l'altra campana

Perché dell'amore siamo tutti esperti ma nessuno ne sa nulla!

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Utente: fabiotestaccio
Scrittore volenteroso e divertito costretto a un vero lavoro per potersi permettere di bere ottimo vino.

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giovedì, 31 luglio 2008

Capitoli 9-10

Pronto, Francesca?

Mi svegliai e ritrovai nella mia mente lo stesso viso con cui mi ero addormentato. Ed era sempre più bello.

Era presto per essere domenica, non più tardi delle nove. Pioveva. Mi piace la pioggia delle domeniche d’inverno. Non era in programma nessun Gran Premio altrimenti avrei potuto chiamare Arianna. Sebbene mi stesse molto simpatica Arianna io volevo chiamare Francesca.

Stare a casa mentre fuori piove è bello. Sapevo già cosa avrei fatto: avrei chiamato Elena e le avrei chiesto il numero di Francesca. Del resto “troverai il modo” voleva dire proprio questo. Come avrei potuto fare altrimenti? Mi sentivo ottimista. Ero contento che Elena aveva intuito che mi piaceva Francesca e me ne aveva parlato, questo mi facilitava molto. Sarei stato molto in difficoltà a chiamare Elena senza nessun appiglio e di punto in bianco chiederle di Francesca. Per noi uomini è sempre complicato accettare e raccontare che ti piace una ragazza. E’ una cosa che ci portiamo dietro da quando siamo piccoli. Da quando la nostra ‘banda’ gioca a pallone oppure a fare la guerra e le bambine noiose e ‘femminucce’ ci spiano di nascosto perché sono invaghite di qualcuno. Da quando ci vergogniamo come pazzi ad ammettere che una di quelle bambine a noi, un po’ piace. Le bambine non hanno una banda di solito, i loro piani diabolici vengono condivisi in due, massimo in tre. Ed in un momento, molto prima di noi, capiscono che relazionarsi con l’altro sesso potrebbe anche essere divertente. Quello è il momento in cui noi iniziamo a perdere. Da quel momento in poi siamo più deboli, in balia delle volontà di qualcun'altra. Io infatti ero in balia di qualcun'altra. Anzi, le altre erano due.

La prima era ovviamente Francesca che mi aveva sottratto ogni pensiero e che mi saltellava in testa continuamente. Non appena mi rilassavo un attimo… oplà! Eccola di nuovo riaffacciarsi. Ci pensavo sul serio, mi piaceva sul serio. Ero sorpreso di avere un interesse così forte. Non mi succedeva da un po’. Minimo da quando avevo definitivamente sbattuto fuori dalla mia testa e dal mio cuore Livia e questo era successo circa tre anni prima, cioè circa due anni dopo esserci lasciati. Anzi, due anni dopo che lei mi aveva lasciato. Inutile dire “di comune accordo”, c’è sempre uno che decide ed uno che subisce. Magari sarebbe successo lo stesso ma l’iniziativa è sempre della persona più forte o meno innamorata, fate voi tanto più o meno è lo stesso identico concetto.

Io non dico che Livia avesse fatto male, a dir la verità non lo pensavo neanche quando mi aveva lasciato. Semplicemente lei aveva capito tutto molto prima di me. Io non l’avrei lasciata. Io credevo che in qualche maniera si poteva ancora andare avanti, e mi sbagliavo. La pigrizia non si abbina molto bene con l’amore, forse con una relazione ma non con l’amore.

Ci ho messo più di due anni a capire che mi sbagliavo. Sono stati due anni molto brutti, un periodo in cui avevo un forte senso di debolezza e in cui il mio ego era pressoché inesistente. Il mio periodo stupido. Comunque da allora non ero disponibile a nessun tipo di intromissione nel mio cuore. Ero preoccupato del fatto che il cuore mi battesse di più la domenica del derby che non durante una cena galante. Ad essere sincero, la cosa ancora più preoccupante era che non ero preoccupato. Mi sembrava tutto normale. Si, ogni tanto mi capitava di prestare qualche accappatoio, ma fondamentalmente la mia vita da solo mi piaceva tantissimo. Francesca, senza nessuno scambio particolare, la stava stravolgendo.

E’ questo l’incontro che ‘prima o poi arriva’? Trent’anni è tardi per innamorarsi?

Innamorarsi? Ma che mi stava saltando in mente?

La seconda era Elena. Per fortuna avevamo avuto quel breve scambio di battute in cucina che legittimava la mia telefonata altrimenti per me sarebbe stato impossibile.

Erano quasi le dieci quando mi alzai. Nel letto mi ero deliziato con un po’ di pensieri sparsi su come sarebbe stato bello il mio pomeriggio se avessi potuto passarlo con Francesca. Ovunque… mare, lago, città, cinema, teatro. Io volevo stare con lei ed è talmente entusiasmante fare le cose per la prima volta con chi ti piace. E’ eccitante avere insieme sensazioni nuove, emozioni simili, commentare un film, assaggiare un vino, vedere un posto per la prima volta. Io non ho mai fatto un viaggio da solo e, anche se sono tentato e credo che prima o poi mi capiterà, so già che mi mancheranno gli occhi dei miei compagni di avventure. Quegli occhi che mi fanno vedere le cose che non vedo, mi fanno assaporare i profumi che non assaporo e sentire i suoni e le musiche che non sento. Iniziai a sistemare la casa mentre l’odore del caffè mi aveva raggiunto nel salotto e Ornella Vanoni cantava “Ho sbagliato tante volte ormai, che lo so giààààà, che anche oggi quasi certamente io sto sbagliando su di teeeeee…”. A me piace sbagliare, è il sale della vita, è divertente. Non vedevo l’ora che arrivasse un’ora decente per sbagliare e chiamare Elena. Non vedevo l’ora di sbagliare e chiamare Francesca. Speravo che anche lei fosse una ‘sbagliatrice’.

Poi fu il turno di Mina. I bicchieri nel sacco, le bottiglie vicino alla pattumiera in una busta separata per la raccolta differenziata, un panno umido sul cristallo del tavolino per togliere la cenere, una spugna ruvida per togliere la chiazza rotonda lasciata dalla tazzine di caffè. “… sei grande grande grande, le mie pene non me le ricordo piùùùù…”. Accompagnai Mina cantando dentro il manico della scopa. Che bello che era il mondo nella speranza che succedesse qualcosa, nell’attesa che arrivasse il “dì di festa”. Il mio sabato del villaggio finì verso le undici, dopo una bella doccia. “… I hope you don’t mind, I hope you don’t mind, if I put this in wooooord, how wonderful life is now you’re in the woooooorld”. Quasi mi affogai ad urlare le parole di Elton John contro il telefono della doccia.

Mi asciugai e mi controllai davanti allo specchio. Ero abituato a quella vista, come apparivo non era un problema per me. Dopo aver conquistato donne oggettivamente molto più belle di quanto non lo sia io, ero arrivato alla conclusione che andavo bene così. Se sei in serata puoi conquistare chiunque, se non sei in forma mentale puoi essere scaricato anche da una prostituta alla quale hai offerto il doppio della sua tariffa normale. Le donne non sopportano la noia, per lo meno le donne che piacciono a me.

Mi misi la mia tuta da battaglia, quella che mi accompagna da sette anni e guai a chi me la tocca, e presi il telefono.

7 invio.

<Pronto?> Feci uno sforzo per associare a quel suono biascicato la voce di Elena.

<Prontissimo, dove sei? In una caverna?>

<Ma che ore sono?> domandò l’uomo di Neanderthal.

<Le undici e mezza circa> risposi sbigottito.

<Stavo ancora dormendo> sentii una voce esprimersi in tono interrogativo, non avevo capito cosa avesse detto ma… era un uomo. Era sicuramente un uomo.

<Ti ho disturbato, amore mio?>

<No, no…. scusami, ora mi sveglio e ti dico qualcosa di intelligente> Elena stava cercando di reagire.

