l'altra campana

Perché dell'amore siamo tutti esperti ma nessuno ne sa nulla!

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Scrittore volenteroso e divertito costretto a un vero lavoro per potersi permettere di bere ottimo vino.

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mercoledì, 30 luglio 2008

Capitoli 7 e 8

Da spettatore ad attore

La serata era piacevole per tutti i miei ospiti, si stavano divertendo. Io invece avevo l’ansia di dover essere brillante e di controllare continuamente i risultati guardando di sottecchi Francesca. Era sempre più complicato osservarla senza farsi notare. Avevo la netta sensazione che tutti mi stessero guardando. Tutti meno Francesca ovviamente. Lei sembrava completamente a suo agio e mi aveva rivolto la parola solo per dirmi “grazie” quando le avevo versato del vino. Mi aveva ringraziato diverse volte. Francesca apprezzava il vino rosso, non avevo dubbi. Iniziai ad essere sempre meno presente nella discussione. Quella che doveva essere la mia serata da protagonista per il momento mi vedeva spettatore. Se ci fosse stato un altro obiettivo avrei fatto lo scemo del villaggio, ballato sul tavolino e raccontato mille aneddoti. Invece ero lì dubbioso su tutto. Ogni cosa mi sembrava inappropriata. Lei era entrata in grande confidenza con tutti soprattutto con Marco, come prevedibile. I suoi tentativi di metterla a disagio si erano arenati contro lo spirito battagliero di Francesca. Sembrava governare completamente la situazione. Io mi limitavo ad ascoltarla. Visto che ormai era diventata l’ombelico della serata non dovevo più stirarmi il collo per regalarmi il suo viso. E’ normale guardare chi sta parlando no? Lei parlava, parlava tantissimo. Era incantevole! Ero veramente rapito. Devo dire che è stato amore a primo udito. Difficilmente avevo sentito qualcuno parlare con tanta disinvoltura. I suoi racconti erano delle piece teatrali. Recitava. Le sue parole non andavano ascoltate ma viste.

Parlavano di tutto e quindi, come capita sempre se in uno stesso ambiente ci sono dei ragazzi e delle ragazze, parlavano di relazioni. Tra un po’ sarebbe toccato al sesso. In viaggio si parla di cacca. In ufficio si parla delle vacanze.

Marco era il più accanito.

<…ragazzi, dite quello che volete. Se non ci si sposa più la colpa è delle donne. Il resto è indifendibile> Marco non si poteva più frenare. Tremavo. <Volete lavorare, fare carriera, guadagnare l’indipendenza. Fanciulle… tutto questo è incompatibile con la famiglia>

<Tu dici? Facciamo questo piccolo esercizio. E’ solo un gioco ovviamente> mi aspettavo una replica di Francesca <Ecco per te: ‘Isa la casalinga’> disse strizzando l’occhio alla nuova amica. <E’ una brava ragazza, ventisette anni, è bravissima ai fornelli ed è proverbiale il suo pollo alla cacciatora. Sa dove comprare le uova fresche, stira, lava, asciuga e la sera ascolta con amore i tuoi avventurosi racconti sulla giornata in ufficio e di come sei riuscito a far funzionare una fotocopiatrice inceppata. Il suo eroe. La cena è servita in dieci minuti dal tuo arrivo in casa. Non è male fisicamente però un po’ si trascura ed ha il sedere non proprio “allenato”. Ambizioni? Un figlio maschio ed una figlia femmina. Ed ora ecco per te: ‘Elena la manager’. E’ definibile come una stronzetta. Non sa stirare, ha fatto un corso di cucina giapponese ma per lo più mangia carote e finocchi. Lavora in una Banca d’Affari, e la sua pausa pranzo la passa a sudare in palestra. Ha il fisico tosto e tirato. Nella sua libreria non mancano libri di autoanalisi ed il cult ‘l’Intelligenza emotiva’. La sera torna a casa spesso dopo di te ma non le mancano mai le energie per passarti a prendere sulla sua BMW Cabrio ed andare all’inaugurazione di una mostra di un “fantastico pittore post -atomico ucraino, divino!”. Tu, dimmi la verità, chi ti sposi?>

<La casalinga, non c’è dubbio>

<Ok, ti voglio credere, e sto facendo uno sforzo. E quanto tempo passa prima che la tradisci con Elena la manager?>

<Dai Marco, ha ragione. Tutti gli uomini ormai preferirebbero la manager> Michele.

<Prima non c’erano le Elene ed a noi andavano benissimo le Ise> Il contributo di Max

<Eppoi hai disegnato la manager come un caso limite> la replica di Marco.

<E’ qui che ti sbagli> intervenne Elena, quella vera, quella che vuole una famiglia ma non rinuncia alla sua indipendenza. <Non è un caso estremo più di quanto non lo sia la casalinga. Anzi ci sono molte più manager che casalinghe>

<Ma non si può avere una via di mezzo?> chiese speranzoso Max. Il vino era diventato il protagonista. Parole in libertà che condivano idee poco chiare.

Tutti erano ormai coinvolti. Io onestamente non riuscivo ad appassionarmi. In situazioni normali avrei illuminato la scena dispensando la mia saggezza ma, devo ammettere, non era una situazione normale. Aprii un’altra bottiglia e la cosa fu molto apprezzata.

La mia solita gentilezza, il suo solito grazie.

<… prendi Paolo, con la sua vita del cavolo. Ma dove la mette una manager? Lui sta sempre fuori, lei pensa alla carriera… ma quando si vedono? In sala riunioni durante uno steering committee? Ma che storia hanno?> Marco non voleva arrendersi.

<Io non so Paolo dove possa mettere una manager. Non sto dicendo che sia giusto o sbagliato il cambiamento del nostro ruolo, io sto dicendo che voi vi lamentate ma poi cercate una donna rampante. Le casalinghe sono rimaste solo nei vostri sogni erotici, a patto che siano sporche di farina e sposate con qualcun altro> mi guardò, forse per la prima volta mi guardò. Senza trasmettere niente, mi guardò e basta. Come se volesse capire qualcosa.

<Ma tu cosa vuoi? Che uomo cerchi?> Marco mi guardò.

Ora si che si parla di cose interessanti. Lasciamo perdere per stasera i discorsi sui grandi cambiamenti sociali. Parliamo di Francesca, cosa vuole?

<Domanda interessante> Manuel esternò anche il mio pensiero.

<Io sto cercando un uomo, punto e basta! Un uomo che sia uomo; fidatevi… ce ne sono pochi>

<Brava Francesca> la incoraggiò Elena. <Ormai vi basta uscire dalla casa paterna e vi sentite addosso tutte le responsabilità del mondo. Per due spaghetti che avete imparato a cucinare vi sentite tanti Tarzan metropolitani. Così continuate a fare i bambini convinti di essere cresciuti>

<Ma noi siamo cresciuti, hai visto Paolino che cenetta ti ha tirato fuori? Senza l’aiuto di mamma?> I maschietti erano un po’ in difficoltà e cercavano di buttarla sullo scherzo.

<Se è per questo posso garantire che cucina molto meglio di me> Isa raccolse subito l’invito alla goliardia. Quando hai un po’ bevuto i discorsi troppo seri ti mettono in difficoltà.

<Io questo non posso dirlo, però mi sembra che non vi siete fatti mancare niente, eh?> Intervenne Manuel guardando i cadaveri sul tavolo.

<E’ un peccato che non siete venuti a cena> cinguettò Elena. <Dove avete mangiato?>

<A casa, davanti alla TV> rispose Manuel accorgendosi della mia amica.

<Io volevo andare a cena fuori ma poi si è messo a vedere la partita> Francesca parlò a bassa voce, quasi per scusarsi. Che eleganza!

<Possiamo andare domani sera a mangiare fuori. Quanto ti fermi a Roma?> Il vino aveva regalato a Elena un coraggio inaspettato.

<Riparto mercoledì. Martedì ho un concorso alla Consob>

<Allora domani è perfetto>

<Si certo, perfetto>

Alla grande Elena. Aveva fatto in un secondo quello che io avrei voluto fare da tutta la sera. Invece ero ancora li, accomodato in platea davanti ad uno spettacolo che avrei voluto diverso.

Mi venne in soccorso la vorace golosità di Marco.

<Paolino, i dolcetti milanesi? Quei cioccolatini con cui ogni tanto ci delizi? E tirali fuori, oggi è un grande giorno!> Ma perché è così scemo?

Li offrii a tutti.

Ancora una gentilezza, ancora un grazie. Mi riaccomodai in poltrona per lo spettacolo, fila B, posto 34.

<Buoni, li prendi a Milano?> Una musica con del fastidioso rumore intorno.

<Ehm… si, c’è una pasticceria vicino l’ufficio dove lavoro nella quale investo molta parte del mio stipendio> la mia testa fu attratta verso il centro dell’universo.

<Sono molto buoni>

<Grazie> ah Paolo….! Ma che razza di risposta è ‘Grazie’? Mica li hai fatti tu. Ma vuoi dire qualcosa di interessante. Minchia che scemo che sei. Ora…, devi affondare il colpo ora!

<Se mi dici quando è il tuo compleanno te ne regalo una scatola> che cazzata… meglio che niente. O forse meglio niente?

<Il diciassette Novembre> rispose.

<Peccato, passato da poco. Dovrai aspettare un bel po’ per i cioccolatini> ancora questo fastidioso rumore intorno a me. Quanta gente. Andate via.

