l'altra campana

Perché dell'amore siamo tutti esperti ma nessuno ne sa nulla!

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Utente: fabiotestaccio
Scrittore volenteroso e divertito costretto a un vero lavoro per potersi permettere di bere ottimo vino.

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giovedì, 31 luglio 2008

Capitoli 9-10

Pronto, Francesca?

Mi svegliai e ritrovai nella mia mente lo stesso viso con cui mi ero addormentato. Ed era sempre più bello.

Era presto per essere domenica, non più tardi delle nove. Pioveva. Mi piace la pioggia delle domeniche d’inverno. Non era in programma nessun Gran Premio altrimenti avrei potuto chiamare Arianna. Sebbene mi stesse molto simpatica Arianna io volevo chiamare Francesca.

Stare a casa mentre fuori piove è bello. Sapevo già cosa avrei fatto: avrei chiamato Elena e le avrei chiesto il numero di Francesca. Del resto “troverai il modo” voleva dire proprio questo. Come avrei potuto fare altrimenti? Mi sentivo ottimista. Ero contento che Elena aveva intuito che mi piaceva Francesca e me ne aveva parlato, questo mi facilitava molto. Sarei stato molto in difficoltà a chiamare Elena senza nessun appiglio e di punto in bianco chiederle di Francesca. Per noi uomini è sempre complicato accettare e raccontare che ti piace una ragazza. E’ una cosa che ci portiamo dietro da quando siamo piccoli. Da quando la nostra ‘banda’ gioca a pallone oppure a fare la guerra e le bambine noiose e ‘femminucce’ ci spiano di nascosto perché sono invaghite di qualcuno. Da quando ci vergogniamo come pazzi ad ammettere che una di quelle bambine a noi, un po’ piace. Le bambine non hanno una banda di solito, i loro piani diabolici vengono condivisi in due, massimo in tre. Ed in un momento, molto prima di noi, capiscono che relazionarsi con l’altro sesso potrebbe anche essere divertente. Quello è il momento in cui noi iniziamo a perdere. Da quel momento in poi siamo più deboli, in balia delle volontà di qualcun'altra. Io infatti ero in balia di qualcun'altra. Anzi, le altre erano due.

La prima era ovviamente Francesca che mi aveva sottratto ogni pensiero e che mi saltellava in testa continuamente. Non appena mi rilassavo un attimo… oplà! Eccola di nuovo riaffacciarsi. Ci pensavo sul serio, mi piaceva sul serio. Ero sorpreso di avere un interesse così forte. Non mi succedeva da un po’. Minimo da quando avevo definitivamente sbattuto fuori dalla mia testa e dal mio cuore Livia e questo era successo circa tre anni prima, cioè circa due anni dopo esserci lasciati. Anzi, due anni dopo che lei mi aveva lasciato. Inutile dire “di comune accordo”, c’è sempre uno che decide ed uno che subisce. Magari sarebbe successo lo stesso ma l’iniziativa è sempre della persona più forte o meno innamorata, fate voi tanto più o meno è lo stesso identico concetto.

Io non dico che Livia avesse fatto male, a dir la verità non lo pensavo neanche quando mi aveva lasciato. Semplicemente lei aveva capito tutto molto prima di me. Io non l’avrei lasciata. Io credevo che in qualche maniera si poteva ancora andare avanti, e mi sbagliavo. La pigrizia non si abbina molto bene con l’amore, forse con una relazione ma non con l’amore.

Ci ho messo più di due anni a capire che mi sbagliavo. Sono stati due anni molto brutti, un periodo in cui avevo un forte senso di debolezza e in cui il mio ego era pressoché inesistente. Il mio periodo stupido. Comunque da allora non ero disponibile a nessun tipo di intromissione nel mio cuore. Ero preoccupato del fatto che il cuore mi battesse di più la domenica del derby che non durante una cena galante. Ad essere sincero, la cosa ancora più preoccupante era che non ero preoccupato. Mi sembrava tutto normale. Si, ogni tanto mi capitava di prestare qualche accappatoio, ma fondamentalmente la mia vita da solo mi piaceva tantissimo. Francesca, senza nessuno scambio particolare, la stava stravolgendo.

E’ questo l’incontro che ‘prima o poi arriva’? Trent’anni è tardi per innamorarsi?

Innamorarsi? Ma che mi stava saltando in mente?

La seconda era Elena. Per fortuna avevamo avuto quel breve scambio di battute in cucina che legittimava la mia telefonata altrimenti per me sarebbe stato impossibile.

Erano quasi le dieci quando mi alzai. Nel letto mi ero deliziato con un po’ di pensieri sparsi su come sarebbe stato bello il mio pomeriggio se avessi potuto passarlo con Francesca. Ovunque… mare, lago, città, cinema, teatro. Io volevo stare con lei ed è talmente entusiasmante fare le cose per la prima volta con chi ti piace. E’ eccitante avere insieme sensazioni nuove, emozioni simili, commentare un film, assaggiare un vino, vedere un posto per la prima volta. Io non ho mai fatto un viaggio da solo e, anche se sono tentato e credo che prima o poi mi capiterà, so già che mi mancheranno gli occhi dei miei compagni di avventure. Quegli occhi che mi fanno vedere le cose che non vedo, mi fanno assaporare i profumi che non assaporo e sentire i suoni e le musiche che non sento. Iniziai a sistemare la casa mentre l’odore del caffè mi aveva raggiunto nel salotto e Ornella Vanoni cantava “Ho sbagliato tante volte ormai, che lo so giààààà, che anche oggi quasi certamente io sto sbagliando su di teeeeee…”. A me piace sbagliare, è il sale della vita, è divertente. Non vedevo l’ora che arrivasse un’ora decente per sbagliare e chiamare Elena. Non vedevo l’ora di sbagliare e chiamare Francesca. Speravo che anche lei fosse una ‘sbagliatrice’.

Poi fu il turno di Mina. I bicchieri nel sacco, le bottiglie vicino alla pattumiera in una busta separata per la raccolta differenziata, un panno umido sul cristallo del tavolino per togliere la cenere, una spugna ruvida per togliere la chiazza rotonda lasciata dalla tazzine di caffè. “… sei grande grande grande, le mie pene non me le ricordo piùùùù…”. Accompagnai Mina cantando dentro il manico della scopa. Che bello che era il mondo nella speranza che succedesse qualcosa, nell’attesa che arrivasse il “dì di festa”. Il mio sabato del villaggio finì verso le undici, dopo una bella doccia. “… I hope you don’t mind, I hope you don’t mind, if I put this in wooooord, how wonderful life is now you’re in the woooooorld”. Quasi mi affogai ad urlare le parole di Elton John contro il telefono della doccia.

Mi asciugai e mi controllai davanti allo specchio. Ero abituato a quella vista, come apparivo non era un problema per me. Dopo aver conquistato donne oggettivamente molto più belle di quanto non lo sia io, ero arrivato alla conclusione che andavo bene così. Se sei in serata puoi conquistare chiunque, se non sei in forma mentale puoi essere scaricato anche da una prostituta alla quale hai offerto il doppio della sua tariffa normale. Le donne non sopportano la noia, per lo meno le donne che piacciono a me.

Mi misi la mia tuta da battaglia, quella che mi accompagna da sette anni e guai a chi me la tocca, e presi il telefono.

7 invio.

<Pronto?> Feci uno sforzo per associare a quel suono biascicato la voce di Elena.

<Prontissimo, dove sei? In una caverna?>

<Ma che ore sono?> domandò l’uomo di Neanderthal.

<Le undici e mezza circa> risposi sbigottito.

<Stavo ancora dormendo> sentii una voce esprimersi in tono interrogativo, non avevo capito cosa avesse detto ma… era un uomo. Era sicuramente un uomo.

<Ti ho disturbato, amore mio?>

<No, no…. scusami, ora mi sveglio e ti dico qualcosa di intelligente> Elena stava cercando di reagire.

<Non è sufficiente svegliarti, dovresti fare un paio di trapianti. Dove sei?>

<Fuori…>

<Mi stai facendo sperare che tu ti sia comportata malissimo. Dimmelo, dimmelo che ti vergogni di te stessa. Dammi questa soddisfazione>

<Ti chiamo dopo, ok?>

<Dimmi solo si o no>

<Si, certo. Perfetto>

<Grande! Sono orgoglioso di te. E come è andata? Mangiare bene, bere male>

<Dai, magari pranziamo insieme, ok? Ho una fame pazzesca, mi sembra di non mangiare da un secolo. Andiamo dallo zozzone vicino casa mia?>

<Addirittura dallo zozzone? Richiamami, ok?>

<Ok ciao. Spaghetti, maccheroni, arrosto di vitello>

<No un’ultima cosa… è lui? È spalle larghe?>

<Si certo>

<Ciao amore mio>

Elena era troppo forte. Riusciva a vivere esattamente come voleva, o quanto meno questa era l’impressione che mi dava. Magari a volte viveva in maniera discutibile ma proprio perché se ne poteva discutere non si poteva dire che fosse sbagliata in assoluto.

Elena mi richiamò dopo circa mezz’ora.

<Mangiato bene?> esordii.

<Benone. Una scorpacciata>

<Ma non è che la mia migliore amica è un grandissimo troione?>

<Punti di vista mio caro. Un discorso vecchio come la costola di Adamo. Se ad una cena conosci una straficona e te la porti a letto, hai qualcosa di cui vergognarti?>

<Non fare a me questi discorsi, schiaccia il cinque>

<Gradirei che non si sapesse in giro> mi ammonì Elena.

<Sei matta? Io non racconto le cose mie figurati se racconto le cose degli altri. Parliamo di me?>

<Ok, dimmi> cambiò tono.

<Dai sono timido, già sai tutto. Voglio il numero, voglio chiamarla>

<Non so che utilizzo vuoi fare di questa informazione ma c’è una cosa che voglio dirti>

<Dimmi Elena> che brutta sensazione. Stava per dirmi una cosa orribile su Francesca ed io non ero preparato a nulla. Quando ti aspetti che qualcuno ti dica delle cose brutte sulla persona che ti piace ed hai tempo di pensarci un po’ su, di solito capisci sempre di che si tratta, hai tempo per metabolizzare. Ma quando il tempo che ti separa dalle brutte notizie è solo quello che intercorre tra un “Dimmi Elena” e l’inizio della frase successiva, non riesci neanche a passare in rassegna tutte le possibilità. Eppure in quella frazione di secondo ti arriva il classico groppo in gola. Che non è un modo di dire, è una sensazione fisica. E’ proprio un blocco nella gola. E come quando dici che ti girano le palle, effettivamente ti fa un male boia perché le palle si spostano realmente. Oppure quando dici che ti cachi sotto dalla paura, se hai tanta paura può capitarti di non reggere. In quel momento mi venne un groppo in gola perché la malinconia che voleva a tutti i costi entrarmi dentro il cuore si scontrò subito con la gioia che ne stava uscendo e che mi aveva portato a cantare dentro il manico di una scopa.