<Non è sufficiente svegliarti, dovresti fare un paio di trapianti. Dove sei?>

<Fuori…>

<Mi stai facendo sperare che tu ti sia comportata malissimo. Dimmelo, dimmelo che ti vergogni di te stessa. Dammi questa soddisfazione>

<Ti chiamo dopo, ok?>

<Dimmi solo si o no>

<Si, certo. Perfetto>

<Grande! Sono orgoglioso di te. E come è andata? Mangiare bene, bere male>

<Dai, magari pranziamo insieme, ok? Ho una fame pazzesca, mi sembra di non mangiare da un secolo. Andiamo dallo zozzone vicino casa mia?>

<Addirittura dallo zozzone? Richiamami, ok?>

<Ok ciao. Spaghetti, maccheroni, arrosto di vitello>

<No un’ultima cosa… è lui? È spalle larghe?>

<Si certo>

<Ciao amore mio>

Elena era troppo forte. Riusciva a vivere esattamente come voleva, o quanto meno questa era l’impressione che mi dava. Magari a volte viveva in maniera discutibile ma proprio perché se ne poteva discutere non si poteva dire che fosse sbagliata in assoluto.

Elena mi richiamò dopo circa mezz’ora.

<Mangiato bene?> esordii.

<Benone. Una scorpacciata>

<Ma non è che la mia migliore amica è un grandissimo troione?>

<Punti di vista mio caro. Un discorso vecchio come la costola di Adamo. Se ad una cena conosci una straficona e te la porti a letto, hai qualcosa di cui vergognarti?>

<Non fare a me questi discorsi, schiaccia il cinque>

<Gradirei che non si sapesse in giro> mi ammonì Elena.

<Sei matta? Io non racconto le cose mie figurati se racconto le cose degli altri. Parliamo di me?>

<Ok, dimmi> cambiò tono.

<Dai sono timido, già sai tutto. Voglio il numero, voglio chiamarla>

<Non so che utilizzo vuoi fare di questa informazione ma c’è una cosa che voglio dirti>

<Dimmi Elena> che brutta sensazione. Stava per dirmi una cosa orribile su Francesca ed io non ero preparato a nulla. Quando ti aspetti che qualcuno ti dica delle cose brutte sulla persona che ti piace ed hai tempo di pensarci un po’ su, di solito capisci sempre di che si tratta, hai tempo per metabolizzare. Ma quando il tempo che ti separa dalle brutte notizie è solo quello che intercorre tra un “Dimmi Elena” e l’inizio della frase successiva, non riesci neanche a passare in rassegna tutte le possibilità. Eppure in quella frazione di secondo ti arriva il classico groppo in gola. Che non è un modo di dire, è una sensazione fisica. E’ proprio un blocco nella gola. E come quando dici che ti girano le palle, effettivamente ti fa un male boia perché le palle si spostano realmente. Oppure quando dici che ti cachi sotto dalla paura, se hai tanta paura può capitarti di non reggere. In quel momento mi venne un groppo in gola perché la malinconia che voleva a tutti i costi entrarmi dentro il cuore si scontrò subito con la gioia che ne stava uscendo e che mi aveva portato a cantare dentro il manico di una scopa.

<Ho capito che ti piace Francesca, non serve John Nash per capirlo. Neanche lei stanotte ha dormito a casa, vengo da li>

<Pazienza. Elena che ci posso fare? Non è un dramma, mica stiamo insieme> stavo mentendo, era, nei contorni del sentimento, un dramma. Il viso che mi sforzavo di ricordare prima di addormentarmi, aveva dormito con un uomo per la seconda volta in tre giorni. Un po’ troppo anche per un libertino come me, mi sentivo tradito.

<Ora io non so dove abbia dormito. Io ero a casa sua stamattina e lei non c’era. Magari si è svegliata presto ed è uscita. Però di domenica mattina… con la pioggia… fai tu>

<Mi sembra tutto chiaro Elena>

<Se è andata dove penso io è solo una cazzata di una sera, una debolezza. Anche noi donne siamo deboli ogni tanto, sai?>

<Vabbè, lasciamo perdere. Mangiamo insieme?>

<Basta mangiare> disse con tono malizioso.

<Che scema> Io e Elena non abbiamo mai fatto sesso insieme, non ci siamo mai baciati. Non abbiamo mai sospettato di poterlo fare. La nostra relazione è nata come un’amicizia e questa è una cosa strana tra un uomo ed una donna. Io credo nell’amicizia tra uomini e donne però secondo me sono rapporti che maturano nel tempo, all’inizio l’uomo di solito è spinto da un’attrazione fisica e sessuale. Poi magari questa forza si perde strada facendo e lascia il posto all’affetto. Ecco tra me ed Elena non credo ci sia mai stata nessuna pulsione sessuale. Sono contento di questo anche perché trovo che lei sia molto carina quindi non è una mancanza ‘epidermica’. E’ proprio che io e lei siamo nati amici. E’ strano ma a volte capita.

<A parte gli scherzi vado da mamma a pranzo. Non la vedo da un mesetto>

<Vergogna! Corri dalla mamma. Ci sentiamo dopo, ciao>

<Come ciao? Non vuoi il numero di Francesca?>

<No. Lasciamo perdere…>

<Come vuoi tu. Ti chiamo dopo, ciao piccolo Paolo>

<Ciao amore mio, un bacio> ero triste.

Alzai lo sguardo. Ero proprio nel centro del mio salotto. Lo stesso palcoscenico che mi aveva visto canterino e così pieno di vita solo un’ora prima, ora mi ospitava malinconicamente.

Bip Bip. Elena Nuovo Messaggio. Leggi ora? Invio.

“Non sarà mica il tono di voce del guerriero che conosco, vero? 330 -210090.”

Cazzo… di certo lei qui da sola non ci viene. Che mi mandi a cacare…!

Composi il numero senza nulla nel cervello. Riuscivo però a sentire i battiti del mio cuore. Sei squilli.

<Francesca?>

<Si, chi è?>

<Ciao, sono Paolo, ti disturbo?>

La stavo disturbando?

Ha un bel numero

Mi svegliò il rumore della pioggia. Mi sembrò subito strano perché la mia stanza è interna e non abito all’ultimo piano. Riccardo invece abita all’ultimo piano ed ha un lucernaio nel salotto proprio sotto il cielo. Ero rimasta da Riccardo. Ma come avevo potuto fare una cosa così stupida? Dovevo essere crollata dal sonno. Mi girai e lo guardai. Era veramente assurdo. Fino a tre mesi prima, un tempo infinitamente piccolo per gli affari di cuore, sarei rimasta li, appoggiata su un fianco a guardarlo dormire con un’espressione sognante ed ora ero infastidita. Infastidita con me stessa, infastidita da quel letto e dal mio mal di testa. Sembrava tardi. Riccardo aveva un viso rilassato. La sera prima avevamo fatto sesso. Io avevo fatto sesso con lui per la prima volta. E lui aveva gradito. Allora? Chi è l’animale? Lui che dice a modo suo di amarmi e scopa invece di fare l’amore o io che ci scopo ma non l’amo? I punti di vista maschili e femminili sono molto diversi a tal riguardo. In un secondo realizzai che quella sarebbe stata l’ultima volta in quella casa, in quella camera, in quel letto. Lui e tutte le sue stronzate. Lui che non c’era mai stato quando mi sarebbe bastato un sorriso ed ora era spiazzato perché la sua creatura, il suo Frankestein se ne stava andando. Ed io infatti non vedevo l’ora di andarmene. Per prima cosa volevo ficcarmi in doccia e poi scappare. Volevo insaponarmi e far scivolare dell’acqua sul mio corpo. Avrei voluto farlo senza svegliarlo. Come una gatta scivolai giù dal suo letto. Nuda e scalza mi affrettai verso il bagno. Chiusi la porta accompagnando la maniglia per fare meno rumore possibile e girai la chiave. Aprii il mobiletto del bagno e scelsi un asciugamano bianco. Entrai in doccia. Nonostante la mia fretta feci una doccia lunga. L’acqua intorno mi proteggeva da ogni attacco esterno. Mi sentivo come al riparo in una fortezza, sotto e dentro quell’acqua.

Chiusi il getto, nuda nel bagno di Riccardo, presi l’asciugamano e chiusi gli occhi. Non avevo più l’acqua a difendermi e volevo scappare al più presto, ero e mi sentivo nuda.

Mentre mi stavo asciugando sentii un suono molto familiare: la nona sinfonia di Beethoven. Il suo inno alla gioia, che paradosso! Era lo squillo del mio telefonino. Cazzo, cazzo, cazzo. Mi scaraventai in camera da letto e segui il suono per identificarlo.

<Buongiorno bambina> lo spiacevole rumore di Riccardo.

<Ciao> il mio saluto, il mio modo di dirgli “non mi rivolgere la parola che non ti sopporto”.

Non riconobbi il numero.