<Meglio così, in ogni caso ti avrei chiesto di non regalarmeli, mi sarei finita la scatola in una serata!>

<Ma figurati…, non mi sembra che tu abbia problemi di linea> ma una conversazione un po’ più brillante?

<Beh bisogna sempre stare un po’ attenti, no?>

<Quindi non posso invitarti a cena fuori?> Era fatta, avevo osato. Ero andato nel terreno da dove non si torna indietro. Passò un secondo, forse due prima della sua risposta. Sembrò un secolo, il tempo era dilatato. Nel frattempo il resto dei presenti continuavano a vivere il loro mondo, diverso dal nostro, credo. Sicuramente diverso dal mio. Secondo me Einstein ha vissuto una situazione come quella che sto raccontando quando ha elaborato la teoria della relatività assoluta. Io non sono un esperto ed ancora una volta non riuscirò a renderla comprensibile ma, in maniera molto elementare, quello che ho capito è che la teoria si basa sul concetto che due sistemi non solidali sono regolati da regole diverse e quindi anche lo scambio è molto complicato. Il tempo, lo spazio, le forze, è tutto diverso. Per me era proprio così. Il sistema mio e di Francesca era completamente distinto dal sistema degli altri. Altra velocità, altra gravitazione. Il tempo scorreva più lentamente, l’energia prodotta decisamente maggiore. Quindi loro, gli altri, non c’erano. Erano solo delle onde fastidiose. La massa di Francesca mi attraeva completamente e mi allontanavo da tutti gli altri. Eravamo una galassia ed io ero così felice di essere il pianeta di una stella così bella. I miei pensieri la stavano corteggiando. Speravo che lei lo sentisse…

<Magari una sera organizziamo con Elena>

Speranza vana. Non aveva sentito i miei pensieri o forse li aveva sentiti ed aveva buttato la palla in calcio d’angolo. E che cavolo… anche dal calcio d’angolo si può segnare un gol.

<Si certo, magari una sera organizziamo con Elena, intanto ti sto invitando a cena, senza Elena. Se non vuoi venire devi dire “No Paolo, non voglio venire a cena con te”> la palla è nuovamente nel suo campo. Ora mi sentivo quasi più tranquillo. “In campo abbiamo dato il massimo. Sono contento della mia prestazione ed anche il Mister ci ha fatto i complimenti negli spogliatoi “.

<Non voglio dirti no e non voglio dirti si. Mi sembra che tu corri un po’ troppo>

“Ehi capitano, qualcuno sta entrando nel nostro campo gravitazionale, potrebbe esserci una collisione. Ci stanno attaccando, ci stanno attaccando!”.

<Paolino, un altro bel caffè?> Max l’invasore.

<Max, sono 5 anni che vieni in questa casa. Vuoi il permesso oppure le istruzioni?>

<Nervosetto, eh?>

<Scusami. Chi vuole un caffè?>

Solita gentilezza ma senza il solito grazie.

<Una grappa secca per me. E il conto> Michele aveva voglia di scherzare. Quando andai in cucina realizzai che anche io avevo voglia di scherzare. Ero da solo per qualche secondo e poteva gustarmi le battute che avevo scambiato con Francesca. Quattro frasi al massimo, meno di cento parole. Per me quello fu il nostro primo incontro.

Mentre chiudevo la macchinetta del caffè arrivò.

<Vai forte ragazzo!>

<Beh anche tu non vai male mi sembra. Già gli hai fatto sentire il profumo? Elena, è un pupo>

<Macché pupo e pupo. Ma hai visto che spalle?>

Ma Elena non era li per parlare delle spalle di uno sconosciuto ma per parlare del cuore di una persona che conosceva molto bene.

<Perché ho la sensazione che tu sia felice?> mi chiese Elena.

<Beh, è una bella serata, no?>

<Vuoi giocare con me?> Mi chiese con tono di sfida.

<Mhmmm, che gioco vuoi fare maialina?> Avevo voglia di scherzare con Elena come facciamo spesso. Mi distendeva. Con lei ero me stesso, quasi come con i miei amici. Un po’ di relax prima di scendere nuovamente in campo. Non ero andato negli spogliatoi in vantaggio ma dopo aver subito per buona parte della gara ora stavo imponendo il mio gioco a centrocampo.

<Un mio amico della palestra mi ha chiesto se gli presento Francesca. Ti dispiace> brava Elena, mi hai fregato. Brava davvero.

<Lo sai. Mi conosci> non potevo e non volevo rischiare.

<E allora perché non me lo dici? Siamo amici anche per questo sai?>

Forse aveva ragione. Anzi no, non aveva ragione. Io non parlo molto del mio intimo se si deve parlare seriamente. Finché si scherza va tutto bene ma quando si parla seriamente come voleva parlare Elena la situazione mi imbarazza, devo avere tempo. Non posso parlare dei miei sentimenti in tre minuti, in piedi in cucina mentre faccio il caffè.

<Sai anche perché non te lo dico. Mi conosci>

<Comunque, anche se sei una merdina secca, sarei contenta per voi. Si vede che ti piace> uscì dalla cucina, poi si riaffacciò dalla porta e disse: <E secondo me tu piaci a lei. Ciao ciao>

Era finito l’intervallo, dovevo tornare a giocare.

Mi sedetti ancora vicino a Francesca, quel posto che i miei compagni di squadra avevano lasciato ovviamente libero. Aspettai che ricominciò una conversazione qualsiasi. Aspettai di ristabilire un ordine cosmico tra i due universi. Michele e Max sono maestri in questo. Sanno allontanare le persone. Elena stava continuando e misurare la larghezza delle spalle di Manuel. Grande Elena.

Forza, ricominciamo a testa bassa, facciamo nostra la partita.

<Che musica vuoi ascoltare?>

<Che cosa hai?>

<Tutto. Tutti i generi di musica. Magari mi manca “Il Flauto Magico” suonato dalla Bayreuth Philormonic ma credo di poter esaudire i tuoi desideri>

<Io ho molti desideri…> interpretai in maniera maliziosa queste parole ma non ebbi il coraggio di affondare il colpo.

<Ed io tanta generosità. Iniziamo dalla musica che vuoi sentire?>

<Sting>

<E Sting sia. Primo desiderio esaudito>

Scelsi un po’ di brani di Sting in MP3. Anche a me piace Sting.

<Che fai nella vita, Francesca?> Mi stavo proprio rilassando.

<Lavoro in un’agenzia di pubblicità>

<Ti piace? Intendo dire è il lavoro per il quale puoi dire: ‘Non avrei potuto fare altro nella vita’?>

<Bella domanda, non so. Lo faccio da quando ho vent’anni e mi soddisfa. Guadagno facendo un lavoro che mi piace. Ho del tempo libero a disposizione. Mi sento molto fortunata. Tu?>

<Lavoro per una società di consulenza>

<Questo lo so. Puoi dire ‘Non avrei potuto fare altro nella vita’?>

Sapeva che lavoro facevo. Io non glielo avevo detto. Si era informata? Non feci in tempo a completare questi pensieri che subimmo un altro attacco. Un altro attacco dall’universo parallelo.

<Francesca, che intenzioni abbiamo?> L’attacco stavolta era stato portato da Manuel. Guardai Elena con sguardo supplicante ma fu inutile.

<Sigaretta e andiamo? Sei stanco?>

<Sigaretta e andiamo. Ok>

Mi rimanevano tra i sei ed i sette minuti. Dovevo sbrigarmi altrimenti non me la sarei mai perdonata. Francesca si alzò per prendere le sigarette e si fermò a parlare con Isa, dall’altra parte della stanza. Cercai di disegnarmi una faccia normale ma non credo che ottenni risultati soddisfacenti. Conversai svogliatamente con Michele e Max poi il suono terribile della frase: “Noi andiamo”.

<Scendo con voi> dissero Elena e Isa quasi all’unisono. Andarono a prendere i cappotti ed io osservavo la mio Waterloo quasi pietrificato. Francesca salutò tutti con un bacio. Io mi avvicinai alla porta e l’aprii. Manuel mi diede una vigorosa stretta di mano ed uscì subito seguito da Isa ed Elena. Aiutai Francesca a mettere il cappotto.

<Spero di rivederti presto> ma che saluto è? Mica stai salutando la zia! Com’era lontano il Paolo sicuro che l’aveva invitata a cena.

<Ciao, grazie> le chiusi rapidamente la porta in faccia. Non volevo girarmi di fronte ai miei severissimi giurati.

<A Richard Gere… l’hai proprio conquistata eh? Ma che gli fai alle donne Paolino?> Max non aspettò un secondo.

<Una disfatta> Il mio esordio.

<Niente, niente? Neanche un appuntamento per un cinemino>

<Una disfatta> ripetei sconsolato.

<Secondo me ti sei comportato bene. Carino, educato…> guardai Michele ringraziandolo.

<Si, si, fai conto che già c’è cascata… ma lasciala perdere quella stronza… non mi piace, quei tipi come quella là... che è una che ha l’aria da educanda che vuole che appare una brava ragazza. Poi appena trovo uno bello fuori dal giro vedi come ci va al cinema e dopo-cinema. Io le conosco le ragazze di quel tipo, tutte uguali quel tipo di stronze> I ragionamenti di Marco non erano più da prendere in nessuna considerazione, le parole che li descrivevano del tutto sconnesse. Suonò il citofono. Era Francesca. Dopo cinquantatre minuti suonò la porta. O forse dopo 12 secondi? Non saprei.