<Ho capito che ti piace Francesca, non serve John Nash per capirlo. Neanche lei stanotte ha dormito a casa, vengo da li>

<Pazienza. Elena che ci posso fare? Non è un dramma, mica stiamo insieme> stavo mentendo, era, nei contorni del sentimento, un dramma. Il viso che mi sforzavo di ricordare prima di addormentarmi, aveva dormito con un uomo per la seconda volta in tre giorni. Un po’ troppo anche per un libertino come me, mi sentivo tradito.

<Ora io non so dove abbia dormito. Io ero a casa sua stamattina e lei non c’era. Magari si è svegliata presto ed è uscita. Però di domenica mattina… con la pioggia… fai tu>

<Mi sembra tutto chiaro Elena>

<Se è andata dove penso io è solo una cazzata di una sera, una debolezza. Anche noi donne siamo deboli ogni tanto, sai?>

<Vabbè, lasciamo perdere. Mangiamo insieme?>

<Basta mangiare> disse con tono malizioso.

<Che scema> Io e Elena non abbiamo mai fatto sesso insieme, non ci siamo mai baciati. Non abbiamo mai sospettato di poterlo fare. La nostra relazione è nata come un’amicizia e questa è una cosa strana tra un uomo ed una donna. Io credo nell’amicizia tra uomini e donne però secondo me sono rapporti che maturano nel tempo, all’inizio l’uomo di solito è spinto da un’attrazione fisica e sessuale. Poi magari questa forza si perde strada facendo e lascia il posto all’affetto. Ecco tra me ed Elena non credo ci sia mai stata nessuna pulsione sessuale. Sono contento di questo anche perché trovo che lei sia molto carina quindi non è una mancanza ‘epidermica’. E’ proprio che io e lei siamo nati amici. E’ strano ma a volte capita.

<A parte gli scherzi vado da mamma a pranzo. Non la vedo da un mesetto>

<Vergogna! Corri dalla mamma. Ci sentiamo dopo, ciao>

<Come ciao? Non vuoi il numero di Francesca?>

<No. Lasciamo perdere…>

<Come vuoi tu. Ti chiamo dopo, ciao piccolo Paolo>

<Ciao amore mio, un bacio> ero triste.

Alzai lo sguardo. Ero proprio nel centro del mio salotto. Lo stesso palcoscenico che mi aveva visto canterino e così pieno di vita solo un’ora prima, ora mi ospitava malinconicamente.

Bip Bip. Elena Nuovo Messaggio. Leggi ora? Invio.

“Non sarà mica il tono di voce del guerriero che conosco, vero? 330 -210090.”

Cazzo… di certo lei qui da sola non ci viene. Che mi mandi a cacare…!

Composi il numero senza nulla nel cervello. Riuscivo però a sentire i battiti del mio cuore. Sei squilli.

<Francesca?>

<Si, chi è?>

<Ciao, sono Paolo, ti disturbo?>

La stavo disturbando?

Ha un bel numero

Mi svegliò il rumore della pioggia. Mi sembrò subito strano perché la mia stanza è interna e non abito all’ultimo piano. Riccardo invece abita all’ultimo piano ed ha un lucernaio nel salotto proprio sotto il cielo. Ero rimasta da Riccardo. Ma come avevo potuto fare una cosa così stupida? Dovevo essere crollata dal sonno. Mi girai e lo guardai. Era veramente assurdo. Fino a tre mesi prima, un tempo infinitamente piccolo per gli affari di cuore, sarei rimasta li, appoggiata su un fianco a guardarlo dormire con un’espressione sognante ed ora ero infastidita. Infastidita con me stessa, infastidita da quel letto e dal mio mal di testa. Sembrava tardi. Riccardo aveva un viso rilassato. La sera prima avevamo fatto sesso. Io avevo fatto sesso con lui per la prima volta. E lui aveva gradito. Allora? Chi è l’animale? Lui che dice a modo suo di amarmi e scopa invece di fare l’amore o io che ci scopo ma non l’amo? I punti di vista maschili e femminili sono molto diversi a tal riguardo. In un secondo realizzai che quella sarebbe stata l’ultima volta in quella casa, in quella camera, in quel letto. Lui e tutte le sue stronzate. Lui che non c’era mai stato quando mi sarebbe bastato un sorriso ed ora era spiazzato perché la sua creatura, il suo Frankestein se ne stava andando. Ed io infatti non vedevo l’ora di andarmene. Per prima cosa volevo ficcarmi in doccia e poi scappare. Volevo insaponarmi e far scivolare dell’acqua sul mio corpo. Avrei voluto farlo senza svegliarlo. Come una gatta scivolai giù dal suo letto. Nuda e scalza mi affrettai verso il bagno. Chiusi la porta accompagnando la maniglia per fare meno rumore possibile e girai la chiave. Aprii il mobiletto del bagno e scelsi un asciugamano bianco. Entrai in doccia. Nonostante la mia fretta feci una doccia lunga. L’acqua intorno mi proteggeva da ogni attacco esterno. Mi sentivo come al riparo in una fortezza, sotto e dentro quell’acqua.

Chiusi il getto, nuda nel bagno di Riccardo, presi l’asciugamano e chiusi gli occhi. Non avevo più l’acqua a difendermi e volevo scappare al più presto, ero e mi sentivo nuda.

Mentre mi stavo asciugando sentii un suono molto familiare: la nona sinfonia di Beethoven. Il suo inno alla gioia, che paradosso! Era lo squillo del mio telefonino. Cazzo, cazzo, cazzo. Mi scaraventai in camera da letto e segui il suono per identificarlo.

<Buongiorno bambina> lo spiacevole rumore di Riccardo.

<Ciao> il mio saluto, il mio modo di dirgli “non mi rivolgere la parola che non ti sopporto”.

Non riconobbi il numero.

<Francesca?> Era una voce di un uomo.

<Si, chi è?> non vorrei sbagliarmi ma…

<Ciao, sono Paolo, ti disturbo?>

<Ehm… no, è strano…. Posso richiamarti? Questo è il tuo numero?>

<Si, è il mio numero. A dopo ciao>

<Ok scusa ciao>

<Cosa è strano?> ancora quel rumore che non meritava risposta <Cosa è strano, Francesca?> continuò.

Per farlo smettere dovevo dire qualcosa. Ormai non potevo più semplicemente vestirmi ed andarmene. <Cosa ‘cosa è strano’? Che vuoi dire?> cercai di essere banale.

<Hai detto al telefono che è strano. Cosa è strano?>

<Non ti capisco Riccardo…> dove sono le mie calze, cazzo?

<Questo posso dirlo anche io. Neanche io ti capisco più Francesca>

La mia smania di uscire da quella casa stava montando ma anche la mia furia contro di lui e le sue parole insignificanti. Avevamo parlato decine di volte e lui ora pretendeva risposte nuove a domande vecchie. Ma io non ne avevo, le mie novità non lo vedevano protagonista.

<Sei sicuro di avermi mai capito Riccardo? Di esserti mai sforzato di capirmi? Oppure in ogni momento hai sempre pensato solo a cosa farmi fare nella tua vita? Oggi l’amante, domani la cuoca, poi l’amica, poi la sorella, poi una spalla su cui piangere. Sempre rivolto a te, a te, a te. A ciò che ti serviva in ogni momento. Hai mai pensato a cosa potesse servire a me qualche volta? Guarda Riccardo… lasciamo perdere> mi stavo vestendo in fretta, odiavo i miei stivali così complicati da infilare.

<No che non lasciamo perdere. Tu non capisci che ho passato un momento delicato sul lavoro. Ho perso un grande progetto e questo influisce nella mia vita. Come puoi non comprendere una cosa così elementare?> Alzò il tono della voce, era in difficoltà. Sapeva che stavo uscendo di scena definitivamente, che era vicina la fine. Gli animali hanno questo sesto senso.

<Mi dispiace per il tuo progetto, mi dispiace per il tuo lavoro e mi dispiace per la tua vita. Ma io a volte ho mendicato un tuo sorriso e tu non hai avuto la capacità di capire un desiderio così piccolo. A volte mi sarebbe bastato che tu mi chiedessi quanto zucchero volevo nel caffè. C’è solo il tuo progetto nella tua vita, Riccardo. Solo il tuo lavoro nella tua vita, solo la tua vita nella tua vita> parlavo mentre mi muovevo a scatti nella sua camera. Stavo cercando i miei pezzi. Il telefono, l’anello, la borsa, il cervello, la rabbia, pezzi remoti di affetto. Non volevo dimenticare nulla in quella casa.

Lui era a letto ed i miei movimenti lo obbligavano a girare la testa come se stesse seguendo una partita di tennis. Una partita di tennis che vedeva il suo tennista preferito prendere una sonora lezione da uno sconosciuto.

<E ieri notte?> Ultimo, disperato, patetico, molesto tentativo destinato a fallire.

<Ieri notte cosa?> Non volevo sentire la frase che ero sicuro avrebbe detto.

<Ieri notte abbiamo fatto l’amore, ci siamo cercati> mamma mia come mi fai incazzare Riccardo!

<Mettiamola così. Se preferisci pensare che io sia cambiata stanotte mentre dormivo, se questo pensiero ti è di qualche conforto, pensalo pure. Se vuoi il mio ultimo consiglio ti suggerirei di guardarti un po’ indietro e, se ci riesci, di guardare cosa è stata la nostra relazione. Già chiamarla ‘nostra’ mi sembra buffo. Ti consiglierei di pensare a tutte le volte che non mi hai chiesto ‘Come è andata al lavoro?’ quando venivo a trovarti la sera oppure a tutte le volte in cui mi hai fatto un complimento. Uno qualsiasi Riccardo, un complimento qualsiasi. Eppure lo sai che non sono vanitosa, che non ci tengo. Però mi avrebbe fatto bene per una volta capire che ti stavi rivolgendo a me. Un complimento Riccardo, un solo merdosissimo complimento del cazzo. Uno solo!> Avevo alzato il tono della voce ed ero molto pentita di averlo fatto <uno solo> ripetei sussurrando <scusa lo sfogo... voglio andarmene>

Uscii senza sentire il suo rumore. Scesi a piedi i sei piani di scale. Non avevo nessuna intenzione di aspettare l’ascensore al suo pianerottolo, di rimanere ancora nel suo spazio. Al quinto piano ripensai a quanto piansi nella sua cucina il giorno in cui litigai a morte con mia mamma e la mortificai con delle cattiverie immeritate mentre lui peggiorava come uomo incollandosi nel cervello brandelli di televisione. Al quarto piano realizzai che Riccardo si era sorpreso per il mio comportamento, come era possibile che non avesse avuto il minimo dubbio che mi stessi stancando di essere un nulla nella sua esistenza? Al terzo piano iniziai a sentirmi meglio e respirai, avevo la sensazione che stavo dimenticando qualcosa di bello. Al secondo il mio viso si distese e avrei giurato che quella smorfia disegnata dalla bocca e dalle guance potesse sbocciare in un sorriso. Appena fuori dal suo palazzo ne fui convinta: era un sorriso e Paolo lo aveva ispirato. Paolo mi aveva chiamato.