<Francesca?> Era una voce di un uomo.

<Si, chi è?> non vorrei sbagliarmi ma…

<Ciao, sono Paolo, ti disturbo?>

<Ehm… no, è strano…. Posso richiamarti? Questo è il tuo numero?>

<Si, è il mio numero. A dopo ciao>

<Ok scusa ciao>

<Cosa è strano?> ancora quel rumore che non meritava risposta <Cosa è strano, Francesca?> continuò.

Per farlo smettere dovevo dire qualcosa. Ormai non potevo più semplicemente vestirmi ed andarmene. <Cosa ‘cosa è strano’? Che vuoi dire?> cercai di essere banale.

<Hai detto al telefono che è strano. Cosa è strano?>

<Non ti capisco Riccardo…> dove sono le mie calze, cazzo?

<Questo posso dirlo anche io. Neanche io ti capisco più Francesca>

La mia smania di uscire da quella casa stava montando ma anche la mia furia contro di lui e le sue parole insignificanti. Avevamo parlato decine di volte e lui ora pretendeva risposte nuove a domande vecchie. Ma io non ne avevo, le mie novità non lo vedevano protagonista.

<Sei sicuro di avermi mai capito Riccardo? Di esserti mai sforzato di capirmi? Oppure in ogni momento hai sempre pensato solo a cosa farmi fare nella tua vita? Oggi l’amante, domani la cuoca, poi l’amica, poi la sorella, poi una spalla su cui piangere. Sempre rivolto a te, a te, a te. A ciò che ti serviva in ogni momento. Hai mai pensato a cosa potesse servire a me qualche volta? Guarda Riccardo… lasciamo perdere> mi stavo vestendo in fretta, odiavo i miei stivali così complicati da infilare.

<No che non lasciamo perdere. Tu non capisci che ho passato un momento delicato sul lavoro. Ho perso un grande progetto e questo influisce nella mia vita. Come puoi non comprendere una cosa così elementare?> Alzò il tono della voce, era in difficoltà. Sapeva che stavo uscendo di scena definitivamente, che era vicina la fine. Gli animali hanno questo sesto senso.

<Mi dispiace per il tuo progetto, mi dispiace per il tuo lavoro e mi dispiace per la tua vita. Ma io a volte ho mendicato un tuo sorriso e tu non hai avuto la capacità di capire un desiderio così piccolo. A volte mi sarebbe bastato che tu mi chiedessi quanto zucchero volevo nel caffè. C’è solo il tuo progetto nella tua vita, Riccardo. Solo il tuo lavoro nella tua vita, solo la tua vita nella tua vita> parlavo mentre mi muovevo a scatti nella sua camera. Stavo cercando i miei pezzi. Il telefono, l’anello, la borsa, il cervello, la rabbia, pezzi remoti di affetto. Non volevo dimenticare nulla in quella casa.

Lui era a letto ed i miei movimenti lo obbligavano a girare la testa come se stesse seguendo una partita di tennis. Una partita di tennis che vedeva il suo tennista preferito prendere una sonora lezione da uno sconosciuto.

<E ieri notte?> Ultimo, disperato, patetico, molesto tentativo destinato a fallire.

<Ieri notte cosa?> Non volevo sentire la frase che ero sicuro avrebbe detto.

<Ieri notte abbiamo fatto l’amore, ci siamo cercati> mamma mia come mi fai incazzare Riccardo!

<Mettiamola così. Se preferisci pensare che io sia cambiata stanotte mentre dormivo, se questo pensiero ti è di qualche conforto, pensalo pure. Se vuoi il mio ultimo consiglio ti suggerirei di guardarti un po’ indietro e, se ci riesci, di guardare cosa è stata la nostra relazione. Già chiamarla ‘nostra’ mi sembra buffo. Ti consiglierei di pensare a tutte le volte che non mi hai chiesto ‘Come è andata al lavoro?’ quando venivo a trovarti la sera oppure a tutte le volte in cui mi hai fatto un complimento. Uno qualsiasi Riccardo, un complimento qualsiasi. Eppure lo sai che non sono vanitosa, che non ci tengo. Però mi avrebbe fatto bene per una volta capire che ti stavi rivolgendo a me. Un complimento Riccardo, un solo merdosissimo complimento del cazzo. Uno solo!> Avevo alzato il tono della voce ed ero molto pentita di averlo fatto <uno solo> ripetei sussurrando <scusa lo sfogo... voglio andarmene>

Uscii senza sentire il suo rumore. Scesi a piedi i sei piani di scale. Non avevo nessuna intenzione di aspettare l’ascensore al suo pianerottolo, di rimanere ancora nel suo spazio. Al quinto piano ripensai a quanto piansi nella sua cucina il giorno in cui litigai a morte con mia mamma e la mortificai con delle cattiverie immeritate mentre lui peggiorava come uomo incollandosi nel cervello brandelli di televisione. Al quarto piano realizzai che Riccardo si era sorpreso per il mio comportamento, come era possibile che non avesse avuto il minimo dubbio che mi stessi stancando di essere un nulla nella sua esistenza? Al terzo piano iniziai a sentirmi meglio e respirai, avevo la sensazione che stavo dimenticando qualcosa di bello. Al secondo il mio viso si distese e avrei giurato che quella smorfia disegnata dalla bocca e dalle guance potesse sbocciare in un sorriso. Appena fuori dal suo palazzo ne fui convinta: era un sorriso e Paolo lo aveva ispirato. Paolo mi aveva chiamato.

Beh posso chiamarlo da casa, pensai immediatamente. Presi il telefonino in mano e cercai tra le ultime chiamate ricevute, così… solo per guardare il suo numero di telefono. Era un bel numero. Sorrisi alla mia stupidaggine.

Tornata a casa andai subito in cucina per farmi un caffè. Volevo godermi un altro po’ l’attesa prima di richiamarlo. Aveva una buon feeling con me stessa.

In cucina incontrai, sotto una montagna di capelli arruffati e spettinati, quello che restava di Manuel.

<Ehi Playboy, che è successo? Nottataccia, eh?>

<Simpatiche le tue amiche. Ne hai altre da presentarmi?> Spostò solo il sopracciglio e abbandonò lo sguardo dalla sua tazzona di latte per osservarmi. <Tu piuttosto… sei uscita presto stamattina…> continuò.

<Che fai? Mi controlli?>

<Figurati…> finì il suo latte, si alzò, mise la sua tazza nel lavello e, pieno di orgoglio per aver contribuito al menage casalingo, si diresse verso il bagno.

<Ah…> si fermò sulla porta. <il tipo di ieri è pazzo di te. Te ne sei accorta, no?>

<Quale tipo?>

<Come quale tipo. Quello di ieri sera, il padrone di casa>

<Ma che dici?>

<Io spero per te che tu te ne sia accorta se no sei combinata proprio male. E’ cotto al tegamino. Che ci troverà in te poi…> scherzò e schizzò verso il bagno.

Iniziai a riflettere. Effettivamente la sera prima avevamo chiacchierato e lui mi aveva invitato a cena. In più stamattina mi aveva anche chiamata ed ora stava aspettando la mia telefonata.

Che aspetti un altro pochino, dissi tra le labbra.

Però pensare che è pazzo di me.... Certo mio cugino sembrava saperla più lunga di me su come ragionano gli uomini.

Chiamai Elena, volevo sentire qualcosa ma non sapevo bene che cosa.

<Ti volevo ringraziare per esserti presa cura di mio cugino. Spero che la cosa non ti abbia seccato più di tanto>

<Se non ci aiutiamo tra amiche, Franceschina>

<Già, come è andata?>

<Bene…> si fermò.

<Bene come? Quando? Quanto? Raccontami qualcosa…> credevo di essere curiosa.

<Sono un po’ in imbarazzo. Del resto si tratta di tuo cugino… come posso raccontarti come è andata?> era sinceramente imbarazzata.

Forse aveva ragione. Io non volevo sapere i particolari, affari loro. Ora che Elena mi aveva fatto pensare, ero imbarazzata anche io. Cambiai immediatamente argomento.

<Mi ha chiamato Paolo stamattina. Non sai che scena, ero da Riccardo>

<Oddio, immagino lui come ci sia rimasto male> Elena si incuriosì subito.

<Si, si è innervosito. Ma ho attaccato subito. Lo dovrei richiamare> silenzio. <Gli hai dato tu il mio numero, vero?>

<Si, ho fatto male?> si difese Elena.

