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Utente: fabiotestaccio
Scrittore volenteroso e divertito costretto a un vero lavoro per potersi permettere di bere ottimo vino.

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martedì, 05 agosto 2008

Capitoli 15 e 16

La Corsica

Quando suonò la sveglia, accesi il telefonino e lo appoggiai sul petto. Richiusi gli occhi sforzandomi di non addormentarmi.

Bip Bip. Eccola qua, buongiorno.

Francesca nuovo messaggio. Leggi ora? Invio.

“Non sai quanto mi piacerebbe. Buon viaggio e raccontami qualcosa ogni tanto. Bacio F.”.

Mi alzai per andare in bagno ed osservai il mio letto vuoto. Forse un giorno le manderò un bacio mentre dorme…

Guardai l’orologio ed iniziai la settimana.

Mi svegliavo all’alba per andare a Milano quasi tutte le settimane. Potevo fare la doccia, andare in aeroporto, fare il check-in, imbarcarmi, arrivare a Linate e salire in motorino, il tutto continuando a dormire. Quella mattina quelle abitudini così comuni erano speciali.

L’aeroporto era già pieno di persone assonnate e dei loro pezzi di sogno non ancora evaporati. Poi, piano piano, i sogni scompaiono e lasciano il posto ai pensieri. Riunioni, accordi, contratti, firme, rifiuti, speranze. In aeroporto alle sei e mezzo del mattino si sente l’odore del lavoro della gente. Tutti con le ventiquattrore sopra un trolley fedele come un cane. Tutti con le camice stirate dentro la valigia: una per ogni giorno. Senza sorprese.

Salii in aereo e iniziai a guardare fuori dal finestrino. Il sole stava iniziando ad allontanare la notte. Mi piace il decollo da Fiumicino, si vede subito il mare e mi viene voglia di andarci. Qualsiasi stagione, anzi, forse più d’inverno che d’estate. Penso ad un bel week end al mare d’inverno. Penso alle serate passate in casa e lo sbattere delle onde in sottofondo. Quella mattina non avevo pensieri diversi ma erano più emozionati. C’era Francesca nei miei occhi chiusi. Era nella mia macchina con gli occhiali neri per ripararsi da un sole ancora debole. Mi osservava in attesa di un po’ del pesce che stavo spinando in un bel ristorantino tranquillo della costa. Ora la sua testa era sulle mie ginocchia mentre fuori, il mare agitato tormentava la riva con una costanza che mi ha sempre fatto paura. Ed affascinato.

Pensavo durante il dormiveglia, appena arrivo le mando un messaggio “Ci svegliamo?”, anzi la chiamo. Saranno le otto quando arrivo, credo che la sveglierei. Se dorme ha il cellulare spento. E se lo ha dimenticato acceso e sveglio tutta la casa? Aspetterò l’ora di pranzo. Le manderò un messaggio. Guardai fuori e c’era ancora il mare. L’isola d’Elba e, lontana ma riconoscibile, la Corsica. Eccomi sullo scooter su una incantevole strada dell’entroterra corso. Un zaino sulle spalle ed un sorriso in viso. Forse lo stesso sorriso che usai per rifiutare lo spuntino che mi stava offrendo l’assistente di volo. L’aereo atterrò in perfetto orario.

Crea nuovo messaggio:

“Mi piace Milano, il suo problema è che tu sei a Roma. Bacio, buona giornata”.

Avevo una giornata complicata, una settimana complicata ma avrei fatto di tutto per sorvolare di nuovo l’isola d’Elba al più tardi giovedì sera. Volevo rivederla prima possibile.

Arrivato in ufficio fui subito catapultato nel quotidiano: riunioni, documenti, revisioni, discussioni.

Francesca si affacciò in un angolo della mia mente solo verso l’ora di pranzo. Poi la sera. Tornando verso casa in motorino la pensai. I miei pensieri vanno veloci in motorino e Milano li accompagna con il giusto ritmo. Mi piace Milano. Mi aveva mandato solo un messaggio la mattina per augurarmi una buona settimana ed ero contento. A casa la chiamo. Mi fermai a fare un po’ di spesa al supermercato della stazione Centrale che è aperto tutta la notte. Un po’ di insalata, dello stracchino e del prosciutto cotto. Non avevo fame ed ero stanco, come tutti i lunedì. Cenai con calma, come se stessi mangiando del cibo prelibato, e poi mi accomodai sul divano. Chiamai Francesca ma mi chiese se potevamo risentirci dopo un paio d’ore, era a cena fuori con un collega.

