Mi svegliai e ritrovai nella mia mente lo stesso viso con cui mi ero addormentato. Ed era sempre più bello.
Era presto per essere domenica, non più tardi delle nove. Pioveva. Mi piace la pioggia delle domeniche d’inverno. Non era in programma nessun Gran Premio altrimenti avrei potuto chiamare Arianna. Sebbene mi stesse molto simpatica Arianna io volevo chiamare Francesca.
Stare a casa mentre fuori piove è bello. Sapevo già cosa avrei fatto: avrei chiamato Elena e le avrei chiesto il numero di Francesca. Del resto “troverai il modo” voleva dire proprio questo. Come avrei potuto fare altrimenti? Mi sentivo ottimista. Ero contento che Elena aveva intuito che mi piaceva Francesca e me ne aveva parlato, questo mi facilitava molto. Sarei stato molto in difficoltà a chiamare Elena senza nessun appiglio e di punto in bianco chiederle di Francesca. Per noi uomini è sempre complicato accettare e raccontare che ti piace una ragazza. E’ una cosa che ci portiamo dietro da quando siamo piccoli. Da quando la nostra ‘banda’ gioca a pallone oppure a fare la guerra e le bambine noiose e ‘femminucce’ ci spiano di nascosto perché sono invaghite di qualcuno. Da quando ci vergogniamo come pazzi ad ammettere che una di quelle bambine a noi, un po’ piace. Le bambine non hanno una banda di solito, i loro piani diabolici vengono condivisi in due, massimo in tre. Ed in un momento, molto prima di noi, capiscono che relazionarsi con l’altro sesso potrebbe anche essere divertente. Quello è il momento in cui noi iniziamo a perdere. Da quel momento in poi siamo più deboli, in balia delle volontà di qualcun'altra. Io infatti ero in balia di qualcun'altra. Anzi, le altre erano due.
La prima era ovviamente Francesca che mi aveva sottratto ogni pensiero e che mi saltellava in testa continuamente. Non appena mi rilassavo un attimo… oplà! Eccola di nuovo riaffacciarsi. Ci pensavo sul serio, mi piaceva sul serio. Ero sorpreso di avere un interesse così forte. Non mi succedeva da un po’. Minimo da quando avevo definitivamente sbattuto fuori dalla mia testa e dal mio cuore Livia e questo era successo circa tre anni prima, cioè circa due anni dopo esserci lasciati. Anzi, due anni dopo che lei mi aveva lasciato. Inutile dire “di comune accordo”, c’è sempre uno che decide ed uno che subisce. Magari sarebbe successo lo stesso ma l’iniziativa è sempre della persona più forte o meno innamorata, fate voi tanto più o meno è lo stesso identico concetto.
Io non dico che Livia avesse fatto male, a dir la verità non lo pensavo neanche quando mi aveva lasciato. Semplicemente lei aveva capito tutto molto prima di me. Io non l’avrei lasciata. Io credevo che in qualche maniera si poteva ancora andare avanti, e mi sbagliavo. La pigrizia non si abbina molto bene con l’amore, forse con una relazione ma non con l’amore.
Ci ho messo più di due anni a capire che mi sbagliavo. Sono stati due anni molto brutti, un periodo in cui avevo un forte senso di debolezza e in cui il mio ego era pressoché inesistente. Il mio periodo stupido. Comunque da allora non ero disponibile a nessun tipo di intromissione nel mio cuore. Ero preoccupato del fatto che il cuore mi battesse di più la domenica del derby che non durante una cena galante. Ad essere sincero, la cosa ancora più preoccupante era che non ero preoccupato. Mi sembrava tutto normale. Si, ogni tanto mi capitava di prestare qualche accappatoio, ma fondamentalmente la mia vita da solo mi piaceva tantissimo. Francesca, senza nessuno scambio particolare, la stava stravolgendo.
E’ questo l’incontro che ‘prima o poi arriva’? Trent’anni è tardi per innamorarsi?
Innamorarsi? Ma che mi stava saltando in mente?
La seconda era Elena. Per fortuna avevamo avuto quel breve scambio di battute in cucina che legittimava la mia telefonata altrimenti per me sarebbe stato impossibile.