<Ho lasciato la sciarpa sul tuo letto> mi scansai dall’uscio senza dire una parola. Mi passò accanto strusciandomi, molecole del suo profumo mi inondarono. I ragazzi la fissarono e lei se ne accorse. Camminò a testa bassa e scomparve dietro il corridoio per andare in camera da letto.

Ero ancora appoggiato alla porta quando tornò. Le aprii la porta.

<Speravo di rivederti ma non potevo sperare che sarebbe stato così presto> le dissi. Si voltò e sorrise mentre stava già scendendo la prima rampa di scale.

<Francesca…> la chiamai. Mi guardò esortandomi a parlare.

<Vorrei proprio rivederti, davvero> non so che tono usai. Forse di supplica, forse un invito.

<Troverai il modo. Mi aspettano, ciao> oh si che lo troverò il modo, ci puoi giurare.

Mi sentivo un po’ meno sconfitto. Sospirai e chiusi la porta.

<Invece secondo me è carina> disse Michele <Marco, il tuo problema e che ficchi le ragazze sempre dentro lo stesso stereotipo. Hai mai avuto il sospetto che una ragazza che non te l’ha data non sia una stronza?> Sapeva quello che volevo sentir dire.

Purtroppo però non gli stavo prestando molta attenzione. Potevano parlare per ore, bene o male non aveva importanza. Non avrei mai cambiato idea su quello che pensavo di Francesca. Vivevo ormai la classica situazione in cui per cambiare opinione devi subire qualcosa di sgradevole. Non sono sufficienti le parole. Ancora una volta, non mi sarei fidato delle parole. A me Francesca piaceva, piaceva tantissimo. Era nella mia testa come non c’era mai stata nessun’altra. Ed avevo una voglia incredibile di ospitarla anche nel mio cuore.

<Francesca ha il lucchetto giusto per la tua catena!> Max aveva rappresentato una delle nostre paure. Stava esorcizzando un pericolo. Mi conosceva perfettamente ed aveva intuito le mie vibrazioni.

I ragazzi continuarono a parlare. Dopo una mezz’ora li cacciai di casa. Volevo rivedere mentalmente il film della serata, interpretarlo. Avevo vissuto una serata di picchi e valli. Andai a letto su un picco con ancora il profumo di Francesca a darmi la buona notte.

Buona notte anche a te, Francesca.

 

 

La sciarpa dimenticata

Gli amici di Paolo erano simpatici. Credo che stessero cercando di mettermi a mio agio, ognuno a suo modo. Marco, era il più estroverso ed aveva molta voglia di scherzare. Io stavo allo scherzo ma ero sempre molto attenta a non esagerare. Il mio carattere non mi consente di essere molto aperta. La situazione però era piacevole, se non ci fosse stato Paolo mi sarei anche divertita. Paolo lo vedevo un pò come un giudice. Osservava la serata con una calma olimpica e sembrava manovrarci a suo piacimento. Del resto giocava in casa, aveva un gran vantaggio. Parlammo di molte cose, in libertà.

Certo che sono tutti simili i ragionamenti dei maschietti! Stessi percorsi mentali. Stessi labirinti le cui strade sono i loro pensieri tutti uguali. Ripetono le stesse cose senza nessun approfondimento. Trovo che siano di una superficialità disarmante. Ci accusano di essere complicate e si vantano di ragionare in maniera semplice, elementare. Io trovo che invece sono semplici ed elementari ma senza ragionare. E in quel periodo lo pensavo ancora più che adesso. Non avevo nessuna stima del genere maschile. Sentivo di avere un gran bisogno di egoismo. Riccardo mi aveva davvero prosciugata ed aveva creato una corazza intorno al mio cuore che poteva essere scalfita ma non perforata, ora vedevo intorno a me solo nemici. Anche Paolo. Eppure Paolo era qualcosa di diverso. Certo anche lui aveva i tipici atteggiamenti da super uomo, anche lui era sicuro e spavaldo. Però aveva, nei suoi occhi marroni, uno sguardo tenero. Uno sguardo che peraltro non si degnava mai di posare su di me. Ed io mi guardavo bene dal posare il mio su di lui. Non volevo assolutamente che si accorgesse del mio nascente interesse verso di lui.

Paolo aveva una bella casa, arredata in maniera essenziale, come piace a me. La sua stanza da letto, che avevo visto di sfuggita mentre posavo il cappotto, aveva solo un grande letto ed un mobile con uno specchio. Poche caratteristiche: una carta del mondo, una madonnina di ceramica appesa accanto alla finestra ed una candela mezza consumata su un comodino di legno e metallo. Il salotto aveva una bella luce calda, concentrata. Alle pareti qualche quadro, nell’insieme non erano armoniosi, anzi avrei detto che sulle pareti c’era un po’ di confusione. Forse la notavo solo io perché la confusione era ben presente anche nella mia testa. Non riuscivo ad esprimere me stessa come avrei voluto. Già… come avrei voluto? Abbiamo sempre il desiderio di apparire migliori. Io nel mio intimo mi piaccio. Penso di essere una bella persona eppure quando ho un interesse perdo tutta la mia sicurezza. Avevo paura di apparire sbagliata. Anche quella sera, parlando, mi sentivo o troppo severa o troppo accondiscendente. A volte normale, mediocre, ordinaria.

Per mettere le mani da qualche parte bevevo al di la della mia media. Fumai anche un po’ di marijuana. Si dice che la marijuana renda più disinibiti. Non ne sono così convinta. Secondo me accentua le nostre sensazioni. Se siamo sicure diventiamo ancora più sicure, se siamo barcollanti il nostro equilibrio diventa ancora più instabile.

Io ero barcollante con Paolo e sicura con tutti gli altri. In realtà parlavo con tutti tranne che con lui stando però ben attenta ad intuire se ascoltava le mie parole, se le condivideva oppure le contestava.

Mi sorprendevo a fare dei pensieri stravaganti. Come ci starei in questa casa? Cosa cambierei? Cosa cambierei?

Avevo pensato a cosa avrei cambiato. Forse ho la fissa di voler cambiare in continuazione qualcosa o qualcuno. Sono presuntuosa.

Paolo mi versò del vino ed avrei voluto ringraziarlo con il mio sorriso più bello. Credo invece che il mio grazie avesse un tono baritonale. Non alzai neanche lo sguardo.

Ero un po’ seccata con me stessa. Le mie due anime stavano litigando proprio li, davanti a tutti, a casa di un ragazzo che conoscevo poco e già mi piaceva molto, almeno questo era ciò che credevo. La mia anima romantica stava aspettando che il mio cavaliere mi venisse a rapire su un bianco destriero, o per lo meno che mi degnasse di una sillaba. La mia anima anti-conformista mi esortava a prenderlo per un braccio, spingerlo in cucina e baciarlo con passione. Avevo voglia di eccitarmi.

Ormai era una guerra senza esclusione di colpi tra le due contendenti. Gong, Schivato, uno-due al corpo, finta a destra e gancio sinistro. L’anima romantica era al tappetto ed io affondai il colpo.

<Buoni, li prendi a Milano?>

Mi rispose subito, con prontezza. In un secondo abbiamo iniziato a parlare. Anche lui mi sembrava avesse voglia di parlare. Mi propose gentilmente di regalarmi dei cioccolatini buonissimi che stavamo mangiando.

<Beh bisogna sempre stare un po’ attenti, no?> Risposi. Ma che sto dicendo? Sembro una di quelle pazze che vivono di insalate e mele. Manca solo che gli chiedo se mi vuole tutta ciccia e brufoli.

Aveva una bella voce.

Ad un certo punto mi invitò a cena fuori! Non sapevo cosa fare, cosa dire, come respirare, dove guardare, come, dove e cosa vivere. Ero in imbarazzo totale. Avrei voluto consultare un manuale per capirci qualcosa. Io volevo andarci a cena fuori con Paolo, cavoli se volevo andarci ma non potevo mica dire si. Se avessi detto di si poteva immaginare che volevo andare a cena con lui. Ero alquanto confusa.

<Magari una sera organizziamo con Elena> ma cosa dici? Che c’entra Elena? Ma che mi serve l’amichetta con cui andare in bagno. Mamma mia quanto sei stupida Franceschina mia.

<Si certo, magari una sera organizziamo con Elena, intanto ti sto invitando a cena, senza Elena. Se non vuoi venire devi dire ‘No Paolo, non voglio venire a cena con te’> ovvio, ha ragione. La mia risposta vale come un no. Come si esce da questa situazione? Aiuto, qualcuno mi aiuti.

<Non voglio dirti no e non voglio dirti si. Mi sembra che tu corra un po’ troppo> “Mi sembra che tu corri un po’ troppo”… neanche Lucia Mondella userebbe un’espressione così antica e  banale. La fiera dei modi di dire. “Eh si, mio caro, non si sa più cosa mettere in valigia, non ci sono più le mezze stagioni”.