Che c’è di strano? Mi domandai.

Cominciai a subire un po’ di televisione e poi chiamai i miei. Dopo un paio d’ore la richiamai.

<Buona sera, disturbo?>

<No figurati, sono tornata da dieci minuti. Ho provato a chiamarti ma era occupato. Mi ero messa a leggere>

<Che leggi?>

<Un autore ungherese, Tibor Fisher, lo conosci?>

<Pazzesco, a me piace molto Tibor Fisher. Pensavo di essere l’unico a conoscerlo. Una bella coincidenza, non trovi?>

<Già. Vogliamo dare a questa coincidenza qualche significato particolare?>

<Si, lo voglio. Tu cosa proponi?>

<Dunque… vediamo un po’… affinità letteraria?>

<E’ un buon inizio se penso che le affinità di solito non sono il mio forte>

<E qual è il tuo forte?> Aveva una bella voce. Non avevamo molto da dirci o forse semplicemente eravamo un po’ imbarazzati e stavamo camminando sul filo dell’intimità senza avere il coraggio di oltrepassare la soglia, ben attenti a non sembrare sconvenienti. C’era molta prudenza, quasi temessimo di poter rovinare tutto con un suono.

<Che domanda impegnativa… direi… la pasta con le vongole e le zucchine>

<Beh certo è una cosa che fa curriculum>

<Non avevo capito di esser impegnato in un’intervista di lavoro>

Francesca entrò subito nel mio gioco e la cosa mi divertì molto <mi dica… perché vuole venire a lavorare per noi?>

<Perché sono sicuro che per me sarebbe il posto ideale per esprimere ed esaltare le mie qualità. E perché sono certo che a voi potrebbero fare comodo le mie competenze> risposta standard.

<Qualità e competenze… me le descriva>

<Sono una persona curiosa, attenta, osservo molto e giudico poco. Sono indipendente ma so lavorare in squadra. Per quanto riguarda le mie competenze conosco tutte le tabelline, tutte le capitali d’Europa e buona parte di quelle del resto del mondo. Uso quasi sempre correttamente il congiuntivo e so fare le quattro operazioni, anche le divisioni a due cifre. Ho delle discrete nozioni di storia. Della mia pasta alle vongole le ho già detto…>

<Ma sembra che lei ha solo pregi. Qualche difetto che la caratterizza?>

<Ho un pessimo rovescio, metto il parmigiano sul risotto ai funghi, a volte bevo attaccato alla bottiglia, sono scostante e non sempre capisco le persone perché sono portato a vedere sempre il meglio nella gente. Sono poco geloso, molte persone pensano che sia un difetto. Spero che non lo sia per voi>

<Qualcuno pensa che un po’ di gelosia sia indispensabile in un lavoro come il nostro>

<Magari posso fare dei corsi di aggiornamento. Sono molto predisposto all’apprendimento>

<Sembrerebbe proprio che non possiamo farci sfuggire una risorsa come lei. Credo che potremmo offrirle un periodo di prova>

<Bene, sono contento. Posso chiederle esattamente quale posizione dovrei occupare all’interno della vostra struttura?>

Era un gioco stupido ma era una scusa per parlare un po’ di noi. Tutti e due avevamo approfittato di questa possibilità che si era creata spontaneamente. A volte tra un uomo ed una donna si creano delle dinamiche che solo apparentemente possono sembrare prive di senso ma che in realtà hanno molto significato.

<Stiamo cercando una persona che possa lavorare ad un progetto molto particolare. Diciamo che dobbiamo fare uno studio di fattibilità per un’opportunità che non conosciamo bene. Anzi, la conosciamo molto poco, quasi per niente. Dovrebbe lavorare con una donna, la cosa rappresenta un problema per lei?>

<Credo che le donne siano naturalmente portate per certi progetti anche se, ad essere sincero, non sono molto abituato. Però posso garantirvi fin da adesso il mio massimo impegno. Quando si comincia?>

<Subito, si comincia ieri sera … se lei è d’accordo…>

<Non sarà molto professionale ma vorrei proprio baciarti…> chiusi gli occhi, forse allungai una mano come per accarezzare un ologramma.