Erano quasi le dieci quando mi alzai. Nel letto mi ero deliziato con un po’ di pensieri sparsi su come sarebbe stato bello il mio pomeriggio se avessi potuto passarlo con Francesca. Ovunque… mare, lago, città, cinema, teatro. Io volevo stare con lei ed è talmente entusiasmante fare le cose per la prima volta con chi ti piace. E’ eccitante avere insieme sensazioni nuove, emozioni simili, commentare un film, assaggiare un vino, vedere un posto per la prima volta. Io non ho mai fatto un viaggio da solo e, anche se sono tentato e credo che prima o poi mi capiterà, so già che mi mancheranno gli occhi dei miei compagni di avventure. Quegli occhi che mi fanno vedere le cose che non vedo, mi fanno assaporare i profumi che non assaporo e sentire i suoni e le musiche che non sento. Iniziai a sistemare la casa mentre l’odore del caffè mi aveva raggiunto nel salotto e Ornella Vanoni cantava “Ho sbagliato tante volte ormai, che lo so giààààà, che anche oggi quasi certamente io sto sbagliando su di teeeeee…”. A me piace sbagliare, è il sale della vita, è divertente. Non vedevo l’ora che arrivasse un’ora decente per sbagliare e chiamare Elena. Non vedevo l’ora di sbagliare e chiamare Francesca. Speravo che anche lei fosse una ‘sbagliatrice’.
Poi fu il turno di Mina. I bicchieri nel sacco, le bottiglie vicino alla pattumiera in una busta separata per la raccolta differenziata, un panno umido sul cristallo del tavolino per togliere la cenere, una spugna ruvida per togliere la chiazza rotonda lasciata dalla tazzine di caffè. “… sei grande grande grande, le mie pene non me le ricordo piùùùù…”. Accompagnai Mina cantando dentro il manico della scopa. Che bello che era il mondo nella speranza che succedesse qualcosa, nell’attesa che arrivasse il “dì di festa”. Il mio sabato del villaggio finì verso le undici, dopo una bella doccia. “… I hope you don’t mind, I hope you don’t mind, if I put this in wooooord, how wonderful life is now you’re in the woooooorld”. Quasi mi affogai ad urlare le parole di Elton John contro il telefono della doccia.
Mi asciugai e mi controllai davanti allo specchio. Ero abituato a quella vista, come apparivo non era un problema per me. Dopo aver conquistato donne oggettivamente molto più belle di quanto non lo sia io, ero arrivato alla conclusione che andavo bene così. Se sei in serata puoi conquistare chiunque, se non sei in forma mentale puoi essere scaricato anche da una prostituta alla quale hai offerto il doppio della sua tariffa normale. Le donne non sopportano la noia, per lo meno le donne che piacciono a me.
Mi misi la mia tuta da battaglia, quella che mi accompagna da sette anni e guai a chi me la tocca, e presi il telefono.
7 invio.
<Pronto?> Feci uno sforzo per associare a quel suono biascicato la voce di Elena.
<Prontissimo, dove sei? In una caverna?>
<Ma che ore sono?> domandò l’uomo di Neanderthal.
<Le undici e mezza circa> risposi sbigottito.
<Stavo ancora dormendo> sentii una voce esprimersi in tono interrogativo, non avevo capito cosa avesse detto ma… era un uomo. Era sicuramente un uomo.
<Ti ho disturbato, amore mio?>
<No, no…. scusami, ora mi sveglio e ti dico qualcosa di intelligente> Elena stava cercando di reagire.
<Non è sufficiente svegliarti, dovresti fare un paio di trapianti. Dove sei?>
<Fuori…>
<Mi stai facendo sperare che tu ti sia comportata malissimo. Dimmelo, dimmelo che ti vergogni di te stessa. Dammi questa soddisfazione>
<Ti chiamo dopo, ok?>
<Dimmi solo si o no>
<Si, certo. Perfetto>
<Grande! Sono orgoglioso di te. E come è andata? Mangiare bene, bere male>
<Dai, magari pranziamo insieme, ok? Ho una fame pazzesca, mi sembra di non mangiare da un secolo. Andiamo dallo zozzone vicino casa mia?>
<Addirittura dallo zozzone? Richiamami, ok?>
<Ok ciao. Spaghetti, maccheroni, arrosto di vitello>
<No un’ultima cosa… è lui? È spalle larghe?>
<Si certo>
<Ciao amore mio>
Elena era troppo forte. Riusciva a vivere esattamente come voleva, o quanto meno questa era l’impressione che mi dava. Magari a volte viveva in maniera discutibile ma proprio perché se ne poteva discutere non si poteva dire che fosse sbagliata in assoluto.
