l'altra campana

Perché dell'amore siamo tutti esperti ma nessuno ne sa nulla!

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Utente: fabiotestaccio
Scrittore volenteroso e divertito costretto a un vero lavoro per potersi permettere di bere ottimo vino.

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lunedì, 04 agosto 2008

Capitoli 13 e 14

Immagini, parole, musica

Il tempo passò abbastanza in fretta. Mi resi conto, dopo la telefonata con Francesca che era domenica e c’erano le partite. Potevo vedere con calma il primo tempo ma non avrei visto il secondo. Non era una cosa normale per me. Mi piacciono le partite, mi appassionano. Ma per Francesca era un sacrificio assolutamente sopportabile. In più non avrei voluto darle l’impressione di essere un fissato del pallone. Avrei barattato l’uscita con Francesca con una vittoria nella difficile trasferta di quella domenica? No, non avrei rinunciato. E per uno scudetto? Per continuare questo stupido gioco e darmi una risposta mi feci altre domande.  Dovrei rinunciare ad uno scudetto per uscire con Francesca o per iniziare una relazione? Se è per un’uscita oggi allora preferisco lo scudo se è per una relazione… non so… posso rispondermi dopo? Continui a giocare. No, non puoi devi rispondere adesso… Allora rispondo Francesca. Mi tengo la relazione con Francesca.

Ma vi rendete conto che ragionamenti passano tra le orecchie di una persona colpita dall’amore o da qualcosa che sembra assomigliargli?

E per la Coppa Campioni?

Mi misi d’accordo che per la Coppa Campioni avrei rinunciato a Francesca ma mi stavo dicendo una bugia. Me lo dissi solo per non compromettermi. Accesi il mio televisore e mi girai la sigaretta della dolce attesa. Dopo trentacinque minuti vincevamo due a zero ma il primo tempo stava finendo ed io non volevo. Volevo continuare a pensare che sarei uscito con Francesca e che stavamo vincendo. Volevo continuare ad aspettare. Sapevo che una volta iniziati i preparativi per l’uscita avrei perso un po’ di serenità. Finì il primo tempo e mi rificcai in doccia. Era la seconda in meno di tre ore ma un appuntamento deve partire con una doccia. E’ in doccia che si inizia a pensare a come dovrà essere l’approccio, alle cose che si dovranno dire. L’acqua mi ispira.

Un paio di jeans, una maglietta nera a maniche lunghe, un cardigan marrone con la zip davanti ed il colletto tipo camicia, un cappotto grigio usatissimo. Una rapida occhiata allo specchio e via. Andava bene così, più di tanto non si poteva fare. Erano le quattro e quarantacinque. Si può uscire.

Guidai pianissimo. Mi gustavo Roma. Ogni volta che passo sotto l’Aventino alzo lo sguardo e mi gusto la replica del miracolo. La bocca della Verità, via del Teatro Marcello, Piazza Venezia, Corso Vittorio, Sant’Andrea della Valle. Tutto molto lentamente, non più di quaranta chilometri orari. In giro c’era pochissimo traffico. Qua e la qualche sparuto gruppo di turisti felici per la fine della pioggia. Ma che ne sanno loro di quanto è bella Roma sotto la pioggia? Parcheggiai lo scooter vicino a Palazzo Madama.

Catena, casco e guanti sotto il sellino. Mi muovevo con lentezza. Avevo paura ma non avrei mai osato confidarmelo. Arrivai alla fontana. Erano le cinque. Alzai lo sguardo e vidi il Nilo con la benda in testa. Girai la testa e osservai Sant’Agnese. Iniziai a passeggiare intorno alla fontana. Ritrattisti, venditori ambulanti, un tizio tutto coperto d’oro vestito da statua della libertà. Iniziai a liberare il mio spirito.

Che vita hanno? Dove è la loro casa? E dov’è la casa di questa coppia di giapponesi che hanno fatto già ventidue foto? Quando tornano in Giappone? Che vorrà mai dire essere dei giapponesi a Roma, a Piazza Navona? E che vita ha questo ragazzo che corre come un pazzo verso il Bar della Pace? E’ in ritardo? Dove abita? E’ sposato? Chi vive in quella casa con le finestre aperte? Perché le finestre aperte con questo freddo? Fa freddo?