<Effettivamente non sarebbe molto professionale approfittare di una collega ma la nostra società è abbastanza informale. Anche io vorrei baciarti>

Era ancora lunedì e già non vedevo l’ora di rivederla. Com’era diversa questa telefonata, forse infantile, rispetto alle telefonate inutili che ogni tanto, sempre di lunedì, ‘dovevo’ fare per sentirmi a posto con la coscienza. Telefonate frettolose fatte di sbadigli a persone delle quali non ricordo quasi il nome. Avrei continuato a parlare con Francesca tutta la notte.

<Quando torni?> mi chiese.

<Spero di tornare giovedì. Venerdì devo vedere una persona ma forse sarà a Roma. Magari riusciamo ad incrociarci nel week end?>

<Beh, se dobbiamo lavorare su questo progetto, non vedo come potremmo farlo senza vederci>

<Già, hai ragione, credo proprio che dovremo frequentarci un bel po’. Quando si parla di lavoro…>

<Ci sentiamo domani?>

<Non vedo come potrei sopravvivere altrimenti> la imitai.

<Esagerato> sorrise.

<Ma si… esageriamo…>

<Non so, piano piano…>

<Ma come si fa ad esagerare piano piano?>

<Ad essere sincera preferisco non esagerare>

<Come vuoi tu. Sicuramente hai ragione. Comunque se vuoi esagerare io ci sono, ok?>

<Ok, non lo dimenticherò. Ti prometto che sarai la seconda persona a saperlo>

<La prima?>

<Beh, la prima sono io, no?>

<Bene, mi piacciono le persone individualiste. Un bacio, Francesca, uno bello>

<Uno bello anche per te. Buonanotte>

Riattaccai con la sua dolcezza nelle orecchie. Ero veramente stanco e non vedevo l’ora di andare a letto e provare a sognarla un po’.

Ed invece il telefono squillò di nuovo.

<Ciao, stavo proprio per chiamarti…>

<Che merdina che sei, non ti credo. E pensare che te l’ho presentata io… mi vuoi raccontare qualcosa?> Elena non era arrabbiata, forse un po’ delusa. Aveva ragione.

<Che devo dirti…? Mi piace. Siamo usciti insieme e ci siamo baciati. Credo che stiamo insieme, anzi, a dir la verità non lo so. Quando è che due persone si mettono insieme?>

<Beh direi che teoricamente il primo bacio potrebbe funzionare come punto di partenza di una storia. Dipende da quello che si dice dopo. Che vi siete detti?>

<Un sacco di stupidaggini. Non saprei… abbiamo scherzato. Forse dovrei chiederglielo?>

<Forse dovresti capirlo da solo, che ne dici?>

<Dico che hai ragione. Secondo me stiamo insieme> sentenziai.

<Speriamo che lei pensi la stessa cosa. Sono contenta per voi. Non è facile…>

<E’ molto difficile. Elena… che tipo è Francesca?>

<In che senso?>

<A te piace?>

<Si, a me piace molto. E’ una bella persona. Finora a dire il vero l’ho sempre vista impegnata in storie senza molte possibilità. Le dicevo sempre che era unica nell’infilarsi nei tunnel senza via d’uscita. Per quello che ho avuto modo di conoscere, erano tutte persone molto diverse da te>

<Che vuoi dire?>

<Voglio dire che secondo me tu sei in grado di apprezzarla. Tu vuoi una donna cui dare molto e da cui vuoi prendere. Ecco lei ha molto da dare. Prova a fidarti un po’ di lei, prova a coinvolgerti>

<Mi sento parecchio coinvolto, Elena>

<Posso farti notare che quello che provi il giorno dopo aver baciato una ragazza non vale molto come verità assoluta?>

<Spero di non cambiare idea per un paio di mesi. Sarebbe già un bel risultato>

<Vivi tutto quello che ti viene e goditi Francesca. Sei fortunato>

<E lei? Lei non è fortunata>

<Amore mio… lei ha fatto tredici. Tutti e due avete fatto tredici. Ora cercate di non perdere la schedina>

 <Sai quanto sono disordinato… E te? Che hai combinato?>

<Tutto normale. Giornata dura>

<E spalle larghe?>

<Dovevamo uscire ma ero stravolta. E poi non sarebbe stato divertente>

<Capisco… >

<La vita è dura amore mio>

<Io la mia la vedo bellissima e Franceschissima>

<Sono contenta di sentirti così rimbambito. Ti bacio>

<Anche io. Elena…?>

<Si?>

<Lo sai che sei la ragazza che preferisco, no?>

<Si, si immagino…> Elena apprezzò molto quel complimento.