Elena mi richiamò dopo circa mezz’ora.
<Mangiato bene?> esordii.
<Benone. Una scorpacciata>
<Ma non è che la mia migliore amica è un grandissimo troione?>
<Punti di vista mio caro. Un discorso vecchio come la costola di Adamo. Se ad una cena conosci una straficona e te la porti a letto, hai qualcosa di cui vergognarti?>
<Non fare a me questi discorsi, schiaccia il cinque>
<Gradirei che non si sapesse in giro> mi ammonì Elena.
<Sei matta? Io non racconto le cose mie figurati se racconto le cose degli altri. Parliamo di me?>
<Ok, dimmi> cambiò tono.
<Dai sono timido, già sai tutto. Voglio il numero, voglio chiamarla>
<Non so che utilizzo vuoi fare di questa informazione ma c’è una cosa che voglio dirti>
<Dimmi Elena> che brutta sensazione. Stava per dirmi una cosa orribile su Francesca ed io non ero preparato a nulla. Quando ti aspetti che qualcuno ti dica delle cose brutte sulla persona che ti piace ed hai tempo di pensarci un po’ su, di solito capisci sempre di che si tratta, hai tempo per metabolizzare. Ma quando il tempo che ti separa dalle brutte notizie è solo quello che intercorre tra un “Dimmi Elena” e l’inizio della frase successiva, non riesci neanche a passare in rassegna tutte le possibilità. Eppure in quella frazione di secondo ti arriva il classico groppo in gola. Che non è un modo di dire, è una sensazione fisica. E’ proprio un blocco nella gola. E come quando dici che ti girano le palle, effettivamente ti fa un male boia perché le palle si spostano realmente. Oppure quando dici che ti cachi sotto dalla paura, se hai tanta paura può capitarti di non reggere. In quel momento mi venne un groppo in gola perché la malinconia che voleva a tutti i costi entrarmi dentro il cuore si scontrò subito con la gioia che ne stava uscendo e che mi aveva portato a cantare dentro il manico di una scopa.
<Ho capito che ti piace Francesca, non serve John Nash per capirlo. Neanche lei stanotte ha dormito a casa, vengo da li>
<Pazienza. Elena che ci posso fare? Non è un dramma, mica stiamo insieme> stavo mentendo, era, nei contorni del sentimento, un dramma. Il viso che mi sforzavo di ricordare prima di addormentarmi, aveva dormito con un uomo per la seconda volta in tre giorni. Un po’ troppo anche per un libertino come me, mi sentivo tradito.
<Ora io non so dove abbia dormito. Io ero a casa sua stamattina e lei non c’era. Magari si è svegliata presto ed è uscita. Però di domenica mattina… con la pioggia… fai tu>
<Mi sembra tutto chiaro Elena>
<Se è andata dove penso io è solo una cazzata di una sera, una debolezza. Anche noi donne siamo deboli ogni tanto, sai?>
<Vabbè, lasciamo perdere. Mangiamo insieme?>
<Basta mangiare> disse con tono malizioso.
<Che scema> Io e Elena non abbiamo mai fatto sesso insieme, non ci siamo mai baciati. Non abbiamo mai sospettato di poterlo fare. La nostra relazione è nata come un’amicizia e questa è una cosa strana tra un uomo ed una donna. Io credo nell’amicizia tra uomini e donne però secondo me sono rapporti che maturano nel tempo, all’inizio l’uomo di solito è spinto da un’attrazione fisica e sessuale. Poi magari questa forza si perde strada facendo e lascia il posto all’affetto. Ecco tra me ed Elena non credo ci sia mai stata nessuna pulsione sessuale. Sono contento di questo anche perché trovo che lei sia molto carina quindi non è una mancanza ‘epidermica’. E’ proprio che io e lei siamo nati amici. E’ strano ma a volte capita.