<Beh no… è simpatico Paolo>

<Si, è simpatico. Come lo trovi? Carino?>

<Beh si. E’ gentile, ospitale>

<Franceschina… Anche mio zio Gianni è gentile ed ospitale… Vuoi che do il tuo numero di telefono anche a Zio Gianni?>

<Dai scema… è carino>

<E perché non ci pensi?>

<A cosa dovrei pensare?>

<Se ti piace veramente, a come stareste insieme, ad avere una relazione normale: un uomo e una donna che stanno insieme perché si piacciono. Pensa… la rivincita della normalità>

<Io non credo che lui sia così interessato…> dissi questa frase con il chiaro intento di sentirmi dire il contrario: “Ma no Francesca, ma cosa dici? Ma guarda che tu gli piaci molto. Me lo ha detto lui…”. Ecco cosa volevo sentir dire. Ecco perché l’avevo chiamata.

<Io non lo so quanto è interessato. Ti ha chiamato, no? Uno più uno fa ancora due? Richiamalo e scoprilo>

<Lo chiamerò. Tu che fai?>

<Sono arrivata da mia mamma. Mangio qui. Stasera casetta e video-cassetta>

<Magari ci sentiamo dopo. Ciao>

<Francesca…>

<Dimmi>

<Non voglio fare la tua sorella maggiore, fai quello che ti pare. Però Paolo è un mio amico ed io gli voglio bene. Se non ti interessa cerca di essere chiara dall’inizio>

<Va bene… certo…>

<Ciao>

Mi domandai perché mi aveva specificato quelle cose. Evidentemente anche lei, come mio cugino, pensava che io piacessi a Paolo. Effettivamente quella sembrava la cosa più probabile visto che mi aveva chiamato ma, come spesso accade, quando sembrerebbe che piacciamo a qualcuno immaginiamo sempre che potrebbe non essere vero, mentre quando ci piace qualcuno che non ricambia interpretiamo ogni suo gesto come un interesse nei nostri confronti. La mente delle donne è strana, è proprio strana. I maschi sono più semplici. Sono più elementari. Uno più uno faceva due.

mercoledì, 30 luglio 2008

Capitoli 7 e 8

Da spettatore ad attore

La serata era piacevole per tutti i miei ospiti, si stavano divertendo. Io invece avevo l’ansia di dover essere brillante e di controllare continuamente i risultati guardando di sottecchi Francesca. Era sempre più complicato osservarla senza farsi notare. Avevo la netta sensazione che tutti mi stessero guardando. Tutti meno Francesca ovviamente. Lei sembrava completamente a suo agio e mi aveva rivolto la parola solo per dirmi “grazie” quando le avevo versato del vino. Mi aveva ringraziato diverse volte. Francesca apprezzava il vino rosso, non avevo dubbi. Iniziai ad essere sempre meno presente nella discussione. Quella che doveva essere la mia serata da protagonista per il momento mi vedeva spettatore. Se ci fosse stato un altro obiettivo avrei fatto lo scemo del villaggio, ballato sul tavolino e raccontato mille aneddoti. Invece ero lì dubbioso su tutto. Ogni cosa mi sembrava inappropriata. Lei era entrata in grande confidenza con tutti soprattutto con Marco, come prevedibile. I suoi tentativi di metterla a disagio si erano arenati contro lo spirito battagliero di Francesca. Sembrava governare completamente la situazione. Io mi limitavo ad ascoltarla. Visto che ormai era diventata l’ombelico della serata non dovevo più stirarmi il collo per regalarmi il suo viso. E’ normale guardare chi sta parlando no? Lei parlava, parlava tantissimo. Era incantevole! Ero veramente rapito. Devo dire che è stato amore a primo udito. Difficilmente avevo sentito qualcuno parlare con tanta disinvoltura. I suoi racconti erano delle piece teatrali. Recitava. Le sue parole non andavano ascoltate ma viste.

Parlavano di tutto e quindi, come capita sempre se in uno stesso ambiente ci sono dei ragazzi e delle ragazze, parlavano di relazioni. Tra un po’ sarebbe toccato al sesso. In viaggio si parla di cacca. In ufficio si parla delle vacanze.

Marco era il più accanito.

<…ragazzi, dite quello che volete. Se non ci si sposa più la colpa è delle donne. Il resto è indifendibile> Marco non si poteva più frenare. Tremavo. <Volete lavorare, fare carriera, guadagnare l’indipendenza. Fanciulle… tutto questo è incompatibile con la famiglia>

<Tu dici? Facciamo questo piccolo esercizio. E’ solo un gioco ovviamente> mi aspettavo una replica di Francesca <Ecco per te: ‘Isa la casalinga’> disse strizzando l’occhio alla nuova amica. <E’ una brava ragazza, ventisette anni, è bravissima ai fornelli ed è proverbiale il suo pollo alla cacciatora. Sa dove comprare le uova fresche, stira, lava, asciuga e la sera ascolta con amore i tuoi avventurosi racconti sulla giornata in ufficio e di come sei riuscito a far funzionare una fotocopiatrice inceppata. Il suo eroe. La cena è servita in dieci minuti dal tuo arrivo in casa. Non è male fisicamente però un po’ si trascura ed ha il sedere non proprio “allenato”. Ambizioni? Un figlio maschio ed una figlia femmina. Ed ora ecco per te: ‘Elena la manager’. E’ definibile come una stronzetta. Non sa stirare, ha fatto un corso di cucina giapponese ma per lo più mangia carote e finocchi. Lavora in una Banca d’Affari, e la sua pausa pranzo la passa a sudare in palestra. Ha il fisico tosto e tirato. Nella sua libreria non mancano libri di autoanalisi ed il cult ‘l’Intelligenza emotiva’. La sera torna a casa spesso dopo di te ma non le mancano mai le energie per passarti a prendere sulla sua BMW Cabrio ed andare all’inaugurazione di una mostra di un “fantastico pittore post -atomico ucraino, divino!”. Tu, dimmi la verità, chi ti sposi?>

<La casalinga, non c’è dubbio>

<Ok, ti voglio credere, e sto facendo uno sforzo. E quanto tempo passa prima che la tradisci con Elena la manager?>

<Dai Marco, ha ragione. Tutti gli uomini ormai preferirebbero la manager> Michele.

<Prima non c’erano le Elene ed a noi andavano benissimo le Ise> Il contributo di Max

<Eppoi hai disegnato la manager come un caso limite> la replica di Marco.

<E’ qui che ti sbagli> intervenne Elena, quella vera, quella che vuole una famiglia ma non rinuncia alla sua indipendenza. <Non è un caso estremo più di quanto non lo sia la casalinga. Anzi ci sono molte più manager che casalinghe>

<Ma non si può avere una via di mezzo?> chiese speranzoso Max. Il vino era diventato il protagonista. Parole in libertà che condivano idee poco chiare.

Tutti erano ormai coinvolti. Io onestamente non riuscivo ad appassionarmi. In situazioni normali avrei illuminato la scena dispensando la mia saggezza ma, devo ammettere, non era una situazione normale. Aprii un’altra bottiglia e la cosa fu molto apprezzata.

La mia solita gentilezza, il suo solito grazie.

<… prendi Paolo, con la sua vita del cavolo. Ma dove la mette una manager? Lui sta sempre fuori, lei pensa alla carriera… ma quando si vedono? In sala riunioni durante uno steering committee? Ma che storia hanno?> Marco non voleva arrendersi.

<Io non so Paolo dove possa mettere una manager. Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato il cambiamento del nostro ruolo, io sto dicendo che voi vi lamentate ma poi cercate una donna rampante. Le casalinghe sono rimaste solo nei vostri sogni erotici, a patto che siano sporche di farina e sposate con qualcun altro> mi guardò, forse per la prima volta mi guardò. Senza trasmettere niente, mi guardò e basta. Come se volesse capire qualcosa.

<Ma tu cosa vuoi? Che uomo cerchi?> Marco mi guardò.

Ora si che si parla di cose interessanti. Lasciamo perdere per stasera i discorsi sui grandi cambiamenti sociali. Parliamo di Francesca, cosa vuole?

<Domanda interessante> Manuel esternò anche il mio pensiero.