<Un bacio, ’notte>

<Ciao amore mio> attaccò.

Mi sentii un po’ in colpa per non averla chiamata ma non le avevo detto quelle parole per scusarmi, lei sapeva bene che erano vere. Mi rollai la sigaretta della rilassatezza e me la gustai affacciato alla finestra nel grigio freddo della notte milanese. Da lontano vedevo la Madonnina dorata ed anche lei mi stava guardando. Mi voleva bene.

A letto mi addormentai quasi istantaneamente.

I giorni passarono lentissimi ed io non riuscii a spostare a Roma il mio appuntamento. Dovevo tornare venerdì. Cazzo, un altro giorno!

Durante la settimana ci sentimmo tutti i giorni. Erano telefonate abbastanza veloci. Finito il gioco dell’intervista non eravamo ancora in grado di comunicare senza parlare di qualcosa di definito. Avevamo ancora bisogno dell’aiuto delle domande tipo “come è andato il lavoro?” oppure “che combini stasera”. Solo durante i saluti azzardavamo qualche parola affettuosa. Io non ero infastidito, non mi piace il telefono. Io volevo rivederla!

Il venerdì presi l’aereo all’ora di pranzo e andai in ufficio a Roma.

Crea nuovo messaggio:

“Sono arrivato a Roma. Sento già il tuo profumo”. Eravamo d’accordo che ci saremmo sentiti verso le sette, Francesca aveva un paio di riunioni nel pomeriggio.

Alle cinque iniziò la classica girandola di telefonate del venerdì.

<Non so… devo sentire Francesca più tardi> era il mio ritornello.

<Alla grande. Ci sentiamo domani. Io credo che esco con Marco e Max, c’è una festa da qualche parte. Organizza Max… boh> Michele.

<Evvai… colpisci!> Max.

<Ambè…> Elena.

<Francesca chi? A quella… vabbè… Ti stacchi per l’una? C’è una festa da qualche parte. Di un’amica di quel cazzaro di Max> no Marco, spero proprio di non staccarmi per l’una. Questa volta spero di non staccarmi.

La chiamai dall’ufficio alle sette. Dopo avermi fatto spaventare ci mettemmo d’accordo per la serata. Sarei passato da lei alle nove.

Tornai a casa ed aprii un bel rosso pugliese. Il vino si mischiò subito con la mia voglia di Francesca. Ero invincibile.

 

Cipolla e salame piccante

Quando suonò la sveglia, i miei occhi erano già aperti da qualche minuto. Non mi ero alzata e mi stavo gustando il calore del mio letto. Non avevo voglia di andare in ufficio eppure sapevo che sarebbe stata una settimana molto lunga. Mi alzai e controllai il telefonino, non segnalava alcun messaggio. Lo portai con me in bagno e poi in cucina. Mentre stavo girando il mio mezzo cucchiaino di zucchero nella tazzina, il telefono finalmente mi avvisò di un nuovo messaggio. Assaporai il caffè con lo sguardo perso tra le piastrelle sopra il lavello. Non avevo un granché da guardare nella mia cucina, era una cucina come mille altre eppure a volte diventava il mio rifugio. Associavo alla cucina dei bei momenti. Non che io ami cucinare però la cucina per me rappresenta il caffè la mattina, il piatto di spaghetti quando ho fame, la tazza di tisana calda nelle notti d’inverno e il bicchiere di acqua fresca nelle notti d’estate. Tutte cose che cambiano l’umore.

Mi lavai e mi vestii in fretta.

A studio mi gettai a capofitto nel lavoro e cercai di portarmi avanti su attività che non prevedevano nessun confronto con gli altri colleghi dello studio. Mi serviva un po’ di tranquillità e la cercavo nella quotidianità. Non serviva molta testa, era sufficiente la pratica. Erano successe tante cose negli ultimi giorni e avevo bisogno di allontanarle. Parlai pochissimo, i ragazzi con cui lavoravo già da qualche anno mi conoscevano bene e non mi chiesero nulla. Immaginavo i loro commenti al caffè, la loro curiosità non mi infastidiva. Spesso era la mia, è il gioco delle parti che si crea quando si mettono delle teste e dei cuori in uno stesso posto.