Per mia fortuna fummo interrotti. Qualcuno chiese qualcosa a Paolo che si alzò ed andò a fare il caffè. Com’era accaduto tutto così in fretta? In pochi secondi era passato dall’addormentarsi sul divano ad un invito a cena. Ero un po’ frastornata e Paolo si sedette ancora vicino a me. Era gentile, aveva uno scopo. All’improvviso capii che lui voleva solo portarmi a letto. Non che la cosa mi sconvolgesse. Per mia fortuna il mondo è pieno di uomini che vogliono portarmi a letto però Paolo mi piaceva, aveva un bel modo di guardarmi, un bel modo di parlare. Forse aveva anche una bella testa. Avrei voluto un interesse più lungo di mezz’ora di coabitazione corporale. Aveva un modo di corteggiarmi originale, simpatico. Aggressivo ma non inopportuno. Odio le persone inopportune. La sua sicurezza mi rendeva ancora più timida. Mi divertiva parlarci. Dio che confusione che avevo in testa.

Io di solito sapevo gestire quelle situazioni a mio piacimento. Mi capitava di essere corteggiata. Ad essere onesta mi capitava quasi ad ogni festa. Ed ogni volta sapevo cosa dovevo fare. Mi piaceva? Si andava avanti, lo si faceva agitare, gli davi una speranza per poi toglierla dopo cinque minuti. Poi una chiacchiera con un’amica, una risata con un amico ed il gioco era fatto. Ti avrebbe chiesto il numero di telefono entro tre minuti. Non ti piaceva? Qualche risposta annoiata, una frase di circostanza per allontanarti e farti soccorrere da un amica e un ‘ciao ciao’ con la mano andando via. Li, a casa di Paolo, in quel salotto con i quadri disordinati non sapevo proprio cosa fare. Mio cugino mi aveva chiesto di andar via ed io, come per allungare un sogno, gli chiesi l’ultima sigaretta. Era un sogno che mi faceva paura, tanto che decisi di scappare. In realtà non credo che lo decisi, scappai e basta. Andai a parlare con Isa, anzi andai davanti ad Isa a prestargli due orecchie del tutto disinteressate.

Non credo che Paolo se ne accorse. Morto un papa se ne fa un altro, se non ero io ad accomodarmi nel suo letto nei prossimi giorni sarebbe stata qualcun’altra. Non era particolarmente bello ma aveva la convinzione che poteva portarsi a letto qualsiasi ragazza. Approfittai di un momento di buco sonoro per dare la sensazione di volermene andare. Mi seguirono Isa, Elena e ovviamente mio cugino. Ma io non me ne volevo andare. Volevo cambiare situazione, volevo cambiare scena, volevo vivere una cosa diversa ma non certo andare via.

Mi ritrovai nella camera di Paolo ad infilarmi il cappotto. Elena e Manuel stavano organizzando improbabili birre in un locale dietro casa di Paolo. Ma lui non era stanco? Vidi la mia sciarpa sul letto, in un secondo il mio cervello scrisse una sceneggiatura di una commedia romantica. Tutto comincia con lei che dimentica la sciarpa a casa sua. Lui la vede e si addormenta con la sciarpa di lei tra le mani. Il giorno lui la chiama e la sciarpa galeotta permette ai due di rivedersi e di innamorarsi. Chiaramente un bel lieto fine preceduto da un piccolo equivoco che per poco non stava per rovinare tutto. Classico schema della commedia americana.

<Spero di rivederti presto> che faccia tosta che ha. E’ carino.

<Ciao, grazie> quante volte hai detto grazie stasera? Troppe!

Giù in strada faceva freddo.

<Ma tu non avevi una sciarpa?> Chiese Manuel. L’unica occasione da quando esiste la razza umana in cui un uomo nota un particolare: una sciarpa.

<Dici? Non mi ricordo> finsi.

<Avevi una sciarpa marrone> eravamo di fronte ad un evento talmente raro che uno statistico non lo avrebbe preso neanche in considerazione scartandolo come coda.

<Ah già> odiai mio cugino.

Citofonare e risalire a casa di Paolo era l’ultima cosa che avrei voluto fare. Mi stava aspettando sulla porta, mi guardava con intensità. Per entrare lo sfiorai. Ero imbarazzata. Farfugliai qualcosa e scappai in camera da letto.

Cercai di essere più veloce possibile. Mi infilai tra lui e la porta di casa ed uscii.

<Francesca…> mi chiamò. Lo guardai sperando di sentire delle belle parole.

<Vorrei proprio rivederti, davvero> erano belle. Erano delle belle parole. Io ero contenta.

<Troverai il modo. Mi aspettano, ciao> si così, finalmente una risposta degna di me. Veloce, ficcante. Così si fa!

Scesi con una corsetta allegra i cinque piani fino giù in strada. Fuori Elena e Manuel si stavano baciando appoggiati ad una macchina. Oddio che situazione buffa. Mi veniva da ridere.

<Elena…> parlai ad alta voce.

<… c’è mio cugino di Firenze che è venuto a trovarmi. Manuel, ricordi? Io sono un po’ impegnata. Ti dispiacerebbe portarlo un po’ in giro? Sai è un bel tenebroso, potresti fare qualcosa di rivoluzionario…> strizzai l’occhio ad Elena.

<Proprio un bel barbudos…>

<Ma che state dicendo?> Era divertito il cuginetto ma che poteva capire? Come poteva entrare nei nostri ingranaggi?

<Non preoccuparti tu. Sali sulla mia ‘Granma’. Andiamo a riprenderci l’isola>

<Ma che cazzo dite?> Rise mio cugino.

<Qualsiasi cosa ci viene in testa. E tu vai tranquilla, è in ottime mani> Elena! Troppo grande, Elena!

<Lo so> le strizzai l’occhio ed andai tranquilla.

Andai tranquilla perché Paolo voleva rivedermi, davvero. Aveva proprio detto davvero. E’ un avverbio rafforzativo. Non pensavo che avrei mai apprezzato così tanto un rafforzativo. Lui avrebbe fatto qualcosa. Squillò il telefono proprio quando mi stavo gustando lo sguardo di Paolo che mi diceva che voleva proprio rivedermi. Davvero.

‘Riccardo Cell’. Leggere il suo nome sul display non modificò il mio stato d’animo.

<Sei a Capalbio?> chiesi per allontanarlo.

<No, sono rimasto a Roma>

<Come mai?> chiesi senza nessun interesse.

<Dove sei?>

<Da amici>

<Che fai?>

<Sto tornando a casa>

<Anche io. Vogliamo tornare nella stessa casa?>

<Sono un po’ stanca. Magari ci sentiamo in settimana, che ne dici?> non ero stanca.

<Sei cambiata Francesca, cos’hai?>

<Sono cambiata, l’hai detto tu>

<Non riesco a farti cambiare idea?>

<Direi di no. Ti chiamo io, ok?>

<Sei arrabbiata con me?>

Perché gli uomini pensano che se non vai a letto con loro è perché sei arrabbiata con loro? Ma che razza di presunzione è? Non sospettano che magari non abbiamo voglia? Che magari per una sera loro possano non essere una gioia ed un godimento così indispensabile per noi?

<Lo sono stata Riccardo, ora non lo sono più>

Arrivai alla macchina un po’ stralunata. Negli ultimi dieci minuti Paolo mi aveva detto che mi voleva proprio rivedere davvero, la mia migliore amica si stava baciando con il mio cuginetto ed io avevo dato buca a Riccardo senza finzioni, senza pensare che fosse la tattica giusta. Gli avevo semplicemente dato buca come avevo dato buca decine di altre volte in vita mia. Pensai che erano successe effettivamente troppe cose. Mentre guidavo pensavo che la vita è proprio bizzarra. Una sorpresa ogni cinque minuti. Valeva proprio la pena di vivere al massimo.

Parcheggiai e citofonai.

Fu una sorpresa anche per Riccardo.

giovedì, 17 luglio 2008

Capitoli 3 e 4

...

Come rivederla?

Mi svegliai con la testa sotto il cuscino quasi a trattenere il mal di testa.

Minchia che pezza ieri sera, devo aver bevuto parecchio. Non ricordo tutto con lucidità. Dunque ragioniamo un po’… uhm… sono nudo. Wow, sembra un buon segno. Non ho il coraggio di girarmi. Ok, diamo un’occhiata. Uhm, bei capelli. Si, si ora ricordo tutto. Arianna. Sarebbe bello avere ancora dei dubbi, vorrebbe dire che ogni giorno mi porto a letto una ragazza diversa. Oddio… io vorrei andare a letto tutti i giorni con una ragazza diversa? Che domande strane ti fai di prima mattina… Che ore sono? Quando mi deciderò a mettere un orologio luminoso in camera da letto? Perché non ho mai comprato la sveglia che proietta l’ora sul soffitto? Perché costa uno sproposito, ecco perché. E’ una cosa immorale. E’ morale invece stare tutto nudo a letto con una ragazza con la quale hai passato più tempo a fare l’amore che a parlare?

Pensavo confusamente utilizzando solo una piccola parte dei miei neuroni, quelli più mattinieri.

I latini dicevano che la moralità è “l’agere secundum recta rationem”. Mi è sempre piaciuta questa frase perché ha una traduzione facile. Non mi aiuta però quasi mai a capire la moralità. Beh non so se Arianna avesse apprezzato la mia “recta rationem”, mi sembrava più concentrata su altre rettitudini. Sembrava, ad una prima indagine poco approfondita, che ne io ne lei fossimo molto morali. Pazienza. Il rapporto qualità/prezzo tra il piccolo rimorso che provavo ed il piacere della nottata era molto favorevole.