Beh posso chiamarlo da casa, pensai immediatamente. Presi il telefonino in mano e cercai tra le ultime chiamate ricevute, così… solo per guardare il suo numero di telefono. Era un bel numero. Sorrisi alla mia stupidaggine.

Tornata a casa andai subito in cucina per farmi un caffè. Volevo godermi un altro po’ l’attesa prima di richiamarlo. Aveva una buon feeling con me stessa.

In cucina incontrai, sotto una montagna di capelli arruffati e spettinati, quello che restava di Manuel.

<Ehi Playboy, che è successo? Nottataccia, eh?>

<Simpatiche le tue amiche. Ne hai altre da presentarmi?> Spostò solo il sopracciglio e abbandonò lo sguardo dalla sua tazzona di latte per osservarmi. <Tu piuttosto… sei uscita presto stamattina…> continuò.

<Che fai? Mi controlli?>

<Figurati…> finì il suo latte, si alzò, mise la sua tazza nel lavello e, pieno di orgoglio per aver contribuito al menage casalingo, si diresse verso il bagno.

<Ah…> si fermò sulla porta. <il tipo di ieri è pazzo di te. Te ne sei accorta, no?>

<Quale tipo?>

<Come quale tipo. Quello di ieri sera, il padrone di casa>

<Ma che dici?>

<Io spero per te che tu te ne sia accorta se no sei combinata proprio male. E’ cotto al tegamino. Che ci troverà in te poi…> scherzò e schizzò verso il bagno.

Iniziai a riflettere. Effettivamente la sera prima avevamo chiacchierato e lui mi aveva invitato a cena. In più stamattina mi aveva anche chiamata ed ora stava aspettando la mia telefonata.

Che aspetti un altro pochino, dissi tra le labbra.

Però pensare che è pazzo di me.... Certo mio cugino sembrava saperla più lunga di me su come ragionano gli uomini.

Chiamai Elena, volevo sentire qualcosa ma non sapevo bene che cosa.

<Ti volevo ringraziare per esserti presa cura di mio cugino. Spero che la cosa non ti abbia seccato più di tanto>

<Se non ci aiutiamo tra amiche, Franceschina>

<Già, come è andata?>

<Bene…> si fermò.

<Bene come? Quando? Quanto? Raccontami qualcosa…> credevo di essere curiosa.

<Sono un po’ in imbarazzo. Del resto si tratta di tuo cugino… come posso raccontarti come è andata?> era sinceramente imbarazzata.

Forse aveva ragione. Io non volevo sapere i particolari, affari loro. Ora che Elena mi aveva fatto pensare, ero imbarazzata anche io. Cambiai immediatamente argomento.

<Mi ha chiamato Paolo stamattina. Non sai che scena, ero da Riccardo>

<Oddio, immagino lui come ci sia rimasto male> Elena si incuriosì subito.

<Si, si è innervosito. Ma ho attaccato subito. Lo dovrei richiamare> silenzio. <Gli hai dato tu il mio numero, vero?>

<Si, ho fatto male?> si difese Elena.

<Beh no… è simpatico Paolo>

<Si, è simpatico. Come lo trovi? Carino?>

<Beh si. E’ gentile, ospitale>

<Franceschina… Anche mio zio Gianni è gentile ed ospitale… Vuoi che do il tuo numero di telefono anche a Zio Gianni?>

<Dai scema… è carino>

<E perché non ci pensi?>

<A cosa dovrei pensare?>

<Se ti piace veramente, a come stareste insieme, ad avere una relazione normale: un uomo e una donna che stanno insieme perché si piacciono. Pensa… la rivincita della normalità>

<Io non credo che lui sia così interessato…> dissi questa frase con il chiaro intento di sentirmi dire il contrario: “Ma no Francesca, ma cosa dici? Ma guarda che tu gli piaci molto. Me lo ha detto lui…”. Ecco cosa volevo sentir dire. Ecco perché l’avevo chiamata.

<Io non lo so quanto è interessato. Ti ha chiamato, no? Uno più uno fa ancora due? Richiamalo e scoprilo>

<Lo chiamerò. Tu che fai?>

<Sono arrivata da mia mamma. Mangio qui. Stasera casetta e video-cassetta>

<Magari ci sentiamo dopo. Ciao>

<Francesca…>

<Dimmi>

<Non voglio fare la tua sorella maggiore, fai quello che ti pare. Però Paolo è un mio amico ed io gli voglio bene. Se non ti interessa cerca di essere chiara dall’inizio>

<Va bene… certo…>

<Ciao>

Mi domandai perché mi aveva specificato quelle cose. Evidentemente anche lei, come mio cugino, pensava che io piacessi a Paolo. Effettivamente quella sembrava la cosa più probabile visto che mi aveva chiamato ma, come spesso accade, quando sembrerebbe che piacciamo a qualcuno immaginiamo sempre che potrebbe non essere vero, mentre quando ci piace qualcuno che non ricambia interpretiamo ogni suo gesto come un interesse nei nostri confronti. La mente delle donne è strana, è proprio strana. I maschi sono più semplici. Sono più elementari. Uno più uno faceva due.

giovedì, 17 luglio 2008

Capitoli 3 e 4

...

Come rivederla?

Mi svegliai con la testa sotto il cuscino quasi a trattenere il mal di testa.

Minchia che pezza ieri sera, devo aver bevuto parecchio. Non ricordo tutto con lucidità. Dunque ragioniamo un po’… uhm… sono nudo. Wow, sembra un buon segno. Non ho il coraggio di girarmi. Ok, diamo un’occhiata. Uhm, bei capelli. Si, si ora ricordo tutto. Arianna. Sarebbe bello avere ancora dei dubbi, vorrebbe dire che ogni giorno mi porto a letto una ragazza diversa. Oddio… io vorrei andare a letto tutti i giorni con una ragazza diversa? Che domande strane ti fai di prima mattina… Che ore sono? Quando mi deciderò a mettere un orologio luminoso in camera da letto? Perché non ho mai comprato la sveglia che proietta l’ora sul soffitto? Perché costa uno sproposito, ecco perché. E’ una cosa immorale. E’ morale invece stare tutto nudo a letto con una ragazza con la quale hai passato più tempo a fare l’amore che a parlare?

Pensavo confusamente utilizzando solo una piccola parte dei miei neuroni, quelli più mattinieri.

I latini dicevano che la moralità è “l’agere secundum recta rationem”. Mi è sempre piaciuta questa frase perché ha una traduzione facile. Non mi aiuta però quasi mai a capire la moralità. Beh non so se Arianna avesse apprezzato la mia “recta rationem”, mi sembrava più concentrata su altre rettitudini. Sembrava, ad una prima indagine poco approfondita, che ne io ne lei fossimo molto morali. Pazienza. Il rapporto qualità/prezzo tra il piccolo rimorso che provavo ed il piacere della nottata era molto favorevole.

Andrò a prepararmi un caffè. La sveglio? Aveva un appuntamento mi pare. Si, un appuntamento alle undici, deve andare in tribunale. Uhm… un avvocato. Nella mia personale statistica gli avvocati sono bravi a fare l’amore. Vediamo che ore sono. La sveglio all’ultimo momento così non ci sarà molto tempo per parlare. Non mi piacciono i discorsi dei risvegli. Pensieri già sentiti. Lei mi dirà che non le era mai capitato ed io farò finta di crederci. Poi io balbetterò qualcosa circa il momento delicato della mia vita. “Vedi Arianna è un periodo nel quale è meglio se sto da solo, ti darei solo problemi”. E lei farà finta di crederci. Sarebbe solo il rumore di parole che contrastano con i nostri comportamenti. Sappiamo bene come stanno le cose non abbiamo bisogno di raccontarci bugie con le parole.

Mi alzai. Erano circa le nove.

A che ora siamo andati a letto? A che ora ci siamo addormentati? Quanto è durato?

Noi deboli maschietti pensiamo sempre a queste cose. Quanto è durato? La nostra equazione infallibile ci assicura che più tempo passiamo dentro ad una donna più lei gode. Ci preoccupiamo poco di controllare se è vero. “Sono d’accordo con il Mister. Abbiamo fatto una buona gara. Credo proprio che il pubblico si sia divertito”. Se poi il pubblico si è divertito veramente non lo sappiamo.

I più scrupolosi lo chiedono? “Come è andata?”. Mah.

I più ‘maschi’ lo suppongono “Si capisce quando una donna sta godendo.” Mah…

Mi preparai il caffè sbadigliando.

Io non lo chiedo e non mi illudo di saperlo. Se ricasca nel mio letto mi ha risposto. I comportamenti sono la verità, non le parole. E’ così facile parlare. Basta avere un cervello ed una bocca. Per i comportamenti serve la volontà, ben più complicato.

I pensieri erano diventati stranamente lucidi. I neuroni stavano facendo un grandissimo lavoro.

Proprio un bel team. Pensò il mio consulente preferito.

La mia dispensa era stranamente disabitata. Niente pane, niente biscotti, niente marmellata, niente latte. Un caffè era una colazione un po’ misera. Pensai che Arianna era una persona che meritava di più. Pensai proprio così oppure immaginai che si era meritata qualcosa di più per quella notte? Chi è che meritava di più, Arianna o la scopata che mi aveva regalato? Era un brutto pensiero subito scacciato dalla considerazione che era stato piacevole anche rollarmi una sigaretta dopo e chiacchierare un pò. Per fortuna. Uscii in tuta e piumino per andare a comprare due cornetti e un po’ di latte. Comprai anche una rosa.

Una rosa? Ma che le porto una rosa? Che penserà?

Che mai avrebbe dovuto pensare? Era un gesto carino, caldo. Non dovremmo essere preoccupati di fare gesti caldi. Non dovremmo essere preoccupati di sembrare gentili. C’è bisogno di più gentilezza. E con ciò sentii che anche quel giorno avevo contribuito a migliorare il mondo.

Sarà durato più o meno di mezz’ora?

Preparai la colazione in salotto e scelsi una bella canzone di Roberto Ciotti per il suo risveglio. La musica si diffuse nella casa e contribuì a riscaldarla molto più del tiepido sole che entrava dalle finestre.

Tornai in camera da letto. C’era un buon profumo di immoralità. Lei aveva un buon profumo e lo avevo riconosciuto.

<Buongiorno Laura> sussurrai.

<Mmhmm… mhmmmm…. buongiorno Filippo> sorrisi.

<Come va? Dormito bene?>

<Ehi… che ore sono?> Agitazione.

<…si, anche io sono stato benissimo…> sospiro.