All’ora di pranzo mi chiamò Elena.

<Buongiorno, come stai?>

<Ti dico subito quello che vuoi sapere, ho baciato Paolo ieri sera> non avevo voglia di parlare neanche con Elena ed il mio tono era abbastanza chiaro.

<Scusami se mi interessa sapere se due dei miei migliori amici stanno iniziando una relazione…> era seccata, aveva ragione.

<Scusa Elena, non volevo essere scontrosa>

<Non preoccuparti. Ci sentiamo dopo?>

<Dai… ti chiamo dopo, ora sono anche un po’ impegnata. Scusami, davvero>

<Posso farti solo una domanda>

<Vai…> una domanda di Elena, anche una sola, poteva essere davvero impegnativa.

<Hai una voce strana… sei infastidita da qualcosa?> Era una domanda impegnativa. Ero infastidita? Pentita? Direi che non erano le parole giuste, i concetti giusti. Ero… stanca. Ecco mi sentivo stanca di rimettere il cuore in movimento. Volevo fermarmi un pochino. E poi Elena non era la persona migliore con la quale chiacchierare di Paolo.

<Non sono pentita, Paolo è… simpaticissimo. Lo sai bene, no? Siamo all’inizio, vedremo. Voglio andare avanti tranquilla>

<Ci sentiamo dopo, chiamami se ti va. Un bacione, Franceschina>

<Ok, Elena, ti chiamo dopo. Un bacio. Elena…?>

<Si?>

<Scusami per prima, sono stata sciocca>

<Prima? Cosa è successo prima?> Rise ed attaccò. Scusami Elena.

Nel pomeriggio Carlo si avvicinò alla mia postazione un po’ timoroso, quasi non volesse disturbarmi. Nell’ambito dell’ufficio, Carlo era la persona che conoscevo meglio e che mi conosceva meglio. Con lui avevo legato fin dall’inizio anche perché avevamo iniziato a lavorare praticamente lo stesso giorno. Era sposato con una ragazza brasiliana bellissima. E’ un buffone Carlo, ed io adoro i buffoni. Aveva uno spirito d’osservazione non comune.

<Che ne dici di questo?> Mi presentò un bozzetto che rappresentava un uomo vestito con un elegante completo grigio, una maschera da sub sulla fronte ed una chitarra a tracollo. Il tipo stava spingendo una cariola. Sotto campeggiava la scritta: “Che ti serve?” e poi il logo della compagnia di Assicurazione che ci aveva commissionato la campagna.

<Ancora con questa cariola, Carlo? Devo farti un file transfer nel cervello per spiegarti che questa cariola non è piaciuta?>

<Lo so> appallottolò il bozzetto e con un gancio lo buttò nel cestino cinque metri più in la facendo volare il foglio accartocciato sopra la testa di Teresa che non si accorse di nulla. <Sono ancora un grande, eh?> disse compiaciuto per quel gesto atletico che provava decina di volte al giorno con risultati molto scarsi e si mise a sedere sulla mia scrivania scansando senza premura tutto il mio disordine. <Volevo solo romperti un po’ le palle, come stai? Perché non sei venuta in ufficio oggi?> Aveva perso tutta la sua circospezione.

Aggrottai le ciglie e lo guardai con aria interrogativa.

<Si, materialmente sei qui, me ne sono accorto vedendo in giro il maglione che ti abbiamo regalato noi l’anno scorso, ma… tutto il resto dov’è? La parte interna intendo. Dubbi? Perplessità? Parlane con Carlito. Eppoi oggi è il tuo giorno fortunato, Lola è andata a Milano per lavoro. Mi paghi una pizza da ‘Striscio e busso’ e ti regalo una seduta di psicanalisi>

<Solo se mi prometti che non prenderai la pizza con salame piccante, peperoni e cipolla, fa una puzza disgustosa>

<Un giorno anche tu apprezzerai i veri piaceri della vita, mia cara... e quel giorno farai un bel rutto alla cipolla. Andiamo con la mia cariola, ok?>

<Porco!> Per fortuna che c’era Carlo.

