, un tono sexy. Io ho paura che tu a Michelangelo non ci arrivi proprio. Quanto tempo è che non metti una gonna? Hai le gambe brutte?>

<No assolutamente, io non ho le gambe brutte!> Ero disorientata.

<Appunto. Prima vedere cammello, cuginetta. Lo sai che a noi uomini basta pochissimo per eccitarci. Sono reazioni chimiche involontarie. A noi basta immaginare il seno dentro un maglione un po’ aderente o un ginocchio velato da una calza per aprire i cancelli della fantasia. Voi pensate che siamo dei porci, ma non è così. Noi siamo vittime di queste reazioni, a volte addirittura fastidiose. E’ un’arma che dovete imparare ad usare. Le donne che sanno manipolare queste reazioni sono delle donne potenti. E molte donne lo sanno fare. Tu, scusami se te lo dico, non hai proprio capito da che parte si comincia> spense la sigaretta con la scarpa. <Andiamo a Campo de’ Fiori a farci una birra?> Propose.

<Si volentieri> mi serviva proprio una birra.

Era affezionata al concetto che io sono così e voglio una persona che mi apprezzi per quello che sono, ma iniziavo a pensare che ho delle belle gambe e che non le faccio mai vedere, neanche immaginare.

Ho anche un bel sedere? Si che ho un bel sedere! Anche solo essermelo chiesto accentuò il mio disappunto.

Il mio seno è piccolo ma è bello. Ed io piaccio. Sono una bella ragazza. Gli uomini fanno la fila per me!

Ero sempre stata convinta di conquistare gli uomini per la mia bella testa. Dovevo arrendermi all’idea che qualcuno delle persone con le quali ero stata a letto non avesse capito un cazzo di quello che avevo detto ma era stato tutta la sera a guardarmi il culo.

<Tu pensi che io sia carina?> Ormai si parlava di tutto, come non ci era mai successo in vita nostra.

<Uhm… fatti vedere. Si, sei carina. Forse un po’ troppo secca ma questo non è un problema, a molti uomini piacciono le ragazze secche>

<Non te l’ho chiesto per sapere se piaccio agli uomini, te l’ho chiesto per me>

<Che cazzata!> Rise.

Cambiai discorso. Molto carina ma un po’ secca era un buon risultato, non volevo rovinarlo con ulteriori indagini.

Bevemmo una birra a Campo de Fiori. La temperatura era scesa un altro po’ ma c’era tanta gente in piazza che chiacchierava e beveva. Mio cugino era felice di essere li, nel cuore pulsante della Roma che organizza, si da appuntamenti, crea le serate, decide cosa fare.

Era un po’ che non venivo a Campo ed infatti non incontrai nessuno che conoscevo. Fino a qualche tempo prima Campo era un appuntamento fisso. Potevo andarci in una serata qualunque e salutare la metà delle persone presenti. Quel giorno mi sentivo un po’ estranea ed era un altro bel modo per bere una birra a Campo de Fiori. Da estranea puoi alzare lo sguardo e godere dei vecchi palazzi fatiscenti che incorniciano la piazza. Che penserà uno di Dallas alzando lo sguardo a Campo de Fiori?

<Che facciamo stasera?> Mi chiese mio cugino.

<Pensavo di mangiare una pizza e poi andare a casa di un amico a bere una cosa>

<Non mi divertirò un po’ troppo?> disse <dai scherzo, va benissimo. Qualche amichetta da presentare?>

<Non so chi troviamo, il padrone di casa lo conosco pochissimo>

<E perché andiamo li?>

Già, perché ci andiamo. Vediamo che ne pensa.

<Perché sono curiosa di conoscerlo. Potrebbe piacermi>

<Allora non si può mancare. Sono proprio curioso di vederti all’opera. Potresti esordire con il tuo saggio sull’influenza di Raffaello ritrattista nell’arte di Picasso>

Mi faceva ridere. <Scemo, non mi vedrai all’opera> stavo per dire che mi aspettavo di vedere all’opera Paolo . Mi fermai.