Io mi faccio sempre molte domande. Ho il chiarissimo ricordo di quando, sfrecciando per la tangenziale del Cairo con un pulmino guidato da un delinquente che prima ancora di accompagnarci in albergo aveva lo scopo di terrorizzarci, vidi, affacciata ad una finestra, una signora anziana con il velo in testa. Che faceva? Quanti anni aveva? Da quanti anni viveva in quella casa? Non l’avrei più rivista e non mi sarebbe mancata anche se ogni tanto si riaffaccia nella mia memoria. Da bambino, avrò avuto cinque o sei anni, a Sperlonga buttai un tappo di sughero nel porto e fantasticai che prima o poi sarebbe arrivato in Australia. Non mi sbagliavo a pensare che era dall’altra parte del mondo, ero già fissato per la geografia. Ed ogni tanto, nei venticinque anni successivi ho pensato a quel pezzo di sughero, ancora in viaggio. Avrà doppiato Capo di Buona Speranza? E se avesse fatto il giro dall’altra parte? Speriamo di no… Capo Horn è così pericoloso. Mi ricordo ad Usuhaia, nella Terra del Fuoco in Argentina, il museo della fine del mondo. Esposta nel museo c’è una cartina dell’oceano intorno a Capo Horn, ed in quella cartina ci sono mille bandierine raffiguranti le navi che sono affondate nel tentativo di doppiarlo. Mi aveva molto colpito. Ed il mio tappo? Speriamo che abbia fatto il giro sotto l’Africa. Non sono mai stato in Sud -Adfrica, cioè ho fatto scalo all’aeroporto di Johannesburg ma non sono mai… Eccola. Eccola. Eccola. Ecco Francesca.

Era la fine dei viaggi, la fine dei tappi. Prima o poi avrei ripensato al tappo ma in quel momento avevo da fare. Rinchiusi il mio spirito.

Era arrivata ed io mi stampai in faccia il mio sorriso più ebete.

<Ciao> ero un po’ imbarazzato. Era bellissima.

<Ciao> era un po’ imbarazzata. Era bellissima.

<Hai freddo?>

<Un pochino, in macchina aveva alzato il riscaldamento al massimo. Andiamo?>

<Certo, andiamo>

Passeggiamo verso il Chiostro del Bramante e subito le confessai che io non ero proprio un profondo conoscitore di Basquiat e della sua arte.

<Sempre ammesso che si possa definire arte> mi rispose. Iniziò a parlare ed io iniziai ad ascoltare. Le mie orecchie si ricordarono subito che amavano ascoltarla. Le piccole strade intorno a Piazza Navona ospitavano molti turisti agitati e molti romani indifferenti. Io era agitato ed indifferente. Ascoltavo Francesca e la guardavo, camminando con la testa rivolta verso di lei, urtando ogni tanto qualche altro camminatore distratto come me. Arrivammo al Chiostro e comprai due biglietti.

<Ecco…> disse Francesca porgendomi i soldi del biglietto.

<Ecco cosa?> risposi.

<Per il biglietto>

<Ma scherzi? Lascia perdere>

<Dai… perché? Perché devi pagare tu?>

Non lo sapevo perché dovevo pagare io, non era importante chi pagava. Ma è una cosa apprezzata offrire una mostra, una cena, un caffè? Le ragazze lo gradiscono ancora? Non si riesce a capire.

<Diciamo che è il prezzo per la lezione> sembrò accettare la mediazione. Io stavo bene.

<Ok, allora dopo io pago il caffè>

Notai con piacere il fatto che ci fosse un ‘dopo’.

<Va bene, io pagherò la colazione domani mattina>

Non rispose, non disse nulla. Iniziò a raccontarmi di Basquiat, della sua New York, delle sue fissazioni, della Pop Art, delle ripetizioni del quotidiano.

Non aveva preso bene la mia battuta ed era una cosa normale. Ma che mi ero messo in testa? Ero stato maleducato ed inopportuno. Aveva pensato che io dessi qualcosa per scontato. Tra l’altro non era neanche vero. Avrei preferito un romantico bacio sotto casa sua o davanti la sua macchina ed un paio di messaggini prima di andare a letto piuttosto che passare la notte insieme. Mi irrigidii abbastanza. Ero contrariato ed incavolato con me stesso.

Lei continuava a parlare della sua droga, dei suoi eccessi, di Roy Leichstein, di Keith Haring, di SAMO. Le sue parole mi sciolsero nuovamente e mi tranquillizzai. Una musica così non poteva venire da una persona offesa. C’era solo positività intorno a me. Ricominciai a sentirmi bene. Muoveva le mani mentre parlava. Disegnava i quadri nell’aria. Era elegante e raffinata. Ogni tanto mi guardava per capire se stavo seguendo. Ogni tanto mi chiedeva se mi stavo annoiando. Io non ero affatto annoiato, ero rapito. Ero stregato dalla sua bocca. Era la cosa più seducente che avessi visto negli ultimi mesi. Non avevo nessun dubbio, li dentro l’opera d’arte dal valore inestimabile era lei. L’aria era piena di Francesca ed io avevo completamente perso il controllo su tre dei miei cinque: vista, udito e olfatto. La visita durò circa un’ora.