<Mi piace quando mi dici così, Chicca> Carlo era l’unica che poteva azzardarsi a chiamarmi Chicca. All’inizio non avrei voluto permetterlo neanche a lui ma era stata una battaglia persa. Lo avevo anche minacciato di assestargli una bella pedata un metro sotto il mento ma non avevo sortito nessun effetto. Lui continuava a chiamarmi Chicca, anche in riunione davanti al Cliente. “Fa capire che siamo una squadra, Chicca”, mi diceva sempre.

Ogni tanto ci capitava di andare a cena noi due da soli. Qualche serata tirata a studio, qualche campionario da far vedere a Milano da parte di Lola, qualche lacrima di troppo da parte mia. Carlo è un buon amico. Avevo pensato qualche volta a come sarebbe stata la mia vita con lui ma mai con troppa convinzione. Carlo era felicissimo con Lola e lei era bella e brillante. Una combinazione odiosa per le altre donne. Una volta mi aveva confidato che se non fossimo così amici sarei una delle poche persone con le quali metterebbe le corna a Lola. Magari non era vero, forse stava solo dicendo una delle sue solite esagerazioni ma quella confessione per me era sufficiente per appagare il mio appetito di donna. Certo se non fosse stato sposato… eravamo a rischio.

<Ciao Emiliano, una funghi e salsiccia per me ed una cipolla e salame piccante per la nostra amica> Carlo annunciò la nostra ordinazione ad alto voce.

Guardai Emiliano e fu sufficiente.

<Dai Francesca, fammi fare due risate. Quale tragedia rappresentiamo oggi?> Carlo avevo sempre questo modo di sdrammatizzare che non avrei accettato da nessun altra persona.

<Quattro giorni fa ho conosciuto un tipo e ieri sera l’ho baciato> andai subito al punto, a che serve girare troppo intorno alle cose? <Nel frattempo sono stata due volte a letto con Riccardo ed abbiamo chiuso. Cioè ho chiuso. Carlo, fidati, definitivamente>

<Per fortuna che non ci siamo visti nel week end, avevi gli ormoni un po’ in subbuglio eh?>

<Dai fermati un secondo, non ho molta voglia di scherzare>

<Ok, scusa. Ti piace questo tipo?>

<E’ molto carino, ha un bel modo di fare. Mi fa ridere. Però proprio ora che finisco la storia con Riccardo… non appena avevo intuito che con Riccardo era agli sgoccioli, ormai qualche settimana fa, avevo pensato che mi avrebbe fatto bene stare un po’ per fatti miei… che ne pensi?> Ecco cos’era, ora mi era chiaro. Dovevo sentire il suono della verità per comprenderla. Volevo vivere un po’ da sola, andare al cinema con le amiche, scherzare con gli amici, andare a qualche festa, dare qualche buca, far sentire il mio odore ma non il mio sapore. Volevo premiarmi, fare un po’ di shopping, andare a letto presto oppure fare tardi sul divano a vedere qualche film antico. Volevo litigare con mio fratello e giocare a carte. Volevo dedicarmi un po’ della mia vita, dedicarla solo a me, senza intrusioni.

<Dunque… siamo alle prese con un tipo carino, che ti fa ridere e che ha un bel modo di fare. Non so… Io l’unica verità che posso dirti è questa: metti la crema protettiva quando prendi il sole altrimenti si rovina la pelle. Tutto il resto è solo la mia esperienza e non è vero in assoluto. E’ giusto o sbagliato. Non ci sono consigli. Comunque, visto che pagherai la pizza, ecco il mio personale, erroneo, punto di vista. Ho conosciuto Lola in un periodo in cui mi stavo divertendo come un pazzo. Donne, amici, viaggi. Lei era bellissima, per carità, ed anche intelligente. Però all’inizio non riuscivamo quasi a comunicare e pensavo sempre che lei fosse sbagliata. Sai… un altro continente vuol dire tanto. Poi realizzai che non era sbagliata ma solo diversa. In ogni caso era una situazione complicata. Io guardavo la mia vita fantastica da una parte ed una persona attraente ma ‘diversa’ dall’altra. Che dirti Franceschina… ho avuto paura di perdere il treno per fermarmi a comprare il giornale e così su quel treno ci sono salito. E sono contento della scelta che ho fatto. Sto andando nella direzione giusta. Io non avevo certezze ma solo dubbi e un po’ di coraggio. Un po’ di coraggio serve sempre. Non lasciare che Riccardo condizioni la tua vita anche quando non c’è più, questa sarebbe la cosa più sbagliata, sarebbe l’atto di debolezza più grande che tu potresti fare> lo ascoltavo attentamente mentre tagliavo la mia Margherita. Ostentava la sicurezza di chi parla osservando le situazioni dall’esterno e non le vive. <Tanto alla fine solo tu sai cosa è quello che stai vivendo. Ci sono alcune sfumature che conosci solo te e quelle piccolezze spesso fanno la differenza. Io posso solo dirti di avere un po’ di coraggio>