<A parte gli scherzi vado da mamma a pranzo. Non la vedo da un mesetto>
<Vergogna! Corri dalla mamma. Ci sentiamo dopo, ciao>
<Come ciao? Non vuoi il numero di Francesca?>
<No. Lasciamo perdere…>
<Come vuoi tu. Ti chiamo dopo, ciao piccolo Paolo>
<Ciao amore mio, un bacio> ero triste.
Alzai lo sguardo. Ero proprio nel centro del mio salotto. Lo stesso palcoscenico che mi aveva visto canterino e così pieno di vita solo un’ora prima, ora mi ospitava malinconicamente.
Bip Bip. Elena Nuovo Messaggio. Leggi ora? Invio.
“Non sarà mica il tono di voce del guerriero che conosco, vero? 330 -210090.”
Cazzo… di certo lei qui da sola non ci viene. Che mi mandi a cacare…!
Composi il numero senza nulla nel cervello. Riuscivo però a sentire i battiti del mio cuore. Sei squilli.
<Francesca?>
<Si, chi è?>
<Ciao, sono Paolo, ti disturbo?>
La stavo disturbando?
Mi svegliò il rumore della pioggia. Mi sembrò subito strano perché la mia stanza è interna e non abito all’ultimo piano. Riccardo invece abita all’ultimo piano ed ha un lucernaio nel salotto proprio sotto il cielo. Ero rimasta da Riccardo. Ma come avevo potuto fare una cosa così stupida? Dovevo essere crollata dal sonno. Mi girai e lo guardai. Era veramente assurdo. Fino a tre mesi prima, un tempo infinitamente piccolo per gli affari di cuore, sarei rimasta li, appoggiata su un fianco a guardarlo dormire con un’espressione sognante ed ora ero infastidita. Infastidita con me stessa, infastidita da quel letto e dal mio mal di testa. Sembrava tardi. Riccardo aveva un viso rilassato. La sera prima avevamo fatto sesso. Io avevo fatto sesso con lui per la prima volta. E lui aveva gradito. Allora? Chi è l’animale? Lui che dice a modo suo di amarmi e scopa invece di fare l’amore o io che ci scopo ma non l’amo? I punti di vista maschili e femminili sono molto diversi a tal riguardo. In un secondo realizzai che quella sarebbe stata l’ultima volta in quella casa, in quella camera, in quel letto. Lui e tutte le sue stronzate. Lui che non c’era mai stato quando mi sarebbe bastato un sorriso ed ora era spiazzato perché la sua creatura, il suo Frankestein se ne stava andando. Ed io infatti non vedevo l’ora di andarmene. Per prima cosa volevo ficcarmi in doccia e poi scappare. Volevo insaponarmi e far scivolare dell’acqua sul mio corpo. Avrei voluto farlo senza svegliarlo. Come una gatta scivolai giù dal suo letto. Nuda e scalza mi affrettai verso il bagno. Chiusi la porta accompagnando la maniglia per fare meno rumore possibile e girai la chiave. Aprii il mobiletto del bagno e scelsi un asciugamano bianco. Entrai in doccia. Nonostante la mia fretta feci una doccia lunga. L’acqua intorno mi proteggeva da ogni attacco esterno. Mi sentivo come al riparo in una fortezza, sotto e dentro quell’acqua.
Chiusi il getto, nuda nel bagno di Riccardo, presi l’asciugamano e chiusi gli occhi. Non avevo più l’acqua a difendermi e volevo scappare al più presto, ero e mi sentivo nuda.
Mentre mi stavo asciugando sentii un suono molto familiare: la nona sinfonia di Beethoven. Il suo inno alla gioia, che paradosso! Era lo squillo del mio telefonino. Cazzo, cazzo, cazzo. Mi scaraventai in camera da letto e segui il suono per identificarlo.
<Buongiorno bambina> lo spiacevole rumore di Riccardo.
<Ciao> il mio saluto, il mio modo di dirgli “non mi rivolgere la parola che non ti sopporto”.
Non riconobbi il numero.
<Francesca?> Era una voce di un uomo.
<Si, chi è?> non vorrei sbagliarmi ma…
<Ciao, sono Paolo, ti disturbo?>
<Ehm… no, è strano…. Posso richiamarti? Questo è il tuo numero?>
<Si, è il mio numero. A dopo ciao>
<Ok scusa ciao>
<Cosa è strano?> ancora quel rumore che non meritava risposta <Cosa è strano, Francesca?> continuò.