<Ti sei stufato?>

<No davvero credimi, è stato molto interessante. Ad essere sincero credo che non avrei gradito così tanto se non fossi stata tu a farmi da guida>

<Mi piace la sua espressione. Mi piace la Pop Art. Mi piace perché è istinto ma non immediatezza. Mi piace perché la capisco> mi sorrise, forse per la prima volta. Non so bene se sorrise a me oppure alla Pop Art. In ogni caso quel sorriso lo intercettai e me lo tenni molto stretto. Lo conservo ancora oggi, da qualche parte, dopo tanto tempo.

Uscimmo ed era completamente buio, la temperatura era scesa ancora di qualche grado.

<Andiamo a bere una cosa al caldo?>

<Certo, hai qualche idea?>

<Qui è pieno di posti. Vieni>

Era la classica situazione in cui Julia Roberts in “L’amore che sorpresa” avrebbe preso la mano di qualche bellone americano e l’avrebbe trascinato per le vie del centro. Francesca invece mi fece solo un smorfia di invito. Per me era più che sufficiente.

Entrammo in un bar poco affollato. Mi piaceva quel posto. Era molto caldo e quindi impiegammo i nostri primi due minuti, quelli dell’impaccio e del disagio, a toglierci cappotti e maglioni. Eravamo seduti uno di fronte all’altra. Francesca ruppe il ghiaccio.

<Allora? Ti è piaciuta la mostra? Sono stata una brava professoressa?>

Non so quanto ascoltò la mia ovvia risposta, iniziò a parlare senza soluzione di continuità. Parlò tantissimo, di tutto. Mi raccontò della difficoltà che incontrò quando fu il momento delle scelte: giurisprudenza o corso di pubblicità? Mi descrisse la sua soddisfazione quando realizzò che aveva fatto la scelta giusta, quando si rese conto che la scelta del cuore era anche scelta di cervello. Io credo di aver goduto delle sue parole con la bocca aperta e molta curiosità. Ero interessato a quello che mi stava raccontando. Non sapevo nulla della sua vita e mi piaceva scoprire cos’era Francesca. In quel locale siamo rimasti per circa due ore ed io ho limitato la mia parte a qualche gesto di approvazione, qualche sorriso e un paio di domande. In realtà non c’era bisogno di fare domande, Francesca diceva ciò che volevo sentire. Era bellissima in quella semi-oscurità. Era incantevole con le labbra appoggiate al bicchiere di Nero d’Avola. Erano eleganti le sue mani che svolazzavano sul tavolino per accompagnare con i gesti la sua melodia. Melodia che suonava in completo accordo con il Jazz trasmesso a volume basso nel bar.

Quando uscimmo era ora di cena.

<Ti va di mangiare qualcosa? Io ho un po’ fame>

Non disse si, rispose: <Dove andiamo?> Io ero felice.

Scegliemmo una pizzeria dietro Piazza Farnese. Avevamo un tavolino minuscolo nascosto in un angolo del locale. Per farla accomodare le appoggiai la mano sulla schiena e, nonostante, il cappotto e il maglione, la sentii. Sentii Francesca e la mia mano si paralizzò per due o tre secondi. Eravamo seduti accanto ed avevamo un solo menù che iniziammo a scorrere insieme. Per scegliere una margherita ed una pizza ai funghi non serve il menù. Ed anche se cerchi l’ispirazione e vuoi essere tentato da qualche pizza più ‘esotica’ ti è sufficiente dare una rapida occhiata alla lista. Noi, vicini e felici, passammo in rassegna tutte le pizze, leggemmo tutti gli ingredienti, commentammo ogni sapore. Ridemmo delle proposte dello chef e della Pizza Matta con fichi e salame piccante. Dopo dieci minuti passati sul menù con Francesca ero sazio. Imparai presto che Francesca sa trasmettere il sapore della vita, sa regalare il gusto dei momenti. Dopo l’ordine mi alzai per andare in bagno, avevo bisogno di una pausa.

<Ora raccontami un po’ di te, ti sarai annoiato… Ho sempre parlato io. Io parlo tanto>

<Non mi sono annoiato. Io credo che tu abbia un talento eccezionale. Usi le parole come una matita. Le mie orecchie sono innamorate pazze della tua bocca>

Fece finta di essere imbarazzata, o forse lo era davvero. Mi esortò nuovamente a raccontare di me.