<Io sto cercando un uomo, punto e basta! Un uomo che sia uomo; fidatevi… ce ne sono pochi>

<Brava Francesca> la incoraggiò Elena. <Ormai vi basta uscire dalla casa paterna e vi sentite addosso tutte le responsabilità del mondo. Per due spaghetti che avete imparato a cucinare vi sentite tanti Tarzan metropolitani. Così continuate a fare i bambini convinti di essere cresciuti>

<Ma noi siamo cresciuti, hai visto Paolino che cenetta ti ha tirato fuori? Senza l’aiuto di mamma?> I maschietti erano un po’ in difficoltà e cercavano di buttarla sullo scherzo.

<Se è per questo posso garantire che cucina molto meglio di me> Isa raccolse subito l’invito alla goliardia. Quando hai un po’ bevuto i discorsi troppo seri ti mettono in difficoltà.

<Io questo non posso dirlo, però mi sembra che non vi siete fatti mancare niente, eh?> Intervenne Manuel guardando i cadaveri sul tavolo.

<E’ un peccato che non siete venuti a cena> cinguettò Elena. <Dove avete mangiato?>

<A casa, davanti alla TV> rispose Manuel accorgendosi della mia amica.

<Io volevo andare a cena fuori ma poi si è messo a vedere la partita> Francesca parlò a bassa voce, quasi per scusarsi. Che eleganza!

<Possiamo andare domani sera a mangiare fuori. Quanto ti fermi a Roma?> Il vino aveva regalato a Elena un coraggio inaspettato.

<Riparto mercoledì. Martedì ho un concorso alla Consob>

<Allora domani è perfetto>

<Si certo, perfetto>

Alla grande Elena. Aveva fatto in un secondo quello che io avrei voluto fare da tutta la sera. Invece ero ancora li, accomodato in platea davanti ad uno spettacolo che avrei voluto diverso.

Mi venne in soccorso la vorace golosità di Marco.

<Paolino, i dolcetti milanesi? Quei cioccolatini con cui ogni tanto ci delizi? E tirali fuori, oggi è un grande giorno!> Ma perché è così scemo?

Li offrii a tutti.

Ancora una gentilezza, ancora un grazie. Mi riaccomodai in poltrona per lo spettacolo, fila B, posto 34.

<Buoni, li prendi a Milano?> Una musica con del fastidioso rumore intorno.

<Ehm… si, c’è una pasticceria vicino l’ufficio dove lavoro nella quale investo molta parte del mio stipendio> la mia testa fu attratta verso il centro dell’universo.

<Sono molto buoni>

<Grazie> ah Paolo….! Ma che razza di risposta è ‘Grazie’? Mica li hai fatti tu. Ma vuoi dire qualcosa di interessante. Minchia che scemo che sei. Ora…, devi affondare il colpo ora!

<Se mi dici quando è il tuo compleanno te ne regalo una scatola> che cazzata… meglio che niente. O forse meglio niente?

<Il diciassette Novembre> rispose.

<Peccato, passato da poco. Dovrai aspettare un bel po’ per i cioccolatini> ancora questo fastidioso rumore intorno a me. Quanta gente. Andate via.

<Meglio così, in ogni caso ti avrei chiesto di non regalarmeli, mi sarei finita la scatola in una serata!>

<Ma figurati…, non mi sembra che tu abbia problemi di linea> ma una conversazione un po’ più brillante?

<Beh bisogna sempre stare un po’ attenti, no?>

<Quindi non posso invitarti a cena fuori?> Era fatta, avevo osato. Ero andato nel terreno da dove non si torna indietro. Passò un secondo, forse due prima della sua risposta. Sembrò un secolo, il tempo era dilatato. Nel frattempo il resto dei presenti continuavano a vivere il loro mondo, diverso dal nostro, credo. Sicuramente diverso dal mio. Secondo me Einstein ha vissuto una situazione come quella che sto raccontando quando ha elaborato la teoria della relatività assoluta. Io non sono un esperto ed ancora una volta non riuscirò a renderla comprensibile ma, in maniera molto elementare, quello che ho capito è che la teoria si basa sul concetto che due sistemi non solidali sono regolati da regole diverse e quindi anche lo scambio è molto complicato. Il tempo, lo spazio, le forze, è tutto diverso. Per me era proprio così. Il sistema mio e di Francesca era completamente distinto dal sistema degli altri. Altra velocità, altra gravitazione. Il tempo scorreva più lentamente, l’energia prodotta decisamente maggiore. Quindi loro, gli altri, non c’erano. Erano solo delle onde fastidiose. La massa di Francesca mi attraeva completamente e mi allontanavo da tutti gli altri. Eravamo una galassia ed io ero così felice di essere il pianeta di una stella così bella. I miei pensieri la stavano corteggiando. Speravo che lei lo sentisse…

<Magari una sera organizziamo con Elena>

Speranza vana. Non aveva sentito i miei pensieri o forse li aveva sentiti ed aveva buttato la palla in calcio d’angolo. E che cavolo… anche dal calcio d’angolo si può segnare un gol.

<Si certo, magari una sera organizziamo con Elena, intanto ti sto invitando a cena, senza Elena. Se non vuoi venire devi dire “No Paolo, non voglio venire a cena con te”> la palla è nuovamente nel suo campo. Ora mi sentivo quasi più tranquillo. “In campo abbiamo dato il massimo. Sono contento della mia prestazione ed anche il Mister ci ha fatto i complimenti negli spogliatoi “.

<Non voglio dirti no e non voglio dirti si. Mi sembra che tu corri un po’ troppo>

“Ehi capitano, qualcuno sta entrando nel nostro campo gravitazionale, potrebbe esserci una collisione. Ci stanno attaccando, ci stanno attaccando!”.

<Paolino, un altro bel caffè?> Max l’invasore.

<Max, sono 5 anni che vieni in questa casa. Vuoi il permesso oppure le istruzioni?>

<Nervosetto, eh?>

<Scusami. Chi vuole un caffè?>

Solita gentilezza ma senza il solito grazie.

<Una grappa secca per me. E il conto> Michele aveva voglia di scherzare. Quando andai in cucina realizzai che anche io avevo voglia di scherzare. Ero da solo per qualche secondo e poteva gustarmi le battute che avevo scambiato con Francesca. Quattro frasi al massimo, meno di cento parole. Per me quello fu il nostro primo incontro.

Mentre chiudevo la macchinetta del caffè arrivò.

<Vai forte ragazzo!>

<Beh anche tu non vai male mi sembra. Già gli hai fatto sentire il profumo? Elena, è un pupo>

<Macché pupo e pupo. Ma hai visto che spalle?>

Ma Elena non era li per parlare delle spalle di uno sconosciuto ma per parlare del cuore di una persona che conosceva molto bene.

<Perché ho la sensazione che tu sia felice?> mi chiese Elena.

<Beh, è una bella serata, no?>

<Vuoi giocare con me?> Mi chiese con tono di sfida.

<Mhmmm, che gioco vuoi fare maialina?> Avevo voglia di scherzare con Elena come facciamo spesso. Mi distendeva. Con lei ero me stesso, quasi come con i miei amici. Un po’ di relax prima di scendere nuovamente in campo. Non ero andato negli spogliatoi in vantaggio ma dopo aver subito per buona parte della gara ora stavo imponendo il mio gioco a centrocampo.

<Un mio amico della palestra mi ha chiesto se gli presento Francesca. Ti dispiace> brava Elena, mi hai fregato. Brava davvero.

<Lo sai. Mi conosci> non potevo e non volevo rischiare.

<E allora perché non me lo dici? Siamo amici anche per questo sai?>

Forse aveva ragione. Anzi no, non aveva ragione. Io non parlo molto del mio intimo se si deve parlare seriamente. Finché si scherza va tutto bene ma quando si parla seriamente come voleva parlare Elena la situazione mi imbarazza, devo avere tempo. Non posso parlare dei miei sentimenti in tre minuti, in piedi in cucina mentre faccio il caffè.

<Sai anche perché non te lo dico. Mi conosci>

<Comunque, anche se sei una merdina secca, sarei contenta per voi. Si vede che ti piace> uscì dalla cucina, poi si riaffacciò dalla porta e disse: <E secondo me tu piaci a lei. Ciao ciao>

Era finito l’intervallo, dovevo tornare a giocare.

Mi sedetti ancora vicino a Francesca, quel posto che i miei compagni di squadra avevano lasciato ovviamente libero. Aspettai che ricominciò una conversazione qualsiasi. Aspettai di ristabilire un ordine cosmico tra i due universi. Michele e Max sono maestri in questo. Sanno allontanare le persone. Elena stava continuando e misurare la larghezza delle spalle di Manuel. Grande Elena.