Per farlo smettere dovevo dire qualcosa. Ormai non potevo più semplicemente vestirmi ed andarmene. <Cosa ‘cosa è strano’? Che vuoi dire?> cercai di essere banale.
<Hai detto al telefono che è strano. Cosa è strano?>
<Non ti capisco Riccardo…> dove sono le mie calze, cazzo?
<Questo posso dirlo anche io. Neanche io ti capisco più Francesca>
La mia smania di uscire da quella casa stava montando ma anche la mia furia contro di lui e le sue parole insignificanti. Avevamo parlato decine di volte e lui ora pretendeva risposte nuove a domande vecchie. Ma io non ne avevo, le mie novità non lo vedevano protagonista.
<Sei sicuro di avermi mai capito Riccardo? Di esserti mai sforzato di capirmi? Oppure in ogni momento hai sempre pensato solo a cosa farmi fare nella tua vita? Oggi l’amante, domani la cuoca, poi l’amica, poi la sorella, poi una spalla su cui piangere. Sempre rivolto a te, a te, a te. A ciò che ti serviva in ogni momento. Hai mai pensato a cosa potesse servire a me qualche volta? Guarda Riccardo… lasciamo perdere> mi stavo vestendo in fretta, odiavo i miei stivali così complicati da infilare.
<No che non lasciamo perdere. Tu non capisci che ho passato un momento delicato sul lavoro. Ho perso un grande progetto e questo influisce nella mia vita. Come puoi non comprendere una cosa così elementare?> Alzò il tono della voce, era in difficoltà. Sapeva che stavo uscendo di scena definitivamente, che era vicina la fine. Gli animali hanno questo sesto senso.
<Mi dispiace per il tuo progetto, mi dispiace per il tuo lavoro e mi dispiace per la tua vita. Ma io a volte ho mendicato un tuo sorriso e tu non hai avuto la capacità di capire un desiderio così piccolo. A volte mi sarebbe bastato che tu mi chiedessi quanto zucchero volevo nel caffè. C’è solo il tuo progetto nella tua vita, Riccardo. Solo il tuo lavoro nella tua vita, solo la tua vita nella tua vita> parlavo mentre mi muovevo a scatti nella sua camera. Stavo cercando i miei pezzi. Il telefono, l’anello, la borsa, il cervello, la rabbia, pezzi remoti di affetto. Non volevo dimenticare nulla in quella casa.
Lui era a letto ed i miei movimenti lo obbligavano a girare la testa come se stesse seguendo una partita di tennis. Una partita di tennis che vedeva il suo tennista preferito prendere una sonora lezione da uno sconosciuto.
<E ieri notte?> Ultimo, disperato, patetico, molesto tentativo destinato a fallire.
<Ieri notte cosa?> Non volevo sentire la frase che ero sicuro avrebbe detto.
<Ieri notte abbiamo fatto l’amore, ci siamo cercati> mamma mia come mi fai incazzare Riccardo!
<Mettiamola così. Se preferisci pensare che io sia cambiata stanotte mentre dormivo, se questo pensiero ti è di qualche conforto, pensalo pure. Se vuoi il mio ultimo consiglio ti suggerirei di guardarti un po’ indietro e, se ci riesci, di guardare cosa è stata la nostra relazione. Già chiamarla ‘nostra’ mi sembra buffo. Ti consiglierei di pensare a tutte le volte che non mi hai chiesto ‘Come è andata al lavoro?’ quando venivo a trovarti la sera oppure a tutte le volte in cui mi hai fatto un complimento. Uno qualsiasi Riccardo, un complimento qualsiasi. Eppure lo sai che non sono vanitosa, che non ci tengo. Però mi avrebbe fatto bene per una volta capire che ti stavi rivolgendo a me. Un complimento Riccardo, un solo merdosissimo complimento del cazzo. Uno solo!> Avevo alzato il tono della voce ed ero molto pentita di averlo fatto <uno solo> ripetei sussurrando <scusa lo sfogo... voglio andarmene>
Uscii senza sentire il suo rumore. Scesi a piedi i sei piani di scale. Non avevo nessuna intenzione di aspettare l’ascensore al suo pianerottolo, di rimanere ancora nel suo spazio. Al quinto piano ripensai a quanto piansi nella sua cucina il giorno in cui litigai a morte con mia mamma e la mortificai con delle cattiverie immeritate mentre lui peggiorava come uomo incollandosi nel cervello brandelli di televisione. Al quarto piano realizzai che Riccardo si era sorpreso per il mio comportamento, come era possibile che non avesse avuto il minimo dubbio che mi stessi stancando di essere un nulla nella sua esistenza? Al terzo piano iniziai a sentirmi meglio e respirai, avevo la sensazione che stavo dimenticando qualcosa di bello. Al secondo il mio viso si distese e avrei giurato che quella smorfia disegnata dalla bocca e dalle guance potesse sbocciare in un sorriso. Appena fuori dal suo palazzo ne fui convinta: era un sorriso e Paolo lo aveva ispirato. Paolo mi aveva chiamato.