<No intendevo… dai scemo… devo andare in tribunale stamattina>

<Alle undici, lo so. Grazie a questo scemo potrai continuare a fare l’avvocato e non sarai costretta a rilassare i militari in libera uscita per sopravvivere, non sono ancora le dieci>

<Grazie> lo disse dentro ad un bel sorriso. Ogni tanto mi capita di ripensare a quel sorriso. Ed ogni volta rispondo con un sorriso. Vorrei tanto che il mio sorriso le arrivasse in qualche modo. Credo che questi sorrisi siano una bella definizione della parola affetto. Non ho avuto tanti altri sorrisi così belli in vita mia.

<Posso farmi un caffè> mi chiese sedendosi sul letto.

<No, però se vuoi ne puoi bere un po’ di quello che ho fatto io>

<Ma tu non stacchi mai?> Stavolta il sorriso era diverso.

<Hai fame?> Presto mi chiederai di ‘riattacarmi’. Non aggiunsi nulla. Ero in attesa.

<Siiii, pipì però>

<I piccoli piaceri della vita, la pipì la mattina>

<Quali sono gli altri?> Urlò dal bagno?

 Ecco ci siamo. Ora comincia. Devo reggere un’ora. Quanto ci vuole ad andare in tribunale? A che ora deve uscire? C’è traffico il venerdì? Si c’è traffico.

Il suo bel sorriso era un lontano ricordo.

<Un altro è avere il motorino quando c’è il traffico del lungotevere di mattina> sperai.

Ero pronto per il gran discorso.

<Il Gran Premio la domenica pomeriggio quando piove> disse raggiungendomi in salotto.

<Si certo, anche a me a volte è capitato… No, mi arrendo che vuol dire?>

<Un piacere della vita. Piove e quindi non ti senti in colpa di sprecare un pomeriggio di domenica a casa ed allora ti addormenti sul divano prima del pit stop>

In quel momento pensai che una rosa era pochino. Ci voleva un mazzo di fantastici tulipani. I tulipani sono i miei fiori preferiti.

<Sei simpatica. Non lo dico spesso alle donne>

<Non ti preoccupare, ne conosco tanti di cretini. Ti va se chiariamo subito un punto?>

Ecco fatto…

<Certo. Dimmi…> ero pronto per le parole finte.

<Ieri sera sei stato bravo ed in tre minuti mi hai fatto venire voglia di venire a casa tua. In tutti i sensi. E’ stato eccitante e molto divertente. Obiettivo raggiunto per entrambi. Forse però il mio ragazzo non mi capirebbe completamente. Non è importante e sono sicura che non c’è bisogno che io ti spieghi altro> annusò la rosa.

<Ti do un accappatoio>

<Non dici niente?>

<Si. Ho detto “Ti do un accappatoio”. Ho immaginato che anche se non vuoi parlare, cosa che comprendo, ti vorrai asciugare. Sono un obiettivo perspicace io>

<Anche tu sei simpatico> ancora il suo sorriso. Quello bello.

<Non lo avevamo già detto ieri sera?>

<No ieri sera ho detto: “si, si, cazzo… si si siiii, non ti fermare mai, maiiii’” ma le due cose non sono collegate>

<Per fortuna che sei già fidanzata. Sarebbe stata un rapporto faticosissimo>

<Oh no, per niente. Ti saresti stufato subito> si alzò ed andò verso il bagno.

Aveva ragione ma lo aveva pensato prima lei.

Si fece una doccia veloce ed in dieci minuti era fuori di casa. Ci salutammo con un bacio sulle guance. Il bacio che tutti e due volevamo. Poche ore prima mi aveva ospitato. Mah..

Appena uscì mi confermai che era proprio simpatica. E lo pensai anche quando andai in bagno a fare la doccia e notai tutto il mio dentifricio sopra lo specchio del bagno a formare le parole “Per fortuna non ho un’iguana”.

Erano le dieci e mezzo quando entrai in doccia. Per essere stata una ‘prima volta’ era andata alla grande. Avevamo avuto lo stesso ritmo. Avrei detto che avevamo avuto gli stessi desideri, le stesse voglie, le stesse fantasie allo stesso momento. Mi piace fare l’amore quando so come interpretare i miei sensi.

Avevo la giornata a disposizione. Dovevo rileggere un documento, mandare un paio di email e fare qualche telefonata. Il consulente è un lavoro che ti impegna per diciotto ore il martedì e solo due ore il mercoledì. Dicono anche che sia l’unico mestiere che ti fa cenare una sera con le merendine della macchinetta e la sera dopo nel migliore ristorante della città. Mi è capitato più spesso l’ipotesi A.

Riaccesi il telefono. Due messaggi.

Mio fratello: “Pranziamo insieme da mamma e papà?”. Opzioni, rispondi. “Ok. All’una e mezza”. Invio.

Elena: “Arianna o Francesca?”.

Anche Francesca aveva fatto l’amore con qualcuno quella notte. Ero molto infastidito.

Chissà quanto tempo è durato.

Il profumo dell’immoralità stava svanendo velocemente ed avrei voluto sostituirlo con quello di Francesca. Come sono fatto male!

Senza sapere bene il motivo composi il numero di Elena.

<Ciao, sono Paolo>

<Ciao Paolo, sono un po’ incasinata, dimmi>

Realizzai che non avevo nulla da dirle, volevo ascoltare piuttosto. Volevo che lei mi dicesse che l’aveva chiamata Francesca e che le aveva chiesto il mio numero. Volevo il miracolo. Effettivamente di miracolo si trattava. Sentivo di avere le stesse probabilità che avrei avuto al matrimonio di Cana, se, visto il ritardo dell’ospite d’onore, mi avessero dato dell’acqua dicendo “Vino finito... grazie”.

Ma a volte i miracoli di verificano.

<Niente di importante, ci sentiamo dopo> dissi cercando velocemente un qualsiasi argomento che potesse darmi una possibilità per parlare di Francesca.

<Ok, ti chiamo all’ora di pranzo> troncò Elena.

<Ok, a dopo> ero rassegnato.

<Anzi dopo pranzo perché vado a mangiare un boccone con Francesca> si, si, si!

<Ah… dove andate?>

<Come sei curioso. Ti piace Francesca eh?>

<Ma no che dici, è solo che a pranzo sono in giro magari ci potevamo incrociare da qualche parte> provai un diversivo.

<Purtroppo è un pranzo di femminucce. Credo mi voglia raccontare di ieri sera. Hai visto che è andata via presto, no? Mi sa che era un incontro galante>

<Ah, è fidanzata?> Dimmi di no, dimmi di no.

<Beh fidanzata no. Si vede con un tipo ma lui sembra non decidersi. Ma poi che ti frega? Devo attaccare ora. Ho molto da fare. Ti chiamo nel pomeriggio>

<Ok, a dopo> ero un po’ meno rassegnato.

I miracoli a volte si verificano ma mai quando io sono nei paraggi. Mi sa che uso un bagnoschiuma miracolo-repellente.

Come fa un creatura pensante a non essere interessato a Francesca?

Provai a dimenticarmi di Francesca e accesi il computer. Finii in fretta le cose che dovevo fare. Volevo tenermi il pomeriggio libero giusto nel caso il destino mi avesse riservato una passeggiata sull’acqua o una moltiplicazione di pani e pesci.

A pranzo andai dai miei. Ero contento, non li vedo spesso. Il meraviglioso risultato genetico che molti chiamano Paolo è tutto merito loro. Pensare a due genitori migliori è impossibile e non lo dico perché sono il figlio ma perché loro sono mamma e papà.

Appena arrivato misi il telefonino nell’unico posto della casa che mi assicurava la presenza della linea.

Mi chiesero del lavoro, di Milano, della nuova casa.

Il lavoro andava benino, a Milano vivo bene e nella nuova casa ci sto benissimo. La portiera mi stira anche le camicie. Mi accorsi che non avevo molta voglia di parlare. Volevo stare là con loro ma preferivo ascoltare.

<Voi come va? La Namibia allora? Com’è? Raccontatemi tutto> fin troppo facile.

Arrivò mio fratello. Un altro spettatore dello show.

<…la Skeleton coast è veramente selvaggia. Non c’è assolutamente nulla per centinaia di chilometri…>

Mamma aveva fatto il risotto. Un buon risotto al radicchio.

<… nel Damaraland abbiamo dormito in un fantastico lodge proprio in mezzo al deserto…>

<Mamma, come si fa il risotto al radicchio? Cioè immagino di saperlo ma come cuoci il radicchio? Soffritto con guanciale ed una cipolla?> L’idea. L’idea si stava materializzando.

<… ora sappiamo riconoscere le orme degli elefanti… ehm… si esatto. Io la cipolla non ce la metto ma se ti piace…>

<In Namibia abbiamo mangiato lo struzzo!>

Sono andato via da casa dei miei molto prima di aver finito di mangiare. Ho anche preso il caffè con loro ma in realtà ero già uscito.

Li salutai con la solita promessa di andarli a trovare più spesso.

Richiamai Elena ma stavolta avevo le idee molto più chiare.

<Disturbo?>

<No figurati, abbiamo quasi finito. Dove sei?>

<Sto tornando verso casa. Che fai?>

<Non ricordi, sono a pranzo con Francesca>

<Ah già, è vero> non ero credibile.

<Domani sera faccio una cena> continuai <non volevo dirlo a venti persone perché mi andava di cucinare qualcosa di buono. Ti va di venire?>

<Non ho programmi. Volentieri. Che ti serve?>

Mi serve che porti Francesca.

Dissi: <Nulla. Se ti scappa una bottiglia di vino. Ci vediamo alle nove, nove e mezzo. Se vuoi dirlo anche a Francesca visto che è la con te…> ma che invito è?

<Se TU vuoi dirlo anche a Francesca, te la passo>

La vita è piene di sorprese. Io non mi resi conto che stavo per vivere uno dei momenti più significativi della mia vita, che stavo per stabilire un contatto con Francesca. Il primo. Senza intermediari. Senza altre orecchie. Senza un’atmosfera che ne offuschi il messaggio. I piccoli momenti che costruiscono la nostra vita. Una stupida telefonata, un minuto di conversazione in tutto. In un attimo o di qua o di la. Ovviamente non pensai a tutte queste cose aspettando la voce di Francesca. <Pronto?>

<Ciao Francesca, sono Paolo>

<Paolo chi?>

<Ehm… Paolo, ci siamo conosciuti ieri sera da Elena> ero confusissimo. “Paolo chi” proprio non me l’aspettavo.

<Ma dai, sto scherzando>

<Ah stai scherzando…> non si scherza con i sentimenti. <So che stai mangiando, non ti voglio disturbare. Domani sera faccio una cena, perché non passi?> Gentile, distaccato, …ottimo.

<Veramente avrei un mezzo impegno. Posso farti sapere?>

Se mi avesse risposto così Marco l’avrei mandato a cagare e gli avrei detto che dovevo fare la spesa e cucinare e che mi doveva rispondere subito.