<Beh, quanto meno scodinzola un po’>

Tornammo a casa ed entrai subito in doccia. Ero infreddolita. Feci una doccia lunga, calda e rilassante. Che bel momento la doccia. Mentre mi insaponavo mi osservai. Conoscevo perfettamente il mio corpo ed ero sempre stata critica nei suoi confronti. Non avevo però mai pensato cosa poteva piacere di più di me.

Non sono secca, ho le gambe affusolate. Mi girai per analizzare il mio sedere, quello che vedevo con il collo ritorto sembrava più che accettabile. Non ho mai avuto grandi problemi con il mio sedere. Ci avevo convissuto perfettamente per ventinove anni ma la domanda era: “piaceva agli altri il mio sedere?”.

Mi asciugai soddisfatta dei miei approfondimenti.

Con l’asciugamano nei capelli e l’accappatoio, andai in salotto a fumarmi una sigaretta. C’erano mio fratello e mio cugino che giocavano alla play-station. Pensai che a volte non è male essere uomo.

Li osservai. Si divertivano a fingere di correre su macchine decappottabili per le strade di Palm Beach con una bionda finta seduta accanto ed una bionda vera sul tavolino.

Non avrebbero voluto altro in quel momento. Non parlavano, non dicevano nulla eppure erano in piena sintonia. La comunicazione silenziosa è una prerogativa maschile.

<Vuoi mangiare un piatto di pasta a casa?> Chiesi a mio cugino.

<Come vuoi tu, per me è uguale> mi rispose senza alzare lo sguardo dal viale con le palme che stava percorrendo a duecentoventi chilometri orari.

<C’è del sugo in cucina. Io purtroppo devo andare a quella cena di laurea. Mi sarei unito volentieri> disse mio fratello sorpassandolo.

Mi andava una bella pizza ma stavano giocando. Potevo rovinare un piacere così semplice?

Noi donne immaginiamo troppo spesso di essere delle rompiscatole. Questo è quello che, ad arte, ci hanno insegnato gli uomini. Quando noi entriamo nei loro divertimenti, noi siamo delle rompiscatole. Non sono loro che sono dei bambini fino a quaranta anni?

<Faccio un piatto di pasta> mi arresi. La risposta fu un grugnito affermativo. Ormai erano quasi a La Jolla beach; il Messico era a due passi. Se solo non avessi saputo che era impossibile avrei pensato che si stavano abbronzando!

Andai in cucina e misi l’acqua della pasta, poi tornai in camera mia ed aprii l’armadio.

Il nero era il colore di gran lunga dominante. Avevo circa quindici paia di pantaloni. Il reparto delle gonne non era molto fornito: una molto lunga nera, una molto lunga marrone, una minigonna nera liscia con la chiusura centrale, una nera lunga fino al ginocchio ed una di velluto marrone scurissimo. Buttai sul letto la gonna lunga fino al ginocchio ed un paio di pantaloni neri. Li osservai. Aprii il cassetto delle magliette. Scelsi due maglioncini a collo alto, uno bianco ed uno nero. Identici. Buttai sul letto anche quelli. Con i pezzi che avevo sul letto erano possibili solo quattro combinazioni. Gonna con maglioncino bianco, gonna con maglioncino nero, pantalone con maglioncino bianco, pantalone con maglioncino nero. Tutte accettabili, nessuna pienamente soddisfacente. Mi girai verso l’armadio ancora aperto in cerca di ulteriori ispirazioni ed allora mi accorsi di loro: i jeans. Mi si apriva un altro mondo. Perplessa mi infilai la tuta ed andai in cucina.

Mangiai controvoglia, volevo una pizza. Voleva una pizza margherita. Volevo una bella pizza Margherita con doppia mozzarella ed un paio di foglie di basilico.