Iniziai a parlare. Avevo voglia di parlare e non me ne ero accorto. Anche io parlai tantissimo. Volevo far uscire quante più informazioni mi fosse possibile. Ero talmente pieno di Francesca in quel momento che dovevo liberare qualche spazio. Le raccontai del mio lavoro, di come ero contento ma non entusiasta. Di come avrei voluto vivere facendo altro, lavorando di meno e godendo di più. Le parlai di come era stato facile vivere allegramente e serenamente con la famiglia fantastica che avevo. Le parlai delle mie immense fortune e delle mie piccolissime trascurabili sfighe. Le raccontai di Livia e di come era stata brava a bloccare la nostra storia prima di ritrovarci a respirare un’aria che avrebbe puzzato di normalità e pigrizia. Le raccontai dei miei amici, senza i quali non potevo vivere e che erano diventati ormai organi vitali della mia esistenza. Le raccontai del mio amore verso la mia casa, dei miei primi minuti nel salotto vuoto e buio, seduto per terra con una birra in mano. Insomma le raccontai tutte le cose che potevano in qualche maniera descrivermi. Lei ascoltava e continuava ad essere di una bellezza disarmante.

Un supplì, una pizza, una birra ed un caffè: la felicità è dentro le cose semplici.

Uscimmo in strada e ci sembrava un po’ meno freddo. Iniziammo a camminare senza fretta e continuammo a chiacchierare. Ora era uno scambio, ora avevamo delle domande e delle risposte. Ci ritrovammo a Piazza Navona e un tipo con una sgabello e uno stereo stava rappresentando il suo spettacolo. Mimava un pianista senza pianoforte mentre dallo stereo uscivano, soavi, le note della pubblicità del Vecchia Romagna. Francesca mi insegnò che stavamo ascoltando Bach. Mio fratello, durante uno dei suoi innumerevoli racconti, un giorno mi parlò di una storia che mi colpì. Era la leggenda che narrava degli Dei adorati dagli Aborigeni australiani e di come, cantando e con la musica, questi Dei creavano le cose. Ecco, in quel momento la musica di Bach stava creando qualcosa di grande.

Le presi la mano continuando a fissare il mimo.

Avevo il cuore in gola, e lì si fermò solo perché in quel momento era talmente grande che si incastrò. Lo sentivo battere all’impazzata. Con il pollice le accarezzai l’indice protetto da un guanto di lana. Fino a quel momento le avevo sfiorato la schiena coperta da cinque centimetri di tessuto e un indice coperto di lana, e riuscivo a stento a contenere i miei impulsi. Cosa sarebbe successo se mai avessi potuto baciarle la schiena? Francesca mi strinse la mano. Non potevo sbagliarmi, stava stringendomi la mano! Bach continuava a creare la nostra magia. Trascinai indietro la mia mano con decisione e la feci girare verso di me. Lasciai che il suo magnetismo facesse voltare la mia bocca verso la sua. Il suo viso quasi mi accecò. Mi guardava negli occhi e feci fatica a reggere il suo fascino. Non sorrideva, mi fissava. Le sorrisi, tentai di farlo. Rispose a quel sorriso con una smorfia. Nessuna persona al mondo può fare una smorfia così. Passai la sua mano sinistra nella mia sinistra e con la destra le toccai i capelli sopra l’orecchio. Poi l’avvicinai a me e chiusi gli occhi cercando la sua bocca. Ero ubriaco. Francesca mi abbracciò forte. Ci baciammo e la mia vita era completa. Mi staccai e la guardai negli occhi. Ora sorrideva. Passammo cinque o sei minuti, in piedi in mezzo alla gente nel cuore di Roma, ad accarezzarci il viso con il naso e con le labbra. Il cuore mi batteva così forte che poteva scoppiarmi. Ero felice come non lo ero mai stato prima. Ero innamorato, non poteva che essere così.

Quando uscimmo dal nostro trance sentimentale scoppiammo a ridere. Decidemmo che era tardi. Non era tardi ma forse nessuno dei due reggeva ancora l’intensità di quelle emozioni. L’accompagnai alla macchina e fu una passeggiata smielata, mano nella mano, sguardi sorridenti, baci appassionati.

<Domani vado a Milano> le accarezzavo ancora i capelli sopra l’orecchio.

<Quando torni?>

<Giovedì, credo… spero. E se ti chiamo? Che ne dici è una buona idea?>

<Uhm… fammi pensare… mah si… penso che si possa fare… certo mica tutti i giorni però>

<Si… ora ti chiamo tutti i giorni… ho altro da fare cara mia…>

<Già, mica vorrai far ingelosire le tue ragazze milanesi>

<Appunto, quelle sono milanesi… sono pericolose…>

Eravamo ben al di sotto delle nostre potenzialità intellettive ed eravamo felici. Che l’intelligenza sia un ostacolo alla felicità?

Ci salutammo con un bel bacio. Appena accese il motore della macchina mi incamminai verso la moto. Ero da solo ed ero contento di festeggiare con me stesso tutti quei baci con Francesca.

Tornando verso la moto chiamai Max.