Forza, ricominciamo a testa bassa, facciamo nostra la partita.

<Che musica vuoi ascoltare?>

<Che cosa hai?>

<Tutto. Tutti i generi di musica. Magari mi manca “Il Flauto Magico” suonato dalla Bayreuth Philormonic ma credo di poter esaudire i tuoi desideri>

<Io ho molti desideri…> interpretai in maniera maliziosa queste parole ma non ebbi il coraggio di affondare il colpo.

<Ed io tanta generosità. Iniziamo dalla musica che vuoi sentire?>

<Sting>

<E Sting sia. Primo desiderio esaudito>

Scelsi un po’ di brani di Sting in MP3. Anche a me piace Sting.

<Che fai nella vita, Francesca?> Mi stavo proprio rilassando.

<Lavoro in un’agenzia di pubblicità>

<Ti piace? Intendo dire è il lavoro per il quale puoi dire: ‘Non avrei potuto fare altro nella vita’?>

<Bella domanda, non so. Lo faccio da quando ho vent’anni e mi soddisfa. Guadagno facendo un lavoro che mi piace. Ho del tempo libero a disposizione. Mi sento molto fortunata. Tu?>

<Lavoro per una società di consulenza>

<Questo lo so. Puoi dire ‘Non avrei potuto fare altro nella vita’?>

Sapeva che lavoro facevo. Io non glielo avevo detto. Si era informata? Non feci in tempo a completare questi pensieri che subimmo un altro attacco. Un altro attacco dall’universo parallelo.

<Francesca, che intenzioni abbiamo?> L’attacco stavolta era stato portato da Manuel. Guardai Elena con sguardo supplicante ma fu inutile.

<Sigaretta e andiamo? Sei stanco?>

<Sigaretta e andiamo. Ok>

Mi rimanevano tra i sei ed i sette minuti. Dovevo sbrigarmi altrimenti non me la sarei mai perdonata. Francesca si alzò per prendere le sigarette e si fermò a parlare con Isa, dall’altra parte della stanza. Cercai di disegnarmi una faccia normale ma non credo che ottenni risultati soddisfacenti. Conversai svogliatamente con Michele e Max poi il suono terribile della frase: “Noi andiamo”.

<Scendo con voi> dissero Elena e Isa quasi all’unisono. Andarono a prendere i cappotti ed io osservavo la mio Waterloo quasi pietrificato. Francesca salutò tutti con un bacio. Io mi avvicinai alla porta e l’aprii. Manuel mi diede una vigorosa stretta di mano ed uscì subito seguito da Isa ed Elena. Aiutai Francesca a mettere il cappotto.

<Spero di rivederti presto> ma che saluto è? Mica stai salutando la zia! Com’era lontano il Paolo sicuro che l’aveva invitata a cena.

<Ciao, grazie> le chiusi rapidamente la porta in faccia. Non volevo girarmi di fronte ai miei severissimi giurati.

<A Richard Gere… l’hai proprio conquistata eh? Ma che gli fai alle donne Paolino?> Max non aspettò un secondo.

<Una disfatta> Il mio esordio.

<Niente, niente? Neanche un appuntamento per un cinemino>

<Una disfatta> ripetei sconsolato.

<Secondo me ti sei comportato bene. Carino, educato…> guardai Michele ringraziandolo.

<Si, si, fai conto che già c’è cascata… ma lasciala perdere quella stronza… non mi piace, quei tipi come quella là... che è una che ha l’aria da educanda che vuole che appare una brava ragazza. Poi appena trovo uno bello fuori dal giro vedi come ci va al cinema e dopo-cinema. Io le conosco le ragazze di quel tipo, tutte uguali quel tipo di stronze> I ragionamenti di Marco non erano più da prendere in nessuna considerazione, le parole che li descrivevano del tutto sconnesse. Suonò il citofono. Era Francesca. Dopo cinquantatre minuti suonò la porta. O forse dopo 12 secondi? Non saprei.

<Ho lasciato la sciarpa sul tuo letto> mi scansai dall’uscio senza dire una parola. Mi passò accanto strusciandomi, molecole del suo profumo mi inondarono. I ragazzi la fissarono e lei se ne accorse. Camminò a testa bassa e scomparve dietro il corridoio per andare in camera da letto.

Ero ancora appoggiato alla porta quando tornò. Le aprii la porta.

<Speravo di rivederti ma non potevo sperare che sarebbe stato così presto> le dissi. Si voltò e sorrise mentre stava già scendendo la prima rampa di scale.

<Francesca…> la chiamai. Mi guardò esortandomi a parlare.

<Vorrei proprio rivederti, davvero> non so che tono usai. Forse di supplica, forse un invito.

<Troverai il modo. Mi aspettano, ciao> oh si che lo troverò il modo, ci puoi giurare.

Mi sentivo un po’ meno sconfitto. Sospirai e chiusi la porta.

<Invece secondo me è carina> disse Michele <Marco, il tuo problema e che ficchi le ragazze sempre dentro lo stesso stereotipo. Hai mai avuto il sospetto che una ragazza che non te l’ha data non sia una stronza?> Sapeva quello che volevo sentir dire.

Purtroppo però non gli stavo prestando molta attenzione. Potevano parlare per ore, bene o male non aveva importanza. Non avrei mai cambiato idea su quello che pensavo di Francesca. Vivevo ormai la classica situazione in cui per cambiare opinione devi subire qualcosa di sgradevole. Non sono sufficienti le parole. Ancora una volta, non mi sarei fidato delle parole. A me Francesca piaceva, piaceva tantissimo. Era nella mia testa come non c’era mai stata nessun’altra. Ed avevo una voglia incredibile di ospitarla anche nel mio cuore.

<Francesca ha il lucchetto giusto per la tua catena!> Max aveva rappresentato una delle nostre paure. Stava esorcizzando un pericolo. Mi conosceva perfettamente ed aveva intuito le mie vibrazioni.

I ragazzi continuarono a parlare. Dopo una mezz’ora li cacciai di casa. Volevo rivedere mentalmente il film della serata, interpretarlo. Avevo vissuto una serata di picchi e valli. Andai a letto su un picco con ancora il profumo di Francesca a darmi la buona notte.

Buona notte anche a te, Francesca.

 

 

La sciarpa dimenticata

Gli amici di Paolo erano simpatici. Credo che stessero cercando di mettermi a mio agio, ognuno a suo modo. Marco, era il più estroverso ed aveva molta voglia di scherzare. Io stavo allo scherzo ma ero sempre molto attenta a non esagerare. Il mio carattere non mi consente di essere molto aperta. La situazione però era piacevole, se non ci fosse stato Paolo mi sarei anche divertita. Paolo lo vedevo un pò come un giudice. Osservava la serata con una calma olimpica e sembrava manovrarci a suo piacimento. Del resto giocava in casa, aveva un gran vantaggio. Parlammo di molte cose, in libertà.

Certo che sono tutti simili i ragionamenti dei maschietti! Stessi percorsi mentali. Stessi labirinti le cui strade sono i loro pensieri tutti uguali. Ripetono le stesse cose senza nessun approfondimento. Trovo che siano di una superficialità disarmante. Ci accusano di essere complicate e si vantano di ragionare in maniera semplice, elementare. Io trovo che invece sono semplici ed elementari ma senza ragionare. E in quel periodo lo pensavo ancora più che adesso. Non avevo nessuna stima del genere maschile. Sentivo di avere un gran bisogno di egoismo. Riccardo mi aveva davvero prosciugata ed aveva creato una corazza intorno al mio cuore che poteva essere scalfita ma non perforata, ora vedevo intorno a me solo nemici. Anche Paolo. Eppure Paolo era qualcosa di diverso. Certo anche lui aveva i tipici atteggiamenti da super uomo, anche lui era sicuro e spavaldo. Però aveva, nei suoi occhi marroni, uno sguardo tenero. Uno sguardo che peraltro non si degnava mai di posare su di me. Ed io mi guardavo bene dal posare il mio su di lui. Non volevo assolutamente che si accorgesse del mio nascente interesse verso di lui.