Andai in salotto e trovai i due bambini infossati nel divano con i piatti di spaghetti sulle ginocchia. Erano passati ad un altro passatempo educativo, il sesso degli uomini: la partita.

<Tra mezz’ora vorrei uscire> dissi a mio cugino.

<Ok, è già iniziato il secondo tempo>

Non potei fare a meno di notare che le partite di calcio sono sempre al secondo tempo. Non mi era mai capitato che un uomo mi rispondesse che la partita era appena iniziata. E pensano di essere furbi. Sono così patetici a volte.

<Ho fatto il caffè, chi lo vuole?>

<Grazie Francy, grazie mille. Dov’è? Vado io> mio fratello in tutta la sua finzione.

<E’ qui> iniziavo a seccarmi <secondo te faccio il caffè e poi lo lascio in cucina? Quando zucchero vuoi?>

<Grazie, molto gentile, un cucchiaino. Grazie Francy>

<Ma la smetti di ringraziarmi? Ho solo fatto uno stupido caffè>

Tutti uguali. Quando sei gentile non fanno altro che ringraziarti. E’ perché si sentono in colpa. Perché non alzano un dito, mangiano davanti alla tv e mi fanno sorbire la partita.

Mi accomodai in poltrona e sorseggiai il mio caffè. Mi accesi una sigaretta cercando di capire la partita. Volevo provare ad interessarmi. L’avevo fatto altre volte sempre con risultati molto scarsi. <Chi gioca?> chiesi.

<Ancona e Parma> risposero in coro. Erano ancora in difficoltà per il caffè e speravano che mi interessassi al loro intrattenimento.

<Il Parma è bianco e l’Ancona è rosso. Stanno uno a uno. E’ una bella partita>

Ancona e Parma. Pazzesco. Mio fratello non sapeva neanche dove fosse Ancona.

Ad un certo punto passarono per tre volte il replay di un fuorigioco passivo. Mi arresi e tornai in camera da letto dando venti minuti di tempo a mio cugino.

I vestiti sul letto mi guardavano come a dire: “Dove scappi? E’ il momento delle scelte”.

Mi provai i pantaloni e poi la gonna. Poi ancora i pantaloni ed infine i jeans. I jeans mi stavano proprio bene. Jeans e stivali. Ottimo. Provai le maglie che avevo sul letto. Poi altre due. Il responso dello specchio era terribile, mai una bocciatura piena ma neanche una promozione a pieni voti. L’indecisione era diventata materiale. Avevo vestiti sparsi su tutto il letto. Anche l’accostamento jeans-stivali non lo trovavo più così convincente. Oh… ma che sono diventata pazza?

Mi rimisi i jeans, gli stivali e la prima maglia che avevo provato. <Perfetto!> Dissi ad alta voce.

<Andiamo?> mio cugino mi stava chiamando.

<Pronta, via>

<Lo stivale, eh? Bene, bene> disse mio cugino squadrandomi mentre aspettavamo l’ascensore. Lo guardai spazientita.

<Ho dimenticato le sigarette> sbuffai.

Tornai in camera da letto, presi le sigarette, mi tolsi i jeans, misi la gonna al ginocchio ed uscii.

<Molto meglio. Hai una rotula molto provocante>

<Forse hai un po’ frainteso. Non ho mai detto di essere interessata a nessuno> ero infastidita. Infastidita e quasi preoccupata. Mi sentivo come una quindicenne. Riccardo mi aveva tolto molte convinzioni. Quel suo modo di comportarsi, mai un complimento, mai una gratificazione. Mi faceva sentire come se dovessi essere onorata a stare con lui, come se dovessi ritenermi fortunata. Sei un bastardo, Riccardo. Bel casino hai combinato. Ora non riesco neanche ad andare a casa di un tipo che ho visto due volte in tutta la mia vita solo perché forse un po’ mi piace. Ma chi l’ha detto che mi piace poi? Magari è un cretino totale.