<Si certo figurati. E’ una cosa informale. Se ti va…>

<Ok, magari poi sento Elena>

<Perfetto! Ciao>

<Ciao>

Perfetto un corno. L’avrei rivista o no? Non sapevo che cena organizzare. Con Francesca sarebbe stata una cena tranquilla, cinque o sei persone, massimo sette. Un buon menù magari un po’ particolare, delle buone bottiglie. Un po’ di chiacchiere, musica ambient. Un dvd affittato, non si sa mai. Senza Francesca si riapre l’agendina. Dieci quindici persone, spaghettata, solo due bottiglie di vino buono, birra, la musica che capita e qualche vecchio obiettivo ancora praticabile.

Non sapevo cosa fare.

Aveva un mezzo impegno… Ma che caspita sono questi mezzi impegni? Al giorno d’oggi abbiamo tutti mezzi impegni. E’ la nostra risposta preferita. Il mezzo impegno è la voglia di non prendere nessun impegno perché non si sa mai…. E’ la possibilità di scegliere. Di aspettare qualcosa di meglio senza sentirsi maleducati. In realtà siamo maleducati. Odio i mezzi impegni ma li uso anche io. Quella volta ero vittima del temutissimo ‘mezzo impegno’.

Decisi che avrei rischiato e che avrei tenuto l’agendina nel cassetto. Avrei fatto una buona cena per poche persone. Chi? Rapida carrellata mentale. Esclusi tutte le coppie. Io, Marco, Elena, Francesca spero, Max e Isa. No, saremmo stati tre e tre. Convinco anche Michele, il gruppo al gran completo. Ultimamente Michele aveva sempre qualcosa da fare ma era il momento di lavorare in team. Sette mi sembra un buon numero. Andai a fare la spesa fiducioso.

Il menù cambiava ad ogni curva del carrello del supermercato. L’iniziale risotto al radicchio fu scansato da mille altre proposte. In rapida successione avevo immaginato il risotto al radicchio appunto, una cena messicana con tacos e guacamole, pasta corta con vongole zucchine e gamberoni, pasta lunga al sugo di carne, bocconcini di pollo al curry ed insalata, arrosto al forno con patate. Optai per gli involtini in bianco con prosciutto e formaggio, piselli, purea di patate e qualche antipastino. Comprai del vino rosso siciliano, una bottiglia di spumante siciliano e del passito di Pantelleria.

Crea nuovo messaggio:

“Domani sera cena da me. Non coinvolgere nessuno e bussa coi piedi”. Invia, cerca in rubrica, M -A -R, Marco. Ok.

Bip Bip. Marco nuovo messaggio. Leggi ora? Invio.

“Che vuol dire bussa coi piedi?”.

Rispondi al messaggio.

“Che hai le mani impegnate da due bottiglie di vino. BUONO! Non fare il pitorfo come al solito e ti presenti col Tavernello!!”. Invia.

Bip Bip.

Elena nuovo messaggio. Leggi ora? Invio.

“Io confermo. Francesca passa dopo cena. E’ un problema se viene con una persona?”.

Rispondi al messaggio.

“Certo che no”. Invia.

Certo che si. Anzi, certo che dipende.

Con chi viene?E soprattutto… se viene dopo cena… che dolce preparo?

Grandi interrogativi nella mia mente.

 

Un invito inaspettato

Cercai di fare più piano possibile per non svegliarlo. Mi muovevo a casa di Riccardo come se fossi a casa mia. Era un ambiente che mi era molto familiare. Molti mobili erano li perché li avevo spostati io. Molti quadri erano appesi perché glieli avevo fatti comprare io. Anche il copriletto sul quale ero seduta veniva dal magico mondo delle mie idee. Riccardo aveva una bellissima casa ma sembrava non interessarsene. Gli andava bene qualsiasi mia proposta. In realtà capii che non era un privilegio riservato a me ed al mio gusto ma a qualsiasi persona con un paio di tette che avesse passato più di mezz’ora nella sua camera da letto. La sua casa era stata arredata dalle sue amanti. Mi stavo allacciando gli anfibi quando si svegliò.

<Vai via?>

<No, mi piace dormire con i piedi caldi…>

<Una volta potresti anche fermarti>

<Ancora? Ne abbiamo parlato mille volte. Daremmo un valore troppo diverso alla cosa>

<Che valore vuoi che abbia dormire insieme>

<E’ esattamente quello che volevo dire. Per me ha un valore e per te un altro, molto prossimo allo zero. Sai… ci sono altre cose oltre il caffè a letto la mattina>

<Devo parlarti, Francesca>

<Addirittura. Alle 3 di notte? E dopo la sigaretta post coito? Deve essere molto importante, sono tutta orecchi. Dimmi>

<Beh, mi stai mettendo in difficoltà con questo sarcasmo. E’ un po’ che ci penso. So che non sono stato sempre impeccabile però credo di aver capito che la mia vita con te è migliore. Non voglio dire che sarebbe più comoda. Così sembra che ti sto parlando per convenienza invece non è così. Io forse ti amo e forse ti amo già da un po’ ma non lo sapevo…>

Povero Riccardo. Quarantaquattro anni e solo macerie nel suo cuore, incapace anche di fare una dichiarazione d’amore. Una vita passata a mettere tacche sul cinturone e a far credere ad ogni tacca di essere speciale. E magari un po’ ci credeva anche. Collezionava pezzi di persone che univa pazientemente al suo personale puzzle sentimentale. Quel giorno capii che non sarebbe arrivato da nessuna parte.

<… forse se ci provassimo magari potremmo capire che siamo fatti l’una per l’altro. Sai questa casa è grande…>

Solo qualche mese fa sarei stata appesa alle sue labbra, ben attenta a non perdere una virgola della sua rappresentazione. Ora lo osservavo mentre dava tutto se stesso per convincersi che mi stava dicendo la verità. Concentrato sulle parole, l’aria seria. Non aveva il minimo dubbio che di li a poco gli sarei saltato al collo piangendo dalla gioia.

<… magari domani potremmo partire per Capalbio per festeggiare. Che ne dici?>

Mi sembrava un attore dopo la “tirata” della candela nel Re Lear, aspettava l’applauso. Le mie lacrime appunto.

Nulla di tutto questo. Lo spettacolo fu una delusione per critica e pubblico.

<Posso farti una domanda>

<Si… certo> tono indeciso. Ehi vecchio leone, che succede? Non sai che domanda sto per farti, vero? E’ la prima volta che non sono prevedibile?

<Ti piace ancora scoparmi?>

<Si, … si direi di si. Non te ne sei accorta stasera?> Tenti il colpo di coda, vecchio leone?

<Stasera, a dir la verità, non è un buon esempio. Comunque ti credo, ti piace ancora. Speriamo che ricapiti allora, no? Mi dispiace non credo che la tua sia una buona idea. Qualche tempo fa forse…, ora non ti credo più. E quando ho smesso di crederti ho smesso di sentirmi innamorata>

<Francesca tu non capisci…>

<Oh no tesoro mio, io capisco benissimo. Ed evita di dire che sei cambiato. Non perdere la tua originalità>

<Non sono cambiato, sono …diverso…> l’aveva detto. Il re era nudo.

<Io spero che tu non sia diverso dal Riccardo che mi piace. Magari a Capalbio possiamo andarci lo stesso. Ora scappo, ho voglia di tornare a casa mia> avrei potuto baciarlo in fronte ma sono una persona cui non piace stravincere.

Non avevo mai capito cosa fosse un mix di sensazioni fino a quella sera. Ero felice perché Riccardo mi aveva fatto stare molto male in passato ed era stata una buona rivincita. Ero sconcertata perché non avrei mai pensato di vederlo così in difficoltà. Ero dispiaciuta perché per lui sarebbe stato un colpo grande da assorbire.

Riaccesi il telefonino.

Bip Bip. Elena Nuovo Messaggio.

“Dove sei andata brutta zoccola?”.

Rispondi al messaggio.

“Prova ad indovinare. Pranziamo insieme domani?”.

Arrivai sotto casa e non c’era parcheggio. Per una volta ero quasi contenta. Decisi di fare un piccolo giretto con la macchina. Potevo continuare a lasciare libera la mia mente mentre guidavo nel nulla di Roma accendendo una sigaretta dopo l’altra. Ero avvolta da un alone di benessere inspiegabile e volevo godermelo ancora un po’. Roma per questo è un’amica eccezionale, proprio l’amica che serve quando vuoi pensare un po’. Ti da le sensazioni giuste. Idee rotanti ed indefinite nella testa. Mi stavo drogando di Roma. Buonanotte Paolo.

La mattina dopo mi svegliai tardissimo, avevo preso un giorno dal lavoro. Ogni tanto lo faccio anche se non ho nessun altro impegno particolare. Prendo un giorno di ferie per me e basta, senza anagrafe, senza banca, senza posta, senza rinnovi del passaporto. La casa era vuota. Mio fratello e mio cugino erano usciti.

Avevo fame. La sera prima del resto, nonostante la bordata che avevo voluto tirare a Riccardo, ci eravamo difesi discretamente. Mi è piaciuto? Squillò il telefono. Era Elena che mi confermava il pranzo insieme.

Mentre guidavo per andare all’appuntamento ripensavo alla serata del giorno prima. Alla caduta degli eroi ed alla nascita di nuove leggende. Riccardo e Paolo. Paolo aveva contribuito a darmi la forza per essere così decisa? Sentivo che era un pensiero stupido. Per quanto ne sapevo io mentre io stavo a letto con Riccardo, Paolo poteva stare tranquillamente a letto con Arianna.

Volevo rivederlo.

Elena mi stava aspettando sotto il suo ufficio. Camminando con il telefonino in una mano e la sigaretta nell’altra. Se avessi dovuto dipingere Elena l’avrei disegnata così. Una scena che la rappresentava completamente. La osservavo mentre le camminavo incontro. Mi fece un sorriso. Sentivo di volerle bene.

<Eccola qua la zoccolona. Che hai combinato ieri?> Curiosa Elena. Curiosa come una scimmia.

<Vuoi parlare di sesso o di trionfi?>

<Ahi ahi ahi, se dividiamo le due cose non si mette molto bene. Sarà un pranzo noioso>

<Ok, parliamo di sesso> dissi sfogliando il menù e guardando di sottecchi il cameriere più attento alle mie rivelazioni che alle ordinazioni.

<Ora si ragiona. Riccardo?> Si lanciò Elena.