Beh posso chiamarlo da casa, pensai immediatamente. Presi il telefonino in mano e cercai tra le ultime chiamate ricevute, così… solo per guardare il suo numero di telefono. Era un bel numero. Sorrisi alla mia stupidaggine.
Tornata a casa andai subito in cucina per farmi un caffè. Volevo godermi un altro po’ l’attesa prima di richiamarlo. Aveva una buon feeling con me stessa.
In cucina incontrai, sotto una montagna di capelli arruffati e spettinati, quello che restava di Manuel.
<Ehi Playboy, che è successo? Nottataccia, eh?>
<Simpatiche le tue amiche. Ne hai altre da presentarmi?> Spostò solo il sopracciglio e abbandonò lo sguardo dalla sua tazzona di latte per osservarmi. <Tu piuttosto… sei uscita presto stamattina…> continuò.
<Che fai? Mi controlli?>
<Figurati…> finì il suo latte, si alzò, mise la sua tazza nel lavello e, pieno di orgoglio per aver contribuito al menage casalingo, si diresse verso il bagno.
<Ah…> si fermò sulla porta. <il tipo di ieri è pazzo di te. Te ne sei accorta, no?>
<Quale tipo?>
<Come quale tipo. Quello di ieri sera, il padrone di casa>
<Ma che dici?>
<Io spero per te che tu te ne sia accorta se no sei combinata proprio male. E’ cotto al tegamino. Che ci troverà in te poi…> scherzò e schizzò verso il bagno.
Iniziai a riflettere. Effettivamente la sera prima avevamo chiacchierato e lui mi aveva invitato a cena. In più stamattina mi aveva anche chiamata ed ora stava aspettando la mia telefonata.
Che aspetti un altro pochino, dissi tra le labbra.
Però pensare che è pazzo di me.... Certo mio cugino sembrava saperla più lunga di me su come ragionano gli uomini.
Chiamai Elena, volevo sentire qualcosa ma non sapevo bene che cosa.
<Ti volevo ringraziare per esserti presa cura di mio cugino. Spero che la cosa non ti abbia seccato più di tanto>
<Se non ci aiutiamo tra amiche, Franceschina>
<Già, come è andata?>
<Bene…> si fermò.
<Bene come? Quando? Quanto? Raccontami qualcosa…> credevo di essere curiosa.
<Sono un po’ in imbarazzo. Del resto si tratta di tuo cugino… come posso raccontarti come è andata?> era sinceramente imbarazzata.
Forse aveva ragione. Io non volevo sapere i particolari, affari loro. Ora che Elena mi aveva fatto pensare, ero imbarazzata anche io. Cambiai immediatamente argomento.
<Mi ha chiamato Paolo stamattina. Non sai che scena, ero da Riccardo>
<Oddio, immagino lui come ci sia rimasto male> Elena si incuriosì subito.
<Si, si è innervosito. Ma ho attaccato subito. Lo dovrei richiamare> silenzio. <Gli hai dato tu il mio numero, vero?>
<Si, ho fatto male?> si difese Elena.