<E se inizio una storia e poi mi accorgo che non funziona?>

<Il novantanove per cento delle storie iniziano e non funzionano. Dobbiamo smetterla di vivere la fine come un fallimento. Secondo me è più fallimentare non darci una possibilità. Osservare il nostro possibile futuro e con aria saccente giudicarlo: troppo grande, no… troppo viziato, troppo immaturo, no questo è troppo troppo, quest’altro è troppo poco. Dimmi Francesca… spesso non facciamo così? E poi cosa ci ritroviamo a vivere? Inseguiamo impossibili relazioni con persone che sappiamo benissimo che non meritano la chance che gli stiamo offrendo e scappiamo di fronte a chi non conosciamo, solo perché e troppo qualcosa. Se una storia finisce ti fai una bella risata e ti tieni le cene che ha pagato>

<Bella stronza che sarei!>

<Non che saresti…, bella stronza che sei e che sarai. Ma così funziona. Tu credi ancora che quando due persone si lasciano è possibile comportarsi nella maniera corretta? Tra i due ci sarà sempre una parte più debole che penserà che l’altra parte è uno stronzo, ed una parte più forte che probabilmente si sforzerà di essere ‘corretto’. Ma tanto non ci riuscirà. E sai cosa penso? Penso che ti stai tanto preoccupando di come questa storia potrebbe finire e non ti stai preoccupando di farla cominciare>

Ero perplessa. Carlo aveva ragione ma non riuscivo a sentirmi dentro quel ragionamento. In ogni caso dovevo decidere se iniziare o non iniziare.

Carlo pagò il conto ed uscimmo. Lo salutai in fretta promettendogli i cornetti del mitico baretto sotto casa la mattina successiva.

Appena arrivai a casa chiamai Paolo. Era occupato. Mi richiamò dopo tre minuti.

Non ero in vena di parlare al telefono. Non mi volevo impegnare. Al tempo stesso ero contenta di sentirlo. Se avessi potuto sentirlo senza parlarci sarebbe stato meglio. Invece fu una telefonata divertente ed alla fine era molto più rilassata. Paolo inventò una situazione buffa ed era incredibile la sua capacità di farmi sentire a mio agio. Non aveva mai pressioni, affrontava le cose nella maniera giusta. Del resto potevamo essere anche un po’ imbarazzati, e forse un po’ lo eravamo, però lui parlava tranquillamente, era spiritoso, fantasioso e mi condizionava positivamente. Quella telefonata fu molto utile perché riuscimmo ad avere un buon primo contatto post - bacio che di solito è il più difficile. A volte si dice troppo, a volte troppo poco. Per non cadere in questo equivoco non parlammo molto al telefono durante il resto della settimana. Ogni volta che squillava il telefono speravo che fosse lui, ogni messaggio che ricevevo volevo che fosse un pensiero di Paolo. Poi però non era necessario stare ore al telefono o iniziare una serie infinita di corrispondenza telematica. I nostri propositi erano più che sufficienti.

Non raccontai a nessuno, a parte Carlo ed ovviamente Elena, quello che era successo tra me e Paolo. Prima che diventasse una cosa di tutti volevo tenerla per me, il più a lungo possibile. Paolo era fuori dal mio giro. Esclusa Elena e Federica nessuna delle mie amiche lo conosceva  e di questo era contenta. Potevo crearmelo come volevo senza intromissioni e commenti. Ed infatti lo stavo creando a modo mio. Durante la settimana che passò a Milano non pensai mai a noi due ma solo a lui. Lo immaginavo nel suo ufficio, sul motorino oppure a cena da solo a casa sua. Inventavo l’immagine che mi raccontava e mi era simpatico. Era sempre sorridente nei miei pensieri, sempre positivo. Non l’avevo mai visto in giacca e cravatta. Chissà com’è.