Andrò a prepararmi un caffè. La sveglio? Aveva un appuntamento mi pare. Si, un appuntamento alle undici, deve andare in tribunale. Uhm… un avvocato. Nella mia personale statistica gli avvocati sono bravi a fare l’amore. Vediamo che ore sono. La sveglio all’ultimo momento così non ci sarà molto tempo per parlare. Non mi piacciono i discorsi dei risvegli. Pensieri già sentiti. Lei mi dirà che non le era mai capitato ed io farò finta di crederci. Poi io balbetterò qualcosa circa il momento delicato della mia vita. “Vedi Arianna è un periodo nel quale è meglio se sto da solo, ti darei solo problemi”. E lei farà finta di crederci. Sarebbe solo il rumore di parole che contrastano con i nostri comportamenti. Sappiamo bene come stanno le cose non abbiamo bisogno di raccontarci bugie con le parole.

Mi alzai. Erano circa le nove.

A che ora siamo andati a letto? A che ora ci siamo addormentati? Quanto è durato?

Noi deboli maschietti pensiamo sempre a queste cose. Quanto è durato? La nostra equazione infallibile ci assicura che più tempo passiamo dentro ad una donna più lei gode. Ci preoccupiamo poco di controllare se è vero. “Sono d’accordo con il Mister. Abbiamo fatto una buona gara. Credo proprio che il pubblico si sia divertito”. Se poi il pubblico si è divertito veramente non lo sappiamo.

I più scrupolosi lo chiedono? “Come è andata?”. Mah.

I più ‘maschi’ lo suppongono “Si capisce quando una donna sta godendo.” Mah…

Mi preparai il caffè sbadigliando.

Io non lo chiedo e non mi illudo di saperlo. Se ricasca nel mio letto mi ha risposto. I comportamenti sono la verità, non le parole. E’ così facile parlare. Basta avere un cervello ed una bocca. Per i comportamenti serve la volontà, ben più complicato.

I pensieri erano diventati stranamente lucidi. I neuroni stavano facendo un grandissimo lavoro.

Proprio un bel team. Pensò il mio consulente preferito.

La mia dispensa era stranamente disabitata. Niente pane, niente biscotti, niente marmellata, niente latte. Un caffè era una colazione un po’ misera. Pensai che Arianna era una persona che meritava di più. Pensai proprio così oppure immaginai che si era meritata qualcosa di più per quella notte? Chi è che meritava di più, Arianna o la scopata che mi aveva regalato? Era un brutto pensiero subito scacciato dalla considerazione che era stato piacevole anche rollarmi una sigaretta dopo e chiacchierare un pò. Per fortuna. Uscii in tuta e piumino per andare a comprare due cornetti e un po’ di latte. Comprai anche una rosa.

Una rosa? Ma che le porto una rosa? Che penserà?

Che mai avrebbe dovuto pensare? Era un gesto carino, caldo. Non dovremmo essere preoccupati di fare gesti caldi. Non dovremmo essere preoccupati di sembrare gentili. C’è bisogno di più gentilezza. E con ciò sentii che anche quel giorno avevo contribuito a migliorare il mondo.

Sarà durato più o meno di mezz’ora?

Preparai la colazione in salotto e scelsi una bella canzone di Roberto Ciotti per il suo risveglio. La musica si diffuse nella casa e contribuì a riscaldarla molto più del tiepido sole che entrava dalle finestre.

Tornai in camera da letto. C’era un buon profumo di immoralità. Lei aveva un buon profumo e lo avevo riconosciuto.

<Buongiorno Laura> sussurrai.

<Mmhmm… mhmmmm…. buongiorno Filippo> sorrisi.

<Come va? Dormito bene?>

<Ehi… che ore sono?> Agitazione.

<…si, anche io sono stato benissimo…> sospiro.

<No intendevo… dai scemo… devo andare in tribunale stamattina>

<Alle undici, lo so. Grazie a questo scemo potrai continuare a fare l’avvocato e non sarai costretta a rilassare i militari in libera uscita per sopravvivere, non sono ancora le dieci>

<Grazie> lo disse dentro ad un bel sorriso. Ogni tanto mi capita di ripensare a quel sorriso. Ed ogni volta rispondo con un sorriso. Vorrei tanto che il mio sorriso le arrivasse in qualche modo. Credo che questi sorrisi siano una bella definizione della parola affetto. Non ho avuto tanti altri sorrisi così belli in vita mia.

<Posso farmi un caffè> mi chiese sedendosi sul letto.

<No, però se vuoi ne puoi bere un po’ di quello che ho fatto io>

<Ma tu non stacchi mai?> Stavolta il sorriso era diverso.

<Hai fame?> Presto mi chiederai di ‘riattacarmi’. Non aggiunsi nulla. Ero in attesa.

<Siiii, pipì però>

<I piccoli piaceri della vita, la pipì la mattina>

<Quali sono gli altri?> Urlò dal bagno?

 Ecco ci siamo. Ora comincia. Devo reggere un’ora. Quanto ci vuole ad andare in tribunale? A che ora deve uscire? C’è traffico il venerdì? Si c’è traffico.

Il suo bel sorriso era un lontano ricordo.

<Un altro è avere il motorino quando c’è il traffico del lungotevere di mattina> sperai.

Ero pronto per il gran discorso.

<Il Gran Premio la domenica pomeriggio quando piove> disse raggiungendomi in salotto.

<Si certo, anche a me a volte è capitato… No, mi arrendo che vuol dire?>

<Un piacere della vita. Piove e quindi non ti senti in colpa di sprecare un pomeriggio di domenica a casa ed allora ti addormenti sul divano prima del pit stop>

In quel momento pensai che una rosa era pochino. Ci voleva un mazzo di fantastici tulipani. I tulipani sono i miei fiori preferiti.

<Sei simpatica. Non lo dico spesso alle donne>

<Non ti preoccupare, ne conosco tanti di cretini. Ti va se chiariamo subito un punto?>

Ecco fatto…

<Certo. Dimmi…> ero pronto per le parole finte.

<Ieri sera sei stato bravo ed in tre minuti mi hai fatto venire voglia di venire a casa tua. In tutti i sensi. E’ stato eccitante e molto divertente. Obiettivo raggiunto per entrambi. Forse però il mio ragazzo non mi capirebbe completamente. Non è importante e sono sicura che non c’è bisogno che io ti spieghi altro> annusò la rosa.

<Ti do un accappatoio>

<Non dici niente?>

<Si. Ho detto “Ti do un accappatoio”. Ho immaginato che anche se non vuoi parlare, cosa che comprendo, ti vorrai asciugare. Sono un obiettivo perspicace io>

<Anche tu sei simpatico> ancora il suo sorriso. Quello bello.

<Non lo avevamo già detto ieri sera?>

<No ieri sera ho detto: “si, si, cazzo… si si siiii, non ti fermare mai, maiiii’” ma le due cose non sono collegate>

<Per fortuna che sei già fidanzata. Sarebbe stata un rapporto faticosissimo>

<Oh no, per niente. Ti saresti stufato subito> si alzò ed andò verso il bagno.

Aveva ragione ma lo aveva pensato prima lei.

Si fece una doccia veloce ed in dieci minuti era fuori di casa. Ci salutammo con un bacio sulle guance. Il bacio che tutti e due volevamo. Poche ore prima mi aveva ospitato. Mah..

Appena uscì mi confermai che era proprio simpatica. E lo pensai anche quando andai in bagno a fare la doccia e notai tutto il mio dentifricio sopra lo specchio del bagno a formare le parole “Per fortuna non ho un’iguana”.

Erano le dieci e mezzo quando entrai in doccia. Per essere stata una ‘prima volta’ era andata alla grande. Avevamo avuto lo stesso ritmo. Avrei detto che avevamo avuto gli stessi desideri, le stesse voglie, le stesse fantasie allo stesso momento. Mi piace fare l’amore quando so come interpretare i miei sensi.

Avevo la giornata a disposizione. Dovevo rileggere un documento, mandare un paio di email e fare qualche telefonata. Il consulente è un lavoro che ti impegna per diciotto ore il martedì e solo due ore il mercoledì. Dicono anche che sia l’unico mestiere che ti fa cenare una sera con le merendine della macchinetta e la sera dopo nel migliore ristorante della città. Mi è capitato più spesso l’ipotesi A.

Riaccesi il telefono. Due messaggi.

Mio fratello: “Pranziamo insieme da mamma e papà?”. Opzioni, rispondi. “Ok. All’una e mezza”. Invio.

Elena: “Arianna o Francesca?”.

Anche Francesca aveva fatto l’amore con qualcuno quella notte. Ero molto infastidito.

Chissà quanto tempo è durato.

Il profumo dell’immoralità stava svanendo velocemente ed avrei voluto sostituirlo con quello di Francesca. Come sono fatto male!

Senza sapere bene il motivo composi il numero di Elena.

<Ciao, sono Paolo>

<Ciao Paolo, sono un po’ incasinata, dimmi>

Realizzai che non avevo nulla da dirle, volevo ascoltare piuttosto. Volevo che lei mi dicesse che l’aveva chiamata Francesca e che le aveva chiesto il mio numero. Volevo il miracolo. Effettivamente di miracolo si trattava. Sentivo di avere le stesse probabilità che avrei avuto al matrimonio di Cana, se, visto il ritardo dell’ospite d’onore, mi avessero dato dell’acqua dicendo “Vino finito... grazie”.