<Eccolo, che gran culo... Rigore inesistente>

<Quanto è finita?>

<Due a zero. Non l’hai vista? Ahi ahi ahi… Dove sei?>

<Corso Vittorio. Che fai?>

<Che mi devi dire Paolino?> sospirò.

<Perché? Pensi che io ti debba dire qualcosa?>

<Si. Penso proprio che tu mi debba dire qualcosa, ma non c’è bisogno, l’ho già capito. Te la sei scopata?>

<Vedi… hai dei limiti, non riesci a capire l’amore, l’amore quello vero>

<Si, eh? Tu invece sei maestro dell’amore vero>

<Da stasera sono un super esperto. Non sai quanto mi piace, Max>

<Lo sento, sono contento per te> cambiò tono, era contento per me <lei che pensa?>

<Non so, non la conosco. E’ bellissima>

<E bravo Paolino. Dille subito di tirare fuori amiche, cugine, parenti, sorelle>

<E’ bellissima>

<Ho capito… ti sei rincoglionito>

<Completamente. Ti saluto che la voglio pensare un po’. E’ bellissima, bellissima!>

<Ciao coglionazzo. Alla grande>

<Ciao Max>

In moto, tornando verso casa, resi omaggio al grande Satchmo. Pensavo veramente che il mondo fosse meraviglioso.

Crea nuovo messaggio.

“Alla fondazione Mazzotta a Milano c’è una mostra su Roy Lichestein. Mi fai da guida domani?>

Mi spogliai e mi ficcai a letto, dovevo alzarmi prestissimo la mattina successiva. Spensi il cellulare, volevo svegliarmi e leggere il messaggio di Francesca. Sapevo che mi avrebbe risposto. Ci addormentammo in fretta, io ed il mio sorriso.

 

Immagini, parole, musica

Avevo solo tre ore davanti a me. Non che dovessi fare nulla ma mi sembrava poco tempo. Mi accessi un’altra sigaretta e rimasi ad ascoltare il silenzio della casa. La spensi dopo tre tiri ed andai nella mia camera. Mi sdraiai sul letto ed allungai la mano verso il comodino per prendere il libro che stavo leggendo: Tibor Fisher, ‘Sotto il culo della rana’. Un bel libro.

Lessi un paio di pagine o meglio, provai a leggere un paio di pagine, era veramente impossibile. A Tibor devi dedicare tempo ed un po’ di attenzione, non puoi leggerlo nei tempi morti. Chiusi il libro tenendo il segno con l’indice sinistro e l’appoggiai sulla pancia. Fissavo il soffitto. Avevo così tanti pensieri che nessuno prevaleva sugli altri, non riuscivo a concentrarmi su nulla.

<Siamo noi> urlò mio fratello.

Ero contenta, potevo parlare con qualcuno. Non volevo stare da sola. Scattai dal letto ed andai in salotto.

<Ciao Ragazzi, dove siete stati?>

<Un giretto in centro, … un tramezzino>

<Programmi per la serata?> Volevo sapere più che altro i programmi di Manuel.

<Pensavamo di andare a mangiare da ‘Baffo’. Vieni con noi?>

<No, grazie. Ho da fare. Domani sera magari>

<Che devi fare?>

<Esco tra un po’, vado a vedere una mostra. Non vi ho coinvolto perché immaginavo che non vi avrebbe interessato>

<Non è che non ci interessa… è che siamo un po’ stanchi>

Un secondo dopo erano davanti alle partite urlando come pazzi, altro che stanchi. E Paolo? Stava guardando le partite?

<A che ora finiscono?>

<Cosa?>

<Le partite>

<Tra poco. Vuoi vedere qualcos’altro?> Il terrore nella voce di mio fratello.

<No, no tranquillo> sorrisi <solo curiosità>

<Alle cinque, più o meno>

Era l’ora del nostro appuntamento e quindi dedussi che Paolo non era un malato del pallone e la cosa mi fece piacere. Io non sono infastidita se gli uomini guardano le partite. Anzi, anche se non mi appassiono minimamente, posso capire che radunarsi per guardare una partita possa essere divertente. Ogni tanto! Ritengo invece molto deprimente far dipendere una giornata o addirittura un week end da una insulsa pattuglia di ragazzini dalle gambe storte. Ma so che questa battaglia non avrà mai un vincitore.

In ogni caso Paolo sembrava sano. Pensai quindi che non era pazzo per il calcio… di conseguenza non stava facendo un sacrificio ad uscire con me. Ogni medaglia ha sempre il suo rovescio. Che pensieri stupidi.

Crea nuovo messaggio.

“Magari vuoi vedere le partite. Se vuoi ci possiamo vedere dopo”. Lo rilessi stando ben attenta a non inviarlo. Non ero convinta.