Paolo aveva una bella casa, arredata in maniera essenziale, come piace a me. La sua stanza da letto, che avevo visto di sfuggita mentre posavo il cappotto, aveva solo un grande letto ed un mobile con uno specchio. Poche caratteristiche: una carta del mondo, una madonnina di ceramica appesa accanto alla finestra ed una candela mezza consumata su un comodino di legno e metallo. Il salotto aveva una bella luce calda, concentrata. Alle pareti qualche quadro, nell’insieme non erano armoniosi, anzi avrei detto che sulle pareti c’era un po’ di confusione. Forse la notavo solo io perché la confusione era ben presente anche nella mia testa. Non riuscivo ad esprimere me stessa come avrei voluto. Già… come avrei voluto? Abbiamo sempre il desiderio di apparire migliori. Io nel mio intimo mi piaccio. Penso di essere una bella persona eppure quando ho un interesse perdo tutta la mia sicurezza. Avevo paura di apparire sbagliata. Anche quella sera, parlando, mi sentivo o troppo severa o troppo accondiscendente. A volte normale, mediocre, ordinaria.

Per mettere le mani da qualche parte bevevo al di la della mia media. Fumai anche un po’ di marijuana. Si dice che la marijuana renda più disinibiti. Non ne sono così convinta. Secondo me accentua le nostre sensazioni. Se siamo sicure diventiamo ancora più sicure, se siamo barcollanti il nostro equilibrio diventa ancora più instabile.

Io ero barcollante con Paolo e sicura con tutti gli altri. In realtà parlavo con tutti tranne che con lui stando però ben attenta ad intuire se ascoltava le mie parole, se le condivideva oppure le contestava.

Mi sorprendevo a fare dei pensieri stravaganti. Come ci starei in questa casa? Cosa cambierei? Cosa cambierei?

Avevo pensato a cosa avrei cambiato. Forse ho la fissa di voler cambiare in continuazione qualcosa o qualcuno. Sono presuntuosa.

Paolo mi versò del vino ed avrei voluto ringraziarlo con il mio sorriso più bello. Credo invece che il mio grazie avesse un tono baritonale. Non alzai neanche lo sguardo.

Ero un po’ seccata con me stessa. Le mie due anime stavano litigando proprio li, davanti a tutti, a casa di un ragazzo che conoscevo poco e già mi piaceva molto, almeno questo era ciò che credevo. La mia anima romantica stava aspettando che il mio cavaliere mi venisse a rapire su un bianco destriero, o per lo meno che mi degnasse di una sillaba. La mia anima anti-conformista mi esortava a prenderlo per un braccio, spingerlo in cucina e baciarlo con passione. Avevo voglia di eccitarmi.

Ormai era una guerra senza esclusione di colpi tra le due contendenti. Gong, Schivato, uno-due al corpo, finta a destra e gancio sinistro. L’anima romantica era al tappetto ed io affondai il colpo.

<Buoni, li prendi a Milano?>

Mi rispose subito, con prontezza. In un secondo abbiamo iniziato a parlare. Anche lui mi sembrava avesse voglia di parlare. Mi propose gentilmente di regalarmi dei cioccolatini buonissimi che stavamo mangiando.

<Beh bisogna sempre stare un po’ attenti, no?> Risposi. Ma che sto dicendo? Sembro una di quelle pazze che vivono di insalate e mele. Manca solo che gli chiedo se mi vuole tutta ciccia e brufoli.

Aveva una bella voce.

Ad un certo punto mi invitò a cena fuori! Non sapevo cosa fare, cosa dire, come respirare, dove guardare, come, dove e cosa vivere. Ero in imbarazzo totale. Avrei voluto consultare un manuale per capirci qualcosa. Io volevo andarci a cena fuori con Paolo, cavoli se volevo andarci ma non potevo mica dire si. Se avessi detto di si poteva immaginare che volevo andare a cena con lui. Ero alquanto confusa.

<Magari una sera organizziamo con Elena> ma cosa dici? Che c’entra Elena? Ma che mi serve l’amichetta con cui andare in bagno. Mamma mia quanto sei stupida Franceschina mia.

<Si certo, magari una sera organizziamo con Elena, intanto ti sto invitando a cena, senza Elena. Se non vuoi venire devi dire ‘No Paolo, non voglio venire a cena con te’> ovvio, ha ragione. La mia risposta vale come un no. Come si esce da questa situazione? Aiuto, qualcuno mi aiuti.

<Non voglio dirti no e non voglio dirti si. Mi sembra che tu corra un po’ troppo> “Mi sembra che tu corri un po’ troppo”… neanche Lucia Mondella userebbe un’espressione così antica e  banale. La fiera dei modi di dire. “Eh si, mio caro, non si sa più cosa mettere in valigia, non ci sono più le mezze stagioni”.

Per mia fortuna fummo interrotti. Qualcuno chiese qualcosa a Paolo che si alzò ed andò a fare il caffè. Com’era accaduto tutto così in fretta? In pochi secondi era passato dall’addormentarsi sul divano ad un invito a cena. Ero un po’ frastornata e Paolo si sedette ancora vicino a me. Era gentile, aveva uno scopo. All’improvviso capii che lui voleva solo portarmi a letto. Non che la cosa mi sconvolgesse. Per mia fortuna il mondo è pieno di uomini che vogliono portarmi a letto però Paolo mi piaceva, aveva un bel modo di guardarmi, un bel modo di parlare. Forse aveva anche una bella testa. Avrei voluto un interesse più lungo di mezz’ora di coabitazione corporale. Aveva un modo di corteggiarmi originale, simpatico. Aggressivo ma non inopportuno. Odio le persone inopportune. La sua sicurezza mi rendeva ancora più timida. Mi divertiva parlarci. Dio che confusione che avevo in testa.

Io di solito sapevo gestire quelle situazioni a mio piacimento. Mi capitava di essere corteggiata. Ad essere onesta mi capitava quasi ad ogni festa. Ed ogni volta sapevo cosa dovevo fare. Mi piaceva? Si andava avanti, lo si faceva agitare, gli davi una speranza per poi toglierla dopo cinque minuti. Poi una chiacchiera con un’amica, una risata con un amico ed il gioco era fatto. Ti avrebbe chiesto il numero di telefono entro tre minuti. Non ti piaceva? Qualche risposta annoiata, una frase di circostanza per allontanarti e farti soccorrere da un amica e un ‘ciao ciao’ con la mano andando via. Li, a casa di Paolo, in quel salotto con i quadri disordinati non sapevo proprio cosa fare. Mio cugino mi aveva chiesto di andar via ed io, come per allungare un sogno, gli chiesi l’ultima sigaretta. Era un sogno che mi faceva paura, tanto che decisi di scappare. In realtà non credo che lo decisi, scappai e basta. Andai a parlare con Isa, anzi andai davanti ad Isa a prestargli due orecchie del tutto disinteressate.

Non credo che Paolo se ne accorse. Morto un papa se ne fa un altro, se non ero io ad accomodarmi nel suo letto nei prossimi giorni sarebbe stata qualcun’altra. Non era particolarmente bello ma aveva la convinzione che poteva portarsi a letto qualsiasi ragazza. Approfittai di un momento di buco sonoro per dare la sensazione di volermene andare. Mi seguirono Isa, Elena e ovviamente mio cugino. Ma io non me ne volevo andare. Volevo cambiare situazione, volevo cambiare scena, volevo vivere una cosa diversa ma non certo andare via.

Mi ritrovai nella camera di Paolo ad infilarmi il cappotto. Elena e Manuel stavano organizzando improbabili birre in un locale dietro casa di Paolo. Ma lui non era stanco? Vidi la mia sciarpa sul letto, in un secondo il mio cervello scrisse una sceneggiatura di una commedia romantica. Tutto comincia con lei che dimentica la sciarpa a casa sua. Lui la vede e si addormenta con la sciarpa di lei tra le mani. Il giorno lui la chiama e la sciarpa galeotta permette ai due di rivedersi e di innamorarsi. Chiaramente un bel lieto fine preceduto da un piccolo equivoco che per poco non stava per rovinare tutto. Classico schema della commedia americana.

<Spero di rivederti presto> che faccia tosta che ha. E’ carino.

<Ciao, grazie> quante volte hai detto grazie stasera? Troppe!

Giù in strada faceva freddo.

<Ma tu non avevi una sciarpa?> Chiese Manuel. L’unica occasione da quando esiste la razza umana in cui un uomo nota un particolare: una sciarpa.

<Dici? Non mi ricordo> finsi.

<Avevi una sciarpa marrone> eravamo di fronte ad un evento talmente raro che uno statistico non lo avrebbe preso neanche in considerazione scartandolo come coda.