Ma a volte i miracoli di verificano.

<Niente di importante, ci sentiamo dopo> dissi cercando velocemente un qualsiasi argomento che potesse darmi una possibilità per parlare di Francesca.

<Ok, ti chiamo all’ora di pranzo> troncò Elena.

<Ok, a dopo> ero rassegnato.

<Anzi dopo pranzo perché vado a mangiare un boccone con Francesca> si, si, si!

<Ah… dove andate?>

<Come sei curioso. Ti piace Francesca eh?>

<Ma no che dici, è solo che a pranzo sono in giro magari ci potevamo incrociare da qualche parte> provai un diversivo.

<Purtroppo è un pranzo di femminucce. Credo mi voglia raccontare di ieri sera. Hai visto che è andata via presto, no? Mi sa che era un incontro galante>

<Ah, è fidanzata?> Dimmi di no, dimmi di no.

<Beh fidanzata no. Si vede con un tipo ma lui sembra non decidersi. Ma poi che ti frega? Devo attaccare ora. Ho molto da fare. Ti chiamo nel pomeriggio>

<Ok, a dopo> ero un po’ meno rassegnato.

I miracoli a volte si verificano ma mai quando io sono nei paraggi. Mi sa che uso un bagnoschiuma miracolo-repellente.

Come fa un creatura pensante a non essere interessato a Francesca?

Provai a dimenticarmi di Francesca e accesi il computer. Finii in fretta le cose che dovevo fare. Volevo tenermi il pomeriggio libero giusto nel caso il destino mi avesse riservato una passeggiata sull’acqua o una moltiplicazione di pani e pesci.

A pranzo andai dai miei. Ero contento, non li vedo spesso. Il meraviglioso risultato genetico che molti chiamano Paolo è tutto merito loro. Pensare a due genitori migliori è impossibile e non lo dico perché sono il figlio ma perché loro sono mamma e papà.

Appena arrivato misi il telefonino nell’unico posto della casa che mi assicurava la presenza della linea.

Mi chiesero del lavoro, di Milano, della nuova casa.

Il lavoro andava benino, a Milano vivo bene e nella nuova casa ci sto benissimo. La portiera mi stira anche le camicie. Mi accorsi che non avevo molta voglia di parlare. Volevo stare là con loro ma preferivo ascoltare.

<Voi come va? La Namibia allora? Com’è? Raccontatemi tutto> fin troppo facile.

Arrivò mio fratello. Un altro spettatore dello show.

<…la Skeleton coast è veramente selvaggia. Non c’è assolutamente nulla per centinaia di chilometri…>

Mamma aveva fatto il risotto. Un buon risotto al radicchio.

<… nel Damaraland abbiamo dormito in un fantastico lodge proprio in mezzo al deserto…>

<Mamma, come si fa il risotto al radicchio? Cioè immagino di saperlo ma come cuoci il radicchio? Soffritto con guanciale ed una cipolla?> L’idea. L’idea si stava materializzando.

<… ora sappiamo riconoscere le orme degli elefanti… ehm… si esatto. Io la cipolla non ce la metto ma se ti piace…>

<In Namibia abbiamo mangiato lo struzzo!>

Sono andato via da casa dei miei molto prima di aver finito di mangiare. Ho anche preso il caffè con loro ma in realtà ero già uscito.

Li salutai con la solita promessa di andarli a trovare più spesso.

Richiamai Elena ma stavolta avevo le idee molto più chiare.

<Disturbo?>

<No figurati, abbiamo quasi finito. Dove sei?>

<Sto tornando verso casa. Che fai?>

<Non ricordi, sono a pranzo con Francesca>

<Ah già, è vero> non ero credibile.

<Domani sera faccio una cena> continuai <non volevo dirlo a venti persone perché mi andava di cucinare qualcosa di buono. Ti va di venire?>

<Non ho programmi. Volentieri. Che ti serve?>

Mi serve che porti Francesca.

Dissi: <Nulla. Se ti scappa una bottiglia di vino. Ci vediamo alle nove, nove e mezzo. Se vuoi dirlo anche a Francesca visto che è la con te…> ma che invito è?

<Se TU vuoi dirlo anche a Francesca, te la passo>

La vita è piene di sorprese. Io non mi resi conto che stavo per vivere uno dei momenti più significativi della mia vita, che stavo per stabilire un contatto con Francesca. Il primo. Senza intermediari. Senza altre orecchie. Senza un’atmosfera che ne offuschi il messaggio. I piccoli momenti che costruiscono la nostra vita. Una stupida telefonata, un minuto di conversazione in tutto. In un attimo o di qua o di la. Ovviamente non pensai a tutte queste cose aspettando la voce di Francesca. <Pronto?>

<Ciao Francesca, sono Paolo>

<Paolo chi?>

<Ehm… Paolo, ci siamo conosciuti ieri sera da Elena> ero confusissimo. “Paolo chi” proprio non me l’aspettavo.

<Ma dai, sto scherzando>

<Ah stai scherzando…> non si scherza con i sentimenti. <So che stai mangiando, non ti voglio disturbare. Domani sera faccio una cena, perché non passi?> Gentile, distaccato, …ottimo.

<Veramente avrei un mezzo impegno. Posso farti sapere?>

Se mi avesse risposto così Marco l’avrei mandato a cagare e gli avrei detto che dovevo fare la spesa e cucinare e che mi doveva rispondere subito.

<Si certo figurati. E’ una cosa informale. Se ti va…>

<Ok, magari poi sento Elena>

<Perfetto! Ciao>

<Ciao>

Perfetto un corno. L’avrei rivista o no? Non sapevo che cena organizzare. Con Francesca sarebbe stata una cena tranquilla, cinque o sei persone, massimo sette. Un buon menù magari un po’ particolare, delle buone bottiglie. Un po’ di chiacchiere, musica ambient. Un dvd affittato, non si sa mai. Senza Francesca si riapre l’agendina. Dieci quindici persone, spaghettata, solo due bottiglie di vino buono, birra, la musica che capita e qualche vecchio obiettivo ancora praticabile.

Non sapevo cosa fare.

Aveva un mezzo impegno… Ma che caspita sono questi mezzi impegni? Al giorno d’oggi abbiamo tutti mezzi impegni. E’ la nostra risposta preferita. Il mezzo impegno è la voglia di non prendere nessun impegno perché non si sa mai…. E’ la possibilità di scegliere. Di aspettare qualcosa di meglio senza sentirsi maleducati. In realtà siamo maleducati. Odio i mezzi impegni ma li uso anche io. Quella volta ero vittima del temutissimo ‘mezzo impegno’.

Decisi che avrei rischiato e che avrei tenuto l’agendina nel cassetto. Avrei fatto una buona cena per poche persone. Chi? Rapida carrellata mentale. Esclusi tutte le coppie. Io, Marco, Elena, Francesca spero, Max e Isa. No, saremmo stati tre e tre. Convinco anche Michele, il gruppo al gran completo. Ultimamente Michele aveva sempre qualcosa da fare ma era il momento di lavorare in team. Sette mi sembra un buon numero. Andai a fare la spesa fiducioso.

Il menù cambiava ad ogni curva del carrello del supermercato. L’iniziale risotto al radicchio fu scansato da mille altre proposte. In rapida successione avevo immaginato il risotto al radicchio appunto, una cena messicana con tacos e guacamole, pasta corta con vongole zucchine e gamberoni, pasta lunga al sugo di carne, bocconcini di pollo al curry ed insalata, arrosto al forno con patate. Optai per gli involtini in bianco con prosciutto e formaggio, piselli, purea di patate e qualche antipastino. Comprai del vino rosso siciliano, una bottiglia di spumante siciliano e del passito di Pantelleria.

Crea nuovo messaggio:

“Domani sera cena da me. Non coinvolgere nessuno e bussa coi piedi”. Invia, cerca in rubrica, M -A -R, Marco. Ok.

Bip Bip. Marco nuovo messaggio. Leggi ora? Invio.

“Che vuol dire bussa coi piedi?”.

Rispondi al messaggio.

“Che hai le mani impegnate da due bottiglie di vino. BUONO! Non fare il pitorfo come al solito e ti presenti col Tavernello!!”. Invia.

Bip Bip.

Elena nuovo messaggio. Leggi ora? Invio.

“Io confermo. Francesca passa dopo cena. E’ un problema se viene con una persona?”.

Rispondi al messaggio.

“Certo che no”. Invia.

Certo che si. Anzi, certo che dipende.

Con chi viene?E soprattutto… se viene dopo cena… che dolce preparo?

Grandi interrogativi nella mia mente.

 

Un invito inaspettato

Cercai di fare più piano possibile per non svegliarlo. Mi muovevo a casa di Riccardo come se fossi a casa mia. Era un ambiente che mi era molto familiare. Molti mobili erano li perché li avevo spostati io. Molti quadri erano appesi perché glieli avevo fatti comprare io. Anche il copriletto sul quale ero seduta veniva dal magico mondo delle mie idee. Riccardo aveva una bellissima casa ma sembrava non interessarsene. Gli andava bene qualsiasi mia proposta. In realtà capii che non era un privilegio riservato a me ed al mio gusto ma a qualsiasi persona con un paio di tette che avesse passato più di mezz’ora nella sua camera da letto. La sua casa era stata arredata dalle sue amanti. Mi stavo allacciando gli anfibi quando si svegliò.