 “Magari vuoi vedere le partite? Ci possiamo vedere un’altra volta. Fammi sapere”.

Rilessi il messaggio e mi resi subito conto che era davvero indisponente, presuntuoso, quasi maleducato. Sapevo complicarmi la vita come nessun’altra persona al mondo. Cancellai tutto e controllai tra i messaggi inviati se per caso, incautamente, non avessi spedito quell’ottuso miscuglio di parole. Sembrava di no.

Ero annoiata, non sapevo come ingannare il tempo. Gironzolai per la casa e mi ritrovai in cucina. Aprii il frigo ma non trovai nessuna ispirazione. Mangiai un paio di biscotti. Tornai in camera e mi sdraiai sul letto, misi un po’ di musica e stranamente mi addormentai. Mi svegliai alle quattro ed un quarto. Era tardi? Forse un po’ ma mi alzai con calma. Iniziai a prepararmi. Ancora il nemico, l’armadio. Ripensai alla scena patetica della sera prima ripromettendomi di non cadere nel ridicolo. Scelsi un abbigliamento collaudato senza pensieri e senza giudizi. Scelsi con cura la biancheria intima e mi soffermai davanti alla specchio osservandomi in reggiseno e mutandine. Dove vuoi scappare stasera?

<Io esco. Ci vediamo stasera>

<Sicura che non vuoi unirti per cena>

<Non lo so, forse vi chiamo... Manuel…?>

<Eh?>

<Non ti vedi con la mia amica?>

<Boh>

<Vabbè… ciao>

Come boh? Mah… forse hanno ragione loro…

Dalla macchina chiamai Elena.

<Ciao, come va?>

<Tutto bene, tu?> Elena aveva un tono squillante. Non sembrava potesse essere colpita dal “Boh” di mio cugino.

<Tutto ok. Sto andando a vedere la mostra di Basquiat>

<Ci sentiamo dopo?> domandò.

<Sto andando con Paolo>

<Ehi bene, sono contenta> era contenta davvero.

<Anche io, credo>

<Ma si… vedrai che passerai una bella giornata. E’…>

<E’ simpatico Paolo, lo so. Me lo hai detto molte volte>

<Si, appunto, è simpatico>

<Ci sentiamo dopo?> recitai.

<Spero di no. Ciao>

<Che vuoi dire>

<Che pizza che sei, ciao> attaccò senza aspettare il mio saluto. Ero sollevata del fatto che non stava pensando a Manuel. Ci mancava solo che mi sentissi in colpa per una mia amica.

Guidavo e mi avvicinavo all’appuntamento senza entusiasmo. Ero contenta di uscire con Paolo ma non era il momento più adatto. A volte si dice che puoi incontrare una bella persona e non riconoscerla perché non sei pronta ad incontrare, non sei pronta ad aprirti. Un po’ temevo questa possibilità. Riccardo era ancora un ricordo fresco, sebbene già un ricordo.

Parcheggiai sul lungotevere e passeggiai un po’. Mi fermai a bere un caffè ed a comprare le sigarette. Ero leggermente in ritardo ma non allungai il passo. Camminavo guardandomi intorno e vedevo tanta gente indaffarata, tanta gente che sapeva dove andare e cosa fare. Invidiavo tanta sicurezza.

Riconobbi Paolo da lontano. Camminavo verso di lui e lo fissavo, forse perché lui non stava guardando nella mia direzione. Era calmo e tranquillo, come al solito. Aveva un bel cappotto grigio rialzato sul collo.

<Ciao> disse, mi sorrise.

<Ciao>

<Hai freddo?>

Risposi di si ma non avevo freddo. Non avevo niente, non pensavo niente. Ero lì e basta.

<Andiamo?> Volevo accelerare le parti difficili.

Mi pagò il biglietto per l’ingresso. Non sapevo se fare il gesto di restituire i soldi oppure no. Sembrerà strano ma per noi ragazze sono momenti complicati. Cosa pensano i ragazzi delle ragazze che vogliono restituire i soldi? E delle ragazze che non fanno nemmeno il gesto?

La mostra era ben fatta, molte descrizioni interessanti e molti spunti che non conoscevo. Provai a raccontargli qualcosa sul personaggio. Parlavo e non sapevo se lo stavo annoiando oppure no. Non capivo se era veramente interessato o solo gentile.

<Se ti annoio dimmelo. Magari vuoi guardare e basta>

<No, ti prego continua. Mi piace molto ascoltare le tue spiegazioni>

Mi venne in mente come mi aveva ammonito Manuel…”…ma facciamo il caso che io non sia tuo cugino. Che io sia interessato a te. Mi vuoi far eccitare un pochino prima? Vuoi usare un po’ del tuo fascino da femmina per incuriosirmi”.