<Ah già> odiai mio cugino.

Citofonare e risalire a casa di Paolo era l’ultima cosa che avrei voluto fare. Mi stava aspettando sulla porta, mi guardava con intensità. Per entrare lo sfiorai. Ero imbarazzata. Farfugliai qualcosa e scappai in camera da letto.

Cercai di essere più veloce possibile. Mi infilai tra lui e la porta di casa ed uscii.

<Francesca…> mi chiamò. Lo guardai sperando di sentire delle belle parole.

<Vorrei proprio rivederti, davvero> erano belle. Erano delle belle parole. Io ero contenta.

<Troverai il modo. Mi aspettano, ciao> si così, finalmente una risposta degna di me. Veloce, ficcante. Così si fa!

Scesi con una corsetta allegra i cinque piani fino giù in strada. Fuori Elena e Manuel si stavano baciando appoggiati ad una macchina. Oddio che situazione buffa. Mi veniva da ridere.

<Elena…> parlai ad alta voce.

<… c’è mio cugino di Firenze che è venuto a trovarmi. Manuel, ricordi? Io sono un po’ impegnata. Ti dispiacerebbe portarlo un po’ in giro? Sai è un bel tenebroso, potresti fare qualcosa di rivoluzionario…> strizzai l’occhio ad Elena.

<Proprio un bel barbudos…>

<Ma che state dicendo?> Era divertito il cuginetto ma che poteva capire? Come poteva entrare nei nostri ingranaggi?

<Non preoccuparti tu. Sali sulla mia ‘Granma’. Andiamo a riprenderci l’isola>

<Ma che cazzo dite?> Rise mio cugino.

<Qualsiasi cosa ci viene in testa. E tu vai tranquilla, è in ottime mani> Elena! Troppo grande, Elena!

<Lo so> le strizzai l’occhio ed andai tranquilla.

Andai tranquilla perché Paolo voleva rivedermi, davvero. Aveva proprio detto davvero. E’ un avverbio rafforzativo. Non pensavo che avrei mai apprezzato così tanto un rafforzativo. Lui avrebbe fatto qualcosa. Squillò il telefono proprio quando mi stavo gustando lo sguardo di Paolo che mi diceva che voleva proprio rivedermi. Davvero.

‘Riccardo Cell’. Leggere il suo nome sul display non modificò il mio stato d’animo.

<Sei a Capalbio?> chiesi per allontanarlo.

<No, sono rimasto a Roma>

<Come mai?> chiesi senza nessun interesse.

<Dove sei?>

<Da amici>

<Che fai?>

<Sto tornando a casa>

<Anche io. Vogliamo tornare nella stessa casa?>

<Sono un po’ stanca. Magari ci sentiamo in settimana, che ne dici?> non ero stanca.

<Sei cambiata Francesca, cos’hai?>

<Sono cambiata, l’hai detto tu>

<Non riesco a farti cambiare idea?>

<Direi di no. Ti chiamo io, ok?>

<Sei arrabbiata con me?>

Perché gli uomini pensano che se non vai a letto con loro è perché sei arrabbiata con loro? Ma che razza di presunzione è? Non sospettano che magari non abbiamo voglia? Che magari per una sera loro possano non essere una gioia ed un godimento così indispensabile per noi?

<Lo sono stata Riccardo, ora non lo sono più>

Arrivai alla macchina un po’ stralunata. Negli ultimi dieci minuti Paolo mi aveva detto che mi voleva proprio rivedere davvero, la mia migliore amica si stava baciando con il mio cuginetto ed io avevo dato buca a Riccardo senza finzioni, senza pensare che fosse la tattica giusta. Gli avevo semplicemente dato buca come avevo dato buca decine di altre volte in vita mia. Pensai che erano successe effettivamente troppe cose. Mentre guidavo pensavo che la vita è proprio bizzarra. Una sorpresa ogni cinque minuti. Valeva proprio la pena di vivere al massimo.

Parcheggiai e citofonai.

Fu una sorpresa anche per Riccardo.

lunedì, 29 ottobre 2007

Il sesso forte

Ah le donne... chi le capisce è bravo. Sarà pure ua frase poco originale però... Di sicuro vi riconosco una capacità di combattere decisamente superiore alla nostra. Ostinate. Ostinate e testarde. Ostinate, testarde e adorabili!

Antefatto: Francesca ha una crisi di "benessere" e grazie alla sua capacità di rovinare tutto litiga con Paolo. Paolo non capisce... come potrebbe?

"...Me ne andai ed un secondo dopo aver chiuso la porta iniziai a piangere a dirotto.

Ma che sto facendo? Ma perché riesco a rovinare ogni cosa? Ma cosa sto cercando? Le lacrime ebbero l’effetto di lavare la parte nera dei miei pensieri. Ora vedevo chiaramente che avevo permesso ancora una volta al mio cervello di governarmi, di dettare i miei comportamenti.  Mi odierà ed anche io mi odio. Sono una cretina… una cretina… Corsi verso la mia macchina come per allontanarmi dalla mia vergogna. (...)

Guardando il cielo la mia protezione di pietra intorno al cuore si sciolse ed allora le sue giuste parole mi penetrarono come un dardo avvelenato. E mi fecero male, un dolore fisico.

Squillò il mio telefono. Fibrillazione! E’ Paolo… che gli dico? Gli chiedo subito scusa… anzi no. Anzi si…

Era Carlo.

<Ciao, dove sei a fare danno?> Io voglio bene a Carlo ma quella volta lo odiai.

<Ciao Carlo, sono in giro, sto tornando a casa> dai Carlo, lasciami in pace, lasciami sanguinante in un angolo della strada. Se soffro sto meglio. Stronza che sono!

<Che è successo, Chicca?> Conosceva bene tutti i miei toni di voce avendomi visto piangere, ridere, cantare e battere la testa al muro.

<Niente, sono solo un po’ stanca. Ora torno a casa e mi faccio una bella doccia e mi riprendo subito>

<Quando finisci di dire cazzate mi vuoi dire che è successo?>

<Le cazzate non mi limito a dirle… le faccio anche…> credo che ricominciai a piangere, ma forse non avevo mai smesso.

<Vuoi parlarne? Vuoi che venga da te?>

<No, no davvero. Lascia perdere. Voglio stare da sola, ti prego…>

<Ok, ok. Se ti serve qualcosa, qualsiasi cosa fammi sapere>

<Grazie Carlo, scusami>

<Chicca?> Ora mi piaceva che mi chiamasse così.

<Di-mmi> singhiozzai

<Non c’è nessuna cazzata che non ha un rimedio. Chiamami quando vuoi>

<Lo so, grazie> In realtà non lo sapevo, me lo aveva spiegato lui in quel momento. Ed in quel momento capii che il mio carattere di merda per una volta avrebbe perso di fronte alla volontà del mio cuore. Tornai sui miei passi e citofonai a Paolo senza darmi il tempo di pensare a qualcosa da dirgli. Qualcosa mi inventerò, intanto andiamocelo a riprendere!

Mi aprì il portone e mi scaraventai su per le scale. Fu difficile ritrovarselo davanti. Erano passati solo cinque o dieci minuti da quando ero uscita da quella casa e sembrava passato un secolo. Sembrava che quell’ambiente avesse tutto un altro odore ed altri colori. Anche Paolo sembrava una persona diversa. Lo conoscevo da poco tempo ma non avrei mai sospettato che potesse essere freddo e cinico. Sentivo il peso della sua avversione. Ma ormai avevo deciso, non me ne sarei andata, non avrei ritirato la squadra. Avrei continuato a combattere fino a che sarei stata in grado di immaginare una vittoria. E la vittoria alla fine me la andai a prendere così come solo una donna sa fare. Con le unghie, con la forza. Quel giorno mi resi conto che noi abbiamo meno limiti degli uomini.

<Sei ancora sicuro di volerti innamorare di me?>

<No, non sono più sicuro di volermi innamorare di te, ma credo che ormai sia troppo tardi> era felice ma solo perché non sapeva che l’unica sua alternativa era innamorarsi di me. L’unica sua alternativa era quella che io gli stavo dando.

Quel giorno ebbi la dimostrazione che il sesso forte vince sempre, tranne quando gioca con noi. O contro di noi..."
postato da: fabiotestaccio alle ore 17:31 | link | commenti (15)
categorie: storia, litigio, conquista