<Caspita se indovini al primo tentativo le mie quotazioni sono proprio in ribasso. Per me un’insalata con la mozzarella di bufala. Che prendi?>

<Io… ma si anche io. Non sono mica qui per la mozzarella. Mi racconti o devo immaginare?>

Mentre sentivo Elena così curiosa e complice mi domandai perché giocavamo ancora a fare le ventenni che si raccontano le loro prime esperienze. Ancora ci piaceva sentirci due ragazzacce. Elena la conoscevo da cinque anni ed avevamo creato un ottimo feeling. Era la mia partner di gioco ideale. Simpatica, intelligente. Ascoltava ed all’occasione mi sgridava. Soprattutto mi voleva bene. C’era stato un tempo della mia vita in cui davo per scontato che le persone mi volessero bene. Non era così. Per questo mi ero attaccata ad Elena. Lei c’era quando serviva e anche quando non serviva. Molte persone hanno la sindrome da crocerossina e quindi non vedono l’ora di asciugare qualche lacrima. Poi però sono noiosissime. Si realizzano solo nella tragedia. Le Eschilane. Elena non è così. Elena sa starmi accanto. Sa piangere e ridere. Lei è una Shakespiriana.

<Sei e mezzo> dichiarai.

<Sei e mezzo? E come dire che si è divertito solo lui!>

<Non ti ho raccontato il meglio…> sapevo come far abboccare Elena.

<Cioè?> Speranzosa.

<Mi ha proposto di andare a vivere con lui. Credo>

<Perché solo da te mi aspetto una frase così sconclusionata? Che vuol dire “credo”?>

Risi. <Vuol dire che non l’ascoltavo molto attentamente. Non era un discorso rivolto a me. Mi sembrava così… così… come al solito>

<Inaffidabile?> provò Elena.

<Beh si…, di Riccardo non mi fido ma non è questo il punto. Mi sembrava poco convinto. Stava parlando a se stesso e non si capiva>

<Che gli hai risposto?>

<Elena… non devo ricordarti che si è portato a letto due mie amiche?>

<Mi sembra evidente che non sei un granché a sceglierti gli uomini ed ancora peggio a sceglierti le amiche. Escluse le splendide ed inappuntabili presenti>

<Già…>

<Il tuo problema è che hai ancora il mito del bel tenebroso. Pensi ancora che sia rivoluzionario ficcarti sotto le coperte di uno che ha lo sguardo magnetico. Poi? Che risultati? Sei e mezzo…>

<Smettila. Odio sentirti parlare quando hai ragione>

<O ci fanno godere, ma veramente godere, oppure riesumiamo il vecchio mito dell’amore>

<L’amore, già… ricordi quando ancora ne parlavamo?>

<Se poi ti innamori di uno da otto… sei a cavallo>

<Boom!> Eravamo sceme e divertite.

<Brindisi al cavallo!>

Sbattemmo i bicchieri pieni di acqua naturale e suonò il cellulare di Elena.

<Mi passi il cellulare? E’ dentro la mia borsa> Elena allungò il suo braccio scuotendo la mano in segno di impazienza. Come se aspettasse una telefonata importante.

Le passai il telefono e con la coda dell’occhio vidi il nome di Paolo sul display. E’ una telefonata importante?

Confesso che ero li anche perché speravo in una cosa come questa. In alcuni momenti ti avvicini più possibile alla porta dei tuoi desideri senza bussare. Gli giri un po’ intorno sperando di poter entrare in qualche maniera. Mi sentivo bene.

< Se TU vuoi dirlo anche a Francesca, te la passo>

Mi aveva invitato a casa sua per cena.

Ma perché non gli ho detto subito si? Forse mi ha invitato perché Elena gli ha detto che c’ero anche io. Mi ha invitato solo per gentilezza.

<Paolo per esempio…> disturbò Elena.

<Paolo cosa?> uscii dai miei pensieri.

<Lascia perdere>

<Dai dimmi, che vuoi dire?> Ero curiosa. Non avrei mai avuto il coraggio di chiederle nulla riguardo a Paolo ma visto che ne stava parlando lei…

<Niente, non è importante, non ti piacerebbe mai> sentenza. Non è buffa la gente quando parla con estrema sicurezza di una cosa che non conosce?

<Domani sera andrò a cena con mio cugino. Magari passo dopo> dissi ad un’attenta Elena.

<Ti perdi qualcosa, Paolo cucina molto bene>

Ci salutammo mentre io stavo già pensando a cosa avrei portato da Paolo. Un dolce, forse. A volte sono così indecisa che divento ridicola. Che dolce?

 

mercoledì, 16 luglio 2008

Capitoli 1 e 2

Era un bel pò che non tornavo sul blog. Mi è stato chiesto da più persone di postare tutto il libro ... lo faccio molto volentieri.
fabio