Paolo non era mio cugino. Paolo mi piaceva. Era un ragazzo che mi piaceva ed al quale stavo facendo una mia personale lezione di comunicazione. Mi chiesi se era incuriosito dal mio ‘fascino da femmina’. Continuai a ricordare: “… a noi basta immaginare il seno dentro un maglione un po’ aderente o un ginocchio velato da una calza per aprire i cancelli della fantasia”. Non si poteva certo dire che gli avessi dato modo di aprire i cancelli della sua fantasia. Non mi ero neanche sbottonata il cappotto. Continuai a parlare e Paolo continuava ad ascoltarmi.

Appena uscimmo gli chiesi per l’ennesima volta: <ti sei stufato?>

<No davvero credimi, è stato molto interessante. Ad essere sincero credo che non avrei gradito così tanto se non fossi stata tu a farmi da guida>

Sembrava sincero. Mi propose di andare a bere una cosa. Era sincero. Decisi io il locale e mi incamminai iniziando a pensare finalmente che potesse essere un bella serata.

<Allora Francesca… che fa Francesca nella vita. Come vive? Che pensa?>

<Domanda difficile, provo…>

Parlai serenamente. Non sono solita raccontarmi così nei dettagli ma con lui non ebbi nessun ostacolo. Non ero abituata e fu molto piacevole. Era incuriosito dalla mia vita. Ad un certo punto mi chiesi se ero contenta di avere finalmente due orecchie che mi ascoltavano oppure se ero contenta che quelle orecchie fossero di Paolo. Mi rimproverai per questo pensiero e continuai a rovesciargli addosso frammenti della mia vita. Gli raccontai della scuola, delle mie amiche, del corso di pubblicità.

Avevo smesso di pensare a cosa era giusto e cosa no, a cosa avrebbe voluto sentire o cosa lo avrebbe disturbato. Io parlavo. Lui c’era. Mi faceva domande, mi seguiva.

Aveva scelto un buon vino rosso. Nel locale c’erano le note senza regole di pezzi Jazz. Una musica senza regole era la giusta colonna sonora per una chiacchierata fuori dalla norma.

Uscimmo e per un momento fui disorientata. Che succede ora?  Mi propose di andare a cena e fu come una carezza quando ne hai bisogno. Volevo continuare a stare con lui quella sera.

Andammo in una pizzeria lì vicino, il nostro tavolo era piccolissimo, nascosto in un angolo. Era romanticissimo. Mi fece accomodare alla mia sedia e mi appoggiò la mano sulla schiena. Ancora adesso non riesco a spiegarmi come fu possibile che io sentii il calore della sua mano. Passammo dieci minuti a scegliere le pizze. Io prendo sempre la Margherita ma mi divertivo a far finta di essere ingolosita da tutte le proposte del menù. Salsiccia… figuriamoci. Paolo mi propose di prenderle tutte. Come era bello vivere quelle sensazioni dopo tanto tempo. Divertirsi con nulla, ridere per ogni cosa, gustarsi tutti quei sorrisi che erano dedicati a me. Paolo sorrideva con tutto il viso, apriva i suoi occhi, allargava gli zigomi e la labbra e mi passava un po’ del suo entusiasmo.

Ero pronta per la prova più difficile. Farlo parlare. Per gli uomini le cose sono belle o brutte, calde o fredde, nere o bianche. Non parlano, non scambiano. Spesso si parlano addosso e non si preoccupano di intuire se è chiaro ciò che hanno detto. Non trasmettono.

<Ora raccontami un po’ di te, ti sarai annoiato… Ho sempre parlato io. Io parlo tanto>

<Non mi sono annoiato. Io credo che tu hai un talento eccezionale. Usi le parole come una matita. Le mie orecchie sono innamorate pazze della tua bocca>

Era un complimento, anzi era un complimento originale, vero. Fui lusingata.

<Dai, davvero… Che fa Paolo nella vita. Come vive? Che pensa?>

Paolo iniziò a trasmettere. Certo, si vedeva che non era abituato a farlo però capii che aveva voglia di farmi accomodare nel suo mondo. Mi guardava negli occhi e spesso non reggevo il suo sguardo. Mi parlò molto della sua famiglia. Era un valore per lui, si capiva dal suo tono prima ancora che dalle parole. Poi i suoi amici, pazzo per i suoi amici. Poi dei suoi viaggi, amava viaggiare ed effettivamente aveva girato molto. Mi raccontò del Messico, dell’ Isola di Pasqua, del Tibet, della Patagonia. Descriveva i suoi compagni di viaggio e le sue piccole avventure. Riuscivo ad immaginarlo.