<Vai via?>

<No, mi piace dormire con i piedi caldi…>

<Una volta potresti anche fermarti>

<Ancora? Ne abbiamo parlato mille volte. Daremmo un valore troppo diverso alla cosa>

<Che valore vuoi che abbia dormire insieme>

<E’ esattamente quello che volevo dire. Per me ha un valore e per te un altro, molto prossimo allo zero. Sai… ci sono altre cose oltre il caffè a letto la mattina>

<Devo parlarti, Francesca>

<Addirittura. Alle 3 di notte? E dopo la sigaretta post coito? Deve essere molto importante, sono tutta orecchi. Dimmi>

<Beh, mi stai mettendo in difficoltà con questo sarcasmo. E’ un po’ che ci penso. So che non sono stato sempre impeccabile però credo di aver capito che la mia vita con te è migliore. Non voglio dire che sarebbe più comoda. Così sembra che ti sto parlando per convenienza invece non è così. Io forse ti amo e forse ti amo già da un po’ ma non lo sapevo…>

Povero Riccardo. Quarantaquattro anni e solo macerie nel suo cuore, incapace anche di fare una dichiarazione d’amore. Una vita passata a mettere tacche sul cinturone e a far credere ad ogni tacca di essere speciale. E magari un po’ ci credeva anche. Collezionava pezzi di persone che univa pazientemente al suo personale puzzle sentimentale. Quel giorno capii che non sarebbe arrivato da nessuna parte.

<… forse se ci provassimo magari potremmo capire che siamo fatti l’una per l’altro. Sai questa casa è grande…>

Solo qualche mese fa sarei stata appesa alle sue labbra, ben attenta a non perdere una virgola della sua rappresentazione. Ora lo osservavo mentre dava tutto se stesso per convincersi che mi stava dicendo la verità. Concentrato sulle parole, l’aria seria. Non aveva il minimo dubbio che di li a poco gli sarei saltato al collo piangendo dalla gioia.

<… magari domani potremmo partire per Capalbio per festeggiare. Che ne dici?>

Mi sembrava un attore dopo la “tirata” della candela nel Re Lear, aspettava l’applauso. Le mie lacrime appunto.

Nulla di tutto questo. Lo spettacolo fu una delusione per critica e pubblico.

<Posso farti una domanda>

<Si… certo> tono indeciso. Ehi vecchio leone, che succede? Non sai che domanda sto per farti, vero? E’ la prima volta che non sono prevedibile?

<Ti piace ancora scoparmi?>

<Si, … si direi di si. Non te ne sei accorta stasera?> Tenti il colpo di coda, vecchio leone?

<Stasera, a dir la verità, non è un buon esempio. Comunque ti credo, ti piace ancora. Speriamo che ricapiti allora, no? Mi dispiace non credo che la tua sia una buona idea. Qualche tempo fa forse…, ora non ti credo più. E quando ho smesso di crederti ho smesso di sentirmi innamorata>

<Francesca tu non capisci…>

<Oh no tesoro mio, io capisco benissimo. Ed evita di dire che sei cambiato. Non perdere la tua originalità>

<Non sono cambiato, sono …diverso…> l’aveva detto. Il re era nudo.

<Io spero che tu non sia diverso dal Riccardo che mi piace. Magari a Capalbio possiamo andarci lo stesso. Ora scappo, ho voglia di tornare a casa mia> avrei potuto baciarlo in fronte ma sono una persona cui non piace stravincere.

Non avevo mai capito cosa fosse un mix di sensazioni fino a quella sera. Ero felice perché Riccardo mi aveva fatto stare molto male in passato ed era stata una buona rivincita. Ero sconcertata perché non avrei mai pensato di vederlo così in difficoltà. Ero dispiaciuta perché per lui sarebbe stato un colpo grande da assorbire.

Riaccesi il telefonino.

Bip Bip. Elena Nuovo Messaggio.

“Dove sei andata brutta zoccola?”.

Rispondi al messaggio.

“Prova ad indovinare. Pranziamo insieme domani?”.

Arrivai sotto casa e non c’era parcheggio. Per una volta ero quasi contenta. Decisi di fare un piccolo giretto con la macchina. Potevo continuare a lasciare libera la mia mente mentre guidavo nel nulla di Roma accendendo una sigaretta dopo l’altra. Ero avvolta da un alone di benessere inspiegabile e volevo godermelo ancora un po’. Roma per questo è un’amica eccezionale, proprio l’amica che serve quando vuoi pensare un po’. Ti da le sensazioni giuste. Idee rotanti ed indefinite nella testa. Mi stavo drogando di Roma. Buonanotte Paolo.

La mattina dopo mi svegliai tardissimo, avevo preso un giorno dal lavoro. Ogni tanto lo faccio anche se non ho nessun altro impegno particolare. Prendo un giorno di ferie per me e basta, senza anagrafe, senza banca, senza posta, senza rinnovi del passaporto. La casa era vuota. Mio fratello e mio cugino erano usciti.

Avevo fame. La sera prima del resto, nonostante la bordata che avevo voluto tirare a Riccardo, ci eravamo difesi discretamente. Mi è piaciuto? Squillò il telefono. Era Elena che mi confermava il pranzo insieme.

Mentre guidavo per andare all’appuntamento ripensavo alla serata del giorno prima. Alla caduta degli eroi ed alla nascita di nuove leggende. Riccardo e Paolo. Paolo aveva contribuito a darmi la forza per essere così decisa? Sentivo che era un pensiero stupido. Per quanto ne sapevo io mentre io stavo a letto con Riccardo, Paolo poteva stare tranquillamente a letto con Arianna.

Volevo rivederlo.

Elena mi stava aspettando sotto il suo ufficio. Camminando con il telefonino in una mano e la sigaretta nell’altra. Se avessi dovuto dipingere Elena l’avrei disegnata così. Una scena che la rappresentava completamente. La osservavo mentre le camminavo incontro. Mi fece un sorriso. Sentivo di volerle bene.

<Eccola qua la zoccolona. Che hai combinato ieri?> Curiosa Elena. Curiosa come una scimmia.

<Vuoi parlare di sesso o di trionfi?>

<Ahi ahi ahi, se dividiamo le due cose non si mette molto bene. Sarà un pranzo noioso>

<Ok, parliamo di sesso> dissi sfogliando il menù e guardando di sottecchi il cameriere più attento alle mie rivelazioni che alle ordinazioni.

<Ora si ragiona. Riccardo?> Si lanciò Elena.

<Caspita se indovini al primo tentativo le mie quotazioni sono proprio in ribasso. Per me un’insalata con la mozzarella di bufala. Che prendi?>

<Io… ma si anche io. Non sono mica qui per la mozzarella. Mi racconti o devo immaginare?>

Mentre sentivo Elena così curiosa e complice mi domandai perché giocavamo ancora a fare le ventenni che si raccontano le loro prime esperienze. Ancora ci piaceva sentirci due ragazzacce. Elena la conoscevo da cinque anni ed avevamo creato un ottimo feeling. Era la mia partner di gioco ideale. Simpatica, intelligente. Ascoltava ed all’occasione mi sgridava. Soprattutto mi voleva bene. C’era stato un tempo della mia vita in cui davo per scontato che le persone mi volessero bene. Non era così. Per questo mi ero attaccata ad Elena. Lei c’era quando serviva e anche quando non serviva. Molte persone hanno la sindrome da crocerossina e quindi non vedono l’ora di asciugare qualche lacrima. Poi però sono noiosissime. Si realizzano solo nella tragedia. Le Eschilane. Elena non è così. Elena sa starmi accanto. Sa piangere e ridere. Lei è una Shakespiriana.

<Sei e mezzo> dichiarai.

<Sei e mezzo? E come dire che si è divertito solo lui!>

<Non ti ho raccontato il meglio…> sapevo come far abboccare Elena.

<Cioè?> Speranzosa.

<Mi ha proposto di andare a vivere con lui. Credo>

<Perché solo da te mi aspetto una frase così sconclusionata? Che vuol dire “credo”?>

Risi. <Vuol dire che non l’ascoltavo molto attentamente. Non era un discorso rivolto a me. Mi sembrava così… così… come al solito>

<Inaffidabile?> provò Elena.

<Beh si…, di Riccardo non mi fido ma non è questo il punto. Mi sembrava poco convinto. Stava parlando a se stesso e non si capiva>

<Che gli hai risposto?>

<Elena… non devo ricordarti che si è portato a letto due mie amiche?>

<Mi sembra evidente che non sei un granché a sceglierti gli uomini ed ancora peggio a sceglierti le amiche. Escluse le splendide ed inappuntabili presenti>

<Già…>

<Il tuo problema è che hai ancora il mito del bel tenebroso. Pensi ancora che sia rivoluzionario ficcarti sotto le coperte di uno che ha lo sguardo magnetico. Poi? Che risultati? Sei e mezzo…>

<Smettila. Odio sentirti parlare quando hai ragione>

<O ci fanno godere, ma veramente godere, oppure riesumiamo il vecchio mito dell’amore>

<L’amore, già… ricordi quando ancora ne parlavamo?>

<Se poi ti innamori di uno da otto… sei a cavallo>

<Boom!> Eravamo sceme e divertite.

<Brindisi al cavallo!>

Sbattemmo i bicchieri pieni di acqua naturale e suonò il cellulare di Elena.