L’incontro da Elena
Ho sempre avuto delle difficoltà dal fioraio. Non so mai bene cosa comprare ed, infatti, il risultato è di solito pessimo: spendo un patrimonio per dei fiori che smettono di piacermi un secondo dopo averli scelti.
I fiori sono una cosa inutile e non li trovo neanche profumati. Però mi piacciono e mi piace regalarli. Mi piace perché è un riconoscimento della femminilità. È come dire: ”Eccoti ragazza, meriti dei fiori”. E sono apprezzati.
Anche quel giorno comprai dei fiori prima di andare a casa di Elena.
E’ molto carina Elena e soprattutto è un’amica. Anzi, Elena è la mia migliore amica. Sono contento di conoscerla bene perché a volte lei non sembra la persona fantastica che è. A volte peggiora nel tentativo di migliorare. Voglio molto bene ad Elena, guai a chi me la tocca!
Si era appena trasferita nella sua nuova casa, un monolocale vicino a Piazzale Clodio.
Suonai alla porta e mi posizionai proprio davanti allo spioncino. Avevo il viso nascosto dietro il mazzo di fiori.
<Chi è?> chiese Elena.
<Capitan Fracasso che ti strappa le mutande a morsi!> risposi con la voce da lupo cattivo <Prometti bene. Speriamo che tu non abbia sbagliato porta> disse la sconosciuta con la voce di Elena che mi aprì la porta.
<Ehm…Ciao. Sarà un piacere strapparti le mutande> finsi di essere sciolto e spiritoso ma avrei preferito ricominciare a fare i compiti di latino piuttosto che stare lì, impalato di fronte a quel sorriso così ironico. Direi addirittura sardonico se solo sapessi cosa vuol dire. Caspita… sorriso ironico ma su un viso incantevole!
Entrai. In casa eravamo in quattro: Io, Elena, un’amica di Elena che si presentò come Arianna e Francesca, la portiera.
Forse la figuraccia che avevo fatto mi evitò di provare il famoso colpo di fulmine. Francesca mi aveva colpito e lo avrebbe fatto anche se avessi evitato di minacciare così duramente la sua biancheria. Colpito non solo dalla sua innegabile bellezza. Francesca occupava uno spazio che attirava il mio sguardo. Ero curioso di guardarla come quando t’incanti davanti ad un documentario in televisione. Avresti mai pensato di interessarti all’infiorata del deserto di Atacama?
Arianna com’era? Ancora non lo sapevo, non l’avevo osservata.
Dopo aver guardato Francesca per un po’ senza nessun pregiudizio si è attivato, a mia insaputa come sempre, il mio nemico numero uno in termini di relazioni sociali: l’istinto. Il mio istinto è pessimo ma devo convivere col fatto che è il creatore della famosa “prima impressione”. Ho letto una bella frase sulla prima impressione che dice che non si ha una seconda occasione per fare una buona prima impressione. Purtroppo, aggiungo io, perché la prima impressione che ho di una persona è molto spesso sbagliata. Per fortuna ho imparato la lezione e spesso mi ricordo di non tenerla in nessuna considerazione. Fatto sta che quella volta mi sembrava che l’istinto mi avesse dato il consiglio giusto e, dopo un primo istante di sbandamento e di curiosità, ha fatto accomodare Francesca nella categoria di persone che non preferisco e che non mi preferiscono. Io sono una persona amabile ma alcune persone sembrano non rendersene conto. Ecco secondo la mia prima impressione lei non se ne sarebbe accorta, non avrebbe impegnato il suo tempo a capirlo ed io non avrei impegnato il mio a spiegarglielo.
Ma tant’è, eravamo li, tutti e due a casa di Elena. Non era una festa con cinquanta persone, eravamo in quattro in qualche maniera dovevamo interagire. Ed infatti ci facemmo una canna e poi iniziamo ad interagire.
Quando mi faccio le canne divento un po’ più stupido, un po’ più superficiale. Esattamente come quel pomeriggio a casa di Elena.
Siamo diventati un po’ più stupidi è abbiamo iniziato a comunicare più facilmente. Iniziammo un discorso delicato e complicato: come nascono i modi di dire? Francesca raccontava divertita che suo fratello più giovane usava espressioni buffe le cui parole spesso non rappresentano il concetto che vogliono esprimere. Per esempio si salutano dicendo: “Bella!”.
Ma che vuol dire “Bella”? Pensateci un secondo…, non è stranissimo?
Tu entri in una stanza e vedi Mario, un ragazzone alto 1 e 90 con i peli che gli escono dalla camicia e gli dici: “Bella Mario!”. Anche word ti da un errore: “I termini non concordano tra loro”. Eppure a Roma è una forma di saluto molto usata tra i giovani.
Ehi… ma che succede? Francesca mi è simpatica. Dice cose divertenti, mi fa sorridere. Nella categoria di persone nella quale è stata inserita non ci sono persone simpatiche. Ricomincia ad incuriosirmi. Mah…
Il dialogo si è trasferito sull’euro, tanto per confermare che quando sei un po’ fumato non necessariamente parli di scippi o progetti una rapina all’ufficio postale. Eravamo nel 1999 e l’euro era usato solo per gli scambi finanziari, i prezzi dei titoli erano già stati convertiti ma in Italia correva ancora la lira. Molte domande ci attanagliavano.
<Come si chiameranno i cento euro? I ragazzi potranno ancora continuare a chiamarli “Piotta”?> Si domandò Francesca.
<Ed i “sacchi” (ndr. mille lire) ? Cosa saranno i “sacchi”?> Continuò.
<E le felle (ndr. diecimila lire)?> Intervenni.
<Cosa sono le felle ?> Chiese Arianna che sembrava la più interessata di tutte. Sembrava quasi che prendesse sul serio i nostri discorsi.
<Una fella equivale a diecimila lire> risposi sicuro.
Nessuna delle presenti conosceva l’esistenza della fella e neanche io sapevo bene quanto valesse una fella ma l’espressione “Che mi presti mezza fella per le sigarette”, l’avevo sentita sicuramente e questo mi faceva pensare che un rapporto di cambio a cinquemilalire per mezza fella fosse ragionevole.
<Secondo me con l’euro perderemo la piotta, i sacchi e… compagnia fella> dissi compiaciuto della mia battuta.
In ogni caso, nonostante i miei tentativi di sdrammatizzare, l’euro stavo iniziando a crearci problemi.
<Ho letto un articolo che con l’euro rischiamo un forte effetto inflativo> dissi ormai completamente a mio agio in quella discussione.
Sentivo di essere ascoltato. Avevo anche attirato l’attenzione di Francesca, o per lo meno così mi sembrava. Ogni tanto la cercavo con lo sguardo.
<Se non sarà regolato il passaggio dalla lira potrebbero esserci aumenti ingiustificati anche nei beni di prima necessità: pane, mele, zucchine…>
<Come le zucchine? Le zucchine, no. Io amo le zucchine> mi interruppe Elena passandomi l’erba ed interpretando questo incomprensibile rincaro ortofrutticolo come un personale attacco diretto contro di lei e contro la sua gustosissima frittata cipolle e zucchine.
<Mi dispiace Elena ma siamo amici… devo dirti la verità> scherzai incendiando la brace.
<Fare la spesa, viaggiare, cene al ristorante. Tutto diventerà un lusso> intervenne Arianna sempre più coinvolta.
<Già adesso non è che costa proprio poco andare al ristorante. Se vuoi mangiare bene ormai devi spendere minimo cinquantamila> confermai. <L’altra sera sono stato a cena, due primi, un secondo, un contorno, una bottiglia di vino e due caffè, beh ci hanno spellati… centodiecimila con la mancia>
<Hai mangiato bene?> chiese Elena.
<Questa sì che è un’idea. La spella!> Era il turno di Francesca.
<La spella che?> Elena.
<La spella chi?> Arianna.
<Ragazzi… la spella è la piotta del futuro. Corrisponde a cinquanta anzi, cento euro. Visto che ci spelleranno>
<Forte, la spella!> ammisi. < “Papà, che mi dai una spella che devo andare a cena fuori?”> Imitai un ragazzo figlio dell’euro.
E’ simpatica Francesca, pensa velocemente. Mah….
<Mi piace. Lanciamo questa nuova forma idiomatica. Gli ideatori della spella. Facciamolo entrare nel nostro comune linguaggio. Io voto per la spella. Bella Secca!> Mi faccio sempre prendere dall’entusiasmo. Mi divertono queste cose inesplorate. Come nascono i modi di dire? Forse tutti ci pensano ma nessuno lo sa. Così come le barzellette. Quando sei in un gruppo e racconti una barzelletta c’è sempre qualcuno che dice “La so, è vecchia”. La sa? Ma chi gliel’ha detta? Vecchia? Vecchia quanto?
<Chissà quanto tempo deve passare prima di sentire da una persona che non conosciamo la parola ‘spella’> si interrogò Elena. <Pensate che risate> continuò.
Elena aveva esattamente centrato il mio punto. Le cose inesplorate. Domande stupide senza risposte.
<Quanto tempo ci vorrà prima che ci torni indietro una spella?> mi chiesi. <Sapete che in sette passaggi di conoscenze si arriva a tutte le persone sulla terra. Cioè io conosco 100 persone che, a loro volta, ne conoscono altre 100 che ne conoscono altre 100 e così via. In sette passaggi si arriva ad ogni persona nel mondo>
<Non so se è un bel pensiero> disse Arianna perplessa.
<Quindi io in sette passaggi arrivo a conoscere Clinton> chiese Elena spegnendo la musa ispiratrice delle nostre alterazioni mentali.
<Ti interessa la stanza ovale?> Risi e le mandai un bacio rumoroso.
Continuavo a guardare Francesca. Non volevo che lei se ne accorgesse. Dopo aver declinato la teoria della spella non aveva più proferito parola. Sembrava avvolta in un mondo impenetrabile, assorta completamente nei suoi pensieri.
La sua figura stava bene nel salotto di Elena ma era diventata una presenza che non aveva nulla di materiale, solo spirito. Uno spirito che trovavo molto elegante.
La osservai per un po’, senza farmi notare. Lei non stava guardando niente. Fumava una sigaretta ed aveva le braccia incrociate. Non credo che abbia ascoltato nulla degli ultimi deliri. Mi dispiaceva che non fosse più coinvolta nella discussione.
E’ ufficiale: mi piace.
Imparai che questo è Francesca: più mondi tangenti regolati dalla geometria Riemanniana.
Il tale è un matematico tedesco che, sarò impreciso, ha sovvertito le comuni norme della geometria euclidea generando un gran casino tra gli studiosi. Per lui tra due punti possono passare infinite rette, due rette parallele si incontrano prima dell’infinito e quindi, interpretando la sua teoria, mi aspetto che due figure tangenti abbiano intrecci ben più complessi di un punto. I mondi di Francesca hanno intrecci sicuramente più profondi di un solo stupido punto, come avrei scoperto qualche tempo dopo.
Ad un certo punto squillò il telefono di Francesca. Si alzò in piedi e fece una conversazione velocissima. Era la classica telefonata-appuntamento. Era tutto chiaro: non era fidanzata ma aveva una storia ed aveva preso accordi per il dopo serata.
In un secondo indossava il cappotto ed il cappello. Le cose che non vuoi che succedano sono sempre velocissime. Capii che stava andando via e mi dispiaceva. La mia prima impressione era campata quasi un’ora. Un record! Anche se era un po’ che stava zitta il suo spirito mi era simpatico. A me era simpatico il suo spirito e qualcuno quella notte avrebbe trovato simpatico tutto il resto. C’est la vie.
<Ciao, spero di rivederti> la salutai.
Dopo l’uscita di scena di Francesca, devo essermi rilassato. Forse ero teso e non lo sapevo. Quando sei rilassato la vita ti rovescia addosso un sacco di sorprese.
Non lo sai ma sei pronto per farti penetrare dall’energia. Quell’energia inspiegabile che regola il nostro mondo, che ti fa lavorare con soddisfazione, che ti fa riuscire bene il risotto, che ti fa piazzare un ace sul set-ball, che si genera tra un uomo ed una donna nelle situazioni più inattese.
Quell’energia che ti fa vivere con gli stessi tempi, che ti fa dire nello stesso momento <Va beh… Io vado>, che ti fa uscire una battuta simpatica mentre stai salendo le scale (non ci avevo fatto caso, quando si esce da casa di Elena le scale si salgono, non è strano?) e che ti dà il coraggio di osare.
<Ti va di bere qualcosa?> Macché dici? Neanche ti ricordi come si chiama.
<Beh, è un po’ tardi… però domani ho un appuntamento alle undici … ma si, ok. Dove andiamo? Mica vorrai portarmi da te?>
<Ti conosco da un’ora e devo già darti una delusione. Voglio proprio portarti da me. Mettere della musica, accendere due candele ed aprire una buona bottiglia> carina questa… uhm…Arianna… ecco, si chiama Arianna!
<Un programma molto chiaro…non so… abiti vicino?>
<No. Testaccio. Lontanissimo. Devi proprio decidere di venire a casa. Non hai altre scuse>
<Si che ho una scusa. Io abito all’Eur. E’ di strada…>
<Fa freddo. Andiamo?> proposi con decisione.
<Ok, andiamo. Sto rischiando qualcosa? Le mie mutandine sono al sicuro? Sai è un regalo, ci tengo>
<Non proverò a baciarti prima di un’ora. Rimetti l’orologio Cenerentola e ricordati dove hai parcheggiato la carrozza> pizzo?
In moto tornando verso casa cantai a squarciagola dentro il casco “… e pensi il gioco è fatto è tutto a postooooo…” (ndr. Franco Califano).
<Vino rosso o bianco?> le chiesi sperando nella risposta giusta.