<… insomma io credo che se racconto la mia vita, la maggior parte delle persone mi potrebbe invidiare. Io ho fatto finora una vita fantastica. Hai davanti a te una delle persone più fortunate del mondo> disse queste parole con molta convinzione.

Questa frase mi colpì parecchio. Io forse potevo dire altrettanto ma non l’avrei mai detto, e neanche pensato. Quanta gente conosco che potrebbe dire di essere fortunata e non lo dice mai? Mi piacque quel messaggio.

Mi era anche venuta fame, mangiai con appetito. Quando andavo a cena con Riccardo non mangiavo quasi mai, avevo sempre lo stomaco chiuso. Mi disturbò quel pensiero. Vai via…

Uscimmo dalla pizzeria e passeggiammo per il centro. Avevo un po’ freddo e Paolo mi chiese se volevo il suo cappotto. Volevo il suo cappotto soprattutto perché era suo ma gli risposi che stavo bene.

Ci ritrovammo a Piazza Navona e mi resi conto che eravamo vicini, non solo in senso fisico, più che altro direi in senso chimico. Sapevo di averlo accanto e non era una percezione che avevo provato spesso.

Ci fermammo a vedere lo spettacolo di un mimo alle prese con un invisibile pianoforte. Un registratore suonava una sinfonia di Bach.

<Mi piace Bach> sussurrai e stavo quasi per ripeterlo convinta che non avrebbe potuto sentire quel mormorio.

<Anche a me. Ma non lo sapevo fino a stasera> eravamo vicini.

H2O… CaCO3… NaCl…

Mi prese la mano. Iniziò a sfiorarmi. Eravamo vicini e ci ritrovammo da soli. Ero diventata solo istinto. Ero diventata felicità. In quel momento compresi che volevo sentirlo, ma non ci fu bisogno di fargli capire nulla. Lui sapeva cosa volevo. I miei capelli gli accarezzarono la mano e chiusi gli occhi sicura che le sue labbra mi avrebbero cercato. Ci baciammo. Ci abbracciammo forte ed iniziò a baciarmi con tutto il corpo. Le nostre ginocchia, le nostre pance, le nostre spalle, le nostre mani, le nostre gambe. Tutte le parti del nostro corpo si stavano baciando con la stessa intensità delle nostre bocche. Non avevo mai baciato un uomo con tutta me stessa. Non dimenticherò mai quei baci. Ci guardammo e quello che vidi era il viso più splendente del mondo. Con una risata c’incamminammo verso la mia macchina. Finalmente, dopo tanto tempo, non ero ossessionata dai miei pensieri. Il mio cuore stava iniziando a vivere ed ad urlare e loro, i pensieri, erano nascosti, annichiliti.

C’era un delizioso sapore di pioggia asciugata. Roma ci regalava angoli meravigliosi e solitari. Sembrava che la strada si illuminasse al nostro passaggio, sotto i nostri baci. Roma era una complice eccezionale, vicoli nascosti solo per noi.

<Mi iscriverò a storia dell’arte e farò un tesi su Basquiat> dichiarò.

<E che scriverai?>

<Tutte le cose che mi hai insegnato e poi un intero capitolo sulla sua capacità di far felici le persone. Non è giusto che lo sappia solo io. Lo devono sapere tutti>

<E come fai a far felici le persone?>

<Beh ancora non l’ho scritta la tesi. Sto ancora studiando> mi baciò.

<Insomma si può dire che stai facendo i compiti>

<Esatto. Non me li ricordavo così piacevoli>

<Lo sai che sei un po’ stupidino> sorrisi.

<Dici? Effettivamente mi sento un po’ stupido. Magari ora che l’hai scoperto non vorrai più essere la mia professoressa>

<Se è per aiutare un giovane di belle speranze a prendere una laurea…>

Continuammo a dire scemenze. E pensare che io odio le scemenze, le trovo sceme.

Arrivammo alla mia macchina e mi disse che il giorno dopo sarebbe partito. Andava bene così. Era iniziato qualcosa, lo sapevo. Ci salutammo in fretta, andava bene così.

Tornai a casa e andai subito a letto. Appena spensi la luce del mio comodino un trillo del telefonino mi avvisò che Paolo mi aveva mandato un messaggio. Sapevo che era lui, eravamo ancora vicini.

Leggi ora? Invio.

“Alla fondazione Mazzotta a Milano c’è una mostra su Roy Lichestein. Mi fai da guida domani?>

Rispondi al messaggio.

“Non ci credo che non hai una guida milanese…”.

Vuoi inviare il messaggio? Annulla.

Cancellai quelle parole e scrissi altro, Paolo meritava delle parole nuove, parole di un’altra Francesca.

Spensi di nuovo la luce e abbracciai il cuscino. Eravamo vicini.

postato da: fabiotestaccio alle ore 12:06 | link | commenti
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