<Mi passi il cellulare? E’ dentro la mia borsa> Elena allungò il suo braccio scuotendo la mano in segno di impazienza. Come se aspettasse una telefonata importante.

Le passai il telefono e con la coda dell’occhio vidi il nome di Paolo sul display. E’ una telefonata importante?

Confesso che ero li anche perché speravo in una cosa come questa. In alcuni momenti ti avvicini più possibile alla porta dei tuoi desideri senza bussare. Gli giri un po’ intorno sperando di poter entrare in qualche maniera. Mi sentivo bene.

< Se TU vuoi dirlo anche a Francesca, te la passo>

Mi aveva invitato a casa sua per cena.

Ma perché non gli ho detto subito si? Forse mi ha invitato perché Elena gli ha detto che c’ero anche io. Mi ha invitato solo per gentilezza.

<Paolo per esempio…> disturbò Elena.

<Paolo cosa?> uscii dai miei pensieri.

<Lascia perdere>

<Dai dimmi, che vuoi dire?> Ero curiosa. Non avrei mai avuto il coraggio di chiederle nulla riguardo a Paolo ma visto che ne stava parlando lei…

<Niente, non è importante, non ti piacerebbe mai> sentenza. Non è buffa la gente quando parla con estrema sicurezza di una cosa che non conosce?

<Domani sera andrò a cena con mio cugino. Magari passo dopo> dissi ad un’attenta Elena.

<Ti perdi qualcosa, Paolo cucina molto bene>

Ci salutammo mentre io stavo già pensando a cosa avrei portato da Paolo. Un dolce, forse. A volte sono così indecisa che divento ridicola. Che dolce?

 

martedì, 20 novembre 2007

Ragazzi immaturi

Sono stato assente per un pò di tempo. Per motivi personali non avevo nessuna fantasia di comunicare con nessuno.

Ciao V.

Antefatto: Paolo ha conosciuto Francesca. Gli è subito piaciuta e, tramite l'amica comune Elena, l'ha invitata a cena. Francesca avrebbe raggiunto casa di Paolo dopo cena. Lui, felice, invita i suoi amici per l'aperitivo per potergli raccontare degli ultimi fantastici incontri...

L'altra Campana - Capitolo 3

"...Alle sette e mezzo suonò il citofono.

<Pronto?> risposi.

<Falla!> urlò il gruppetto di trentenni puerili.

Iniziai subito lo show. <Ragazzi, devo farvi un annuncio> usai un tono solenne <mi dispiace dirvi che tra poco non ci vedremo più. Sto per innamorarmi seriamente e questa mia nuova condizione sarà incompatibile con la vostra disdicevole immaturità>

<Bene. Mi passi il vino?> Marco.

<Non sto scherzando. Mi piace, mi piace tanto>

<E chi pensa che stai scherzando? Volevo brindare a questa cazzata> continuò Marco. Per lui non c’era nessun motivo valido per brindare ma erano tutti buoni per bere. Sapeva poi che a casa mia si beve bene.

<Lo vedi che siete immaturi?> volevo provocare.

<No guarda che qui l’immaturo e solo Marco. Io ancora non ho bevuto> era facile far entrare Max nelle discussioni, aveva opinioni su tutto lo scibile umano. Avrei potuto citare una tesi in fisica nucleare sul valore della massa dei neutrini e lui ci avrebbe illuminato con la verità.

<Anzi penso che sia un bel momento. Ci pensate? Il buon Paolo innamorato. Quando l’hai conosciuta questo fenomeno? Stamattina al mercato? E come si chiama?>

<Giovedì sera, da Elena. Si chiama Francesca>

<In effetti ora che ci penso avevo provato a chiamarti verso mezzanotte> continuò Max <stavi quindi con la principessa sul pisello?>

<Non proprio, a quell’ora stavo peccando. Sono un debole>

<Non capisco> intervenne Michele che invece aveva già capito tutto.

<L’altra sera sono passato da Elena che ha appena cambiato casa. A proposito, è molto carina la nuova casa di Elena>

<Ah si? E’ carina? E il bagno su che tinta l’ha fatto?> chiese Marco.

<Sul blu mi pare…> risposi interdetto.

<Interessante. E com’è il salotto? Un po’ etnico?> mi incalzò ancora Marco.

Mi stavano prendendo in giro. In fin dei conti era quello che volevo. Era per quello che eravamo li, per prenderci in giro.

<Che intendi per etnico? Il tuo cervello, per esempio, è etnico?> Finalmente!

<A Paole’… che ne dici di farci capire qualcosa della serata? Ma che ce frega del cesso di Elena. Sarà un cesso come tutti gli altri. Chi è questa Francesca?> Marco era sempre il più diretto.

<Ok, da Elena ho conosciuto Francesca che però verso le undici è andata via…>

<E dove è andata?> A volte Max è più curioso di Elena.

<Non lo so, è andata via>

<A che ora è andata via esattamente?> chiese Marco. Sembrava Ellery Quenn ad un passo dallo sgarbugliamento della matassa.

<Alle undici> affermai.

<E’ andata a scopare con qualcun altro. Pericolo rientrato. Fai una canna> sentenziò.

<Marco tu hai un clitoride al posto del cervello. Vedi sesso ovunque. Magari era stanca> la pensavo come Marco ma tra di noi si deve sempre attaccare. Non si fanno prigionieri, mai. Sempre attaccare.

<Si, stanca. Infatti si è andata a stendere> regalata.

<Che vuol dire che hai peccato?> Michele era sempre molto attento a centrare il punto.

<Sono andato a letto con Arianna> la mia ammissione li colpì.

<E chi è Arianna> lo sguardo dei miei amici.

<Una amica di Elena, fa l’avvocato> mi stavo proprio divertendo.

<Fammi capire tu l’altra sera hai conosciuto Francesca, ti sei anche affaticato ad innamorartene, e poi ti sei scopato Arianna la principessa del foro?>

<In un certo senso… si. Però penso che la tua sia una visione semplicistica della mia serata. Io preferisco dire che ho regalato qualcosa al mio cuore ed al mio corpo. Ma voi non potete capire>

<Mavvaffanculo Paole’. Tu sei malato. Visto che pensi che ho un clitoride in testa e meglio che mi metto un cappello>

<Com’è Arianna, che tra parentesi mi è già molto più simpatica di Francesca?> Ancora Michele.

<Carina, simpatica, ironica, spiritosa, due tette bellissime. Per essere la prima volta non è stato proprio niente male>

<E Francesca?> Sempre Max.

<Sai come funziona con le persone che ti piacciono. Non puoi mai sapere bene come sono. Ti piacciono e basta> Il primo concetto serio della serata. Penso davvero che se una persona ti piace non riesci a definirla facilmente, ti serve tempo. E’ molto più semplice invece capire le persone che ci lasciano un po’ distaccati. Causa ed effetto creano un legame immediato. Le persone che ci piacciono ci sfuggono.

<Forse stasera viene qui> era un azzardo, l’avevo detto troppo presto, li stavo aiutando troppo. Avevo sbagliato.

<Evvai> urlò Marco. <Me lo voglio proprio gustare ‘sto capolavoro!>

<Ragazzi, mina su Francesca> era poco onorevole ma dovevo usare la mina. Mettere le mine era un gioco che usavamo tra di noi per far uscire la persona ‘minata’ dagli obiettivi degli altri, per far in modo che nessuno ostacolasse il tentativo di conquista. Si usava la mina per non pestarci i piedi a vicenda oppure perché c’era una persona che ti piaceva veramente. A me Francesca piaceva veramente.

<Sei un cagone, hai paura che Max ci si faccia un giro> assist di Marco.

<Guarda che lo farei per lei, se le vuoi bene… dalle questa gioia> goal di Max.

Stavo perdendo su tutti i fronti. Mi stavo divertendo. Noi siamo dei veri Decoubertiani, tra di noi l’importante è davvero partecipare.

<E lasciatelo perdere, non si parla così di un ragazzo che ama. Bravo Paolino, io ti capisco. Senti viene anche Perry Mason? Spero che almeno lascerai la presa su l’avvocato, oppure stai minando tutta Roma?>

<Ah ah ah. Lei non viene ma ve la farò conoscere, è forte Arianna. E comunque tranquilli, nessuna mina su Arianna> Inconsciamente avevo deciso di difendere Arianna omettendo il particolare che lei era fidanzata.

<Il popolo ringrazia la magnaminità di Paolo il grande, granduca del Monte di Venere> Marco mimò anche l’inchino.

<Non c’è bisogno che vi dica di evitare di mettermi in imbarazzo, vero?>

<Bravo non c’è bisogno che ce lo dici, sappiamo bene come ci dobbiamo comportare. “Guarda Francesca che un pisello così mica lo trovi al supermercato nel banco dei surgelati”. Che ne dici? Troppo romantico?>

Quella di Max voleva essere una minaccia ma sapevo bene che al momento opportuno li avrei avuti al mio fianco.

Continuarono a prendermi in giro per un po’. L’argomento Arianna non era molto gettonato perché il mio presunto innamoramento era ben più interessante. Gli uomini trovano sempre un lato divertente nell’innamoramento, un lato su cui è lecito scherzare. Le donne lo rispettano di più, credo."...
postato da: fabiotestaccio alle ore 14:20 | link | commenti (1)
categorie: racconti, amici, conquista