<Rosso. Hai una felpa?>
<Certo. Te la vado a prendere. Io amo le ragazze che bevono vino rosso> urlai mentre andavo in camera a prendere un maglione. <Secondo me le ragazze che bevono vino rosso non dicono bugie> sentenziai.
<Che strana teoria. Che vuol dire?> mi chiese Arianna appoggiando le sue labbra sul grande bicchiere da vino rosso.
<Con l’espressione ‘strana teoria’ intendi ‘che cazzata’?>
<Si> ammise ridendo.
<Il vino rosso è sincero e non è una bibita come il Braghetto o il vino bianco frizzantino. Bleah! Il vino rosso lo bevi perché ti piace sul serio>
<E quindi?> sembrava non capire.
<Quindi niente. Tu sei sincera?>
<Non so. Direi di si. Direi di no. Qualche volta no>
<Lo vedi? Mi stai dicendo la verità. Io credo che la verità sia più divertente. Hai mai fatto caso quanto è divertente sparare una verità inaspettata? La gente fa facce strane di fronte alla verità se non se l’aspetta>
<Ho freddo> disse <Beh? … E’ una verità ma non hai fatto una faccia strana>
<Non è inaspettata, mi hai chiesto una felpa. Provo a spiegarmi> dissi alzandomi per accendere il riscaldamento.
<Vorrei tanto portarti a letto, accarezzarti la schiena e baciarti il seno per ore>
<Oh cavolo…> riappoggiò il bicchiere alla sua bocca e mi fissò, forse preoccupata.
<Cazzo, cazzo, di pure cazzo. Sai bene che è la verità. Lo sai da quando ti ho chiesto di venire da me. Eppure hai cambiato espressione perché non te l’aspettavi>
<Sei un bel tipo. Sono un po’ imbarazzata… che si fa in questi casi?>
<Uhm… fammi pensare. Potresti per esempio posare il bicchiere delicatamente sul tavolino, toglierti il mio maglione scambiarlo col tuo cappotto ed andartene. Puoi uscire in silenzio, ti consiglierei di non sbattere la porta, lo trovo volgare. Oppure puoi dire qualcosa del tipo “scusami ma devo portare l’iguana fuori a fare pipì”. No, no anzi… fai così. Bellissimo! Vai in bagno, torni, ti metti il cappotto ed esci senza una parola. Quando stasera andrò a lavarmi i denti vedrò il tuo numero di telefono sullo specchio scritto con il rossetto! Che ne dici? Non ti comprometti ed io non penserò che sei una ragazza facile. Però non comprometti neanche la possibilità di rivederci visto che un po’ ti piaccio ma ancora non sai quanto. Geniale no?>
<Sei proprio scemo. E poi non ho il rossetto>
<Puoi usare il mio. Forse puoi anche aggiungere una frase ad effetto del tipo… ”Stasera non avevo Venere nella casa giusta”>
<Sei così sicuro di piacermi?>
<Si, ne sono sicuro. Mi dispiace darti un’altra brutta notizia ma ormai sei fuori tempo massimo. E’ passata un’ora. Sto per baciarti>
Fece la faccia a forma di ‘non ti avvicinare di un centimetro’. Per fortuna.
Fu un bacio caldo, lungo. <Credo proprio di avere Venere al posto giusto> disse.
Dio quanto amo le donne!
L’incontro all’Adriano
Non avevo proprio nessuna voglia di uscire ma Federica mi aveva chiamato alle undici del mattino, alle tre del pomeriggio ed alle sette di sera. Ero stanca morta e già mi pregustavo una divanata. Toast, film e la mia coperta preferita. Il tempo non era neanche un granché.
Ma alla fine mi sono arresa alla perseveranza di Federica. Cinema: “Il Genio ribelle”.
In realtà il cinema era un programma come un altro. Era un po’ che non ci vedevamo e mi faceva piacere incontrarla.
Alla fine del film Federica incrociò un suo amico nella ressa dell’uscita. Ci siamo conosciuti così con Paolo, in fila per cinque uscendo dall’Adriano tra spintoni, sigarette accese dentro l’occhio e gli squilli dei telefonini appena accesi che annunciano nuovi messaggi.
<Ciao sono Paolo> si presentò l’amico di Federica.
<Francesca> risposi tendendogli la mano.
<Caspita, Paolo e Francesca, sembra il quinto Canto dell’inferno. Vi è piaciuto il film?>
<Sì molto. Matt Damon è pazzesco> risposi.
Finalmente riuscimmo ad uscire ed anche io mi accesi una sigaretta.
<Alla fine, quando lui decide di partire, mi sono emozionata. A te è piaciuto?> Chiese Federica.
<Non molto. Solito schema, solite corde. Mi piacciono i film che non mi aspetto. Se ci pensate qui potevi dire esattamente cosa sarebbe successo prima che accadesse. Beh, ne ho visti di peggiori. Devo scappare, domani parto presto. Ciao ragazze>
Quell’incontro, per quanto brevissimo, aveva attirato la mia attenzione. Non certo per la sua bellezza. Forse mi aveva colpito il tono della sua voce, forse quelle due battute che aveva fatto. Non mi capita spesso. Per me quei due minuti fuori dal cinema rappresentano il nostro inizio.
Non chiesi nulla a Federica. Mi sarei sentita ridicola. Fu lei a raccontarmi qualcosa.
<E’ simpatico Paolo, fa il consulente e vive un po’ a Roma un po’ a Milano. Trovo che sia molto intelligente. Proprio come te che spesso parli e non ti capisco!> Federica rideva.
Anche Federica è simpatica anche se temo che oltre la tabellina del 6 per lei ci sia il nobel della fisica.
Con Paolo ci siamo rivisti qualche mese dopo, forse un anno o più. Ero andata a trovare Elena che aveva appena cambiato casa. Un casa piccolina all’inizio della Trionfale. Per arrivarci si devono scendere 3 o 4 rampe di scale all’aperto sulle quali si affacciano le finestre di altri appartamenti. Casa di Elena è l’ultima in fondo alle scale.
Mentre ci stavamo intrattenendo con i nostri soliti discorsi sull’inutilità e la pochezza di tutti quegli esseri ai quali è stato tolto un pezzo di cervello dalla testa per restituirlo, sotto altre forme e con altre funzioni, in mezzo alle gambe, ha squillato il telefono.
<… eddai, e passa oggi. Ci sono due mie amiche. E non farti pregare. Ok, ti aspetto. Ciao>
<Sta passando Paolo. Sono contenta che finalmente lo conosci. Te ne ho parlato tanto. Oggi è a Roma ma di solito durante la settimana sta a Milano. Ti ho parlato di Paolo, vero? Fa il consulente. Ti piacerà>
Paolo? Consulente? Milano? Ma io già lo conosco Paolo!
Mi stavo quasi imbarazzando dovendo ammettere a me stessa che mi ricordavo di lui. Anche ad Elena non dissi nulla.
<Perché due tue amiche?>
<Sta passando Arianna. Conosci Arianna?>
<L’ex di Luca? L’ho vista un paio di volte ma non l’ho inquadrata. Che tipo è?> Mi era antipatica Arianna. Senza nessun motivo. O forse sospettavo che prima o poi sarei finita a letto con Luca?
<Simpatica, molto intelligente. Direi bella. Però di solito spaventa gli uomini belli e stupidi. Secondo me si sentono umiliati. Forse per questo ha sempre avuto uomini brutti. Non trovi che gli uomini intelligenti di solito sono brutti?>
<L’intelligenza ti rende bello. Sono brutti secondo i canoni della bellezza ma belli secondo altri canoni. Il fascino, per esempio> Luca è brutto?
<Già… hai ragione. Suonano alla porta. Vai tu?>
Aprii la porta e mi trovai di fronte Arianna. Perché non mi piaceva? Si presentò con un bel sorriso e mi baciò. Pensai che a volte sono cattiva e che dovrei essere più aperta.
<Ari, sei tu?>
<Ma che bella casetta. Come al solito hai fatto tutto da sola, eh? Sei proprio brava! Vero Francesca?>
<Elena è bravissima. Se fossi un uomo scapperei da lei per quanto è brava. Tutti gli uomini scappano dalle cose belle>
<Se voi foste due uomini saprei io come farvi rimanere> recitò Elena con voce sexy.
Suonarono alla porta.
<Vado io> annunciai <Chi è?> chiesi.
<Capitan Fracasso che ti strappa le mutande a morsi>
Un deficiente.
Risposi con la prima battuta che mi venne in mente. Dopo aver aperto la porta riconobbi Paolo.
Si, è lui. Lo bacio per salutarlo? No, mi bacerà lui. Macché, si presenta. Non mi ha riconosciuto. Forse avevo i capelli più lunghi. E poi con questo maglione copritutto. Quando ci siamo visti era primavera? Mi pare di si. Lui aveva solo una camicia ed un giubbotto jeans.
Gli dico che ci siamo già visti? Si e che gli dico? Ci siamo conosciuti più di un anno fa per 3 minuti fuori dall’Adriano? Potrebbe pensare che io lo abbia notato. Ma io l’ho notato. Si ma non devo dirglielo io. Oh… Al diavolo. Chissenefrega. Mi sto facendo mille problemi.
<Quanto ti fermi a Roma?> chiese Elena.
<Riparto la settimana prossima>
<Riparti per dove?> Chiesi.
<Milano, vivo un po’ a Milano. Tu assomigli a qualcuno che conosco. Non riesco a ricordarmi chi>
<Me lo dicono in parecchi. Devo avere un viso molto comune> deficiente!
<Elena che bella casa. L’hai sistemata proprio bene. Sei proprio brava. Beato chi ti sposa>
<Inizia a preoccuparti> ammonì Arianna <Quando un uomo dice “beato chi ti sposa” vuol dire che sei messa male>
Parlammo di cose stupide per un bel po’, Paolo era simpatico. Non è facile trovare simpatico uno che parla poco e quando apre bocca dice solo cavolate. Stava buttato sul divano girando una canna. Sembrava non preoccupato di quello che lo circondava. Potevamo essere in quattro o in venti per lui sarebbe stato lo stesso. Forse era annoiato. Non mi sarei meravigliata se si fosse spogliato ed infilato nel letto di Elena a dormire.
La sua canna mi fece un bell’effetto. Credo anche a tutti gli altri. Ero proprio rilassata. Mi feci trasportare dalla marea di cazzate. Iniziai a dire le mie. Se mi impegno non sono seconda a nessuno. Si era creata una buona atmosfera. Si parlava in libertà e nessuno badava più alle parole. Sembrava che l’armonia dovesse essere solo dei suoni e non dei concetti. Mi accorsi che non era così.
Mi piaceva ascoltare. Paolo aveva un bel tono di voce. Piacevole. Mi sorpresi ad interessarmi ai loro discorsi. Stavano parlando di comunicazione globale. Non era certo una lezione aristotelica ma io sono affascinata dalla semplicità e dall’ovvio. Forse perché a volte vorrei essere più semplice di quello che in realtà sono. La semplicità. Spesso ci dimentichiamo che il mondo è semplice.
Stavo bene in quel momento. C’era una bella musica, c’erano delle persone divertenti e c’era Paolo. Fuori era freddo e dentro caldo. Mi piace avere caldo quando fuori fa freddo. Sono i momenti in cui capisco di essere fortunata.
Lo guardavo mentre parlava. Non volevo che se ne accorgesse. Lui invece era impegnato a parlare con Elena ed Arianna. Eddai, girati un secondo. Niente.
<Non so se è un bel pensiero>
<Secondo me è un bel pensiero. E’ una potenzialità. In sette passaggi sei ovunque, conosci tutti. Puoi cenare a Tokio e fare l’amore a Montevideo in sette passaggi. Siamo tutti collegati ma ognuno vive la propria vita. Puoi decidere come sfruttare questa potenzialità. Io per esempio passo molto tempo a casa mia, anche da solo. Non uso molto questa potenzialità>
<Hai ragione. Siamo liberi di collegarci> ammise Arianna.
<Dici? No, non ho ragione. Sto sbagliando. Non siamo liberi. Il resto del nostro mondo, il nostro carattere, le nostre esperienze influenzano i nostri comportamenti. Crediamo di essere liberi ma non lo siamo. Siamo orientati> Paolo sembrava molto pensieroso.
<Io mi sento libera. Difficilmente mi faccio condizionare> Arianna lo guardò. Non mi stavo sbagliando. Arianna stava guardando Paolo. Gli stava lanciando dei messaggi evidenti.
Ero infastidita o invidiosa? Ma chissenefrega.
Squillò il mio telefono.
Oddio no, mio cugino, devo dargli le chiavi, me ne ero completamente dimenticata.
Mi alzai. Mi allontano sempre quando rispondo al telefono. Sono timida quando parlo al telefono. E’ strano. Anzi no, non lo è. Io sono timida. Dovrei imparare qualcosa da ‘Arianna la libera’.
<Ciao, sono a casa di amici. No, no…, arrivo, aspettami sotto casa. Dammi 10 minuti> che palle!
<Ragazzi, io devo scappare>
<Ciao, Francesca. Spero di rivederti> banale, deficiente.
Mentre risalivo le scale pensavo al fatto che se Federica un anno fa mi avesse detto che Paolo le aveva chiesto di me, stasera non mi sarei neanche ricordata di lui. Invece sono stata la persona più noiosa del mondo e Arianna “tette grandi” sta andando alla grande.
Ancora il telefono. Un attimo… dammi tempo ragazzo… che palle.
Numero privato.
<Ciao Francesca>
<Riccardo? Perché numero privato?>
<Boh. Che fai? Ti va di bere una cosa?>
<Tu hai proprio voglia di bere, eh?>
<Si, ma non da solo. Sai che divento triste>
<Sei divertente quando sei triste, quando giochi ad essere un maschietto sfortunato>
<Ma io sono sfortunato>
<Ed infatti stasera è la tua serata sfortunata>
<No dai. Non dire così. Mi comporto bene>
<Allora lasciamo perdere. Una faccia appesa è noiosa se in più si comporta bene diventa insopportabile. E poi devo scappare a casa. E’ arrivato mio cugino da Firenze e mi sta aspettando sotto casa>
<Passo da te?> insistette Riccardo.
<Tu sai cos’è una fella?> gli chiesi pensando ad altro. Pensando ad un altro.
<Una?>
<Lascia perdere. Vengo da te tra mezz’ora> stavo perdendo? Avevo voglia di vederlo?
“Due etti di sesso, grazie”.
“E’ un po’ di più, lascio?”.
“Lasci, lasci”.
Gli uomini, che buffi. Come fare senza?
C’est la vie.