<Beh no… è simpatico Paolo>
<Si, è simpatico. Come lo trovi? Carino?>
<Beh si. E’ gentile, ospitale>
<Franceschina… Anche mio zio Gianni è gentile ed ospitale… Vuoi che do il tuo numero di telefono anche a Zio Gianni?>
<Dai scema… è carino>
<E perché non ci pensi?>
<A cosa dovrei pensare?>
<Se ti piace veramente, a come stareste insieme, ad avere una relazione normale: un uomo e una donna che stanno insieme perché si piacciono. Pensa… la rivincita della normalità>
<Io non credo che lui sia così interessato…> dissi questa frase con il chiaro intento di sentirmi dire il contrario: “Ma no Francesca, ma cosa dici? Ma guarda che tu gli piaci molto. Me lo ha detto lui…”. Ecco cosa volevo sentir dire. Ecco perché l’avevo chiamata.
<Io non lo so quanto è interessato. Ti ha chiamato, no? Uno più uno fa ancora due? Richiamalo e scoprilo>
<Lo chiamerò. Tu che fai?>
<Sono arrivata da mia mamma. Mangio qui. Stasera casetta e video-cassetta>
<Magari ci sentiamo dopo. Ciao>
<Francesca…>
<Dimmi>
<Non voglio fare la tua sorella maggiore, fai quello che ti pare. Però Paolo è un mio amico ed io gli voglio bene. Se non ti interessa cerca di essere chiara dall’inizio>
<Va bene… certo…>
<Ciao>
Mi domandai perché mi aveva specificato quelle cose. Evidentemente anche lei, come mio cugino, pensava che io piacessi a Paolo. Effettivamente quella sembrava la cosa più probabile visto che mi aveva chiamato ma, come spesso accade, quando sembrerebbe che piacciamo a qualcuno immaginiamo sempre che potrebbe non essere vero, mentre quando ci piace qualcuno che non ricambia interpretiamo ogni suo gesto come un interesse nei nostri confronti. La mente delle donne è strana, è proprio strana. I maschi sono più semplici. Sono più elementari. Uno più uno faceva due.
Non è facile entrare nel cuore di un nuovo partner. Ma neanche nella sua testa e nella sua vita. Un esempio sono gli amici degli altri. Imbarazzo? Curiosità? Voglia di affermarsi? Ognuno la vive in maniera diversa... Così l'ha vissuta Francesca.
Antefatto: Paolo e Francesca hanno iniziato nua storia anche se ancora non sanno bene cosa stanno vivendo. Paolo fa una pranzo a casa con i suoi amici e Francesca, per la prima volta, si trova a giocare fuoricasa: in casa del suo nuovo "fidanzato" con tutti i suoi amici intorno a giocare al gioco "vediamo un pò chi è questa...". Francesca argina bene i ragazzi ma...
L'altra Campana - Capitolo 20
"...Il giorno dopo pranzammo con i suoi amici.
Naturalmente erano tutti molto curiosi di vedere Paolo nelle vesti di fidanzato e la situazione inizialmente mi faceva ridere. Mi divertiva esagerare, vedere le facce stralunate di chi non si aspettava dichiarazioni tanto audaci nei confronti dell’amore. Erano dei ragazzi che giocavano a fare i ragazzini. Non erano pronti per prendersi nessuna responsabilità o forse, semplicemente, non avevano nessuna voglia di impegnarsi in una storia. Ragazzi di trenta anni che non hanno nessun problema e che si godono la vita. Non dico che ci sia qualcosa di sbagliato in questo modo di ragionare però innesca un circolo vizioso difficile da spezzare: più loro sono bambini più noi pretendiamo di cambiarli, più noi pretendiamo di cambiarli e più loro si spaventano. Non è un mondo facile per le coppie, per i legami. Abbiamo concesso ai ragazzi la possibilità di vederci in mille maniere diverse: amanti, tresche, fidanzate, lolite, amiche particolari, amiche tradizionali. E pensare che, addirittura, qualche ragazzo si è convinto che questa possibilità se la può scegliere da solo. Per fortuna noi poi, di solito, sappiamo come ritirarci e come farli tornare nel bagno soli soletti a manifestarsi la propria stima. Gli amici di Paolo non uscivano da questi schemi, non erano originali. Molto simpatici, per carità. Carini, gentili, educati. Direi dei buoni amici se fossero stati miei amici però, come quasi tutti i ragazzi trentenni, avevano la presunzione di essere migliori di noi solo perché convinti di saper sorridere di fronte ai problemi. O per lo meno di fronte a quelli che loro credono siano dei problemi perché, diciamo la verità, a trenta anni i maschietti hanno capito ancora molto poco della vita; di solito solo quello che gli ha insegnato la mamma fino a pochi mesi prima. Poi fanno un po’ di soldi, vanno a vivere da soli, si scopano un paio di ragazze nel giro di due mesi e… oplà! Eccoli qui i signori dell’universo.