Comunque quella prima telefonata mi aveva rimesso in moto. Ero già disposta a provare. Ci sono persone che hanno difficoltà a stare da sole, altre che hanno difficoltà a stare in coppia, altre che hanno difficoltà ad iniziare una storia, altre che non riescono a portarla avanti, altre ancora che non sanno farla finire (e di solito sono uomini). Io non so iniziare, credo perché ho difficoltà a stare in coppia. Vivo sempre tra ‘color che son sospesi’. Forse per questo mi lancio in storie che non hanno senso, perché ho l’inconscia certezza che il vero viaggio non inizierà mai o quanto meno non continuerà. Come con Riccardo. Lui non c’era mai, forse era questo che mi piaceva.

Carlo mi aveva consigliato di salire sul treno ed io Paolo ero riuscita ad immaginarlo anche con il berretto da capo-stazione. Andiamo dove vuoi ma vai piano…

Venerdì mi arrivò un suo messaggio esageratamente romantico che però ebbi la debolezza di apprezzare molto, mi lusingò. Paolo era esagerato. Paolo è esagerato.

Eravamo d’accordo che mi avrebbe chiamato verso sera. Io avevo molto lavoro da fare in ufficio ma la riunione delle sei slittò al lunedì successivo. Alle sei e mezza ero a casa, con il corpo immerso nella vasca da bagno ed il pacchetto di sigarette ed il telefono sul bordo. Fermi tutti per mezz’ora, ok?

<Buona sera. Disturbo?> Paolo aveva sempre un tono squillante, mai noioso, non sembrava mai triste.

<Sto facendo un bel bagno. Devo dire che un po’ mi disturbi> scherzai.

<Io non ti dico ciò che vorrei, mi schizzeresti. Stai facendo il bagno per cercare di essere più bella per il nostro incontro?>

<Perché usciamo?>

<Si certo che usciamo>

<Ah… è quando lo abbiamo deciso?>

<Non lo abbiamo deciso, l’ho deciso io>

<Ah… capisco… ti interessa sapere se sono d’accordo?>

<No, non molto. Passo da te alle otto e mezza?>

<Ma se avessi un impegno?>

<Ma smettila. Tu non vedi l’ora di rivedermi e, devo ammettere, anche a me non fa proprio schifo>

<Beh io avrei un altro impegno…>

<Nooo? Quindi ora devi telefonare e disdire… che seccatura>

<Ho un altro impegno davvero!> Mi ribellai, non mi concedeva nulla.

<Non è vero>

<Invece è vero>

<Ah…> ecco una bella concessione.

<Facciamo alle nove?>

<Stavo iniziando a crederti… certo alle nove. Salutami la paperella>

Ti sei spaventato eh?

Mi accesi un’altra sigaretta ma l’acqua iniziava a non essere più così calda. Mi osservai un piede. Poi lo utilizzai per togliere il tappo e pigramente rimasi ad osservare le isole che le ginocchia e le gambe creavano nell’acqua della vasca. Finché il mio corpo non ebbe freddo. Il cuore invece aveva caldo.
postato da: fabiotestaccio alle ore 16:07 | link | commenti (6)
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Commenti
#1    10 Agosto 2008 - 10:32
 
Ciao Fabio.
Anche a me piace molto scrivere, di tutto, di più.
Vorrei aver più tempo per dedicarmi a questa passione.
Mi accontento di quel che riesco a fare per ora.
Un giorno o l' altro, raccoglierò tutto e ne farò un libro.
Solo per me, ovviamente...
Ecco.. idea!
Questo è un desiderio da esprimere stanotte!
Sì, sì.. volgili anche tu gli occhi al cielo e spara desideri a raffica.
Si sa mai...

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#2    04 Settembre 2008 - 11:59
 
...sapessi quanto ho amato questo libro!
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#3    10 Settembre 2008 - 10:11
 
ah si?
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#4    10 Settembre 2008 - 12:27
 
...e si...ti piace che lo ripeta???o era retorica???
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#5    11 Settembre 2008 - 13:32
 
mi piace che lo ripeti, se mi conoscessi sapresti che ho bisogno di certezze :)
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#6    11 Settembre 2008 - 13:55
 
credo che se ti conoscessi penserei che più semplicemente adori l'adulazione!credo...
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