Non ero rilassata e questo mi dava tremendamente fastidio.

<Che hai in quel pacchetto?>

<Il tiramisù che hai portato tu. Quello di zia>

<Il tiramisù di zia? Tu ti presenti a casa di uno che ti piace e gli porti il tiramisù di zia?>

<Beh? A parte che in questo caso per te è il tiramisù di mamma e poi che male c’è?> Questa non sarebbe passata.

<Ma dai cuginetta… prendi una torta, delle paste, del gelato. Porta del vino. La brava nipotina alla quale la zietta prepara i dolcetti buoni buoni. Ma chi sei? Cappuccetto Rosso?>

<Oh bimbo… la smetti di parlare come se fossi l’unico al mondo a capirci qualcosa? Ma da dove esce tutta questa presunzione? Mica è cacca, è un dolce buonissimo>

<Ma se a te neanche piace?>

<Questo è un altro discorso. La gente pensa che sia un dolce buonissimo>

<Ok, ok, non ti arrabbiare. Era un consiglio> “La gente pensa che sia un dolce buonissimo” mi imitò cantilenando.

Non ci sarebbe stato nessun motivo al mondo che mi avrebbe proibito di portare quel cazzo di tiramisù da Paolo. Ma che scherziamo? Ora devo stare attenta anche a che tipo di dolce porto?

<Ecco è qui, cerchiamo un parcheggio> dissi.

<Com’è questo quartiere?>

<In che senso?>

<E’ un quartiere da ricchi?>

<Ma che ne so io. Ma che domande fai?> Non lo sopportavo.

<Volevo aiutarti> parlava con l’aria serafica tipica dei tranquilli. Io odio i tranquilli quando sono incazzata!

<Fai una cosa, goditi la serata, se ti va. Se no prendi la macchina e torna indietro. Io prenderò un taxi>

<Oh, sei un po’ troppo nervosa, sai?> Fanculo!

Lo sapevo e questo mi faceva molto incazzare.

Parcheggiammo abbastanza lontano e andando a piedi verso casa di Paolo non ci rivolgemmo neanche una parola. Lui si guardava intorno, secondo me voleva capire se era un quartiere da ricchi. Io stavo cercando di tranquillizzarmi. Suonai il citofono e mi rispose Paolo, credo. Quinto piano.

In ascensore provai a specchiarmi senza farlo capire a quell’antipatico di mio cugino. Ero veramente imbarazzata quando suonai il campanello. Veramente imbarazzata. Aprì Paolo. Non pensai nulla, proprio nulla. Con lo sguardo cercai subito Elena. Volevo vedere una faccia amica. La salutai con gli occhi. Paolo ci fece andare nella sua camera da letto per posare i cappotti ed in quel momento mi resi conto che avevo una busta di plastica con un tiramisù. Forse mio cugino aveva ragione, forse una gonna sexi non si sposa bene con una busta di plastica da supermercato.

Ma perché non ho comprato delle paste, quelle con le confezioni di cartone colorato così carino?

Gli chiesi di andare in bagno, volevo raccogliere un po’ di energia.

Ora tu vai di là con questo cazzo di tiramisù e ti fai la tua bella serata tranquilla tranquilla. Ridi, ti diverti, ti bevi un buon bicchiere di vino, magari anche tre o quattro e poi te ne torni a casa felice come una bambina. Ti rendi conto che sei agitata per uno che se incontri a via Frattina il ventitré dicembre neanche lo riconosci?

Mi piacque questo pensiero. Mi diede forza. Non c’era logica nella mia agitazione e mi ero spiegata il motivo.

Tornai in salotto e presentai il tiramisù. Mi ricordo che dissi che a me non piaceva molto quel dolce. Con la coda dell’occhio individuai Paolo. Stava sorridendo, quasi ridendo. Rideva di me e del Tiramisù di zia.

Che figura!

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