In qualche maniera cercavano di mettermi in imbarazzo ma mi facevano sorridere. Stavo giocando con loro e non se ne accorsero minimamente. Infatti il pericolo arrivò dall’unica donna presente, a parte me: Elena. Non lo fece apposta, non voleva essere cattiva ma riuscì a toccarmi con una sola battuta. Le donne sono così. Sanno essere pungenti, attaccano con intensità anche se non vogliono ferire. Quello che non erano riusciti a fare i ragazzi in tutta la giornata, riuscì ad Elena con una frase..."C'è un momento giusto per iniziare una convivenza? Quali sono le caratteristiche che la coppia dovrebbe avere? Quanto coraggio serve? Quanto si perde e quanto si guadagna? Ma soprattutto... l'amore... è sempre sufficiente per "sopportarsi"? Francesca non ci pensa un attimo e... in un secondo decidono di partire per il viaggio insieme!
Antefatto: Francesca e Paolo stanno insieme da circa un anno e...
"Io avevo sempre pensato che, arrivata alla soglia dei trenta anni, la normale conseguenza di un rapporto serio e duraturo sarebbe stata la convivenza. Con Paolo non fu così. Superata senza troppi ostacoli la fase dei ripensamenti e dei dubbi, iniziai a vivere la nostra storia senza nessun programma, andando avanti giorno per giorno, godendo delle nostre gioie. Capita spesso di volere cose impossibili dalle belle persone e di accontentarsi di niente da persone brutte. Paolo mi dava tutto ed era la persona migliore che io avessi mai incontrato. Ogni tanto mi vergognavo di tanta fortuna; ogni tanto osservavo le altre coppie e per lo più non vedevo molto entusiasmo nei loro rari baci. Io e Paolo ci baciavamo in continuazione, anche dopo i primi mesi. Era il nostro modo di dirci che tutto andava bene.
In ogni caso io a vivere con Paolo non ci pensavo. Stavo quasi sempre a casa sua, avevo trasferito qualche cambio ma per me era casa di Paolo e non la nostra. Lui non spingeva ed io non tiravo. Ci guardavamo negli occhi e tutto quello che ci serviva era nei nostri sguardi. Poi un giorno, mentre andavo a fare la spesa nel mercato vicino casa di Paolo, mi resi conto che quelle strade, quei negozi, quei pezzi di prosciutto appesi nelle salumerie mi erano diventati familiari. Mi resi conto che c’era molta mia vita in quella normalità. Smisi di pensare a queste cose e corsi verso Paolo. Arrivata a casa mi fece notare che mi aveva detto di prendere le chiavi prima di uscire e mi chiese perché non le avevo usate. Perché non le ho usate? Non ci avevo neanche pensato. Non le avevo usate perché avevo sempre citofonato, perché io uso le chiavi per entrare a casa mia non a casa degli altri. Paolo è un altro?
<Offrirti metà di questa casa non sarà più complicato che offrirti metà del mio cuore. E tu lo hai già preso> Paolo non era un altro, era la persona che sapeva dirmi le cose che volevo ascoltare prima ancora che realizzassi di volerle sentire, che sapeva amarmi come volevo essere amata. Come spesso mi accadeva quando Paolo mi colpiva, non sapevo cosa rispondere. Dopo tanto tempo era fantastico provare ancora imbarazzo, pudore. Lo guardai e forse gli sorrisi. Poi, all’improvviso, sentii che l’unica cosa saggia che potevo fare era farci l’amore. Non avevo alternative. Poteva venire un terremoto, i ladri in casa, un invasione di cavallette… io dovevo a tutti i costi fare l’amore con Paolo. In quel momento mi era più necessario dell’aria.
Il giorno dopo buttai il primo yogurt scaduto dal frigorifero di Paolo. ..."
L'altra campana - Capitolo 22